
Lettere dal Sahel IV
di Mauro Armanino
Il prezzo della sabbia e la sabbia da buttare di Niamey
Niamey, 15 gennaio 2023. C’è sabbia e sabbia. Quella che si vende, quella gratuita e quella da buttare. La sabbia bianca è più cara di quella rossa ma entrambe sono aumentate di prezzo a Niamey, capitale e cantiere permanente. I motivi dell’aumento dei prezzi della sabbia da costruzione sono molteplici. Complice il livello dell’acqua del fiume è più difficile trovare posti utili all’operazione. Le tasse della municipalità e il rincaro del gasolio, rendono il viaggio di sabbia col camion più oneroso a seconda dalla distanza da percorrere. Molta gente vive della sabbia. Gli scavatori, i rivenditori, i trasportatori e infine i lavoratori sui cantieri che, grazie alla sabbia, sbarcano il lunario in questi tempi di recessione armata.
La sabbia gratuita si respira con la polvere, si porta in giro senza accorgersene, si adagia come un tappeto e si confonde con la cronaca.
Il quotidiano dei cittadini né è impregnato perché, dalla politica all’economia passando per il lavoro, la sabbia è come un cane fedele che aspetta il ritorno a casa del padrone. Inutile lamentarsi della lentezza della connessione del net, dell’incertezza della linea telefonica appena riparata o delle fatture esorbitanti dell’elettricità. La sabbia costituisce come il collante di un mondo che, senza di lei, cadrebbe nel mercantilismo più feroce di cui la gestione della pandemia del Covid ha dimostrato i limiti.
La sabbia da buttare, invece, si trova di norma lungo le strade della città. Passano con irregolare scadenza i pulitori che, armati di giubbetto verde, ramazza, pala e carriola, ammassano la sabbia e poi la spostano più in là di qualche metro. Essa, consapevole della sua identità, torna appena possibile al posto a lei assegnato dal destino. La sabbia da buttare è costituita dalla maggioranza del popolo che vive nell’indigenza. Appare il più sovente come carico da buttare, se necessario, per salvare la nave dal naufragio. Sono decretati inutili, invisibili e superflui. Sono coloro che si sanno attraversati dalle elezioni presidenziali, le campagne elettorali , i progetti di sviluppo e le promesse di un paradiso nel caso tutto il resto andasse male.
Delle tre sabbie citate, quella che è aumentata di prezzo, quella gratuita e la sabbia da buttare, sarà quest’ultima che, come preziosa eredità, rimarrà per sempre sulle strade della storia.
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Nomi e storie di sabbia dal Sahel
Niamey, 22 gennaio 2023. Cécé, che faceva il piastrellista nella sua Guinea d’origine è appena tornato dall’Algeria dove non poteva mai uscire dal cantiere edile dove aveva trovato, infine, un lavoro precario. Dice che lo pagavano a volte e meno del dovuto. Non valeva la pena rimanere ancora ed ha scelto dunque di tornare a casa per ritrovare lo stesso mestiere che aveva lasciato l’anno prima. Un’andata e un ritorno a tappe che traccia geografie politiche, frontiere immaginate, espulsioni, deportazioni, allontanamenti mirati e destini sconfitti. Il sentimento di vergogna per quanto investito in termini di tempo, denaro, energie, sogni e rimpianti si mescola con l’amaro sollievo di essere, malgrado tutto, ancora in vita. Non è poco di questi tempi nei quali i mari, i deserti e soprattutto l’uso delle frontiere non sono che sofisticati sistemi di eliminazioni a punti.
Arrivano il giorno dopo ma sono in città, a loro dire, da un paio di settimane. Entrambi originari della Liberia e partiti assieme alla volta del Sudan con la segreta speranza di raggiungere, via l’Egitto, l’Europa. Maurice ha fatto l’università e insegnava mentre Amos si affermava come tecnico nell’ informatica. Solo che nel Sudan la situazione è tragica a causa della resistenza alla dittatura militare. Trovano inutile e impossibile rimanere ulteriormente nel Sudan e qui sopravvivono dormendo dove possono ospiti del Mercato Grande di Niamey. Sono in attesa di rifare il cammino di ritorno al Paese che li ha abbandonati dopo averli illusi con un presidente e una pace senza pane e fantasia. Profumano di viaggio e di avventure mai sopite perché vanno in Liberia con qualche anno e alcuni deserti in più da raccontare a coloro che hanno lasciato a casa.
