
Questioni di genere e di classe sull'orlo del disastro
di Paolo Bartolini
Colpisce vivamente lo spazio mediatico concesso alla sfida contemporanea lanciata da chi rivendica la propria identità di genere fuori dagli schemi binari classici (divisione di ruoli, aspettative sull’orientamento sessuale, immaginario stereotipato…).
In particolare i giovani sentono questo tema come decisivo e lo ritrovano non solo nella loro esperienza quotidiana, ma sui social, in televisione, nelle riviste ecc. Forse solo la questione ecoclimatica attira in maniera affine il loro interesse. Il motivo è facile da capire: i corpi vissuti e le nostre interazioni con la “natura” (con l’aria inquinata, con i fenomeni meteo, con il cibo che mangiamo…) godono di una relativa sensatezza percettiva, ben lontana dai fumosi dibattiti sullo spread, sui fondi di investimento che si stanno comprando l’Italia, sugli armamenti delle grandi potenze, sul caos nel quadrante mediorientale e sulle prossime contese nell’Artico.
Ne segue purtroppo che, come accade a molti (troppi) adulti, la maggior parte dei ragazzi non ha nessuna percezione cosciente del caos geopolitico ed economico che sta segnando questo drammatico passaggio d’epoca. Di guerra non si parla, ma di “genere” sì, ovunque e continuamente. Nella realtà di ogni giorno, e dentro l’infosfera, la gioventù si batte per la sua libertà di vivere, sentire e scoprire le sfumature dell’identità personale.
Sovente si tratta di una lotta che dimentica il nesso fondamentale tra oppressione e sfruttamento, cioè tra soggettività non conformi e interessi capitalistici che sacrificano per il profitto le vite incarnate degli esseri umani (inclusi quelli che abbracciano la causa transfemminista). Ebbene, rispetto a questo scenario trovo inutili e controproducenti i due modi abituali di reagire che connotano l’opinione pubblica. Da una parte (soprattutto nell’area della cosiddetta sinistra neoliberale) c’è chi esalta a prescindere queste battaglie, ritenendole indispensabili per strapparci al magnetismo del sistema patriarcale. Dall’altra troviamo puntualmente (nella sfera sovranista/populista) chi giudica e sentenzia sminuendo il valore emancipativo di queste lotte, riducendo tutto a capriccio, incoscienza e segreta complicità con il globalismo dem. Ovviamente, come spesso accade, le posizioni opposte colgono qualche sfumatura della verità nel suo cammino, perdendone il tragitto complessivo. Perciò mi sembra interessante mettere alcuni puntini sulle “i”, e farlo da un’angolazione che definisco psicopolitica. Lo dico senza girarci troppo attorno: io credo che la confusione e il disagio avvertiti da tutti a un livello precosciente, e in particolare dalle nuove generazioni, in un mondo dominato dal tecno-capitalismo e dalle sue logiche di accrescimento quantitativo fine a sé stesso, spinga in assenza di un serio coordinamento delle forze sociali/collettive a spostare buona parte del desiderio di liberazione nello spazio ristretto dell’individualità. Sto male, non mi oriento, i problemi che assillano il pianeta e gli umani sono così vasti da farmi sentire tristemente impotente. Su cosa potrò agire? Come riprendermi la mia vita se tutto congiura al fine di lasciarmi svuotato/a e arreso/a?
