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Il sistema industriale italiano è meglio di quanto crediamo

di Nicolò Bellanca

Un saggio di Alessandro Arrighetti, Sergio de Nardis e Fabrizio Traù fa luce sul falso mito di un sistema industriale italiano in panne

Il saggio intitolato “Il falso mito della manifattura inefficiente“ è un’importante analisi critica delle convinzioni dominanti sul sistema industriale italiano. Alessandro Arrighetti, Sergio de Nardis e Fabrizio Traù confutano l’idea che l’industria sia la principale responsabile delle debolezze economiche del paese. «Mentre è di piena evidenza che la società italiana sia stata caratterizzata da un periodo di generale impoverimento e da un forte aumento delle disuguaglianze, di cui porta tuttora le ferite, appare invece del tutto infondata la deduzione che vorrebbe far derivare questo fenomeno da un complesso di (crescenti) inadeguatezze del sistema industriale, e di quello manifatturiero in particolare – nel cui ambito spiccherebbero un’insufficiente competitività e soprattutto una strutturale incapacità di adeguamento dei processi produttivi agli sviluppi delle tecnologie “avanzate”». Piuttosto, la performance della manifattura italiana, quando correttamente misurata e interpretata, risulta notevolmente competitiva e spesso in linea con quella delle maggiori economie industrializzate.

Com’è noto, il sistema industriale nazionale è caratterizzato da una prevalenza di piccole e medie imprese. Di solito ciò viene rappresentato come il nostro maggior tratto strutturale di debolezza, in quanto la performance manifatturiera è ricondotta a fattori di competitività come l’efficienza allocativa, lo sfruttamento delle economie di scala e l’innovazione derivante da investimento formale in R&D (ricerca e sviluppo): tutti indicatori che sono espressioni della grande impresa e che quindi nel caso dell’Italia risultano deboli, e che – se realmente fossero decisivi – dovrebbero implicare un nostro posizionamento in fondo a tutti i ranking industriali. Ovviamente, le grandi imprese contano. In industrie come la cantieristica, la componentistica elettronica, l’aerospaziale, la siderurgia, l’automobile, la chimica o la farmaceutica, le dimensioni (e quindi le economie di scala) sono decisive. In Italia le imprese/gruppi con un fatturato superiore al miliardo sono appena 99 e coprono il 33% del valore aggiunto del comparto manifatturiero. Tuttavia, sostengono gli autori, lo schema di lettura dominante va capovolto: sono proprio il “nanismo” e la specializzazione del tessuto produttivo a favorire la nostra competitività. Il progressivo indebolimento della presenza italiana nei settori a elevate economie di scala, terreno di caccia della grande impresa, lascia spazio a un dinamismo sempre più accentuato nei comparti di attività dove dominano le economie di specializzazione, la differenziazione di prodotto orizzontale e verticale, nonché la capacità di inserirsi, con l’offerta di beni intermedi specializzati, nella frammentazione internazionale dei processi produttivi che contrassegna l’ultima fase della globalizzazione.

La “ridondanza” delle piccole imprese non è attribuibile a una presunta incompletezza del processo di industrializzazione italiano, ma semmai alle esigenze di un sistema produttivo che prima di altri ha avviato un processo di scomposizione ed esternalizzazione dei cicli produttivi manifatturieri, facendo leva per il miglioramento della produttività sull’ampliamento della divisione del lavoro. In Italia il canonico sistema di innovazione formale, tipico delle grandi imprese, è rimpiazzato da un sistema – non più limitato alle aree distrettuali e alle produzioni del “made in Italy” – basato su processi scomponibili, lavorazioni a serie limitata, innovazione incrementale e collaborazione tra piccole e medie imprese (PMI). Al centro di questo percorso troviamo le economie di specializzazione, che si riferiscono ai vantaggi economici che derivano dalla concentrazione di un’impresa su una specifica attività, prodotto o fase della produzione. Dedicandosi ad un’attività specifica, un’impresa diventa più competente in quella particolare attività, migliorando i processi produttivi, riducendo gli errori e aumentando la qualità del prodotto o del servizio. Le economie di specializzazione non sono prerogativa esclusiva delle grandi imprese, anche le PMI possono beneficiarne. In effetti, le PMI possono focalizzarsi su mercati di nicchia, dove le grandi aziende non operano o dove l’expertise richiesta è troppo specifica. Si aggiunga che le PMI spesso hanno strutture più agili rispetto alle grandi aziende, permettendo una rapida adattabilità e ottimizzazione dei processi produttivi. Infine, le PMI possono trarre vantaggio da reti di collaborazione o subappalti con altre aziende specializzate, creando un ecosistema di imprese che si supportano a vicenda. Progressivamente questo percorso evolutivo ha assunto il carattere di una trasformazione strutturale, con il risultato di differenziare sensibilmente l’industria italiana da quella degli altri paesi europei. Sebbene non sia adeguatamente registrato dai tradizionali indicatori, questo percorso contribuisce significativamente all’efficienza dinamica del paese, poiché, nel contesto di una produzione internazionale sempre più orientata alla qualità e alla personalizzazione dei beni, la parcellizzazione delle catene del valore e la presenza di numerose PMI specializzate costituisce una formidabile leva per la flessibilità e la diversificazione (il grado di diversificazione in termini di export è il più alto a livello mondiale) dell’economia.

