L’ottimismo della volontà
di Elena Basile
Non ci sono molte alternative per chi oggi voglia dare un senso al proprio contributo al dibattito pubblico e non rinunciare alla dimensione collettiva nonostante i tempi cupi presenti. Bisogna denunciare la barbarie per poter sperare in una rinascita dell’umanesimo in Europa. Come avevo anticipato, vorrei concentrarmi oggi sul dover essere e fare appello al mitico ottimismo della volontà gramsciano.
I due conflitti russo-ucraino e israelo-palestinese sono stati importanti in quanto hanno illuminato la corruzione dello spazio politico-mediatico occidentale e la commistione tra dollaro, oligarchia delle finanze e classi dirigenti europee. Il tradimento degli interessi dei popoli europei e degli ideali di pace e prosperità sono stati possibili in virtù del “hackeraggio” delle classi dirigenti, del ricatto dell’élites finanziaria europea i cui flussi di denaro verso i paradisi fiscali statunitensi sono tracciabili in internet, della creazione di una società dell’un per cento transnazionale che individua il proprio interesse nella militarizzazione del dollaro e non nella ricchezza nazionale. Ne abbiamo già abbondantemente scritto su questa testata e non vi ritorno. Questo spiega il comportamento dell’élites tedesca che insegue interessi statunitensi e ha messo il suo Paese in ginocchio. Il pericolo nucleare non è mai stato così vicino come nelle ultime settimane. Insieme al disastro ambientale ha aumentato il sentimento di precarietà. L’indignazione morale è emersa in una società civile dormiente, grazie alla diretta televisiva e social dello sterminio di innocenti in Palestina.
Si tratta di fattori che potrebbero divenire dirompenti. Il potere della lobby di Israele sulla politica statunitense e i pesanti condizionamenti che essa impone sulla gran parte della classe dirigente europea nonché sui media occidentali non sono mai stati così evidenti. I molteplici appelli alla comunità ebraica, simili a quello di Franco Fortini nel 1989, e recentemente la bella lettera di Raniero La Valle in cui si invita a distinguere tra critiche al Governo di Israele e antisemitismo, al fine di non creare confusione e seminare odio e violenza, sembrano cadere nel vuoto. La parzialità della stampa e dei governi occidentali, considerata la spietatezza dello sterminio di vittime innocenti (i 15.000 bambini morti potrebbero riempire uno stadio), appare ormai blasfema, inaccettabile. Le contraddizioni del capitale sono altrettanto ingovernabili. Il sistema basato sul minotauro, il debito americano, implode. Sono sconfessati i principi cardine del liberismo economico. L’Occidente si arrocca, chiude le porte al commercio, sceglie il protezionismo per proteggere le proprie inefficienti economie e pone fine alla globalizzazione temendo il rivale strategico, la Cina, e l’avanzata degli Stati emergenti. Il mondo multipolare si staglia netto all’orizzonte a Kazan, costruito su logiche cooperative e non unipolari.
In questo quadro qualcosa finalmente può cambiare se la società civile consapevole, i movimenti e i partiti del dissenso, riescono a unirsi su un progetto comune il cui spartiacque non può non essere l’opposizione ai conflitti e alla politica neo-conservatrice statunitense. L’opinione pubblica può divenire uno dei fattori determinanti per la svolta in Europa. I Paesi del cosiddetto nocciolo duro, fondatori e mediterranei, potrebbero costituire una opposizione al progetto delle oligarchie delle armi e finanziarie incarnato dai vari Rutte e Von der Leyen. La burocrazia della Nato e dell’Europa vuole la guerra permanente nel continente a spese delle società civili europee. Il 2% del Pil in armamenti decreta la morte dello Stato Sociale e la fine di ogni vera contrattazione tra capitale e lavoro. La guerra permetterà la graduale trasformazione dell’oligarchia liberale in autoritarismo, le cui ombre già appaiono nel settore dell’informazione. Basti pensare alla censura dei media russi, all’esclusione dalle competizioni sportive di atleti russi, fino alla cancellazione di convegni universitari “scomodi”. Unendo il fronte del dissenso, mobilitando la popolazione critica e scettica, i popoli dell’Europa continentale e mediterranea potrebbero favorire un processo virtuoso fondato sul rifiuto della militarizzazione del dollaro, sul ritorno alla diplomazia e al dialogo con la Cina, la Russia e gli Stati emergenti. I BRICS aprono la strada per una riforma del multilateralismo. L’Europa può divenire il principale interlocutore del passaggio al mondo multipolare, cooperativo, interculturale e interreligioso, in grado di accettare paritariamente culture diverse. La logica del dominio lascerebbe il posto al coordinamento multilaterale basato sulle regole. L’identità umanistica europea non può essere cancellata da questa parentesi barbarica che vede burocrazie e oligarchie disegnare progetti genocidari e suprematisti. Si può ritornare al bene comune, alla diplomazia non a somma zero, contro i leader socialisti, democristiani e liberali che hanno tradito le loro più nobili tradizioni.
