G20 di Roma e Cop26 di Glasgow
Il mondo visto con gli occhi dei padroni
di Alessandro Testa
Si sono da poco tenuti il G20 di Roma ed il COP26 di Glasgow, ove i grandi ed i potenti della terra hanno discusso, con volti seri e compiti, della necessità di ridurre il riscaldamento globale – molta meno enfasi é stata data ad altri, e forse ancor più pressanti, problemi ambientali quali l’inquinamento chimico, il problema degli OGM, e molti altri ancora – ed hanno convenuto, con gran risalto mediatico, di porsi l’ambizioso obiettivo di azzerare le emissioni nette a livello globale entro il 2050 e puntare a limitare l’aumento delle temperature a 1,5°C, mobilitando per questo almeno 100 miliardi di dollari l’anno in finanziamenti per il clima.
Se non stessimo trattando di un tema drammatico, un tema che pone all’orizzonte la catastrofe climatica e l’estinzione della vita sulla terra, ci sarebbe da ridere. Dopo secoli di spietato sfruttamento delle risorse ambientali, dopo secoli di inquinamento sfrenato (vengono alla mente certi “cieli fumosi di Londra” di ottocentesca memoria), dopo decenni di sordità assoluta da parte di governi ed istituzioni sovranazionali di fronte alla montante onda di preoccupazione e protesta, come mai in pochi mesi assistiamo a tutto questo attivismo, a tutta questa “buona volontà”?
È forse merito della piccola Greta, che coi suoi broncetti da bambina giudiziosa ha saputo finalmente smuovere le coscienze degli incalliti inquinatori? Già solo pensare una sciocchezza simile ci pare impossibile – non crediamo negli eroi e negli “uomini (e bambine) della provvidenza”, crediamo piuttosto alle necessità della storia, ed ancor di più all’ipocrisia del capitalismo.
Già, perché il capitalismo ha un solo fine, un solo scopo: accumulare, accumulare, e poi ancora accumulare – guai a chi accumula meno degli altri, verrà presto espulso dal processo in nome della “competitività”. E per accumulare, é necessario aumentare i profitti, e di conseguenza spingere la produzione – anche se l’aumento di profitto, lo sappiamo tutti, non dipende solo da questo – senza alcuna riflessione o scrupolo sull’impatto devastante che tale approccio può avere, anzi ha già dimostrato di avere, sull’ecosistema.
La deforestazione, l’uso indiscriminato dell’energia fossile, gli allevamenti e le coltivazioni intensive e basate su “aiutini” chimici, l’industrializzazione sfrenata, la spinta sempre più incessante al consumismo, non sono cose che avvengono così, quasi per magia: sono la conseguenza matematica ed inevitabile del modo di produzione capitalistico. E tutto questo, bisogna ricordarlo, mentre nel Terzo Mondo milioni, se non miliardi di persone vivono ancora in condizioni simili a quelle dell’età della pietra, con una mortalità infantile enorme ed un’aspettativa di vita bassissima.
E allora, vogliamo ripeterlo, perché tutta questa enfasi improvvisa? Perché i grandi ed i potenti della terra sono stati improvvisamente fulminati sulla via di Damasco dalla consapevolezza della necessità di fermare questa corsa all’apocalisse? Forse un provvido intervento divino ne ha risvegliato la coscienza, tramutandoli da gelidi servi del capitale in novelli San Francesco che, tra una chiacchierata con Fratello Lupo ed un discorsetto agli uccellini, vogliono d’ora in poi lavorare indefessamente – che bravi ragazzi! – al servizio di Madre Natura?
Non fateci ridere. Ben altri sono i moventi di questi bei tomi. Innanzitutto, uno degli scopi di questa operazione potrebbe essere quella di mobilitare nuovi investimenti – ovviamente tratti dalle tasche dei contribuenti – per tentare di superare la serie di crisi ricorrenti sempre più gravi in cui il sistema capitalistico si dibatte. Già, sarebbe proprio il colmo: dopo aver inquinato e distrutto per secoli nel nome del dio denaro, adesso, sempre nel suo nome, ci si propone di sviluppare nuove opportunità di profitto e di crescita attraverso il business dell’ecologia.