La tesi del saggio è empiricamente corroborata esaminando vari indicatori di performance, come l’export, la qualità dei prodotti, la presenza in settori di alta specializzazione, la produttività misurata in relazione alla capacità di produrre beni specifici per mercati di nicchia: l’Italia appare tra i leader globali in molte categorie. Pagine rilevanti sono dedicate a contestare le modalità di calcolo della produttività, particolarmente quando viene misurata a prezzi costanti: gli autori sottolineano che tali misure non tengono conto della qualità dei beni prodotti, soprattutto nel contesto italiano, dove le imprese puntano all’upgrading qualitativo come strategia di competitività. Un’obiezione che si può rivolgere agli autori annota che oggi nell’economia italiana il ruolo trainante è assolto da circa 3.200 imprese oligopolistiche di media dimensione, le quali coprono il 40-50% della produzione manifatturiera nazionale – considerando anche l’indotto costituito da imprese di piccole e piccolissime dimensioni, organizzate prevalentemente in sistemi produttivi locali – e adottano, in tre su quattro, tecnologie 4.0. La maggioranza di queste imprese sono situate lungo l’asse che va da Milano a Venezia. Arrighetti, de Nardis e Traù rispondono che, negli ultimi quindici anni, le imprese esportatrici (dotate, perciò stesso, di una elevata capacità competitiva) sono giunte a coprire una porzione del sistema produttivo più ampia che in quasi tutti i paesi europei. Questa elevata percentuale delle imprese manifatturiere esportatrici prova, a loro avviso, che non siamo alle prese con una pattuglia di avanguardia seguita da un esercito “straccione”.

Il saggio di Arrighetti, de Nardis e Traù, riprendendo una linea di analisi delineata rigorosamente anni fa da Andrea Ginzburg, aiuta a capire che cosa succede nel Belpaese. Se fosse vero che il conseguimento dell’efficienza passa soltanto attraverso le economie di scala, e che l’innovazione procede a senso unico dalla R&S alla produttività alla crescita, allora l’efficienza e l’innovazione richiederebbero necessariamente la grande dimensione. E l’Italia sarebbe in fondo alla graduatoria mondiale dei produttori manufatturieri, anziché occupare stabilmente il settimo posto, a ridosso di paesi colossali come la Cina e al di sopra di Francia e Gran Bretagna. Peraltro, la pregevole argomentazione presentata dagli autori non smentisce la tesi del declino italiano. Al contrario, essi mostrano che l’evoluzione di un regime produttivo basato, in larga misura, sulle economie di specializzazione, sulla disintegrazione verticale e su una ampia base imprenditoriale richiederebbe la fornitura di beni pubblici, in grado di coadiuvare le imprese sul fronte degli avanzamenti tecnologico-organizzativi e dei supporti consulenziali, tecnici e finanziari. Ma questo requisito è carente in Italia per il dilagare del particolarismo, che assume la forma di un patto sociale implicito tra il ceto politico-burocratico e quello manageriale-capitalista. In questo patto, che Pelloni e Savioli denominano “partitocrazia con corporativismo”, le imprese private si organizzano in coalizioni distributive che estraggono rendite per i propri membri indipendentemente dai segnali del mercato, mentre i partiti politici s’impegnano a creare occasioni di rendita per quelle coalizioni: il corporativismo dell’élite economica e la partitocrazia dell’élite politica si tengono a vicenda. Sta in ciò la radice del cosiddetto “declino italiano”.

Concludo. Il contributo qui presentato non suggerisce in alcun modo che il nostro sistema industriale sia privo di problemi. Colloca anzi le prestazioni notevoli della manifattura italiana nell’ambito della traiettoria del declino italiano. Il punto cruciale riguarda l’esatta diagnosi della natura dei problemi, sia quelli industriali che quelli nazionali. È al riguardo che spesso la discussione scientifica non riesce a diradare la nebbia degli stereotipi e delle ideologie, per consentire alla politica di formulare interventi adeguati.

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Comments

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ndr60
Thursday, 24 October 2024 10:56
Permane il mistero del perché l'economia italiana sia messa meglio di quella tedesca, tenuto conto che l'italiana è sub-fornitrice di quella teutonica e paga l'energia (per le note vicende) a prezzo maggiorato, esattamente come la Germania. A meno che i dati sull'economia italica non siano falsi :)
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Collettivo Le Gauche
Friday, 25 October 2024 21:43
19 mesi consecutivi di calo della produzione industriale sarebbero dati positivi?
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Paolo
Wednesday, 23 October 2024 19:28
RUST BELT ECONOMY...
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