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Lettere dal Sahel VIII

di Mauro Armanino

 

Le vite bruciate del Sahel

Niamey, giugno 2023. Li hanno trovati carbonizzati a qualche kilometro da Madama, nel deserto nigerino che lambisce quello della Libia. Sei migranti che l’incendio del veicolo che li trasportava ha ridotto in cenere e che i militari nigerini, accorsi sul posto, non hanno potuto identificare. Poco lontano dai resti giacevano, feriti dalle fiamme di un altro veicolo, altri dieci migranti. Vite bruciate di giovani che la saggia follia del miraggio di un futuro altro, ha buttato lontano dalle piste conosciute dagli autisti delle camionette. Questi giovani bruciati sono metafore di quanto, da troppo tempo ormai, accade nel Sahel e nel Continente.

In Algeria li chiamano gli ‘Harraga’ che, nell’arabo maghrebino, significa ‘coloro che bruciano’ (i propri documenti). Si tratta di giovani adulti che, in assenza di prospettive d’avvenire, sono spinti ad abbandonare l’Algeria con tutti i mezzi possibili, spesso con imbarcazioni di fortuna. La costa spagnola dista a circa 200 chilometri dalla costa algerina e sono in tanti ad aver tentato il viaggio della vita che non raramente, porta la morte.

Lo stesso nome è ripreso in Tunisia che, vista la cronica instabilità della Libia, sembra essere diventata il più importante luogo di partenza per i migranti che ‘bruciano i documenti’, gli Harraga.

Tunisini, algerini, senegalesi, guineani, maliani e rifugiati dalle guerre del Corno d’Africa, il Sudan, il Congo Democratico e altri Paesi, bruciano per andare altrove. Troppo spesso, infatti, si sentono intrappolati da stati autocratici nei quali la censura, la miseria e la disoccupazione spingono i giovani a rincorrere un futuro confiscato per sempre. Molti scelgono la lotta col mare, col deserto e soprattutto col destino che altri hanno firmato per loro. C’è un crescente senso di disperazione che, come un vento impetuoso, porta lontano, sempre più lontano le speranze. C’è chi brucia dentro per inseguire il desiderio di vivere, c’è chi brucia i documenti e chi, come accaduto la settimana scorsa, brucia nel deserto.

Pazzi, profeti, esagerati, irresponsabili o forse semplicemente giovani con la fiamma che brucia frontiere, documenti, permessi di transito e leggi che dovrebbero proteggerli. Nel passato erano i militari che, in buon ordine, scortavano i migranti in Libia perché potessero lavorare il tempo necessario per aiutare la famiglia in patria. Arrivarono le leggi, le frontiere di esportazione nuove di zecca, con l’incriminazione e l’arresto degli autisti e di quanti favorivano la migrazione. Il risultato, ancora parziale, sono centinaia di morti nel deserto (528 persone in un trimestre, secondo un recente rapporto dell’Organizzazione Integrazione per le Migrazioni, OIM). D’altronde l’organizzazione ‘Border Forensic’, in un documento pubblicato il mese scorso, indica che i migranti, su piste isolate, hanno scarse possibilità di sopravvivenza nella traversata del deserto.

Ritorna in mente lo scritto di un poeta turco di nome Nazim Hikmet…’Che io bruci/ che cenere io diventi/ come Kerem/ se io non…/ se noi non bruciamo/ come le tenebre diventeranno luce’?

