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Recensione a Lo Stato dei diritti di Luigi Cavallaro

Luigi Cavallaro, Lo Stato dei diritti. Politica economica e rivoluzione passiva in occidente, prefazione di Giorgio Lunghini, Napoli, Vivarium, 2005, pp. 280, € 32,00. Isbn: 88-85239-92-7.

Fin dal 1859 Marx caratterizzò la società nella quale predomina il modo di produzione capitalistico come una “enorme raccolta di merci”, e la merce singola quale forma nella quale, in tale società, si presenta il prodotto del lavoro. Il concetto di merce all’interno della sistematica marxiana ha un significato fondamentale, dal quale attraverso l’iniziale opposizione di cui essa è sinolo, – valore d’uso e valore – si sviluppa l’intero sistema della critica dell’economia politica.

Proprio prendendo le mosse dalla forma semplice assunta dal prodotto del lavoro, Cavallaro argomenta la necessità di pensare la forma di società, quale si è costituita nei paesi occidentali dal secondo dopoguerra fino verso la fine degli anni settanta, come una società nella quale hanno convissuto conflittualmente due differenti modi di produzione, quello capitalistico della produzione di merci e quello statuale della produzione di diritti.

L’idea forte che sottende tutto il libro è quella

di provare a delineare i contorni di un modo di produzione differente da quello capitalistico, che con esso ha convissuto, e che è caratterizzato in prima battuta dalla forma differente assunta dal prodotto del lavoro. Per poter svolgere un tale proposito Cavallaro compie una continua analisi differenziale volta a mostrare le difformità di queste due modalità del produrre. Mentre la merce è il prodotto di un lavoro svolto privatamente che diventa sociale soltanto attraverso lo scambio con il denaro, la produzione statuale produce diritti, cioè prodotti immediatamente sociali dei quali tutti i cittadini possono godere. Mentre il lavoro messo in atto dal capitale è lavoro salariato, cioè lavoro che produce un plusvalore che viene accumulato dal capitale stesso, il lavoro messo in moto dallo Stato nella produzione di diritti è un lavoro pubblico, svincolato dalla produzione di plusvalore. Mentre la finalità della produzione capitalistica è l’accumulazione di valore, e la ricchezza da essa prodotta è solo un mezzo per raggiungere quello scopo, la finalità della produzione statuale è quella di produrre ricchezza svincolata dalla forma di valore che essa assume nel modo di produzione capitalistico.

Approssimiamoci ulteriormente all’analisi di Cavallaro. Per comprenderne appieno la tesi è necessario delineare in modo più chiaro il concetto di crisi da sovrapproduzione e da sottooccupazione che caratterizza strutturalmente la forma di moto del modo di produzione capitalistico. La produzione capitalistica è produzione di merci a mezzo di forza-lavoro. Tale processo di produzione è in prima battuta processo di valorizzazione del capitale investito e solo in seguito è processo di produzione di ricchezza. La determinazione di forma è determinazione sostanziale. La produzione di ricchezza si dà solo se si ha un processo di valorizzazione del capitale. Il mezzo attraverso il quale il capitale si valorizza è la compera della forza-lavoro. La compera e l’utilizzo della forza-lavoro, cioè il processo lavorativo, permettono al capitale l’acquisizione di un plusvalore, poiché la quantità di lavoro erogata dalla merce forza-lavoro durante il processo lavorativo è maggiore della quantità di lavoro necessaria alla produzione della merce forza-lavoro, ovvero la semplice sussistenza del lavoratore. Il processo di valorizzazione si incrementa attraverso il prolungamento della giornata lavorativa oppure attraverso l’incremento della produttività del lavoro. Ma attenzione: il plusvalore acquisito dal capitale una volta compiuto il processo produttivo è ancora plusvalore potenziale, che deve trovare la propria realizzazione attraverso lo scambio delle merci prodotte con denaro. Il lavoro erogato dai salariati e oggettivato nelle merci prodotte, non è ancora lavoro sociale, non è ancora valore. Perché possa essere valore deve realizzarsi nel mercato attraverso la vendita, attraverso cioè lo scambio tra merce e denaro. La crisi si determina nel momento in cui alla fase della produzione di plusvalore in potenza non segue l’attuazione di tale plusvalore attraverso la vendita delle merci prodotte, come afferma Marx nella possibilità della non alienazione della merce “è contenuta in modo latente l’intera contraddizione”, ovvero la contraddizione che caratterizza immanentemente tutto il modo di produzione capitalistico: il lavoro sociale viene erogato attraverso processi di produzione autonomi ed indipendenti l’uno dall’altro. Il capitale, nel “costante tentativo di ampliare quanto più possibile la capacità recettiva del mercato […] impatta su quello che può essere considerato il problema specifico del modo di produzione che esso governa: la sovrapproduzione generale, intesa come eccedenza della ricchezza prodotta rispetto al consumo capace di mantenere il livello richiesto di valorizzazione del capitale” (102). La crisi da sovrapproduzione mette in atto una dinamica specifica: se il plusvalore potenziale prodotto non trova la sua validazione sociale sul mercato attraverso la vendita delle merci, il proprietario dei mezzi di produzione non ha alcun interesse a mettere in moto il processo produttivo. L’interruzione del processo produttivo – del processo di accumulazione del capitale – priva di mezzi di sussistenza anche i lavoratori che precedentemente erano occupati nel processo di produzione. Alla crisi da sovrapproduzione segue necessariamente la crisi da sottooccupazione. Il capitale non mette in moto il processo produttivo e il denaro da capitale si trasforma in tesoro, in risparmio. Il risparmio non è un semplice fenomeno monetario, esso consiste “nell’economizzazione di tempo di lavoro sociale, cioè di uomini e mezzi di produzione necessari per il conseguimento di un certo risultato utile, ed è frutto (propriamente, è effetto) dello sviluppo delle forze produttive materiali connesso all’impiego tecnologico della scienza, tramite il quale il capitale persegue l’obiettivo di abbattere i costi di produzione e di massimizzare la produzione del plusvalore” (104).

