
Il lupo perde il pelo ma non il vizio
di Enrico Galavotti
Un secolo fa l’opinione pubblica degli Stati Uniti, il cui documento costituzionale principale, la Dichiarazione d’Indipendenza, prevede il diritto di tutti i popoli a compiere le loro rivoluzioni, aveva condannato vivacemente l’invio di truppe americane in Russia per combattere la Rivoluzione d’Ottobre.
Lo stesso presidente Thomas W. Wilson, inviando un telegramma, qualche mese dopo la vittoria dei bolscevichi, al IV Congresso straordinario dei Soviet, sosteneva esplicitamente che il popolo americano era solidale con la lotta del popolo russo contro l’autocrazia. Con una bella faccia di bronzo gli statisti americani confermarono questa posizione anche quando l’intervento dell’Intesa (Inghilterra, Francia, Italia, USA e Giappone) agiva già a pieno ritmo per tentare di spartirsi i territori della Russia bolscevica.
Uno dei promotori dell’intervento militare dell’Intesa, Robert Lansing, segretario di Stato americano dal 1915 al 1920, quattro mesi dopo l’inizio delle ostilità antisovietiche spedì un memorandum agli ambasciatori degli Stati alleati, col quale chiedeva di assicurare ufficialmente al popolo russo che nessuno dei governi impegnati nelle operazioni militari in Siberia e nel nord della Russia aveva intenzione di violare la sovranità politica e l’integrità territoriale dei russi o d’interferire nei loro affari interni, sia nel presente che in futuro. Come questa dichiarazione potesse non risultare contraddittoria con la posizione presa a favore dell’intervento, gli storici americani se lo chiedono ancora oggi. Il memorandum in realtà era stato inviato perché gli USA non volevano partire per ultimi nel saccheggio dell’ex impero zarista.
In ogni caso nessun ambasciatore accreditato a Mosca (inglese, francese, americano, italiano...) accettò mai d’intavolare trattative di pace col governo sovietico, fermamente intenzionato a uscire dalla prima guerra mondiale. Pertanto tutti gli Stati capitalistici europei si sentivano liberi di partire per primi nell’organizzare la “rapina” più grande del secolo.
Da alleati della Russia contro la Germania, gli USA si trasformarono, dopo la vittoria del socialismo, in nemici giurati, operando di concerto con Inghilterra e Francia. Il loro ambasciatore in Russia, David R. Francis, fece tutto ciò ch’era in suo potere per realizzare un golpe, rifornendo i controrivoluzionari russi di armi e mezzi finanziari.
Lo stesso Lansing presentò in gran segreto un memorandum al presidente americano, proponendo di dare tutti gli aiuti possibili al generale anti-bolscevico Kalidin, che stava raccogliendo forze nel sud della Russia per marciare su Mosca.
Il presidente Wilson approvò il memorandum e incaricò il colonnello Edward M. House di negoziare su questo argomento con Londra e Parigi. La questione dell’intervento militare congiunto fu discussa nel dicembre 1917 a Parigi, durante una conferenza straordinaria dei rappresentanti dell’Intesa. All’ordine del giorno era la ripartizione e la colonizzazione di tutta la Russia.
Il 3 gennaio 1918 Francis, convinto che il punto 4 dei famosi “Quattordici punti” del presidente Wìlson poteva essere interpretato in modo favorevole all’intervento armato, inviò a Washington un dispaccio per chiedere istruzioni in merito. Sei giorni dopo ricevette la risposta: “Ieri il presidente ha pronunciato un discorso al Congresso, parlando degli obiettivi della guerra e della posizione degli USA nei confronti della Russia”.
Francis, che non era uno sprovveduto, reagì immediatamente a questa risposta, generica solo in apparenza, raccomandando, con un messaggio in codice spedito il 21 febbraio, di occupare senza indugi Vladivostok, la base più importante per la conquista della Siberia, e di cedere agli inglesi e ai francesi Murmansk e Arcangelo, da dove poi l’intervento si sarebbe esteso in direzione di Pietrogrado e Mosca.