Ecco allora che il corpo proprio (che in realtà non è un possesso, ma un divenire destinato prima o poi a dissiparsi) resta l’unico campo di battaglia. In altre parole, si finisce per proiettare su corpo, genere e sesso quel desiderio trasformativo che non trova sbocchi adeguati in ambito politico. Detto in altro modo: se i rapporti economici e geopolitici sono immodificabili, e vi è sempre un potere che deciderà sopra le nostre teste, almeno mi sia data la possibilità di sottrarmi a identità e ruoli comandati sul versante “personale”. La classica confusione adolescenziale sul nostro posto nel mondo, sembra ricevere nel presente una risposta ristretta e simbolicamente scollegata dal sogno di un cambiamento collettivo secondo giustizia e solidarietà. Tutto questo impedisce, come rileva opportunamente Mimmo Cangiano nel suo “Guerre culturali e neoliberismo” (Nottetempo), di accedere a una consapevolezza fondamentale: il capitalismo non è solo padronale e maschilista, ma può facilmente trarre vantaggi dall’etica del fluido, delle frettolose autoassegnazioni di genere, dell’esaltazione del nomadico e del trasgressivo. Questo perché la ricerca del profitto usa a suo vantaggio ogni spinta umana tesa verso l’emancipazione. Se lo spirito del tempo, piaccia o meno, alle nostre latitudini, è caratterizzato da un individualismo di fondo, allora succede che certe battaglie nemmeno si accorgano di essere figlie di quel tempo e di lavorare a suo favore, e non contro. Il bel libro di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo “Donna si nasce” (Mondadori) sottolinea con intelligenza, e senza contrapporsi in modo distruttivo alle istanze LGBTQIA+, che esistono delle eredità naturalculturali che non scegliamo, che sono fuori dal dominio volontaristico dell’ego, che richiedono di essere assunte responsabilmente e integrate (eventualmente, aggiungo io, per trovare una riconfigurazione consapevole). Il fatto che sempre più si eviti, in certi ambienti, di parlare di donna e di maternità, fino alla proposta – goffa e insidiosa – di denominare “persone con utero” le portatrici del potere generativo, mi sembra indicativo di una estremizzazione tossica che non consente di vedere quanto le logiche di mercato si siano infiltrate nei processi di costruzione della propria identità sociale. È mia convinzione profonda che i colpi di coda del patriarcato dureranno ancora a lungo, e che i rapporti tra i generi siano di importanza cruciale, purché si ritrovi la capacità – e qui il taglio deve essere quello marxiano – di non separare determinate rivendicazioni da una vera coscienza di classe (ora assente).
Per questo ritengo, vista l’importanza storico-antropologica della soggettività femminile a cui ci ha educato il femminismo, che nel presente – con tutto l’ascolto e il tatto necessari – sia bene aiutare i giovani a non disperdere il dissenso e la voglia di un mondo più giusto nella strettoia di un’autopercezione guidata dalla retorica neoliberista che rifiuta appartenenze, limiti psicofisici e territorializzazione. Il capitale, infatti, per circolare e moltiplicarsi necessita della conquista permanente di nuove frontiere, del superamento dei limiti che proteggono la vita, dell’idealizzazione del “tutto è possibile se lo vuoi”. Sia chiaro: l’identità di genere e sessuale è un campo delicato e avventuroso. La richiesta di certi diritti civili da parte dei movimenti – escludendo con nettezza il controverso e pericoloso fenomeno della gravidanza per altri, che rappresenta l’apice dello sfruttamento capitalistico del corpo della donna – merita la nostra attenzione e solidarietà. Quello che invece va rivisto e criticato è il rendere “di moda”, in un senso banalmente individualistico, il desiderio di trasformazione delle nuove generazioni, sviandone lo slancio e ingabbiandolo dentro la cornice di modificazioni corporee messe in atto senza conoscenza delle fantasie inconsce annesse (si vedano su questo gli ottimi lavori della psicoanalista Alessandra Lemma) e del condizionamento sottile che i mass media e l’immaginario neoliberale dispiegano ventiquattro ore su ventiquattro. Pace e guerra, diseguaglianze e ridistribuzione della ricchezza, qualità della scuola e della sanità pubblica contro la crescente privatizzazione di ogni dimensione della vita associata: solo chi risveglierà la sensibilità per questi argomenti nella popolazione potrà, a mio parere, aiutare le persone a non essere più individui, atomi dispersi, confusi o narcisisti. Il coraggio e la forza delle donne, e dei soggetti che non vogliono essere considerati “devianti” perché differiscono dal contenitore maggioritario cisgender/eterosessuale, sono indispensabili per ripensare radicalmente il nesso tra emancipazione, pacifismo, solidarietà e giustizia sociale/ecoclimatica. Facciamo sì che, oltre il pensiero codificato delle guerre culturali e del capitalismo woke, si possano moltiplicare alleanze e forme di resistenza al peggio che avanza. Sotto le bombe, del resto, tutti i diritti sacrosanti finiscono per sgretolarsi, nessuno escluso.










































P.B.