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Per poi morire a Niamey

Niamey, 16 giugno 2023. John è morto all’età di 19 anni di tubercolosi nel campo di Hamdallaye. Appena quattordicenne aveva abbandonato il Sudan del Sud perché, dalla sua nascita, non aveva conosciuto nient’altro che la guerra. Voleva un mondo che non aveva mai visto prima e del quale le immagini lo seducevano per scappare lontano. Raggiunta infine la Libia, con altri compagni di viaggio, non ha potuto evitare di essere imprigionato e ridotto in schiavitù nei campi di detenzione libici che l’Europa finanzia. Ivi diventa maggiorenne finché, per accordi umanitari, arriva a Niamey e soggiorna per un paio di settimane nel campo di transito per i rifugiati. Il villaggio che ospita il campo si chiama Hamdallaye, nome arabo che significa ‘ Lode a Dio’ e si trova a una trentina di chilometri dalla capitale. Affetto di tubercolosi soccombe alla malattia nel campo di transito che lo ha accolto per il viaggio definitivo nel cimitero cristiano di Niamey. La tomba è stata scavata il mattino stesso della sepoltura che si è celebrata alla presenza di alcuni compagni di viaggio e vari operatori dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Il feretro semplice ed essenziale, con quattro piccole maniglie, e poi la terra a coprire il corpo di John, nome che vuol dire ‘Dono di Dio’.

Questo venerdì mattina, giorno della sepoltura, a Niamey era sereno dopo la pioggia dei giorni scorsi, attesa e temuta come accade nel Sahel. Accanto al feretro di John, nell’atrio adibito per le preghiere prima della sepoltura, stavano in silenzio alcuni eritrei, sudanesi e originari del Camerun che lo hanno accolto per i pochi giorni di vita che gli rimanevano. Era arrivato ammalato per le condizioni di vita disumane nei campi di detenzione in Libia. Prima che l’assistenza medica potesse intervenire John è partito altrove onde raggiungere l’unica patria che non ha territorio, bandiera o esercito che difenda le frontiere. Dal Sudan del Sud, ultimo nato nel consesso dei popoli per la secessione dal Grande Sudan, John ha terminato l’esodo nel Niger. La sabbia del cimitero cristiano di Niamey l’ha accolto senza fare distinzioni, discriminazioni o differenze. La tomba vuota è stata riempita dal feretro e poi dalla sabbia ancora fresca perché scavata di prima mattina da due volontari. Il canto a voce sommessa di un eritreo ha dato il tono alla semplice preghiera di commiato. Da una patria abbandonata per la guerra all’altra senza documenti di viaggio perché nascosta da qualche parte agli occhi profani dei potenti che fanno le guerre.

La sua famiglia è stata informata dell’ultimo viaggio di John, partito in fretta senza prima conoscere la destinazione del viaggio.

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Tirannie senza tiranni: uno sguardo dal Sahel

Niamey, 25 giugno 2023. La settimana prossima qui si festeggia la Tabaski o la festa del capro. Le strade più frequentate già si ornano di inconsapevoli montoni che saranno sgozzati, ripuliti, messi allo spiedo per la cottura e infine consumati in famiglia. L’atto del sacrificio si vuole come memoriale di quello di Abramo sul figlio Isacco (o Ismaele secondo il Corano), infine sostituito, appunto, da un capro. Solo che oggi, ad essere sacrificato, è il popolo dei poveri. Sono spesso i contadini assediati dai gruppi armati in nome di Dio, i migranti e rifugiati, condannati ad errare da un luogo all’altro perché osteggiati, respinti, deportati o semplicemente cancellati dalla sabbia. Oppure i carcerati ammassati a decine nelle prigioni, gli ammalati senza poter pagare le ricette o il posto letto e i giovani coi bambini scippati del futuro. Questi e altri sono sacrificati dalle politiche che privilegiano i commercianti, i faccendieri di ogni sorta e le persone in simbiosi col potere. Sacrificati nelle statistiche delle ‘macro-economie’ che ci si ostina a mostrare come segno della crescita del Paese. Sacrificati al saccheggio delle materie prime, dal commercio di armi, droga e persone. Capri d’oggi che si comprano sulle strade e il cui prezzo si negozia a seconda del peso e le dimensioni dell’animale.