Insomma, facendo passare la tutela dell’integrità territoriale della Russia per un problema della politica estera ufficiale di Washington, Wilson ne incoraggiava di fatto lo smembramento. La vera intenzione degli americani era quella d’impedire che fossero gli europei e i nipponici a spartirsi la gran parte dei territori sovietici. Wilson voleva che si costituissero vari governi provvisori, indipendenti non solo da Mosca ma anche dagli europei.
Gli USA furono così ipocriti che chiesero ai nipponici d’inviare diverse navi da guerra, comandate dall’ammiraglio Katō Tomosaburō, nella baia di Vladivostok. D’altra parte i governi americani si comportano spesso così: quando vedono che l’avversario è molto forte, mandano avanti qualcun altro, preferendo agire dietro le quinte. Questo perché hanno a che fare con una popolazione interna molto individualistica, interessata solo ad arricchirsi, per cui ci vogliono motivazioni molto convincenti per indurla a entrare in guerra (p.es. ci vorrà l’attacco alla base di Pearl Harbor per scatenare la guerra al Giappone o l’attacco alle Torri Gemelle per inventarsi come nemico il cosiddetto “terrorismo islamico”).
L’ambasciatore americano cercò di assicurare il governo sovietico che il suo Paese non era coinvolto nelle manovre giapponesi, ma il 6 luglio 1918, in una riunione segreta della Casa Bianca, si prese la decisione d’intervenire militarmente (quella è una data storica, poiché indica che da più di un secolo gli USA tentano di smembrare la Russia). In quello stesso giorno a Mosca veniva assassinato l’ambasciatore tedesco Wilhelm von Mirbach, cui seguì una mezza rivolta antibolscevica dei socialisti rivoluzionari di sinistra. Una bella coincidenza, no?
Nella dichiarazione ufficiale del governo statunitense, in data 3 agosto 1918, veniva detto che le unità americane sarebbero state utilizzate unicamente per difendere gli arsenali di cui le truppe russe (s’intende della guardia bianca) avrebbero potuto in seguito aver bisogno. Ma si parlò anche della necessità di proteggere la ferrovia transiberiana e anche di tutelare un corpo cecoslovacco composto di quasi 70.000 ex prigionieri di guerra che avevano combattuto contro la Russia zarista per conto dell’esercito austro-ungarico. Naturalmente erano tutti pretesti ridicoli.
Le 9.000 unità americane, incorporate alle truppe dell’Intesa, comandate dal generale William S. Graves, penetrarono in Russia allo scopo di occuparne una parte. Lo stesso ammiraglio Austin M. Night, comandante dell’incrociatore Brooklyn, che, sin dal novembre 1917, aveva gettato l’ancora nella baia di Vladivostok, cominciò a installare un governo controrivoluzionario in Siberia. Da notare che il Congresso USA non dichiarò mai guerra alla Russia sovietica o la rottura dei rapporti diplomatici, e Washington non ricevette dal governo sovietico alcuna richiesta di aiuti militari contro i Bianchi.
Passato un mese l’Intesa farà sbarcare 100.000 uomini a Vladivostok: operazione, questa, che sarà seguita dall’occupazione della Transbaikal e dei territori dell’Amur. Questo per venire incontro al generale Graves, che aveva capito, vedendo la resistenza delle popolazioni siberiane, che l’intervento si stava rivelando più difficoltoso del previsto e che gli americani si stavano compromettendo eccessivamente con le stragi compiute nella Siberia orientale dagli atamani Semionov e Kalmykov e nella Siberia occidentale dagli atamani Rosanov e Annenkov.
Partendo da Arcangelo le truppe americane avanzarono verso l’interno, onde potersi ricongiungere col governo controrivoluzionario dell’ammiraglio Aleksandr Kolchak, governatore di Omsk, e chiudere così l’anello di ferro dell’hinterland russo, portando alla fame le popolazioni locali.
