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ilponte

L’Occidente davanti all’Armaghedon

di Angelo d’Orsi

Apocalisse Palma il Giovane Venezia.jpeg«E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn. Il settimo versò la sua coppa nell’aria e uscí dal tempio, dalla parte del trono, una voce potente che diceva: È fatto! Ne seguirono folgori, clamori e tuoni, accompagnati da un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l›uguale da quando gli uomini vivono sopra la terra. La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente. Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono. E grandine enorme del peso di mezzo quintale scrosciò dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello».

Sono parole dall’Apocalisse (o Apocalissi) dell’apostolo Giovanni di Patmos, detto l’Evangelista, un testo datato intorno al 94-96 d. C., nell’estrema vecchiezza e solitudine di quell’apostolo, che era stato il prediletto di Gesú: soltanto successivamente egli redigerà il suo Vangelo (ca 98-100 d. C.) e fu il suo addio alla vita terrena, perché la morte è attestata appunto in quegli anni. Quel testo in parte riprende spunti della tradizione detta appunto “apocalittica” di profeti ebraici, in particolare quello, assai complesso, frutto di una giustapposizione di testi diversi, attribuito a Enoch, espunto sia dalla tradizione giudaica, sia da quella cristiana, caduto nell’oblio per molti secoli, e riscoperto soltanto a partire dall’età umanistica.

“Apocalisse” significa rivelazione, e le pagine del testo giovanneo sono in effetti la rivelazione di un futuro terribile, quando Babilonia, che simboleggia l’intero mondo, verrà distrutta dalla collera del Signore. «Rivelazione di Gesú Cristo, che Dio gli diede per rendere palese ciò che presto deve accadere». Talmente ridondano di flagelli, quelle pagine, che la stessa parola “apocalisse” assunse ipso facto il senso di devastazione, annientamento, distruzione. E l’apostolo in quelle pagine non definisce una precisa dimensione spazio-temporale. La sua “rivelazione” apre uno scenario terribilmente inquietante sul futuro del mondo, fino alla fine dei tempi.

Un futuro di morte, di dolore, di distruzione, di catastrofe. Se nella catastrofe della tragedia classica (Eschilo, Sofocle, Euripide), v’è dopo l’orrore, il dolore estremo, la sofferenza più inaudita, la speranza di un ricominciamento, così nell’Apocalisse v’è l’idea della salvezza, ma soltanto nella figura del Cristo. Fuori da quel dio – dio fattosi uomo, per morire da uomo e rinascere ritrovando la propria natura divina – nessuna salvezza, nulla salus. E l’umanità, si intende, dovrà perire, dovrà necessariamente passare attraverso l’inferno, per sperare di rinascere. Le due parti del testo rivelano peraltro un interno contrasto: la prima sembra contenere intenzioni di salvezza per l’umanità, legate appunto all’avvento dell’Uomo-Dio, il Cristo Salvatore; ma la seconda è – come ha scritto David H. Lawrence, che ha commentato l’opera – «ardente odio e brama […] della fine del mondo». Più che a una profezia, Giovanni si dedica a descrivere una visione, una “rivelazione”, come ricorda uno dei sottotitoli con cui il testo è conosciuto: Libro della Rivelazione.

In ogni caso, da Giovanni Apostolo ed Evangelista, attraverso quelle pagine conturbanti, viene dato all’umanità un messaggio terribile, un avvertimento confusamente minaccioso. Un quadro distopico, potremmo dire, del presente, ma anche una inquietante prospettiva sul futuro, quasi a indicare che la distruzione, l’orrore, la sofferenza sono inevitabili e necessari, ma che la rinascita non lo è altrettanto, a meno che, appunto, ci si affidi al “Salvatore”. Rimane il problema di coloro che non attendono, né hanno fiducia nel “Salvatore”.

Due millenni dopo quello scritto, nel 1992, un letterato italiano, osservatore critico della vita politica e intellettuale, Alberto Asor Rosa, pubblicava un piccolo libro, Fuori dall’Occidente, che, come chiariva il sottotitolo, era un commento allo scritto incendiario di Giovanni, una sorta di riscrittura delle parole, conservando lo spirito dell’opera dell’Evangelista. L’autore ripercorreva le parole, ma le adattava alla situazione verificatasi nel mondo, dopo il 1989, all’indomani del “crollo”; piú precisamente dopo l’avvio del primo conflitto militare dell’era post-bipolare, la Guerra del Golfo, fra l’agosto 1990 e il gennaio 1991. Con l’invasione del Kuwait da parte delle truppe angloamericane con supporto di una coalizione occidentale, Italia compresa, la guerra ritornava, di colpo, al centro del dibattito pubblico. Asor Rosa, quasi rivestendo i panni di Giovanni, con una scrittura tanto letterariamente efficace quanto politicamente condivisibile, alludendo alla mappa geopolitica globale, dopo il “crollo”, il cosiddetto “nuovo ordine mondiale”, scriveva: «Il nuovo ordine sarà tempestoso e terribile. È completamente sbagliato pensare che l’Unum imperium, unus rex fondi un principio di pace. […]. Scorreranno fiumi di sangue, non si avrà pietà per nessuno. La guerra sarà un elemento fondante e continuo, pre-supposto, del nuovo ordine».