C’è stata un’epoca nella quale identificare il tiranno sembrava facile. Lo si vedeva da vicino e aveva il volto del latifondista, del truffatore inveterato, del politico di circostanza o del dittatore i cui slogan erano stampati o disegnati sui muri dei paesi e delle città. C’erano personaggi ben noti per i quali incollare un nome e un indirizzo era ancora possibile. Il male sembrava circoscritto, localizzato e il cambiamento relativamente facile: abbattere il tiranno perché il mondo riprenda il suo corso abituale. Accadeva spesso, peraltro, che ad un tiranno ne seguisse un altro oppure che il mondo tanto agognato rassomigliava paurosamente a quello appena abbattuto.

Oggi tutto sembra più difficile perché alla tirannia non corrispondono più i volti o i nomi ma un sistema. Sembrano come tirannie senza tiranni che funzionano perché hanno imparato a memoria i meccanismi di funzionamento della dominazione globale. Vero, sappiamo i nomi delle famiglie e delle banche di notazione che incarnano il potere finanziario. Le sedi dei ‘think- tank’ che governano il pensiero le scelte dei politici. La strategia delle multinazionali delle armi che convincono alla calma i più riottosi. Conosciamo bene le scuole e le università dove si sono formati e i gruppi di potere a cui appartengono per regnare. Potremmo persino citare i luoghi dove passano le vacanze e il tipo di Dio che credono di tenere in ostaggio per garantirsi la tranquillità dell’anima.

In fondo sono gli stessi che sacrificano i poveri del loro popolo come si fa coi capri della festa prossima ventura. La tirannia non ha più bisogno di tiranni solo perché essi, da tempo, si sono bene accomodati dentro di noi. Il primo passo per riconoscerli e buttarli fuori sarà quello di riassaporare l’amaro gusto della libertà e camminare insieme nel deserto come mendicanti di verità.

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L’onore della patria diventa l’inno della Repubblica del Niger

Niamey, 2 luglio 2023. Il precedente si chiamava La Nigerienne ed era considerato come l‘inno nazionale’. Gli anni dell’indipendenza avanzano e il prossimo 3 agosto saranno 63, più della speranza di vita dei cittadini, che si attesta sui 58, donne comprese. L’Assemblea Nazionale, qualche giorno fa, ha ratificato la scelta del nuovo inno che sostituisce ciò che cantavano i bimbi a scuola, prima degli avvenimenti sportivi e nelle molteplici occasioni ufficiali. L’inno soppresso era stato scritto nel 1961 da un compositore francese di nome Maurice Albert Thiriet e sembrava inadatto a rappresentare quanto il Paese ha nel frattempo vissuto.

Lo ricordava lo scrittore inglese George Orwell nella sua opera più conosciuta, 1984. ‘Chi ha il potere sul presente ha il potere sul passato e chi ha il potere sul passato ha il potere sul futuro’. L’idea del nuovo inno, infatti, scaturisce dal malessere di una post indipendenza che l’inno non aveva saputo intravvedere, marcato com’era dallo spirito del tempo. Il testo parlava infatti di ‘fierezza e riconoscenza per la nuova libertà’ come se essa fosse stata il frutto di un prodigo dono del potere coloniale. Il un contesto nel quale si sente con una certa insofferenza la presenza del ‘padre-padrone’ francese ciò è apparso inaccettabile.

Il cammino della Repubblica nel contesto di insicurezza generalizzata dei Paesi limitrofi e all’interno del Paese stesso, ha spinto i legislatori a creare una commissione che rivedesse testo e musica dell’inno classico per modellarlo sulle nuove sensibilità. Non casualmente, dunque, il testo in questione parla di fratelli e sorelle come figli di una stessa Patria che, per l’onore della stessa, incarnano la forza, la perseveranza e tutte le virtù degli antenati, guerrieri intrepidi, determinati e fieri. La difesa della Patria al prezzo del sangue perché il Niger diventi un simbolo di dignità, come un emblema dell’Africa che cresce.