La crisi capitalistica mostra in modo lampante la contraddizione tra ricchezza e forma da essa assunta. La produzione della ricchezza, come abbiamo già visto sopra, si dà solo se è contemporaneamente produzione di plusvalore. Nel momento in cui il mercato non è più in grado di rispondere con una domanda solvente adeguata alla massa di merci immesse nella circolazione, la produzione della ricchezza si blocca poiché si blocca la possibilità della realizzazione del plusvalore; come afferma lucidamente Cavallaro “esiste socialmente una capacità produttiva potenziale che non viene utilizzata perché il capitale non sa metterla in moto; o meglio, non può metterla in moto, giacché la sua attivazione non condurrebbe alla valorizzazione, dunque alla riproduzione del capitale stesso. Un potenziale prodotto va quindi sprecato” (105).

La situazione di crisi – nella lettura di Cavallaro – può trovare una risposta nell’azione dello Stato, che ha il compito “di esprimere l’‘essenza comunitaria’ della società” (109), nel senso che può svolgere concretamente quelle attività necessarie alla riproduzione sociale che il processo produttivo non rende possibili a causa della forma capitalistica da esso assunta (valorizzazione del capitale come condizione della produzione della ricchezza). Lo Stato si appropria dei mezzi di produzione che sono in mano dei proprietari di capitali e li usa a scopi capitalisticamente improduttivi, cioè produce ricchezza svincolata dalla forma sociale del valore. Lo Stato mette in moto un processo produttivo nel quale la forma assunta dal prodotto del lavoro è quella di un diritto che è fruibile direttamente dai membri dalla società. Non solo, mettendo in moto un processo produttivo, libera dall’inattività la massa della forza-lavoro che la crisi da sovrapproduzione aveva estromesso dal processo produttivo andando a determinare una domanda di merci che la sottooccupazione aveva bloccato: il reddito dei lavoratori assunti dallo Stato si trasforma in una domanda di merci che permette al denaro tesaurizzato di rifluire nella circolazione e di rimettere in moto il processo di accumulazione del capitale e quindi il processo di produzione. Il problema che si pone è dove lo Stato possa trovare il denaro per mettere in moto il processo di produzione. Tale denaro non può essere ottenuto attraverso l’imposizione fiscale: essa andrebbe a colpire o i proprietari dei mezzi di produzione aumentando le aspettative negative che il capitale nutre sulla propria capacità di valorizzazione, oppure i salariati, determinando una ulteriore contrazione della domanda e aggravando quindi il problema degli sbocchi. Lo Stato ha quindi necessità di denaro per poter mettere in atto il processo produttivo ma non può ottenerlo per mezzo della tassazione pena l’acuirsi della crisi. Si deve inoltre tenere presente che lo Stato non spende il denaro come capitale, cioè come valore che si valorizza per mezzo della compera della forza-lavoro, altrimenti troverebbe gli stessi ostacoli trovati dai privati proprietari dei mezzi di produzione; il capitale utilizza il denaro nella forma di denaro, la sua produzione non è volta all’incremento del plusvalore, bensì alla creazione di reddito e di ricchezza svincolati dalla forma di valore: il lavoro messo in moto dalla spesa pubblica è una attività concreta utile, è ricchezza per il suo carattere concreto, non in quanto strumento di valorizzazione del capitale. Il denaro che serve allo Stato per mettere in moto il proprio processo di produzione di ricchezza non può che derivare “dall’unica istituzione sociale alla quale, nell’ambito del sistema capitalistico, è demandata la funzione di determinare la disponibilità dei mezzi di pagamento e, più in generale, l’offerta di credito: la banca centrale” (115). Cavallaro sintetizza in modo originale la modellistica marxiana relativa al modo di produzione capitalistico e la politica economica keynesiana relativa al deficit spending. La ricchezza potenziale e non messa in moto dal processo di produzione capitalistico viene messa in moto dallo Stato attraverso la spesa pubblica. La produzione statuale, oltre a creare domanda solvibile alle merci prodotte capitalisticamente e quindi a rimettere in moto il processo di accumulazione capitalistico, promuove una forma di produzione svincolata dalla forma della valorizzazione, nella quale lo Stato produce prodotti e servizi il cui fine sta proprio nel loro valore d’uso e non nella possibilità della valorizzazione dell’investimento effettuato.