Il “crollo”, all’epoca, non era completo; sussistevano elementi portanti, non solo vestigia, della seconda superpotenza, l’Urss: il crollo sarebbe stato effettivo e totale, nell’arco del biennio succeduto alla forzata apertura della porta di Brandeburgo, a quello che era il check-point Charlie (e che non lo sarebbe mai più stato), la sera del 9 novembre 1989, e si sarebbe concluso ben piú drammaticamente, con le dimissioni di Michail Gorbacev, lo scioglimento del Pcus, e la fine dell’Urss. Si era innescato un meccanismo che stava per travolgere non “un” mondo, ma “il” mondo.

Un evento apparentemente marginale, in quello stesso finale di anno, a dicembre, va menzionato: la cosiddetta “strage di Timisoara”, in Romania, esempio paradigmatico di invenzione della realtà, quando una troupe inglese costruì un vero e proprio set nella città rumena, con cadaveri sparsi su campi innevati, attribuendo l’asserita strage alla polizia di Nikolae Ceausescu, il leader di quel paese, che aveva dominato per quasi un quarantennio come un vero conducator (così era appellato in patria) un leader incontrastato, che godeva di ottime relazioni con dirigenti politici, governativi e no, di tutti i paesi occidentali, a cominciare da quelli italiani. Ceausescu, già contestato da manifestazioni di piazza, grazie allo sdegno suscitato da quelle immagini, venne arrestato e “processato”, insieme a sua moglie Elena (che aveva cogestito il potere con lui, in modo certamente dittatoriale), da un improvvisato “tribunale rivoluzionario” e giustiziato seduta stante, nella sera di Natale di quel fatidico anno.

Le immagini dei corpi inerti dei coniugi Ceausescu, sul pavimento di un bunker in località Taragovitse, circolate per giorni sui nostri media, erano quelle di morti veri, la cui fine vita era stata ampiamente documentata dalle telecamere, finendo immediatamente sul Web. Anche a Timisoara, i morti erano morti, la neve era reale, il luogo anche, ma quelle immagini raccontavano una clamorosa menzogna. Si trattava infatti di cadaveri estratti dalle celle frigorifere in un ricovero per anziani, che con incredibile sfrontatezza quei sedicenti “operatori dell’informazione”, avevano lanciato nel palcoscenico delle false verità, con un successo che forse andò persino oltre le loro aspettative, venendo le fotografie riprese da centinaia di testate e reti, contribuendo al crollo repentino di un intero sistema politico-sociale-economico e militare.

In realtà, il momento decisivo del “crollo” non fu quello simbolico dell’apertura della Porta di Brandeburgo a Berlino, il 9 novembre, ma lo scioglimento dell’Unione Sovietica, per le incalcolabili conseguenze sulla scena mondiale. La fine dell’Urss fu decretata, contro la volontà dei suoi cittadini (che si erano espressi a larghissima maggioranza per la conservazione dell’Unione), da sei persone, o meglio da tre leader politici, assistiti dai rispettivi numeri due. Il fatto merita una precisazione: l’8 dicembre 1991, in una località di confine tra Bielorussia e Polonia, Belavezskaja Pusc (Belaveza), all’interno di una dacia, sei uomini si erano dati appuntamento e decisero, con quelli dei popoli fino ad allora “sovietici” i destini dell’intero mondo. Erano Boris Elc’in, il suo segretario di Stato Gennadij Barbulis, il presidente della neonata Ucraina Leonid Kravcuk e il primo ministro Vitol’d Foin, il presidente della Bielorussia Stanislavo Suskevič e il primo ministro Vjaceslav Kebič. Quegli uomini stilarono un documento col quale liquidarono per sempre l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche: oggi, sulla base delle informazioni in nostro possesso, possiamo affermare che il sospetto (immediatamente circolato in ambienti politico-intellettuali) che i sei fossero al soldo dell’Occidente si è trasformato in certezza. Tre settimane dopo, il 28 dicembre, in un secondo rendez-vous dei sei, ad Alma Ata, negli Urali, al posto dell’Unione Sovietica, ormai defunta, battezzarono la CSI, la “Comunità degli Stati Indipendenti”, peraltro destinata a durare l’espace d’un matin. Il presidente russo Vladimir Putin, un anticomunista convinto, avrebbe definito quell’evento – la dissoluzione dell’Urss – la «piú grande catastrofe politica del XX secolo».

Si condivida o no quel giudizio estremo, non si può tacere che proprio con il dramma consumatosi tra marzo e dicembre 1991, suggellato dallo scioglimento (eterodiretto) dell’Urss, il mondo entrò nell’era post-bipolare. Veniva meno, sul quadrato del pugilato internazionale, uno dei due antagonisti, e di conseguenza perdeva di significato la figura del “terzo”, ossia l’arbitro, in concreto l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che, infatti, da quel momento, entrò in una crisi dalla quale non si sarebbe piú ripresa, sino a oggi. Piú in generale, Norberto Bobbio avvertiva che quella figura, il “terzo”, era indispensabile per sperare di far cessare il bellum omnium contra omnes, e dare sostanza al diritto internazionale, come lo aveva pensato, tra i primi, se non proprio per primo, Ugo Grozio, con il suo De iure belli ac pacis (1625).