L’inno termina con l’invito accorato a portare in alto la bandiera del Paese perché sotto il cielo dell’Africa e altrove si costruisca assieme un mondo di giustizia, di pace e di progresso. Allora il Niger, Pese di pace, libero, forte e unito sarà la fierezza dell’Africa. Proprio in questo, secondo gli autori del testo, consiste l’onore della Patria, che offre il titolo all’inno della Repubblica. Una Repubblica fondata sull’onore dovuto ai propri cittadini a cominciare da coloro che ancora non hanno scoperto di esserlo. L’inno nazionale si è dunque trasformato in ‘Inno della Repubblica’ e dunque in un’entità che si vuole fondata sulla sovranità.

Quest’ultima, come dappertutto, è latitante perché confiscata, espropriata o svenduta molto spesso proprio da coloro che avrebbero potuto e dovuto garantirla. La classe politica e quella intellettuale, oltre che quella dei Grandi Commercianti del Sistema di spogliazione e spossesso che ne sono, in realtà, i principali fautori e complici. L’onore, la dignità e la sovranità non sono separabili e costituiscono, assieme, la ragione d’essere della Repubblica in quanto ambito nel quale il bene dei deboli e dei poveri sia salvaguardato e promosso. L’onore della Patria implica il riconoscimento effettivo e, dunque politico, dell’onore riservato a coloro ai quali è stato finora negato. Quando anche i figli dei poveri saranno sovrani e rispettati cittadini della Repubblica, allora l’inno potrà essere cantato senza vergogna.

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Quando la vita diventa un’avventura

Niamey, luglio 2023. Una vita non è mai normale. Specie se accade durante la guerra che, quando comincia, non finisce mai. Denzel lo sa perché tra la non pace e il conflitto armato dei gruppi ribelli ha scelto di andarsene in esilio. Sono vent’anni che non vede il suo Paese, la Liberia. Portato nel 2003, con altre centinaia di suoi compatrioti, in Nigeria, rimane nel campo profughi per sei anni, fino al 2009 e, in quel tempo, profitta per specializzarsi nell’informatica. Poi arriva il tempo del suo esodo e Denzel attraversa il Camerun, il Ciad e raggiunge infine la Libia nel 2011. Per le strane causalità del destino è proprio quell’anno che la Nato decide di liquidare l’ingombrante (per lei) Gheddafi e lui, che lavorava in un ristorante, è arrestato perché nero di pelle. Appena rilasciato se ne va in Egitto a cercare fortuna in corriera e dopo un altro anno torna in Libia. A Tripoli mette da parte i soldi sufficienti a pagarsi il viaggio in mare per l’Italia nel 2020. Fanno 1200 dollari.

Nel battello di gomma, uno Zodiac, accanto a giovani di vari Paesi si trovano alcune donne e bambini. Non troppo lontano dalla costa il battello inizia ad affondare e sono i guardiacoste libiche a soccorrerli e riportarli sulla terra ferma. Denzel si trova in uno dei campi di detenzione che arricchiscono il panorama umanitario della Libia. Il cibo è offerto una volta al giorno e l’acqua è semplicemente imbevibile mentre i bagni sono sorgente di infezioni e di disagio respiratorio. Grazie all’intervento di una persona dello staff dell’OIM, l’Organizzazione delle Migrazioni Internazionali a cui è consentita la visita del campo, ritrova la libertà perduta. Ammalato e ferito si trova prima a Tripoli da un amico e poi a Bengasi, sbarcando il lunario con lavori occasionali. Ormai il tempo che passa lo spinge a tornare al Paese che ha lasciato adolescente e dove, oltre la madre, si trovano quattro sorelle e tre fratelli incapaci di aiutarlo a fare il viaggio a ritroso.