Cosa altro è la pace giusta a cui si riferiscono gli attuali esponenti politici se non il ripudio della tenace opera di mediazione che sulla base di fattori militari, politici, economici cerca di produrre ritorni per quanto possibile vantaggiosi per entrambe le parti in guerra? Le “win win situations” coniate dal pragmatismo anglosassone sembrano escluse dall’Europa manichea, delirante, nazionalista e militarista. Gli slogan dei falchi come l’ex Ministro svedese Bildt e l’attuale segretario generale della Nato Rutte, ripetuti da tanti politici europei, dall’accademia, dalla stampa, basati sull’esigenza del riarmo per rispondere alla minaccia russa e cinese, sono privi di fondamento. La politica imperiale statunitense non può fare a meno di nemici (identificati in Cina, Russia, Iran, Corea del Nordi). Il tutto trasformando l’Ucraina in una antirussia, armando Taiwan, isolando l’Iran tramite una alleanza di Paesi arabi sunniti. Il divide et impera statunitense assicura il vassallaggio degli alleati.
I BRICS hanno problemi di sviluppo economico e puntano sulla cooperazione, l’interconnettività, le infrastrutture, i trasporti. La Cina non ha oggi miti imperialistici. Il militarismo di Pechino è indotto dall’Occidente. E’ una risposta al riarmo e al nazionalismo di Taiwan, pompato da Washington. La diplomazia dei BRICS funziona. La competizione oggettiva tra Cina e Russia in Eurasia ha trovato nella cooperazione uno sbocco. La Cina e l’India, tradizionali antagoniste, sono state in grado di mediare. L’equilibrio di interessi è emerso perfino tra Arabia Saudita e Iran. Nella genealogia dell’Europa, la Venere di una volta, un mosaico di culture e di qualità della vita, culla dell’umanesimo cristiano e laico, dello spiritualismo ebraico, è presente questa aspirazione alla cooperazione, all’universalismo concreto orientato alla rispetto del pluralismo. L’élite politico-burocratica odierna incarna invece la barbarie della storia europea: suprematismo bianco, colonialismo, nazionalismo basato sulla purezza religiosa, etnica.
Gli attuali movimenti e partiti del dissenso possono essere i motori di una alleanza transnazionale europea, alimentata dal blocco sociale dei perdenti, dalla piccola industria ai lavoratori stranieri regolarmente integrati, dai blu collar agli studenti, fino al ceto medio impoverito, ai pensionati, agli abitanti delle periferie, agli operatori agricoli, ai liberi professionisti senza più professione: tutti esclusi dalla società classista e bellicista in costruzione. Il risveglio degli intellettuali sarebbe essenziale per cementare dal punto di vista politico e culturale l’Europa sociale del futuro, centrata sulla questione sociale e promotrice di un nuovo assetto multipolare delle relazioni internazionale. Un’Europa fondata su nuove basi, plurale al suo interno e rispettosa della diversità degli interessi nazionali, ma al tempo stesso capace di sviluppare una strategia geopolitica unitaria nel nome di quell’idea di neutralità auspicata dal filosofo Morin. La tanto celebrata identità europea coincide dunque con un nucleo di finalità comuni: la salvezza dall’olocausto nucleare, dall’autoritarismo che avanza, dalla società digitale di sorveglianza, dalla distruzione della cultura umanistica; la riscoperta di un senso di comunità nuovo, il valore della solidarietà sociale, della pietas cristiana, la cooperazione tra i popoli. Una svolta da costruire con i paesi più affini dell’Europa continentale e mediterranea, con il protagonismo di ciò che resta delle forze politico-culturali socialdemocratiche, cristiane e liberali sopravvissute all’omologazione neo-liberistica, nazionalistica, militaristica e classista odierna. L’informazione rimane la prima battaglia. L’European digital act è stato il primo passo di una censura che chiuderà gli esigui spazi rimasti. Anche in questo settore ci sarebbe bisogno di economie di scala, di federare i vari canali you tube, le radio e le tv indipendenti, al fine di avere fondi sufficienti per la comunicazione che raggiunga un’ audience competitiva a quelle plasmate dal mainstream. Questo mi sembrerebbe il dover essere che potrebbe guidare l’azione politica a ampio raggio, il lungo operoso cammino verso una rinascita umanistica.










