Vivono, assieme a James, i suoi quattro figli e la madre, sotto una precaria tenda che non protegge da nulla. Come nuovi ‘naufraghi dello sviluppo’, come li definiva l’amico economista Serge Latouche anni or sono. Superstiti di un modello di società che non solo crea ma abbisogna di naufraghi come loro. Utili per tenere a bada la ciurma della nave, perché non si ammutini per dell’assenza di terra all’orizzonte. O allora sono anch’essi da annoverare tra i disertori che fuggono da quanto di più certo hanno, come noi, ereditato: una terra, le loro radici, una lingua e una storia. Rischiano un altrove senza avere le stesse garanzie di Abramo che, già anziano, aveva scelto di abbandonare la sua terra, con una parvenza di promessa divina.
Invece Alfred giura che non era mai passato da noi, che era tornato dall’Algeria, che lì era stato prima braccato e poi espulso. Che aveva perso il suo bagaglio rubato alla stazione dei bus e per questo non aveva documenti! Niente della sua storia, lo avrebbe confessato il giorno dopo, corrispondeva al vero eppure era la sua unica storia del momento. Lui e altri nomi sono gli artisti di un mondo che, forse, solo la sabbia può tornare a creare con un sorriso di complicità.
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L’impero del silenzio nel Sahel
Niamey 27 gennaio, giorno della memoria. Il silenzio, in qualunque modo usato e applicato, è pericoloso tanto quanto la parola. D’altra parte, a ben pensarci, uno non sta senza l’altro perché sono entrambi figli dell’esitazione originale. Il compito di dare un nome alle cose, nell’affresco biblico del libro della Genesi, è parte costitutiva dell’opera creatrice dell’umanità. Parola e silenzio, ciascuno a modo loro, creano o sottraggono qualcosa di inedito alla realtà. Così come per la parola anche il silenzio si presenta sotto variegate e talvolta opposte forme. C’è, ad esempio, il silenzio complice di chi vede e sa ma, per opportunismo o vigliaccheria, tace quanto avrebbe dovuto essere gridato dal tetto. Questo tipo di silenzio si apparenta a quanto, anni or sono, scriveva il giornalista di investigazione del Burkina Faso Norbert Zongo, trovato ucciso il 13 dicembre del 1998 in un’auto … ‘La cosa peggiore non è tanto la cattiveria dei malvagi quanto il silenzio dei buoni’… Il silenzio complice in questione sembra avere una lunga vita nel Sahel e, con ogni probabilità, anche in altre zone.
La cultura del silenzio, di cui si parla con allusioni più o meno esplicite, a popoli e tradizioni ancestrali, si riferisce ad un silenzio che protegge, custodisce, conserva e salvaguarda l’onore e il buon nome della famiglia, della persona o del gruppo. Le popolazioni di origine contadina sviluppano una particolare capacità nell’assumere e creare impenetrabili barriere allo sguardo esterno e molesto di chi appare come ‘straniero’. La violenza famigliare, simboli culturali, iniziazioni rituali ma anche efferati delitti o strategie di dominazione potranno perpetuarsi anche grazie a questo tipo di silenzio. In positivo esso permette di ‘resistere’ e ‘dare una ragione’ all’insensatezza di aspetti della realtà che sfuggono ad ogni tentativo di comprensione. Evidentemente questo non giustifica affatto un tacere, il silenzio appunto, che in definitiva, viene come a ratificare lo stato ‘naturale’ delle cose e dei rapporti sociali. Esso ha, in particolare, caratterizzato l’attitudine di generazioni di donne che hanno sofferto in silenzio l’oppressione e la violenza.
C’è, poi, un silenzio forse unico nell’esperienza umana che è quello del dolore. E’ il silenzio che, spesso, segue il grido di dolore o di rabbia. Come se non esistessero parole in grado di dire, spiegare o semplicemente balbettare l’immensità del dolore di cui si fa l’esperienza. La malattia, la fame, la guerra, le persecuzioni, l’ingiustizia patita, la riduzione dell’umano a cosa mercantile, il tradimento e l’improvvisa scomparsa di una persona cara. Questo e molto altro, da mettere sotto il capitolo infinito della sofferenza, proprio per la sua radicale appartenenza al singolo, diventa indicibile. Solo il silenzio, un silenzio denso e, per certi versi, fecondo, può in qualche misura comunicare l’incomunicabile. E’il silenzio del testimone dei campi di sterminio dell’epoca nazista che i ‘sopravvissuti’ , tra di loro Elie Wiesel e Primo Levi, hanno vissuto e patito per anni. Hanno avuto bisogno di tempo per tentare di tradurre, spesso ad increduli, il dramma innominabile che li ha cambiati per sempre. I campi continuano in Libia e, lo sappiamo, rimane solo l’Urlo’.
