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La protesta sociale al tempo della pandemia

Intervista a Patrizio Paolinelli

La pandemia in corso ha avuto e sta continuando ad avere un devastante impatto sia sul fronte della produzione economica sia su quello della riproduzione sociale. Patrizio Paolinelli si è occupato della relazione tra questi due fronti in un agile libro intitolato Rabbia. Polemos e il Leviatano, (Asterios, Trieste, 2021, 62 pp., 5,90 euro). Si tratta di uno studio sulla protesta sociale durante il primo anno di pandemia.

Dopo una lunga assenza dalla società italiana Polemos è tornato nelle piazze e ha dato voce a una pluralità di soggetti profondamente scontenti per l’imposizione del confinamento, della quarantena, del coprifuoco, dei divieti per gli spostamenti e così via. Parliamo di una molteplicità di soggetti economici (in particolare legati al terziario), di intellettuali, studenti, parenti degli anziani decimati nelle case di riposo e altri ancora.

La parte più consistente del libro è costituita da 6 interviste a testimoni privilegiati: tre sindacalisti (Cgil, Cisl, Uil), un economista, uno storico dell’economia e un ex ministro.Gli scopi dell’analisi di Paolinelli sono essenzialmente due: verificare come hanno reagito gli italiani allo stravolgimento della vita quotidiana e al precipitare delle condizioni di materiali di vita. Lo incontriamo per fare il punto della situazione.

* * * *

Quali sono state le fasi principali che hanno caratterizzato la protesta sociale dall’inizio della pandemia a oggi?

Sostanzialmente tre. Durante la prima fase ha prevalso la sorpresa e l’Italia intera cantava dai balconi piena di speranza. La seconda fase ha coinciso con le chiusure sempre più estese della scuola, dell’università e di una serie di attività economiche, soprattutto quelle legate ai consumi culturali, allo sport, al turismo, alla cura di sé e al tempo libero. In questa fase la speranza è crollata, il malcontento è montato e la rabbia ha portato in piazza gli studenti delle medie superiori, numerosi soggetti sociali e le categorie produttive maggiormente colpite dalle chiusure. Con l’avvio della campagna di vaccinazione le persone hanno più o meno potuto riprendere a condurre la vita che conducevano prima della pandemia, ma la protesta sociale, seppur precipitata in termini di attori coinvolti, ha subito un’impennata segnando la terza fase: si è trasformata in scontro tra una minoranza e lo Stato a causa dell’introduzione del green pass obbligatorio per accedere al posto di lavoro.

 

In relazione alle proteste di piazza quale è stato l’atteggiamento dello Stato?

Per circa un anno estremamente cauto. Ma si è trattato di un puro calcolo politico. Già prima della pandemia la società era colma di rabbia a causa delle violente politiche economiche neoliberiste. Pertanto non si poteva usare la mano pesante se non correndo il rischio di incontrollabili rivolte popolari. Il Levitano ci è andato molto piano anche dinanzi a manifestazioni che sono finite con vetrine rotte e furti. Neanche il movimento “Io non chiudo” è stato represso con la forza. E che dire dei cittadini che a milioni si sono riversati in strada senza rispettare la distanza interpersonale ogni volta che il visus concedeva una tregua? Mano leggera anche con loro, salvo qualche caso isolato di eccesso di zelo da parte di uomini e donne in divisa.

 

La linea morbida del governo vale più o meno per il per il primo anno di pandemia. Da qualche mese le cose hanno assunto un altro aspetto.

Esatto. Probabilmente il cambio di passo ha una data: il 9 ottobre scorso. Quel giorno era in corso a Roma una manifestazione contro il green pass e un gruppo di fascisti ha assaltato la sede nazionale della Cgil. Sempre in ottobre ci furono manifestazioni no green pass da parte dei portuali di Genova e Trieste e la reazione delle forze dell’ordine è stata molto più dura rispetto ai mesi precedenti. Finché proprio a Trieste, epicentro della protesta, si è arrivati a vietare per tre mesi i cortei no vax e no green pass.

