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lantidiplomatico

Ucraina: dove si schiereranno e in quali dimensioni le famigerate “forze di dissuasione”?

di Fabrizio Poggi

Con un certo qual incauto ottimismo, il deputato della Duma russa Andrej Kolesnik, del partito presidenziale “Russia Unita”, ha dichiarato che, a suo parere, la causa che sinora trattiene i paesi occidentali dall'inviare propri contingenti militari in Ucraina è costituita dalla paura di fronte all'esercito russo e alle armi atomiche di Mosca. Fanno accuratamente i loro conti, afferma Kolesnik, dal momento che «la Russia dispone dell'esercito più forte al mondo, delle armi atomiche più potenti; oltre a essere il paese col più esteso territorio, la qual cosa, sul piano militare, ha pure la sua importanza». Le parole di Kolesnik fanno seguito a quelle dell'ex analista della CIA Larry Johnson, secondo cui le forze russe sono in grado di liquidare qualunque unità straniera che venisse a trovarsi in Ucraina.

Vero è che i giudizi di Johnson hanno alla base l'opinione per cui gli USA debbano ammettere che la Russia non sia mai stata loro nemica e, anzi, le parti abbiano spesso cooperato su varie questioni. Di più: Svobodnaja Pressa ricorda che Johnson ha più volte detto come l'intelligence USA, prima del febbraio 2022, avesse erroneamente valutato il potenziale militare russo, ritenendo che l'esercito di Mosca «non sappia combattere, disponga di un comando debole e manchi di motivazioni». Intervenendo sul canale youtube “Judging Freedom”, Johnson ha anche detto che, a suo giudizio, l'Ucraina non può che capitolare o, in caso contrario, cessare di esistere.

Già mesi fa, proposito del famigerato “piano Zelenskij”, aveva detto che esso non avrebbe potuto funzionare e che il conflitto si sarebbe concluso solo alle condizioni di Mosca. Quanto a Zelenskij stesso: «credo che lo scenario più verosimile sia rappresentato da un colpo di stato, con il suo rovesciamento; oppure, la seconda variante, il suo assassinio».

Ma, intanto, nella stessa Ucraina, c'è chi si preoccupa di dare una qual parvenza di “legalità” all'eventuale presenza di truppe francesi nel paese. Intervenendo sul sito di propaganda anti-russa “Novoe Vremja”, l'ex Ministro degli esteri Vadim Pristajko ha affermato che, in caso di introduzione di reparti stranieri sul territorio nazionale, Kiev dovrà dire addio alle proprie azioni indipendenti: «Un anno e mezzo fa avevo detto che se la situazione al fronte si fosse fatta catastrofica, i primi a intervenire a nostra difesa sarebbero stati i britannici. Anche i francesi si sono mossi. Si sono udite delle beffe al proposito; si è scritto ogni sorta di commento, che ho imparato a non leggere. In ogni caso, è passato almeno un anno da quando Macron ha annunciato di essere pronto ad agire. Invece delle beffe e di dichiararlo un “napoleoncino con complessi napoleonici”, si sarebbe dovuto immediatamente venirgli incontro e compiere il primo passo: adottare una legge sull'accesso delle forze armate francesi al territorio sovrano dell'Ucraina. Cosa che dovrà essere fatta in ogni caso, quando ci accorderemo coi britannici, coi francesi e, spero, anche con qualcun altro».

Secondo Pristajko, una tale legge avrebbe dovuto essere approvata un anno fa, per «dimostrare ai francesi che questa è un'iniziativa meravigliosa, che ci piace molto». C'è però un “ma”, ammette l'ex ministro della junta golpista: «non appena si comincia a internazionalizzare la questione, compaiono molte mani sul volante, mentre alcuni piedi premono sul freno. Dovete rendervi conto che il volante non è più vostro. Ma credo che abbiamo superato la fase della guerra in cui ci preoccupiamo del fatto che ci aiutino a combattere, o invece a sterzare. È ciò a cui stiamo assistendo ora, quando politici stranieri ci dicono di che tipo di presidente abbiamo bisogno, quali elezioni e quando tenerle... È evidente: hanno già concluso che l'Ucraina non possa farcela da sola e le si debba delicatamente dire come sterzare».