Ma torniamo al breve interludio tra il 9 novembre 1989 e il 31 dicembre 1991: circa un biennio lungo il quale si definiva compiutamente quel “nuovo ordine”, caratterizzato dall’Unum imperium, unus rex. In vero, già dall’estate del 1990, con l’invasione del Kuwait da parte delle forze armate irachene, il mondo era entrato in una nuova era, non quella della pace infinita, e permanente, garantita da Francis Fukuyama, bensì il suo rovescio, la guerra infinita e permanente. Al di là del casus belli, la guerra suggellava l’intesa euroatlantica contro il mondo arabo e islamico; meglio, era il Nord del mondo contro il Sud. L’ormai quasi ex Unione Sovietica non fu in grado di compiere un gesto, di svolgere una qualsivoglia azione di contrasto, di dissuasione, di invito al dialogo. Quanto all’Europa, che si avviava alla sua “unità” continentale, mostrò la propria inanità e forse la volontà di rinunciare al ruolo storico e ideale di interposizione tra mondi diversi, di composizione di conflitti, di spazio comune, non soltanto per i suoi cittadini, ma per tutti gli umani che volessero soggiornarvi.

Va comunque ricordato che quella guerra suscitò notevole opposizione in seno alla cittadinanza europea, specialmente quella italiana, non a caso. Era la prima guerra a cui la nostra Repubblica prendeva parte, procurando uno strappo nel dettato costituzionale e il fatto, tuttavia, non produsse il sollevamento politico che ci si sarebbe potuti aspettare, in difesa della Costituzione, e del suo articolo 11. Fu l’assenza o al suo opposto la connivenza dei governanti italiani, a suscitare la reazione di Asor Rosa, inducendolo a scrivere quelle pagine dolentissime, che paiono vergate con la penna intinta nel sangue. L’autore denunciava il costituendo “nuovo ordine mondiale” scaturito dal post-1989, tesi che rovesciava quelle di Fukuyama, del mondo entrato nell’epoca di pace e progresso, grazie alla caduta di uno dei due contendenti, e dunque in tal senso di fine della conflittualità e perciò con frase a effetto, epoca di “fine della storia”. Oggi, immersi nel tempestoso mare di guerre che coprono il Globo, sarebbe difficile negare la profonda verità di quell’ammonimento: «Scorreranno fiumi di sangue, non si avrà pietà per nessuno. La guerra sarà un elemento fondante e continuo, pre-supposto, del nuovo ordine».

Altrettanto acutamente, un altro intellettuale militante, un giornalista con il “vizio della storia”, Giulietto Chiesa, più o meno nello stesso periodo, smentiva Fukuyama, in un libro che fin dal titolo teorizzava l’ingresso non in un’epoca di pace infinita, bensí nel suo rovescio, quello della “guerra infinita”. Qualche anno dopo, profeticamente, Chiesa dichiarava che la terza guerra mondiale sarebbe incominciata dall’Ucraina, che è in sostanza l’idea accennata da Papa Francesco quando parlò, già nel 2022, di “guerra mondiale a pezzi”. Come un puzzle che se si componeva, tessera dopo tessera, il nostro Continente, il Medio Oriente, l’Africa centro-settentrionale, e in definitiva gran parte della “casa comune” terrestre, si andava trasformando nel luogo della nuova Apocalisse, il bosco infiammato che avrebbe divorato uomini ed edifici, animali e vegetazione, estendendosi, prevedibilmente, ad altri continenti, ad altre genti, ad altri mondi.

Un intellettuale della generazione precedente, il filosofo Norberto Bobbio, che in una intervista aveva giustificato quella prima guerra post-bipolare (parlando inizialmente di guerra “legale”, poi di guerra “legittima”, infine, del tutto impropriamente, come avrebbe ammesso, onestamente, egli stesso, di guerra “giusta”), criticò Asor Rosa in nome di una generica e poco dimostrata ragionevolezza anti-apocalittica “occidentale”. Bobbio sembrava non comprendere le tesi di Asor Rosa, respingendole con fastidio; cioè che il nostro tempo sconvolge, insieme con gli equilibri mondiali, anche i ragionamenti finora usati, sicché il letterato, da sempre tentato dalla politica, si era sentito quasi in obbligo di abbandonare quel tipo di strumentazione razionale fondata sul logos, passando alle visioni quasi oniriche di un presente inquietante, che anticipava un possibile e, a suo giudizio probabile, futuro distopico. Davanti al ritorno in grande stile della guerra totale, guerra senza quartiere, guerra non giustificata, guerra non legittimata sul piano morale o giuridico (anche quando “legale” o legalizzata), guerra come pura espressione della legge del più forte, la sola possibilità di “sentire” (non di “comprendere”) era perciò affidata alle pagine liriche di Giovanni Evangelista, rivisitate in una sorta di sincronia ideale da Asor Rosa, il quale, in fondo avvertiva, implicitamente, che quella guerra, chiamata “del Golfo”, la prima delle new wars, era “nuova” anche su questo piano, ossia della possibilità di darne una interpretazione logica, accettabile da tutte le persone razionali e senzienti.