Col bus prima e con mezzi di fortuna poi, raggiunge Niamey e le borse che contengono quanto ha potuto acquistare in Libia, vestiti e scarpe per la famiglia, sono ancora in viaggio e potrebbero arrivare a giorni. Tutto dipenderà dai mezzi di trasporto e dal Dio che si sente come i migranti perché pure Lui in cerca di una terra migliore visto come vanno le cose in quella che ha fatta sua. Intanto Denzel, nome di origine inglese che, secondo l’etimologia deriva da ‘dan’, che significa giudice, è arrivato ammalato. Dorme, da qualche giorno, presso una compagnia locale di trasporto passeggeri e attende che i bagagli arrivino, con un camion che ha già pagato. Ha lasciato all’autista il suo prezioso cellulare e una carta d’identità ormai scaduta.

La sua vita è un mosaico di avvenimenti che, messi assieme, formano una delle metafore più eloquenti del nostro tempo. Denzel, intanto, si prepara per il giorno del giudizio nel quale la pace non ancora trovata e la giustizia mai applicata saranno viste, assieme, attraversare il mare.

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Gli ultimi della classe e i fabbricanti di utopie

Niamey, luglio 2023. Siamo sempre e ancora gli ultimi della classe. Lo attesta il rapporto appena pubblicato dalle Nazioni Unite sulla povertà multidimensionale. Il documento descrive come la gente vive la povertà nei vari aspetti della vita quotidiana. L’accesso all’educazione, la sanità e il livello di vita che include l’alloggio, l’acqua potabile e i servizi igienico-sanitari sono gli elementi presi in considerazione per stilare l’indice. Secondo il comunicato 1,1 miliardi di persone sui 6,1 censiti vivono in povertà multidimensionale acuta in 110 Paesi. Nell’Africa sub sahariana sono 534 milioni e nell’Asia del Sud 389 milioni: circa cinque persone su sei sono povere. Malgrado le promesse, gli aiuti internazionali, il paradiso umanitario per le Nazioni Unite, le Ong, le associazioni, i viaggi all’estero del presidente della Repubblica e il nuovo inno nazionale, il Niger è confermato buon ultimo nei numerosi grafici e numeri del rapporto citato. Eppure il Paese è elogiato.

Il Paese si arma, riarma e riceve armi dappertutto. Di recente l’Egitto, ben nota democrazia applicata al popolo, ha fatto dono di armi e istruttori che si aggiungono a quelli francesi, tedeschi, italiani e, naturalmente, americani. La guerra è contro i denominati gruppi armati terroristi che, soprattutto nella zona delle tre frontiere, Niger, Burkina Faso e Mali, occupano ormai porzioni importanti di territorio. Ciò ha provocato l’esodo di centinaia di migliaia di persone, all’interno e all’esterno del proprio Paese con sofferenze inenarrabili. Tutto ciò accade anche e soprattutto perché questi Paesi, con la presumibile complicità di attori esterni, hanno perso l’unica battaglia che bisognava vincere: quella contro la miseria. Non mancano le analisi e neppure gli esperti che fioccano per gli inevitabili incontri di vertice e neppure le visite dei diplomatici che, specie nel caso del Niger, lodano la democratica stabilità del Paese e danno aiuti.

I bambini di meno di 18 anni rappresentano la metà delle persone povere della povertà multidimensionale (566 milioni). Il tasso di povertà dei bambini è del 27,7 per cento mentre per gli adulti è del 13,4 per cento. Proprio come per il capitalismo nascente dove i bambini erano sfruttati per la ben nota ‘accumulazione primitiva’ del capitale. Ancora oggi, e non solo in Africa, i bambini sono regolarmente sfruttati perché il capitalismo internazionale continui a funzionare bene, per i pochi a capo del sistema. D’altra parte, com’è noto, si conferma che la povertà è più accentuata nelle zone rurali che in quelle urbane, in tutte le zone del mondo. Il rapporto, naturalmente, non menziona i rifugiati, gli sfollati interni, i migranti e i nomadi transumanti che, nel vasto Sahel, costituiscono una porzione importante della popolazione. Sfugge, al documento sulla povertà multidimensionale, la crescente violenza alle frontiere e alla democrazia reale.