Ma al di là dell’ipocrisia di tale approccio, nutriamo forti dubbi sulla possibilità di raggiungere un risultato concreto in termini globali: potremo forse, nei paesi più avanzati, imporre per legge delle tecnologie e dei processi “eco-friendly”, ma siamo certi che il capitale finanziario globalizzato troverebbe il modo di delocalizzare i processi produttivi inquinanti in qualche compiacente paese del terzo mondo – e se non fosse “compiacente”, ci penserebbero gli USA ad “esportare la democrazia” necessaria a convincerlo. Si torna sempre lì, all’esigenza imprescindibile del modo di produzione capitalistico di crescere, crescere senza freni e senza misura, per spingere sempre più in là il processo di accumulazione, in un circolo vizioso di competitività sfrenata ove “chi si ferma é perduto”.
Ma c’é un altro elemento che dovremmo considerare: come si pongono i paesi in via di sviluppo in questo disegno? Qual’é il loro ruolo, quale il loro destino nelle intenzioni dei grandi della terra?
Ci sembra evidente che molti dei paesi in via di sviluppo – che, non dimentichiamolo, rappresentano una spina nel fianco per i disegni di egemonia planetaria degli USA – non dispongono in questo momento delle risorse finanziarie, tecnologiche e di know how necessarie ad implementare il piano delineato dal COP26 senza doversi pesantemente indebitare con l’occidente capitalista. Ed i debiti, lo sappiamo, prima o poi si pagano: Argentina e Grecia ce lo hanno insegnato.
Quindi, sotto la minaccia incombente di una “esportazione dell’ecologia” – come già vanno in visibilio i falchi USA a questa idea! – i più deboli tra i paesi in via di sviluppo dovranno piegarsi al nuovo “ecodiktat”: o divenire le discariche dell’inquinamento per le nazioni progredite, che non vogliono più inquinare, o mettere di buon grado il collo sotto al tallone dell’America, impegnando fino all’ultima zolla di terra – oltre, beninteso, le risorse di rame, oro, diamanti, petrolio e quant’altro – per ricevere dai Paesi “progrediti” la tecnologia e le risorse necessari per “mettersi in riga”.
Oppure, se non sarà possibile obbligarli con la forza – come nel caso di Cina ed India – partirà immediatamente una campagna globale di diffamazione, ed all’infamante etichetta di dittature, regimi repressivi, genocidi e nemici dei diritti umani, verrà aggiunto anche l’ulteriore insulto di inquinatori e killer della vita sulla terra. Geniale, non c’é che dire, al capitalismo non manca certo la faccia tosta.
In quest’ottica va letta l’assenza del leader cinese, Xi Jinping, dal COP26 di Glasgow, ma egualmente in quest’ottica andrebbe interpretato l’intervento del premier indiano Naarendra Modi, quando annuncia l’impegno del suo Paese a raggiungere quota emissioni zero nel 2070 ed a ridurre di un miliardo di tonnellate le sue emissioni di gas nocivi entro il 2030, installando una capacità di 500 GW di energia rinnovabile e soddisfacendo il 50% della sua domanda totale di energia con fonti verdi.
Obiettivi ambiziosi, certo, ma quel che é più interessante é il percorso che Modi traccia al fine di raggiungere questi obiettivi, percorso che riassume nell’acronimo LIFE – Lifestyle for Environment, ovvero stile di vita per l’ambiente.
Al di là di concetti come “zero defect, zero effect”, ovvero di un’industria manifatturiera che sia ad impatto zero in quanto esente da difetti – concetto intrigante, ma assai difficile da declinare in maniera concreta – quello che Modi sembra mettere in luce é che, per poter raggiungere l’obiettivo di un mondo senza emissioni tossiche, quello che deve cambiare é sostanzialmente lo stile di vita. E come cambiare stile di vita, se ci ostiniamo a restare nei confini sempre più stringenti del capitalismo finanziario globalizzato, ove é necessario continuare a produrre e consumare a velocità sempre più insostenibile? Come pensare di instaurare uno stile di vita sostenibile sotto la pressione incessante di una società che crea sempre nuovi prodotti e nuovi bisogni, al fine di continuare a garantire profitti crescenti al capitale?
Ecco la lezione da trarre dal COP26 e dalle sue ipocrite conclusioni: l’ambiente non si salva restando all’interno del modo di produzione capitalistico, tuttalpiù si sposteranno i problemi dall’occidente progredito ai paesi in via di sviluppo, ed eventualmente alla discarica del genere umano, quel terzo/quarto mondo di cui nessuno sembra volersi occupare.
Ma la terra é una sola, ed il cielo non ha confini. Ricordiamocelo.














































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