Comments
Quante persone abbiamo visto cadere combattendo? Ahimé tante.
Sappiamo tutti qual è il discorso dell'Egemonia americana. Lo ripassiamo tutti i giorni da quasi un secolo, lo viviamo sulla nostra pelle da quasi un secolo.
Gli Stati Uniti, dopo aver guadagnato la loro indipendenza contro quella che era la massima potenza militare dell'epoca, non esitarono a fare la voce grossa anche contro i loro protettori francesi, con cui furono sull'orlo di un conflitto nel nascente XIX secolo, sventato dalla diplomazia di un Thomas Jefferson già ambasciatore a Parigi. Nel 1805 i neonati Stati Uniti inviarono due vascelli della nascente US Navy nel Mediterraneo e occuparono la città di Tripoli nella Tripolitania. Fecero sapere a tutte le roccaforti delle Barberia che le navi con la bandiera a stelle e strisce non andavano toccate in tutto il bacino del Mediterraneo. In quello stesso anno i francesi gli cedettero un territorio più grande dell'Europa, che andava dal Golfo del Messico ai Grandi Laghi. Dieci anni più tardi, con la battaglia di New Orleans gli americani avrebbero sconfitto l'esercito britannico che di lì a poco sarebbe stato vittorioso a Waterloo e vinto la guerra anglo americana togliendo definitivamente agli europei, inglesi o francesi, la capacità di operare militarmente in Nord America senza il loro consenso. Ci provarono i francesi in Messico cinquant'anni dopo, pensando di poter approfittare della guerra di secessione, ma sappiamo la fine che fece Massimiliano d'Absburgo.
Gli Stati Uniti hanno costruito la loro nazione sin dall'inizio come una Egemonia e un Impero. Anche con l'adozione di una moneta forte al pari della sterlina come il dollaro.
L'Unione Europea è una emanazione di questa Egemonia, nata per servire in Europa questa Egemonia, in quanto la sua struttura e i suoi fini disegnati nei Trattati sono mutuati dalle ideologie neoliberali americane. Minimo stato e tanta concorrenza, trasformando gli stati nazione europei in vassalli a sovranità limitata economicamente (con la UE) e a sovranità limitata militare (con la NATO). Pensare che l'Unione Europea possa fare da sé è come pensare che la DDR poteva fare da sé all'interno del COMECON e del Patto di Varsavia. Che non a caso nacquero imitando CEE e NATO.
Ora, accettare la malattia è il primo passo verso la guarigione. L'Unione Europea non è la soluzione per il continente europeo, ma il male stesso. Se la Russia è rimasta un'antagonista dell'Occidente dopo la disgregazione dell'Unione Sovietica, è perché ha rifiutato di diventare nel corso dei Novanta e ancora più il decennio successivo, un paese europeo simile alla Germania, al Regno Unito, alla Francia, all'Italia. Ha rifiutato una normalizzazione neoliberista, la perdita dello status di grande potenza, l'allineamento ai bisogni dell'Egemonia americana. La guerra in Ucraina nasce da questo dislivello tra la Russia e l'Egemonia americana. La Russia di oggi assomiglia alla Germania tra le due guerre. Ha perso un conflitto, ma rifiuta ancora di lasciarsi condurre nell'alveo delle nazioni a sovranità limitata, come la Francia o il Regno Unito dell'epoca.
Non ho fiducia nell'alternativa che Lei propone. Gli antagonisti mi sembrano un miscuglio cooperante solo se si tratta di scalzare l'Egemonia americana.
Soluzioni non ne ho. Solo domande e dubbi. E forse dai dubbi e dalle domande bisogna partire per iniziare a pensare un'alternativa al dominio americano.
Ma non sottovalutateli mai.
la Russia sta danneggiando l'umanità intera il resto dei brics te li raccomando.
Il vecchio sta morendo e il nuovo non è ancora nato o per lo meno se sta per nascere è ancora troppo debole e piccolo per rimettere l'umanità sulla strada giusta o equa e meno barbarica il piu' possibile.
Visione pessimistica? Certo mai come in questo tempo le forze della ragione , giustizia, verità , fratellanza, opposizione al plusvalore e al plus godere di marxiana e lacaniana memoria sono state cosi deboli , trattenute, divise, ininfluenti e minoritarie. Non solo un network di forze oppositive ma con una chiara lotta a tappeto e internazionale contro i fondi di investimento finanziario, il cancro produttivo distruttore di umanità e dell'umanità stessa. Come batterli? Con le armi della critica , poi dopo si vedrà quali saranno gli strumenti piu' opportuni, se non vogliamo vederci annichiliti ancora per altri 300 anni.