Quel conflitto ineguale annunciava una nube di fosca caligine sul presente, rendendolo a sua volta incomprensibile. Del resto di guerra si vide ben poco, a dispetto della mole immane di notizie che venivano diffuse in particolare dalla rete statunitense della Cnn: uno dei tratti del conflitto fu propriamente il trionfo della comunicazione e la sconfitta dell’informazione; da allora fu questo forse il tratto saliente delle “nuove guerre”. La guerra del 1991 fu nuova anche nella strategia informativa; i comandi militari Usa in accordo con le autorità politiche elaborarono una diversa strategia rispetto a quella messa in atto con il Vietnam (la tesi «abbiamo perso perché avevamo un braccio legato dietro la schiena»: ossia il giornalismo libero, fatto da reporter coraggiosi, non da impiegati, anzi incastonati, embedded, nelle forze armate, come fu nella loro maggior parte da allora in poi).

Moriva cosi il giornalismo autentico, e in effetti cominciarono anche a cadere, non metaforicamente, uccisi, feriti, imprigionati, banditi dai teatri di guerra, reporter fotografi cineoperatori indipendenti, o comunque non inseriti organicamente nelle forze statunitensi, o non provvisti di garanzie dei loro comandi: non protetti, neppure giuridicamente, o moralmente, post mortem. Le situazioni in corso tanto in Ucraina quanto in Palestina (Gaza, ma non soltanto) dimostrano in modo feroce che il potere non esita a imprigionare, espellere (o impedire di entrare), rinchiudere, incarcerare, o semplicemente uccidere coloro che, al di là degli schieramenti, delle stesse propensioni politiche, si arrischino a documentare gli avvenimenti. A fotografare, filmare, raccontare l’opera dei nuovi nazisti, i sionisti israeliani, con il sostegno dei loro complici nel mondo.

I professionisti dell’informazione divennero uno dei target privilegiati delle truppe combattenti, un po’ ovunque: nella cosiddetta ultima “guerra di Gaza”, iniziata il 7 ottobre del 2023, l’Idf, l’Israeli Defence Forces, operarono la piú massiccia, sistematica eliminazione di uomini e donne, indipendenti ovvero ingaggiati da media di tutti i paesi del mondo. Mai prima di allora, dopo il 1945, ma neppure prima, erano stati uccisi altrettanti giornalisti e reporter, fotografi e cineoperatori: un conteggio che nell’estate 2025 supera abbondantemente quota 200 morti, una sanguinosa macchia indelebile, certo non l’unica né la piú vistosa sul blasone di quello che si autorappresenta come l’«esercito più morale del mondo».

La guerra del 1990-’91, contro l’Iraq fu prima anche in un altro senso, ossia la definizione (che sarebbe diventata piú chiara, persino limpida successivamente) di un “Occidente” contro il “resto del mondo”. Un Occidente che si deve intendere come sintesi geografica, politica e ideologica di quella parte di mondo che si stava facendo sottomettere dal neoliberismo sul piano della ideologia, dal turbo-capitalismo su quello economico, con l’esplicitazione del Mercato come unica divinità da adorare, del Dollaro come unica valuta ammessa, dell’american way of life come sola cultura, unico modello antropologico ammesso, da seguire, incoraggiare e ovviamente imitare.

In questo Occidente, con l’arrivo degli anni novanta, si era costituita una triade di comando: Stati Uniti, Nato, Gran Bretagna, che ha sempre fatto parte a sé, e ha svolto, al di là dei cambiamenti di governi all’interno, un ruolo di comprimario ma anche di avamposto della ex nazione-madre, gli Usa. Dell’Occidente era parte, fin dalla fondazione nel 1948, lo Stato di Israele, che in Medio Oriente svolgeva un ruolo simile a quello posto in atto dal Regno Unito verso gli Usa. Un paese sottomesso alla nazione-madre (gli Stati Uniti), che tuttavia sovente rovesciava i ruoli, diventando servo-padrone, in ogni caso condizionandone le scelte politiche economiche militari.

Un rapporto analogo, ma senza le impuntature ribellistiche, pur minime e occasionali degli altri due soggetti indicati (Uk, il Regno Unito di Gran Bretagna, e Israele), gli Usa imponevano a una nuova entità che si andava definendosi nello scacchiere internazionale, la UE, ossia l’Unione Europea, che non era una entità statuale, ma piuttosto economico-finanziaria che tentava contraddittoriamente, in modo assai incerto, di andare oltre il livello della moneta comune, l’euro (creata nel 1999), ma per le resistenze interne, e per la propria traballante e complessa architettura istituzionale, non era in grado di andare oltre la moneta. Questo nuovo soggetto politico, nel corso soprattutto dei due primi decenni del 2000, sembrò poter assumere un ruolo rilevante sulla scena geopolitica, ma fu un fuoco di paglia, rapidamente rinunciando a un’autonomia di pensiero e di azione, configurando piuttosto la propria identità politica come subordinata alle scelte e alle decisioni delle Amministrazioni della Casa Bianca. Il dato principale che emergeva tra gli anni novanta e gli anni duemila, era quel processo economico, sociale, ideologico chiamato globalizzazione, dominato dal neoliberismo, ideologia politica della fase post-democratica, che si piegava alla forma estrema del capitalismo, definita variamente, come turbocapitalismo, ipercapitalismo, o finanzcapitalismo.