La responsabilità del golpe militare che mandò l’ammiraglio Kolchak al potere appartiene completamente al generale Alfred Knox, capo della missione inglese. Il governo Kolchak, cui appartenevano ufficiali di orientamento filomonarchico, filonipponico e filogermanico, nonché un gruppo di comandanti cosacchi, si distingueva per la sua ferocia e intransigenza ideologica. Considerava “bolscevichi” tutti gli oppositori, eliminandoli senza scrupoli e reclutando con forza i contadini nel suo esercito.
Americani e anglo-francesi crearono una rete di carceri e campi di concentramento, compivano violenze dì massa contro la popolazione, fucilavano i partigiani, distruggevano interi villaggi. Educati nello spirito del razzismo e dello sciovinismo nazionalistico – al pari dei giapponesi – i soldati americani disprezzavano profondamente i russi, trattandoli come indigeni di una colonia appena conquistata.
Molti soldati e ufficiali, esperti nel business, trafficavano coi cercatori d’oro, coi cacciatori della taiga, acquistando le merci a un prezzo tre volte inferiore al loro valore, oppure scambiandole con gli alcolici. Banche di Washington, di Londra, di Parigi aprirono pingui conti correnti ai generali antibolscevichi Kadelin, Kornilov, Krasnov. Nell’arco di soli tre mesi, nel 1919, le forze dell’Intesa si erano impossessate di più di 3 milioni di capi di pellicce pregiate siberiane. In un anno esportarono 14 milioni di puds di aringhe dall’Estremo Oriente. I danni provocati all’economia nazionale di questa regione ammontarono alla fine del conflitto all’astronomica cifra di 542 milioni di rubli-oro.
I governi degli Stati imperialisti, persino quelli alleati della Russia, volevano assolutamente la fine della Repubblica sovietica, per suddividerla in varie colonie. Al Dipartimento di Stato americano era stata elaborata una cartina geografica della Russia sovietica, nella quale il territorio di quest’ultima veniva circoscritto all’Altopiano centrale russo.
I britannici nell’agosto 1918 occuparono Baku; in novembre reparti francesi e greci sotto la protezione della marina anglo-francese sbarcarono a Odessa, e così via tutti gli altri. Ad un certo punto i Paesi che cercarono d’invadere la Russia furono ben 14 (oggi sono almeno il doppio!). Alla fine del 1918 praticamente i 3/4 del territorio russo era nelle mani degli interventisti stranieri e dei controrivoluzionari interni, e nella primavera del 1919 queste forze disponevano di circa un milione di militari. La gran parte dei territori se li presero però i tedeschi con la pace di Brest-Litovsk, grazie alla quale i sovietici poterono riprendersi il resto del Paese.
Secondo il generale Graves l’appoggio manu militari del suo Paese al governo monarchico controrivoluzionario era costato l’odio del 90% della popolazione siberiana. Il 9 gennaio 1920 il governo USA dichiarò ufficialmente che le truppe americane sarebbero state ritirate in pochi mesi. L’ultimo gruppo di interventisti americani che lasciò la terra sovietica fu nel novembre 1922.
Una volta che le passioni furono sopite, Graves poté scrivere nelle sue memorie che l’obiettivo principale dell’intervento era stato tenuto segretamente nascosto all’opinione pubblica. Questo perché si pensava di bloccare con la forza delle armi l’espansione del comunismo. Inoltre vi era il desiderio d’impadronirsi delle immense risorse naturali della Russia.
Ancora oggi gli statisti americani vedono di buon occhio uno smembramento della Federazione Russa in tante repubbliche federate. Nel 1997 il consigliere Brzezinski parlava esplicitamente di “European Russia, Siberian Republic, Far Eastern Republic”.
Il lupo perde il pelo...













































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