Potremmo infine citare il silenzio che, in assoluto, tutti li contiene e che, a suo modo, li esprime: il silenzio di Dio. Potremmo definirlo come il silenzio assoluto perché oltre e prima del quale tutto rischia di cadere nell’assurdo. Un silenzio attribuito a Dio oppure frutto di coloro che hanno dimenticato ciò che attraversa ogni umana esperienza. In realtà, contrariamente a quanto si dice, all’inizio di tutto ciò che costituisce la vita e cioè l’amicizia, il lavoro, la morte, il male, la violenza, la sopraffazione, le persecuzioni e l’amore, non troviamo la parola ma il silenzio! Esso è portato via dal vento e, per una misteriosa opera della creazione, lo trasforma in polvere che, del silenzio, è l’immagine più fedele .
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Le vite incrociate di Niamey
Niamey, 5 febbraio 2023. C’è quella di John che, coi tre figli e la madre, scappano dalla guerra di Charles Taylor in Liberia nel 1990. Da Sanniquillie, luogo della pre- conferenza panafricana del 1959, va nella vicina Guinea. Nel ’94 si separa da Josephine e parte solo coi figli a Danane, in Costa d’Avorio, dove trova una nuova madre per loro di nome Andrea. Dopo il suo inspiegabile decesso avvenuto nel 1998 John, attraversando il Mali e la Mauritania, raggiunge il Marocco dove sua figlia primogenita, tramite un conoscente, era partita per studiare. Grazie a una Ong può mandare gratuitamente i figli a scuola mentre sua figlia Justina, che l’aveva fatto venire in Marocco, è inviata in Malesia per motivi di lavoro. John rimane per qualche anno a Casablanca e lì, nel 2009, scopre con amarezza di essere ammalato di AIDS e comincia le terapie mediche adatte per l’infezione. Siamo ormai nel 2012 e John, coi figli che hanno nel frattempo terminato la scuola, torna in Costa d’Avorio con la complicità dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, l’OIM.
Residente, per motivi di lavoro, nella città di Korhogo incontra Ramatou, originaria del Burkina Faso, già prima madre di due figli. Conosce la famiglia di lei nel suo Paese di origine e ivi celebrano le nozze secondo la tradizione. Tornati in Costa d’Avorio, John si improvvisa minatore e mette da parte il sufficiente per il viaggio che, col sogno di raggiungere l’Italia, l’avrebbe condotto in Libia. Per arrivarvi attraversa il Ghana, il Togo, il Benin, la Nigeria e il Chad. A Zuwarah tenta per due volte coi passeurs e perde almeno 1 400 dollari per imbroglio. Non gli resta che tornare a casa ed è proprio quello che John cerca di fare dopo essere passato per Djamena nel Chad e, col bus, aver raggiunto Niamey. Dorme in un alloggio di fortuna, la stessa che lo portato fin qui.
C’è quella di Diallo che, nato in Guinea, fa i suoi studi in Sierra Leone perché sua madre è originaria di questo Paese che la guerra civile e i diamanti hanno insanguinato. Alla morte del padre, nel 2018, parte per l’Algeria con la speranza di continuare gli studi. Passa nel vicino Marocco e, con altri 74 migranti stivati in un ‘Zodiaco’, tenta di attraversare il mare per sbarcare in Spagna. Le guardie costiere marocchine, chiamate anche ‘Bamboula’(nome di un tamburo), lo riportano al mittente e, in seguito, lo abbandonano nel deserto algerino. Pure lui, come John e tanti altri, fa il cammino a ritroso, tra banditi, militari, contrabbandieri, camion e marce di notte nel deserto. Per questi giorni di attesa ha trovato una precaria sistemazione presso la ‘3 STV’, una delle numerose compagnie di viaggi di Niamey, dove tutte le vite si incrociano.









































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