Asor Rosa (ritorniamo a lui) indicava, lucidamente, nel concetto geopolitico e ideologico di “Occidente”, il blocco di potere finanziario, mediatico, militare, che era emerso nel “dopo-Muro”: una nuova versione del military-industrial complex denunciato da Dwight Eisenhower nel gennaio 1961, nel suo discorso di addio alla Casa Bianca. Riprendendo lo stile narrativo- allusivo dell’Apocalissi, Asor Rosa finiva per profetizzare una catastrofe, ma per superarla, suggeriva una necessità, anzi, un imperativo: uscire dall’Occidente, appunto. All’elemento militare e industriale si andava aggiungendo la finanza internazionale come soggetto autonomo ma confluente in quello che poteva essere ormai definito “sistema guerra”, di cui parte essenziale – al tempo di Eisenhower non ne aveva le qualità – divenne l’informazione, o meglio, la comunicazione, che ha finito per essere l’elemento determinante del sistema guerra.

Su tutt’altra sponda, quella dei più avvertiti esponenti dell’intelligencija cattolica-osservante, la Societas Jesus, nel suo organo ufficiale, “«La Civiltà Cattolica», veniva espressa lucidamente la ripulsa di un Occidente orizzonte di ogni valore, accanto alla vibrata e argomentata denuncia dei guasti di un sistema nel quale persino l’etica era posta al servizio del profitto e dell’ordine costituito (giudicato palesemente ingiusto), e veniva ribadito che la guerra – il riferimento è sempre alla prima Guerra del Golfo –, per la sua natura di distruttività totale, e per la stessa pura e semplice rinuncia al diritto internazionale, e allo stesso concetto di legge, come un superfluo orpello da accademici, non poteva piú ambire a essere riconosciuta sotto la categoria, in uso nella dottrina cattolica, dai Padri della Chiesa in avanti, della “guerra giusta”; eppure, all’interno del mondo laico non si cessava, come s’è accennato nel caso di Bobbio, stoltamente, di ricorrere a quella categoria o ai suoi surrogati. Padre Ernesto Balducci, una bella figura di “intellettuale in tonaca”, scrisse parole mirabili di denuncia delle “disavventure della cultura laica”, incespicata nell’apologetica della guerra, magari in nome del progresso e della democrazia. La lotta contro la scelta dell’intervento, prima, e quindi, per il cessate il fuoco venne condotta soprattutto da un eterodosso quale Balducci, il quale con lucidità profetica vide nella crisi del Golfo e nella sua “soluzione” militare non una prova della forza dell’Occidente, bensì della sua debolezza, anzi l’inizio della fine della sua egemonia, il fallimento, insomma, della “modernità” di cui esso si voleva portatore, finendo per proporre analisi assai vicine a quelle del citato Asor Rosa. Ambedue vedevano all’orizzonte il tramonto dell’Occidente, un tramonto senza speranze, o quasi. Sposando le ragioni del Sud del mondo, il cattolico Balducci, e il laico Asor Rosa, riflettevano alle conseguenze del “crollo”: quell’evento epocale, invece di contribuire a un assestamento pacifico del sistema internazionale, ponendolo alla mercé di un’unica guida, una superpotenza ormai planetaria, ne peggiorava drasticamente l’assetto, amplificando il rischio-guerra. La pax americana significava per il mondo l’accettazione del «nuovo ordine», senza possibilità di remissione. La Guerra del Golfo segnava l’unificazione dell’Occidente, e la subalternità a questo del resto del mondo, scriveva Asor Rosa nel libro che ho citato in esordio: «non ci sarà mai più un governo degli sconfitti della storia» ed è «diventata addirittura impensabile una “rivoluzione dei valori”». È incominciata (o ricominciata) l’epoca della ragion di Stato, mentre si chiude l’epoca della Rivoluzione. L’Occidente trionfa. Come uscirne? Non si può, sentenziava accorato Asor Rosa. E lo scenario che egli disegna è quello di una nuova Apocalissi: «Scorreranno fiumi di sangue, non si avrà pietà per nessuno».