Ancora e sempre l’Africa sub sahariana e il nostro Niger accomodato all’ultimo posto della classifica della povertà multidimensionale delle Nazioni (poco) Unite. Visti i brillanti risultati dell’impegno umanitario forniti dalle miriadi di associazioni, enti, fondazioni e cooperazioni internazionali, il cammino per uscire da questa spirale infinita sembra alla portata. Tentare una moratoria di aiuti umanitari, per una decina d’anni, nel Paese. Le agenzie umanitarie, i fornitori d’armi, le cooperazioni bilaterali e i predatori ambulanti di illusioni religiose a buon mercato cessino gradualmente di operare. Vedremo allora che persino i commercianti di cocaina, che si avvalgono dell’appoggio dei gruppi armati, avranno meno bottino e rapimenti da rivendicare per finanziare le proprie mortali attività.

Gli hotel di lusso di Niamey, oggi appannaggio del mondo effimero dell’umanitario e delle diplomazie, saranno adibiti a scuole per poveri della città e a laboratori per fabbricare inedite utopie coi bambini di strada.

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Elogio delle resistenze, improvvisate, del Sahel

Niamey, 21 luglio 2023. Era da tempo che non accadeva a Niamey. Senza avvisare il temporale di sabbia ha colorato il cielo di oscurità rossastra e, per qualche minuto, la capitale è stata invasa dal buio. Solo la pioggia, caduta abbondante, ha riportato la normalità. Sono cose che succedono nel Sahel dove, per la gente comune, la pioggia forte corta con sé insicurezza e timore in città. In campagna, invece, i contadini che avevano già seminato il miglio, già seccato nel frattempo, ritrovano la speranza di riseminare le preziose sementi che consentiranno loro di sperare il futuro. In città si allagano le zona basse e le strade, tassativamente senza canali di scolo, aspettano il riapparire del sole per tornare agili e funzionali. La pioggia non fa dimenticare che se lontano si brucia il corano è forse qui vicino che si paga il prezzo dell’imprevedibile gesto compiuto.

I semafori che funzionano meglio, nei crocevia, sono quelli che non si accendono. Ognuno sa come e dove passare e, di fatto, non si formano le code che invece sono inevitabili quando i semafori sono in buona salute. Si costruiscono le case dove si può e le scuole per i ricchi sono ben conservate mentre per i poveri bastano quelle di fango e di paglia che brucia nella stagione secca. I banchetti di vendita si susseguono senza apparente logica lungo le strade e così le attività dei piccoli commerci le cui insegne, spesso accompagnate da disegni o proverbi, compaiono e spariscono la settimana seguente. Non parliamo del lavoro fisso che, pure qui, a parte l’amministrazione e i politici, è del tutto infondato. Solo quello informale permette alla stragrande maggioranza della popolazione di non essere inghiottita dalla miseria.

Se resistere fa rima con esistere è perché da queste parti, malgrado i reiterati tentativi di organizzare gli stati come le neocolonie vorrebbero, si fanno strada i militari, i commercianti e gli occasionali salvatori della Patria. In realtà, come sempre e dappertutto, si tratta della cattura del potere e allora le r-esistenze del Sahel sconfinano con l’organizzata anarchia di cui, il socialista ‘utopista’ francese Pierre-Joseph Proudhon, scrisse a suo tempo … ’ Essere governati significa essere, in ogni operazione, in ogni transazione, in ogni movimento, annotati, registrati, contati, valutati, timbrati, quotati, brevettati, concessi in licenza, autorizzati, postillati, ammoniti, impediti, riformati, rettificati, corretti … da esseri che non hanno né titolo, né scienza, né virtù’. Non sarà facile mettere in riga questa imprevedibile porzione d’Africa!

Nel frattempo a Niamey risale la temperatura, la circolazione riprende i livelli normali del venerdì, giorno di preghiera e di elemosina per i poveri che si avvicinano ai luoghi di culto. Grazie a loro ci si guadagna il paradiso.

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