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Andrea Zhok, "Oltre destra e sinistra", Il Cerchio, 2023

recensione di Venceslav Soroczynski

Si sa che ci sono essenzialmente due modi di votare: con i figli e senza. Quando si è genitori, si maneggia la scheda elettorale con delicatezza, si entra in cabina come nelle chiese di altre e misteriose religioni, si leggono i nomi con ponderatezza e si traccia il segno col cuore in gola. Il voto espresso dopo che si è commessa l'imprudenza di affidare un figlio alla realtà sembra avere un maggiore peso nella Storia dell'umanità. Ecco perché, in quei momenti, non ci viene neppure in aiuto la fulminante e insostenibile, idea di Flaiano che, se non si è di sinistra a vent'anni e di destra a cinquanta, non si è capito niente della vita. Essa appare una battuta, buona per gli anni Settanta ma, ormai, inadeguata. Oggi, piuttosto, si è, ma solo per istinto, di sinistra a cinquant'anni e di destra a ottanta, visto che, a venti, sappiamo come pubblicare un video su TikTok e, a cinquanta, qualcuno è ancora impegnato in un tirocinio gratuito.

L'aforisma di Flaiano ha, però, ancora un senso e chiarissimo: quando si è giovani, si vota per rivoluzionare; quando si è anziani, per conservare. Talvolta, l'impulso permane e si continua a credere che la sinistra sia progressista e la destra moderata.

Ma l'impulso è il grande errore, è la credenza, è l'esercizio di un'inspiegabile, e infatti immotivata, fiducia. Invero, i più recenti risultati elettorali suggeriscono che il calcare fideistico si stia sciogliendo, ma lasciano anche il sospetto che il corpo elettorale sia passato da un errore a un altro: come votiamo, sbagliamo. Non ne imbrocchiamo una. Ma perché? Perché ignoriamo un ampio spazio della geografia, un lungo lasso di tempo, una larga porzione della realtà. Ciò che Andrea Zhok cerca di fare con questo breve saggio è colmare quei vuoti: spiegarci, con tanta pazienza, con parole comprensibili, in un testo affatto maneggevole, che la destra e la sinistra sono meri “simulacri”.

Zhok è professore di filosofia, dunque testardamente attratto dalla ricerca della chiarezza, della verità, dei rapporti causa-effetto. E, ogni tanto, neppure a noi fa male immergerci in quella curiosa e poco frequentata cosa che è la realtà. Perciò, invece di leggere i più diffusi e distratti giornali dei nostri tempi, mi sono gettato su "Oltre destra e sinistra", come uno che annega nell'informazione, ma a cui sfugge il quadro generale.

L'autore prende le mosse da una analisi storica che spiega come il "progressismo", sin dall'Ottocento, fosse espressione del bisogno della borghesia di cambiare, progredire allo scopo di scardinare i privilegi della proprietà terriera. Ma, nel tritatutto della rivoluzione industriale, finirono le classi lavoratrici, i contadini, i minori, le madri. Quindi, progresso per qualcuno già significa regresso per qualcun altro. L'autore ci fa infatti notare che i suoi effetti furono positivi solo per un decimo degli attori coinvolti, mentre per i restanti nove, le condizioni peggiorarono. Il progressismo diventa così già liberal-capitalista. Dunque, il Manifesto di Marx ed Engels non poteva che essere critico nei suoi confronti, affermando che non basta progredire nel senso di cambiare, è bensì necessario correggere gli errori del passato, conservandone il valore – oggi, diremmo "i valori". Dunque, se progressismo è un impulso nevrotico o cinico a beneficio di alcuni, progresso è il risultato di un'azione ponderata a beneficio di tutti.

Il progressismo criticato da Marx è un progressismo liberale, che mal sopporta i vincoli poiché non ha tempo da perdere: deve cercare nuovi mercati e accumulare capitale. Nuota bene nella società liquida che è tale dal punto di vista sociale, identitario, antropologico. Il socialismo scientifico perde la sua originaria connotazione storica e si disperde nel significato scientifico della scienza naturale. Ciò che la scienza rende possibile è ammesso, soprattutto se serve al capitale, indipendentemente dalle disposizioni naturali dell'individuo. Ancora oggi, l'"esperto" influenza l'opinione della massa, mentre l'intellettuale è inascoltato. Impossibile non ricordare, a proposito, le illuminanti parole di Thomas Stearns Eliot: «Dov'è la saggezza che abbiamo / Perso nella conoscenza? / Dov'è la conoscenza che abbiamo / Perso nell'informazione?» (The Rock, 1934).

È così, guardando a paesi “progrediti”, destra e sinistra copiano i modelli peggiori, che erodono la qualità e la quantità dei servizi pubblici essenziali, con il pretesto di rendere la macchina statale più leggera. I diritti sociali, con la scusa di aumentare la flessibilità. Come dice l'Autore, destra e sinistra sono divenute mere varianti del progressismo liberale (peraltro, ricordiamo che Gianni Agnelli si lasciò sfuggire che, in Italia, solo la sinistra può fare riforme di destra. E, infatti, qualche anno dopo, fu proprio il governo PD di Renzi a depotenziare le tutele sancite dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori).