La Guerra del Golfo, si disse subito, fu guerra di immagini. Rispetto alla parola, detta o scritta, la guerra, nella informazione, che in effetti come già detto, diventava mera comunicazione, veniva esaltato il valore dell’immagine; fu il trionfo assoluto dell’immagine. Nel 1990-1991, le immagini furono il mezzo fondamentale della propaganda bellica, che grazie, innanzi tutto, alle immagini raggiunse vertici mai toccati prima di allora, avviando un percorso che si sarebbe pienamente dispiegato lungo quell’ultimo decennio del secolo XX. Fu anche l’occasione per trasformare le immagini – talune immagini, in particolare una immagine – in icone. Sarebbe successo tante volte in seguito. Allora fu il cormorano imbrattato di petrolio, che doveva inchiodare Saddam alle sue responsabilità di nemico dell’umanità, più in generale della Terra e della vita: il cormorano divenne uno studio di caso dei falsi fotografici. Stampata su tutte le testate giornalistiche cartacee occidentali, mostrata su tutti gli schermi, circolata ampiamente sulla Rete, commentata da loquaci osservatori presentati come “autorevoli”, quella fotografia che doveva simboleggiare una catastrofe ambientale di cui il raís iracheno era responsabile, anzi il solo responsabile. Fu un settimanale francese, «L’Evénément de jeudi», che riportò le valutazioni di un gruppo di ornitologi, i quali dimostrarono che non poteva essere una fotografia scattata nel gennaio del 1991, perché in quel periodo dell’anno quel tipo di cormorani non si trovano in quella zona. E che lo scatto era assai piú vecchio, risalendo, per la precisione, a otto anni prima, alla guerra Iraq-Iran. In altri termini si trattava di un falso, una pratica comunicativa che ebbe una diffusione notevolissima, incrementale, sia in guerra, dove raggiunse i vertici più alti, sia in tempo di pace. Non erano solo le “false notizie di guerra”, su cui uno dei maggiori storici di sempre, Marc Bloch, e partigiano combattente fucilato dai nazisti, aveva scritto un mirabile libro, relativo alla Prima guerra mondiale, false notizie che passano di bocca in bocca, che vengono diffuse dai giornali di carta o audiovisivi: le immagini, fotografie e videofilmati, ora irrompevano nel bagaglio della comunicazione, egemonizzandolo, e con le tecnologie sempre più raffinate e sempre piú facili da adoperare, una foto o un video potevano essere agevolmente manipolati, decontestualizzati, provvisti di didascalie o commenti parlati del tutto fuorvianti. Le nuove guerre furono guerre della comunicazione, e in seno a esse si cercavano immagini iconiche, capaci di catturare l’attenzione, di fissarsi negli occhi diventando di per sé dei messaggi forti. Il cormorano imbrattato di petrolio a ben vedere non fu in termini cronologici il primo esempio, con la diffusione di fotografie e filmati che anche quando veri tecnicamente, raccontavano il falso, come le immagini della “strage di Timisoara” già accennata. E quando in seguito a una inchiesta di veri giornalisti, il falso scoop fu svelato e denunciato, ossia fu dimostrato che “il fatto” non era accaduto, “la notizia” era rimasta: si era ormai pienamente nell’epoca della disconnessione tra fatti e notizie. Le seconde dominavano i primi, e anche una pura chiacchiera poteva “fare notizia”, anche una invenzione, anche una mezza verità, o una pseudo-verità costruita ad hoc. La guerra in Ucraina iniziata nel 2022 sarebbe stato uno straordinario repertorio sotto tale aspetto, con i media occidentali in prima linea a inventare atrocità russe, o a svilire le capacità e le dotazioni delle sue forze armate, e poi ad annunciare imminenti sollevazioni popolari contro il presidente Vladimir Putin, o suoi mali incurabili, o ancora l’inevitabile sconfitta militare, che avrebbe fatto seguito al crollo dell’economia russa colpita dalle sanzioni occidentali. Il “massacro di Bucha”, località dell’Ucraina orientale, è un perfetto replay della “strage di Timisoara”, in Romania.

A quella del povero cormorano imbrattato di nero petrolio, innumerevoli altre immagini-icone seguirono, vere e decontestualizzate, false, ma verosimili, vere e manipolate, o, in una ulteriore importante categoria, immagini vere, ma spiegate mendacemente: tutte comunque usate ai fini del messaggio propagandistico, pro-Occidente, contro il nemico di turno. Era il tentativo di inverare la “profezia” di Samuel P. Huntington, con il suo “scontro di civiltà”, che aveva entusiasmato i wasp, e in generale i suprematisti dell’Occidente esteso, a metà degli anni novanta del secolo XX.

Si era affacciata, nuovamente, l’inquietante coppia concettuale civiltà/ barbarie. Era un grande ritorno, un progresso all’indietro, perché da sempre nelle guerre, e in generale nei conflitti, le parti si scambiano l’accusa di rappresentare la “barbarie”, mentre si propongono come rappresentanti della “civiltà”. Accade fin dai tempi della guerra tra Greci e Persiani, raccontata da Tucidide; e prima di lui, Erodoto, in fondo deplorava che i Greci considerassero inferiori coloro che semplicemente riferendosi alle lingue, chiamavano barbari, oi barbaroi. In tempi recentissimi, nella campagna antiaraba condotta senza esclusione di colpi – dalle bombe alle parole – dai sionisti israeliani e dai loro sodali all’esterno di quello Stato, si è fatto sovente ricorso all’ingiuria, in riferimento al popolo palestinese, dichiarato “barbaro”, epiteto arricchito, ossia aggravato, con espressioni quali “selvaggi”, “popolo delle tenebre”, “animali non umani”, in una escalation pericolosa che era l’anticamera della giustificazione dello sterminio programmato di un popolo. Già Montaigne nel XVI Secolo sentenziava: «Ciò che non conosciamo chiamiamo barbaro», ma con sagacia il nostro Niccolò Tommaseo, nel suo celebre Dizionario dei sinonimi, alla voce “Barbaro / Selvaggio”, realizzato nella prima metà dell’Ottocento e innumerevoli volte aggiornato e arricchito, argutamente osservava: «Tra le persone che la società chiama “civili”, gli atti di barbarie sono piú frequenti che non tra quelli che vivono in modo da tirarsi addosso, per iperbole di spregio, il titolo di selvaggi».

In ogni caso, nel dibattito sulle guerre degli anni novanta, la più rilevante delle acquisizioni all’interno del campo bellicistico, fu proprio la comparsa o meglio la ricomparsa del lemma “Occidente”, oggi centrale nelle argomentazioni degli ideologi dello schieramento euroatlantico, i quali si dedicavano alla piú smaccata apologetica dei “nostri valori”, dei “nostri principi”, dei “nostri costumi”, e non esitavano a proclamare un “West First”. I principali diffusori del nuovo “occidentalismo” furono i dibattiti televisivi. Non che non esistessero prima, ma erano tutt’altra cosa. La prima “nuova guerra” ricreò i dibattiti televisivi, dove la forma diventava particolarmente aggressiva e insieme istrionica. Si impose fortemente e definì un modello di comunicazione fondato sul pensiero binario: o di qua o di là, pro o contra, buoni o cattivi, civiltà o barbarie.