 

Nel suo studio lei conclude che le proteste sociali durante il primo anno di pandemia hanno avuto un carattere per così dire corporativo. È una conclusione valida ancora oggi?

Sì. Storicamente le epidemie e le pandemie non hanno portato a una palingenesi e lo stesso è avvenuto col Covid-19. Tant’è che i neoliberisti governavano prima della pandemia e continua a governare oggi. Dalla rabbia sociale non è venuta fuori in forma organizzata la richiesta di una società più giusta, più egualitaria, più umana rispetto a quella nella quale vivevamo prima della pandemia. Nel primo anno del Covid-19 ogni gruppo è rimasto separato dall’altro e ha pensato a risolvere il proprio problema, che nella maggioranza dei casi consisteva nell’apertura di questa o quella attività: i ristoranti, le discoteche, le scuole, le palestre eccetera. Oggi che le attività sono aperte c’è la corsa ad accaparrarsi i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Accaparramento che non comporta un mutamento qualitativo della società. Al massimo una limatura delle peggiori contraddizioni. Nel complesso queste dinamiche confermano il successo della politica di frantumazione della società perpetrata dal neoliberismo.

 

Rispetto alle conseguenze della pandemia quale quadro emerge dalle parole dei suoi intervistati?

Un quadro differenziato. I sindacalisti hanno un atteggiamento molto prudente rispetto alla crisi economica acuitasi con la pandemia. Sono realisti e chiedono correttivi sia al governo nazionale sia alle politiche di Bruxelles. Diverso è il tono degli altri intervistati: molto critico e orientato a un cambiamento profondo della società.

 

Proprio l’intervista di Sapelli è quella che più colpisce perché prevede che il futuro post pandemia sarà dominato da anomia, depressione e alienazione.

Se osserviamo come le classi dominanti stanno gestendo l’uscita dalla pandemia mi pare che non abbia torto. A pochi mesi dall’avvento dell’era Covid imprenditori, politici, giornalisti e profeti dell’era digitale ci hanno ripetuto fino alla nausea che niente sarebbe stato più come prima. Poi hanno smesso perché man mano che il tempo passava ci siamo accorti che stiamo peggio di prima: crescono le disuguaglianze sociali, aumentano i poveri e i disoccupati, i nuovi posti di lavoro sono nella quasi totalità precari – compresi quelli nel pubblico impiego-, le morti sul lavoro non accennano a diminuire. E potrei continuare a lungo con questo cahiers de doléances.

 

Continui pure.

Bè, per esempio dei 110 miliardi di evasione fiscale all’anno non si parla, il costo della bolletta energetica per le famiglie è diventato insostenibile, il costo della vita, beni alimentari compresi, cresce a dismisura, gli stipendi restano al palo e quando si prevedono aumenti contrattuali si parla di cifre irrisorie. Allo stesso tempo sugli industriali piovono miliardi di denaro pubblico, le esportazioni all’estero crescono, così pure il Pil e la ricchezza prodotta non è distribuita equamente. A tutto questo aggiunga il debito pubblico schizzato al 160% e i prestiti dall’Unione Europea che andranno restituiti, mentre a Bruxelles sono ancora saldamente in sella i talebani del neoliberismo. Data questa situazione è facilmente prevedibile l’imbarbarimento della società.

 

Cosa ha impedito alla rabbia di trasformarsi in conflitto?

Il fatto che ne sia rimasta in piedi una sola ideologia: quella del mercato. Da tempo infatti le differenti ideologie non si fanno più concorrenza come nel passato. Di conseguenza domina incontrastato il pensiero unico liberista. Non è un problema da poco perché l’Italia era un Paese molto più democratico quando c’erano proposte politiche e visioni della società alternative grazie alla presenza del Partito Socialista e del Partito Comunista, quando i sindacati erano forti, quando i corpi intermedi avevano voce in capitolo e quando esisteva l’associazionismo di massa. Questo sistema è stato scientificamente smantellato a partire dagli anni ’80 del secolo scorso e quando se ne parla sui media è per apostrofarlo come inefficiente, vecchio e superato.