Insomma: qualcosa di simile a ciò che avviene quando sul territorio di un paese ci siano truppe di altre nazioni, dice Pristajko, ammettendo così, pur dal proprio punto di vista golpista, che siano i soldati occupanti a dettare agli occupati modi, tempi e direzioni di movimento e riconoscendo così, urbi et orbi, che tale situazione, in modalità e forme diverse, vada avanti sin dal 2014. «Le vostre decisioni su attacchi, posizionamenti, su contromisure, missili, carri armati e così via, devono essere concordate da questa posizione. Questo è più o meno il modo in cui le nostre truppe sono state limitate nelle loro attività dal 2014 dalla missione OSCE. Per un verso, essa ha svolto un ruolo importante; per un altro, però, abbiamo dovuto dire addio alle nostre azioni indipendenti». Esatto, golpista Pristajko; basta solo, però, sostituire il nome “OSCE” con quello di comandi e “istruttori” NATO, USA, polacchi, canadesi, tedeschi, italiani, presenti in Ucraina già da prima del 2014. Così, le ammissioni del golpista Pristajko diventano oro colato.

Come, d'altronde, le dichiarazioni di Sergej Rakhmanin, membro della Commissione della Rada per difesa e sicurezza nazionale, secondo cui un contingente di truppe europee in Ucraina rappresenta una mossa politica dagli effetti, dal punto di vista della sicurezza, «quanto di più vicini allo zero». Ciononostante, tale fatto è «importante dal punto di vista psicologico e politico». Anche perché, ammette Rakhmanin, Kiev non può sapere di che tipo di contingente si tratti. Non è certo Kiev a decidere; lo è mai stata, dal 1991 a oggi! In ogni caso, quel contingente non sarà numeroso, non avrà influenza, non dissuaderà l'aggressore, molto probabilmente non ricorrerà alle armi. Sarà dispiegato il più lontano possibile dalla linea di combattimento e non influirà su una pace duratura. Si tratta solo di una «storia psicologica e politica».

Rimpiange, il deputato Rakhmanin, che in tutti questi anni i «nostri partner occidentali non abbiano mai nemmeno ammesso un'idea del genere, mentre oggi è per loro importante, scusate la franchezza, trascinarsi qui a qualsiasi costo e in qualsiasi numero. Per poter espandere la propria presenza, massimizzarne i frutti e influire sulla situazione». E, comunque, i “partner” europei non saranno risolutivi nella questione, come ci si aspetta che siano, sospira sconsolato il deputato, che fa il parallelo con la vecchia storia delle forniture di “Javelin” e “Stinger” che, ce ne ricordiamo bene, andava avanti almeno dal 2016, quando la guerra era quella delle bande terroristiche di Kiev contro L-DNR. All'epoca, Kiev batteva quotidianamente sul tasto del loro invio. Ma, ammette Rakhmanin, la loro fornitura era stata importante non perché quei razzi avessero avuto un impatto significativo sul campo di battaglia.

Siamo onesti, dice, «abbiamo ringraziato molto, ci sono stati molti miti, su come abbiano fermato aerei e carri armati russi. Ma non è così. Il fatto stesso, però, che i nostri partner avessero finalmente acconsentito a darci delle armi letali, ci ha poi permesso di parlare di mezzi più concreti. Non ci fossero stati i “Javelin”, non ci sarebbero stati i “Patriot”; lo stesso vale per il contingente di pace. Ogni presenza, in qualsiasi forma, è importante in prospettiva; non influisce sulla situazione corrente. Essi non dimostreranno qui alcuna determinazione o coraggio; non c'è da aspettarsi questo da loro; e loro stessi non lo nascondono».