In definitiva la logica amico/nemico teorizzata crudamente dal geniale pensatore tedesco reazionario Carl Schmitt, trasformata, ridotta e banalizzata in chiacchiera. Riflettendo sul concetto bilaterale di amico/nemico ha insegnato l’importanza della costruzione di un “nemico interno” che Schmitt vede come essenza stessa della politica. La distinzione che una società può operare tra amico e nemico è il collante che la tiene insieme; quando la collettività non ha piú questo potere, essa cessa di esistere e di avere una vita politica.

È una logica di guerra quella impiegata quando si parla non soltanto di conflitti militari, ma di pandemie, terremoti, infrastrutture (autostrade, ponti, ferrovie) e di tal passo tocca il piano politico-istituzionale. Il capitalismo dei disastri (la definizione è di Naomi Klein) si congiunge sempre alla militarizzazione della società, e alla accentuazione delle politiche di controllo. Non si inquadra forse in tale orientamento il progetto di “riforma costituzionale” chiamata del “premierato”? non è tale la logica che presiede al discorso pubblico fondato sull’“abbiamo vinto” e “avete perso”, “adesso comandiamo noi” e, ricordo, alla prima discesa in campo (lessico militare) di Silvio Berlusconi, uno dei suoi “attendenti”, esclamò: «abbiamo vinto e non faremo prigionieri». I commentatori superficiali ridacchiarono, allora, mentre si trattava di una affermazione semplicemente eversiva, che avrebbe dovuto suscitare inquietudine, in quanto basata su una cultura sintetizzabile nel motto “o con me o contro di me”, che elimina ogni possibilità di dialogo, e ha questa come traccia di ogni pensiero. Gli svolgimenti degli ultimi decenni hanno fatto emergere una variante che richiama Jeremy Bentham, con il suo inquietante Panopticon, nel 1791, ossia quando al di là della Manica, la Rivoluzione Francese stava toccando i suoi punti più alti. Oggi il “capitalismo della sorveglianza” ha travalicato l’Occidente, anche se i suoi fasti sono collocati in questa parte di mondo, inteso non solo geograficamente, ma sociologicamente, antropologicamente, ideologicamente. Permane il modello lager, a Gaza, ma non solo; e il Panopticon diventa una struttura virtuale, dispiegandosi la sorveglianza attraverso l’elettronica, dai famigerati “braccialetti” (o cavigliere) che ti rendono controllabile a distanza, ai sistemi video che ti seguono, inseguono, perseguono in ogni istante, in ogni luogo (Israele sempre all’avanguardia). Gli spazi di libertà, nell’Occidente che se ne proclama ostinatamente, perversamente, il paladino, si riducono costantemente, in un ambiente politico-istituzionale che è ormai ben oltre la “post-democrazia” teorizzata da Colin Crouch sul finire degli anni novanta. Siamo ormai pienamente nell’età del totalitarismo morbido, con alcune nazioni apripista come la Germania che mentre annuncia minacciosa un riarmo senza precedenti, mostra una sintonia inquietante con lo Stato di Israele, criminalizzando ogni forma di critica a quel governo e, più pesantemente, di solidarietà alla Palestina.

Se i fatti bellici accadevano soltanto in quanto mostrati dalla televisione, non avendo esistenza al di fuori del piccolo schermo (come sostenevano le provocazioni di Jean Baudrillard), analogamente le posizioni espresse nel dibattito intellettuale avevano autentica cittadinanza solamente venivano espresse, reiterate, semplificate, urlate nei talk shows. La logica di guerra si fondeva con la logica del linguaggio televisivo, nel quale non sono ammesse analisi, ma solo affermazioni apodittiche, proposte anzi declamate in un fraseggio essenziale, possibilmente a effetto, variamente condito di turpiloquio, o quanto meno urlato piú che argomentato.

Intanto, rendendosi conto che il Golfo era stato soltanto un assaggio, davanti al passaggio alla guerra come discorso che invadeva l’intero presente, dieci anni dopo il suo ragionamento sull’Apocalissi di Giovanni, Asor Rosa riprendeva quel saggio e lo faceva diventare un capitolo di un nuovo libro, sul tema guerra: la guerra “nuova” che aleggiava sinistramente sul mondo, dopo che un’altra catastrofe, quella del socialismo reale, si era consumata definitivamente, o cosí almeno era sembrato. La guerra era diventata l’elemento contraddistintivo della post-modernità globalizzata. L’Occidente esteso, che trovava nella Nato il suo elemento unificante, si arrogava assai piú di quanto non facessero gli Usa nei decenni passati, il diritto/dovere di imporre la propria “legge” su tutte le nazioni, una legge che non derivava dal diritto bensí dalla mera forza. La Nato, in tal senso, era il perfetto veicolo per diffondere la legge occidentale: l’Alleanza Atlantica, ormai aveva messo da parte lo stesso significato di “patto” che legava in una alleanza “difensiva” il Nordamerica e l’Ovest dell’Europa. I 32 Stati aderenti sono l’Occidente, con qualche aggiunta medio-orientale, estremo-orientale e oceanica, sono l’Occidente in armi, l’Occidente pronto a “scatenare l’inferno”, come in film di guerra, ovviamente made in Usa. Pronti a scatenare l’Armaghèdon.