Zhok afferma che vi è oggi un vero e proprio attacco alla natura umana, attacco che ha lo scopo di cancellare ogni istituto non negoziabile, inclusa la famiglia: “... ogni legame di carattere affettivo stabile rappresenta un problema nell’ottica del capitale, perché rende il comportamento dell’individuo dipendente da un vincolo estraneo alle richieste di mercato”. E se si pensa che “... la famiglia è il luogo principale dove tutte le tensioni e contraddizioni del mondo si scaricano, dove vengono ammortizzate, e dove cercano, faticosamente, una soluzione. Dunque le famiglie, soprattutto quelle ben funzionanti, sono luoghi di lavoro intensivo, lavoro sulle aspettative, sulla comunicazione, sulla costruzione di motivazioni, sul senso della propria esistenza”, ben si comprenderà la devastazione sociale che la tesi lascia presagire.

L'autore passa a farci degli esempi delle modalità con le quali il progressismo liberale scardina le istituzioni sociali e quelle intime dell'individuo: la gravidanza surrogata, che comincia a sembrare un tipo di affitto come un altro; la fluidità di genere, che rende ormai sfumate, sfumabili, adattabili, flessibili, precarie le identità biologiche; il "second-wave femminism", che non ha più il giusto obiettivo di parità, ma che invece mira a individuare nell'altro sesso il soggetto sfruttatore: non è quindi la nuova società liberale l'origine delle ingiustizie, ma un qualche maschio che sta nell'ingranaggio della struttura.

Il libro dice molto altro ancora, così diagnosticando precisamente un malessere, il cui sintomo si sostanzia nel fatto che noi, in fondo, non votiamo: noi compriamo della merce. Per dirla alla Debord, “Tutta la vita delle società in cui regnano le moderne condizioni di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione” (La società dello spettacolo, 1967). Noi scegliamo delle immagini, compriamo il biglietto per dei monologhi, infatti “Lo spettacolo è il contrario del dialogo” (ancora Debord). Così facendo, dove siamo giunti? Ho la sensazione che, nella distrazione decennale, la nave abbia semplicemente compiuto una lenta virata a destra. La politica interna – perché quella estera, ormai l'abbiamo capito, non è altro che l'esecuzione degli ordini statunitensi – è di destra.

Ed è una destra o liberale, o liberista, o fascista. Nella politica tributaria, è liberale: per quote di reddito anche molto alte, il contribuente può applicare una tassa piatta violentemente anticostituzionale – e non è un fatto teorico: semplicemente, chi ha di più paga, in proporzione, di meno. Nella politica sanitaria, o è liberista (se ha disponibilità materiali, il malato può pagarsi la visita privata a 150 euro; se non ne ha, aspetta 14 mesi per una visita), o è fascista (o ci si inietta una sostanza inefficace e potenzialmente tossica, o si rinuncia allo stipendio e si entra nella schiera dei diversi non tutelati dal disegno di legge Zan). Ho fatto solo alcuni esempi.

La politica italiana, nelle grandi scelte, viaggia sui binari del tram e il tranviere non può girare a destra o a sinistra quando vuole lui. Il tranviere, nelle cose che contano, deve seguire la strada di ferro il cui progettista è dall'altra parte dell'Atlantico e ci guarda come si guarda un sacrificabile alleato. Quella in cui siamo viscidamente implicati non è la guerra della Russia contro l'Ucraina: è la guerra degli USA contro l'Europa tutta. Ci hanno tolto l'approvvigionamento delle materie prime a basso costo, i mercati di sbocco dei prodotti italiani del lusso, i turisti che spendevano di più nelle nostre spiagge e sulle nostre montagne. Ci hanno tolto tutto questo forse per decenni. E stanno lavorando per toglierci il produttore manifatturiero cinese.

Come lo stesso autore scrisse mirabilmente qualche tempo fa, “Noi non siamo sotto l'ombrello della Nato; noi siamo l'ombrello della Nato”. Essa, questa è opinione mia, si comporta come la mafia, cioè viene a trovarvi e vi dice: “Tu hai bisogno di qualcuno che ti protegga da quelli che vogliono dare fuoco al tuo negozio”. Accade che, se non pagate la sua “protezione”, il vostro negozio viene veramente bruciato, ma è la mafia stessa ad averlo fatto. Questo “modello di business” è lo stesso applicato contro l'Italia ogni qual volta essa ha voluto far a meno della protezione imposta dal blocco di interessi con sede in USA e UK, dall'assassinio Mattei in poi.

Ora, noi certamente non possiamo ignorare l'avvertimento di Machiavelli che osservava che non appena un “popolare” saliva al rango dei “signori” nel governo di Firenze, indeboliva le sue istanze rivoluzionarie, poiché si rendeva conto di quale fosse le realtà della Repubblica: “E come egli era salito in quel luogo e che ei vedeva le cose più da presso, conosceva i disordini donde nascevano ed i pericoli che soprastavano e la difficoltà nel rimediarvi … e diventava subito d'un altro animo e d'un altra fatta” (Discorsi, I, 47). Ed evidentemente, anche ai giorni nostri, una forza politica, finché è all'opposizione, ha gioco facile nel criticare le azioni di chi sta al governo, ma, quando essa stessa vi giunge e comprende i reali rapporti di forza, finisce per replicare la politica precedente.

Non per questo dobbiamo arrenderci ma, quantomeno, dovremmo avere la lucidità di giudicare un partito non quando è all'opposizione, ma quando governa. E soprattutto, che ci resta pur sempre una possibilità: dare la fiducia a chi non è né di destra né di sinistra, poiché non è ancora “salito in quel luogo”. 

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Comments

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Giulio larosa
Thursday, 22 June 2023 07:37
Un inizio di buon senso molto condivisibile. Ma la sinistra e la destra politica contemporanee sono ormai delle catene o se vuoi dei binari che vanno divelti. O si supera questa distinzione ridicola rinunciando anche agli sputtanatissimi riti periodici, 25 aprile ecc o si resta non so prigionieri ma complici
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