E dunque? La “soluzione” sembra volerla fornire l'agenzia Bloomberg, ripresa da PolitNavigator: i contingenti da inviare in Ucraina dopo l'ipotetico cessate il fuoco dovranno essere imponenti, oppure tornarsene a casa. «Il pericolo sta nel dispiegare forze troppo piccole per dissuadere la Russia, o troppo grandi da sostenerla. Il confine tra la deterrenza e l'invito all'attacco può essere sottile. Mentre Francia e Gran Bretagna assemblano una “forza di deterrenza” in Ucraina, devono assicurarsi di non trovarsi dalla parte sbagliata» di quel confine. L'autore del servizio di Bloomberg, Marc Champion, ammette di simpatizzare con l'opinione di “falchi” occidentali, come il tagliagole Ben Hodges, il quale auspica la formazione di forti contingenti da Europa, Canada, Norvegia, dato che, dice, «I russi non possono vincere gli ucraini; perciò l'Europa deve smettere di aver paura della propria ombra».

La domanda, dice Champion, è però se gli europei possano farcela senza avere gli USA dalla loro parte e, come afferma Hodges, gli europei devono mettere in campo molto più di 25.000 uomini. Champion riporta il parere di Douglas Barry, collaboratore dell'Istituto di ricerche Spaziali e Militari, secondo cui con una forza piccola, diciamo di 10.000 uomini, il timore è che si possa semplicemente invitare la Russia a testarla. Con forze più grandi, da 60.000 a 100.000 omini, si otterrebbe un effetto deterrente maggiore, ma probabilmente non sarà possibile sostenerlo a lungo; Mosca, dice Barry, si limiterà a ripiegare le braccia e attendere». Sorge dunque la questione, afferma Champion, di quale scopo avrebbero una o due brigate europee stanziate, ad esempio, a L'vov, più vicina a Berlino che alla linea del fronte in Donbass.

Più diretto il britannico Jack Watling, secondo il quale l'Europa non dovrebbe nemmeno mettersi alla prova: per Mosca si sono appena resi disponibili 70.000 uomini dalla sola regione di Kursk e questo è più di quanto l'intero esercito britannico possa schierare, e solo una frazione del numero di truppe che la Russia ha ora in Ucraina. L'Europa, a parere di Watling, dovrebbe concentrarsi su un campo in cui detiene un un potenziale vantaggio, ad esempio quello aereo e destinare le forze di terra, mettiamo, alla sola difesa degli aeroporti.

Insomma, gira e rigira, si finisce sempre lì: vogliono la guerra, ma vorrebbero che a mandare le truppe fossero gli altri; chi, precisamente, non è importante. Importante, per tutti loro bellicisti e affamatori delle masse, francesi, britannici, italiani, tedeschi, polacchi e altri, l'importante al momento è creare psicologicamente un clima da “pericolo di guerra”, che imponga alle “pacifiche” democrazie liberali aggredite dagli “autocrati euroasiatici” di dover ricorrere a tutte le “necessità della guerra”, così che possano muoversi a piacimento e in tutta tranquillità sull'intera scacchiera delle possibilità di repressione, tagli sociali, bastonature delle masse, in modo da mitigare, per le casse di monopoli, grandi e medie imprese, le conseguenze della “guerra dei dazi” interimperialista.

 
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Comments

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kruzaros
Sunday, 13 April 2025 21:32
britannico watling,sicuro di detenere un "potenziale vantaggio"in qualche campo bellico rispetto alla Russia?
forse "bellico" deriva da "sbellicarsi"?
le uniche masse che la vd la jena puo mettere in
campo (tasche) sono le masse di € a debito dei morti di fame €uropei;
comunque se lorsignori vogliono accomodarsi ,muniti di sacca di sopravvivenza ,un biglietto di sola andata ,possiamo ancora accollarcelo;
quanto a macaron il suo ombrellino atomico può infilarselo dove più gli aggrada!
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