E per un bizzarro scherzo della storia, coloro che hanno messo in atto l’Armageddon, sono o si proclamano o si sentono discendenti di quegli ebrei pronti a sterminare i “gentili”, seguendo i precetti di Amalèk. L’Apocalisse è oggi in Palestina, e chi lo scatena è il sedicente “Stato di tutti gli ebrei del mondo”. Ma nell’Apocalisse periscono tutti, compresi i carnefici che dopo essersi fatti scudo della storia (una storia di persecuzione e di esclusione), per recitare in esclusiva la parte delle vittime, costruendo un vero e proprio paradigma vittimario, che pretende financo l’esclusiva del concetto e del termine ambiguo di “genocidio”. Una pretesa grottesca, che forse non vale neppure la pena di smentire. Basti ricordare che questa parola che oggi si stenta a usare per definire l’azione militare contro Gaza da parte dell’Idf, ricorse invece con grande facilità e frequenza nel 1999, nella “Guerra del Kosovo”, allorché si fece ricorso persino a una espressione come «soluzione finale», attribuendo a Slobodan Milosevič le intenzioni che erano state di Hitler (o dei suoi consiglieri): la stessa espressione che oggi gli ebrei sionisti di Israele proferiscono impudicamente per liquidare fino all’ultimo dei gazawi, e signoreggiare impuniti sugli altri palestinesi nella West Bank. Una assai bizzarra nemesi storica, ma è a dir poco inquietante udire sulla bocca di governanti israeliani l’invocazione di una “soluzione finale” per quei fastidiosi “scarafaggi” che sono i palestinesi (“scarafaggi” è termine usato frequentemente da politici e commentatori sionisti in Israele). Davanti alle scene di coloni ebrei che assaltano i pochi convogli che riescono a varcare i confini di Gaza, recando aiuti umanitari, e distruggono quelle merci preziose (cibo, acqua, farmaci, coperte), o che sparano senza ragione sui residenti a Hebron o a Gerusalemme Est, o entrano nelle loro case e le derubano, mentre la polizia arresta indebitamente (si parla di molte migliaia di palestinesi, perlopiù minori in “detenzione amministrativa”) v’è chi si ostina a ripetere il mantra del 7 ottobre, come atto di incommensurabile ferocia, che evidentemente non sembra sanato dagli oltre 60.000 morti palestinesi, di cui forse la metà infanti, bambini e ragazzi. Ma calcoli più seri azzardano cifre di tre, quattro, cinque volte più grandi.

La logica è la stessa che presiede alla interpretazione occidentale e occidentalistica della guerra ucraina, agli atti terroristici dei nuovi signori di Kiev, portati al potere da un golpe (organizzato da tre entità riassunte in tre acronomi: Cia, Nato e UE), continuano a chiedere una previa condanna dell’“aggressore” russo, quasi che il 24 febbraio 2022 non sia stata che un atto di risposta a tutto ciò che l’Occidente ha compiuto, ai danni della Russia, non dal 2022, e neppure dal 2014, ma dal 1991. Difendere il diritto a vivere del popolo palestinese, denunciare l’illegalismo ebraico in Palestina, è impossibile senza venire marchiati come “antisemiti”, cosi come difendere il diritto delle popolazioni russe della Crimea o di quelle russofone del Donbass, significa nella grottesca ma violenta narrazione del mainstream, essere “putiniani”, disconoscendo che Vladimir Putin oltre che difendere la Russia, sta portando avanti un progetto che è oggettivamente da condividere e sostenere, in quanto fondato sul principio che un mondo multipolare, invece di un mondo unipolare, dove gli Stati Uniti, e il suo agente militare principale la Nato, dominano incontrastati. Ma questo genere di affermazione, sostenuta da qualsiasi studioso serio e indipendente, cosi come quella che rifiuta come incontestabile “il diritto di Israele” a difendersi portando avanti un progetto genocidario a danno del popolo palestinese, dopo averlo espropriato di terra e diritti, affermazioni di puro buon senso, corroborate dalla conoscenza della storia, oltre che vivificate da un senso di empatia per tutte le vittime, espone chi le fa a una feroce gogna pubblica. Illuminante, in proposito, il caso della “special rapporteur” dell’Onu per il Medio Oriente, l’italiana Francesca Albanese, sottoposta ad accuse infamanti, prive di qualsiasi riscontro, da parte di sedicenti giornalisti di regime, e di cui Stati Uniti e Israele, in sempiterna, indefettibile accoppiata, hanno chiesto, sic e simpliciter, la rimozione.

L’Apocalisse si annuncia con la menzogna, con l’inganno, con la cancellazione della storia, prima che con i missili, le bombe, e i droni-killer. Essere contro la guerra, contro il genocidio di un popolo, contro l’illegalismo della Nato, significa e comporta innanzi tutto l’obbligo di “dire la verità”, cosa possibile soltanto a patto che si cerchino le scaturigini anche remote dei fenomeni del presente.


Nota bibliografica
Questo testo ha i suoi riferimenti nei titoli qui sotto elencati (in ordine meramente alfabetico).
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