Per mezzo dell’analisi marxiana della crisi da sovrapproduzione e da sottoccupazione Cavallaro giunge alla comprensione dell’intervento statuale nell’economia capitalistica che ha caratterizzato l’emergere di quella forma specifica di organizzazione sociale della produzione conosciuta come Welfare State. Modo di produzione capitalistico e Welfare State – o come l’autore preferisce chiamarlo, modo di produzione statuale – sono le due forme di produzione che hanno convissuto dagli anni del secondo dopoguerra fino alla “revanche conservatrice” (26) che ha caratterizzato le politiche tatcheriane e reaganiane tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta. Lo Stato, dal secondo dopoguerra ha, in misura differente, provveduto “all’offerta dei valori d’uso in modo universalistico, garantendoli a tutti i cittadini […] a prescindere dalla loro capacità di procurarseli con il reddito”: l’offerta statuale non ha riguardato meramente “prestazioni assistenziali per il caso di bisogno”, ma attraverso “politiche dell’istruzione, del lavoro, industriali, urbane, ambientali” ha garantito ai cittadini “reddito reale in forma di beni e servizi pubblici” (24-25). Come l’autore fa notare, nel secondo dopoguerra, sull’onda della “rivoluzione keynesiana”, fu intrapresa, dai paesi occidentali più industrializzati, una politica economica volta al raggiungimento del pieno impiego delle risorse disponibili (mezzi di produzione e forza-lavoro) attraverso un modo di produzione che svincolava la produzione della ricchezza dalla forma di merce caratteristica della produzione capitalistica. Questa nuova forma di produzione non soltanto permetteva una accumulazione capitalistica in cui le crisi da sovrapproduzione e da sottooccupazione erano in parte debellate, ma anche, e soprattutto, un accesso dei cittadini alla ricchezza reale svincolata dalla forma di valore.  La storiografia maggioritaria cerca di spiegare questo fenomeno mettendolo in stretta connessione con le forme di produzione dei paesi a socialismo reale: per paura del comunismo i capitalisti avrebbero fatto larghe concessioni redistributive ai lavoratori; una volta caduto il muro di Berlino e venuta meno l’esperienza socialista tali concessioni sarebbero venute meno. Questa tesi non convince l’autore per due motivi, il primo di ordine cronologico: le politiche reaganiane e tatcheriane anticipano di un decennio la caduta del socialismo; il secondo di ordine economico: i diritti sociali non sono stati generati da una redistribuzione più equa tra profitti e salari – “le quote dei profitti e dei salari negli ultimi settantacinque anni sono state essenzialmente costanti” (27) –, bensì da un mutamento di forma della produzione sociale. Lo Stato, attraverso il debito pubblico, ha messo in moto una forma di produzione svincolata dalla produzione di plusvalore, rendendo produttive risorse che la produzione capitalistica lasciava inutilizzate, garantendo quindi beni e servizi ai cittadini nella forma dei diritti e non nella forma di merci. Una volta determinato il modello del modo di produzione statuale e rinvenuto nella storia novecentesca il suo ruolo, l’autore sviluppa negli altri capitoli del volume le implicazioni storiche filosofiche e politiche che l’applicazione di tale modello comporta.