 

A cosa attribuisce la fine del pluralismo delle idee politiche e culturali?

Al processo di americanizzazione dell’Europa. Oggi la quasi totalità dei partiti presenti nel Parlamento di Bruxelles non mette in discussione il liberismo ed ecco che l’élite economica si è di fatto appropriata, dove più dove meno, degli Stati e delle loro risorse. A questo aggiunga questa stessa élite controlla, influenza, pilota il sistema dell’informazione, l’industria culturale, Internet, la ricerca scientifica, la tecnologia; interviene poi sui programmi scolastici, sulla memoria storica, mentre i valori dell’impresa privata hanno messo radici profonde all’università. Tanto è così che per restar nel nostro Paese durante la pandemia gli studenti universitari non hanno protestato e non sono scesi in piazza. Insomma, c’è un’uniformità di pensiero e azione molto preoccupante per una società che si pretende plurale, democratica, aperta. In realtà la situazione sembra opposta se è vero come è vero che oggi è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.

 

Alcuni sostengono che potremo uscire dalla crisi economica grazie alla tecnologia digitale. È d’accordo?

No. Il digitale esiste da parecchi decenni e non ha mai risolto una sola crisi economica, tantomeno le crisi occupazionali. Anzi, le ha accompagnate sottobraccio. Non c’è da sorprendersi: dalla rivoluzione industriale a oggi la tecnologia non è pensata per la felicità degli esseri umani. È gestita da sfruttatori che inseguono il profitto e mercificano ogni aspetto della vita. Perché dovrebbero utilizzare le macchine per l’emancipazione dei lavoratori o per facilitare la vita dei cittadini? Al contrario, la tecnologia serve proprio per impedire l’emancipazione dei lavoratori e rendere più complicata la vita dei cittadini come chiunque di noi sperimenta ogni giorno.

 

Può fare qualche esempio?

Certo, c’è l’imbarazzo della scelta. Mi limito a tre esempi che investono il mondo del lavoro. Primo, il capitalismo delle piattaforme ha creato forme di lavoro para-schiaviste, mentre negli anni ’90 Bill Gates sosteneva che le autostrade dell’informazione avrebbero portato a un capitalismo senza attriti. È accaduto l’esatto opposto. Secondo, la stragrande maggioranza delle mitizzate start up chiude bottega a pochi anni dalla nascita. Tant’è che non se ne parla più, dopo essere state oggetto di una propaganda forsennata. Terzo, i posti di lavoro perduti a causa delle nuove tecnologie saranno recuperati solo in minima parte, mentre per anni ci hanno ripetuto che si sarebbe trattato di un passaggio come quello avvenuto dalla società feudale a quella industriale. Proprio sul tema occupazionale Luciano Gallino scrisse tempo fa pagine per nulla ottimistiche e ancora oggi illuminanti.

 

Tuttavia è innegabile che con le tecnologie digitali la nostra vita sia cambiata.

Certamente. La tecnologia è una forza importante del cambiamento sociale. Oltretutto va riconosciuto che durante la fase acuta della pandemia la tecnologia ci ha permesso di resistere al confinamento e alla solitudine, ci ha consentito di lavorare da casa e grazie al commercio on-line abbiamo potuto acquistare quello che ci serviva. Ma ciò non toglie che se resta in mano alle classi dominanti garantisce quasi esclusivamente i loro interessi, non quelli della società. A maggior ragione se a dirigere la società è un’élite predatoria come quella espressa dal neoliberismo. La tecnologia potrebbe farci uscire dalla crisi se partecipata, se frutto di un dibattito pubblico tra politica, corpi intermedi, produttori e consumatori. Ma così non è. Il neoliberismo ha una vocazione elitaria non democratica.


A cura della Redazione di jobsnwes.it
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