Merita una particolare attenzione la possibilità di applicazione di tale modello alla storia economica. Nella storiografia attuale il rapporto tra la storia economica e la storia contemporanea risulta contraddittorio. Mentre la seconda sembra rinvenire negli anni settanta una forte cesura alle attese e alle speranze di futuro dei paesi occidentali, la storia economica, attraverso considerazioni quantitative basate soprattutto sulla misurazione dello sviluppo economico attraverso il PIL, sembra negare il cambiamento di segno del futuro che invece lo storico contemporaneo prende come punto di partenza per la propria analisi. Per quale motivo esiste questa contraddizione tra storia economica e storia contemporanea? Tale contraddizione viene individuata da Cavallaro nella struttura concettuale attraverso la quale la storia economica si propone l’obiettivo di leggere la realtà. La storia economica risulta, nella visione di Cavallaro, del tutto subalterna alla economics, incapace di scorgere la forma sociale all’interno della quale si attua il processo produttivo. Se l’economia per dirla con Robbins studia “la condotta umana come una relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi”, il modo, la forma nella quale si determinano le relazioni economiche rimane completamente al di fuori del suo orizzonte. L’economics diventa una scienza capace di individuare leggi generali valide per ogni forma di organizzazione sociale, quindi incapace, per proprio statuto, di riconoscere i cambiamenti assunti dalle forme all’interno delle quali il processo economico si svolge. In sostanza l’incapacità della comunicazione tra la storia contemporanea e la storia economica risiede nella mancanza di attenzione nei confronti della forma assunta dal processo da parte della storia economica. Ricordando Cipolla, Cavallaro sviluppa e concretizza, rivolgendosi agli anni settanta, la tesi della anacronisticità del modello di analisi rispetto al concreto storico. Non è possibile, attraverso gli strumenti dello storico economico, incapaci di cogliere la differenza formale – e quindi sostanziale – tra la produzione di merci e la produzione di diritti, individuare una discretezza storica tra gli anni del secondo dopoguerra e gli anni ottanta del secolo scorso. Il momento di rottura, che lo storico contemporaneo comprende attraverso una analisi della struttura della società e attraverso l’autoriflessione che l’umanità compie di questo processo, è determinabile in termini di storia economica soltanto attraverso una analitica comprensione del modo di produzione statuale e del suo smantellamento alla fine degli anni settanta del secolo scorso.  

Al di là della capacità euristica e della effettiva originalità della tesi espressa da Cavallaro, il volume lascia spazio ad una critica: se, come afferma l’autore citando il Marx dei Grundrisse, “in tutte le forme di società vi è una determinata produzione che decide del rango e dell’influenza di tutte le altre, e i cui rapporti decidono perciò del rango e dell’influenza di tutti gli altri” appare un po’ forzato pensare che quella determinata produzione possa essere quella statuale. Mi sembra invece necessario – e in questa direzione si muove consapevolmente o meno tutta l’argomentazione dell’autore – comprendere i diritti alla luce della produzione di merci e comprendere quindi quella discontinuità, di cui Cavallaro sviluppa una prima sistematica, come una figurazione in cui si sviluppa il modo di produzione capitalistico e non un modo di produzione a sé stante. L’argomentazione di Cavallaro risulta quindi convincente solo se invece di parlare di modo di produzione, si considera la produzione dei diritti una concretizzazione ulteriore specifica del modo di produzione capitalistico. È cioè necessario distinguere tra differenti livelli di astrazione e parlare quindi della produzione dei diritti come una configurazione produttiva specifica assunta dalla società nella forma epocale dominata dal modo di produzione capitalistico. Perché si possa parlare di modo di produzione statuale sarebbe altrimenti necessario mostrare questa forma di moto nella sua purezza, sviluppando, a partire dalla “forma di cellula” del diritto, la sistematica complessiva del modello, cioè vedere se il modo di produzione statuale è davvero in grado di essere processo, cioè di porre i propri presupposti e non essere semplicemente una configurazione che esiste solo all’interno del modo di produzione capitalistico.

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