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mondocane

Siria: élite mondialista e pacifisti sinistri contro Trump. Vaticano-Quirinale: Benedictio urbi et orbi atque PD

di Fulvio Grimaldi

(E’ lungo, forse prolisso, ma tratta due temi grossi, si può digerire in due puntate e, giuro, per un po’ non mi farò vedere. Per combinare il testo con le immagini andate su www.fulviogrimaldicontroblog.info. Almeno da lì nessuno può rimuovere)

stato profondo 2Palloncino bucato

Una cosa si è confermata chiara e ha bucato il pallone gonfiato delle fake news dei grandi media e la loro forsennata passione per la globalizzazione di guerre, neoliberismo, totalitarismo. Una cosa ha definitivamente sancito la scomparsa, da noi, ma anche da molte altre parti, di quel settore della società politica che si definiva di sinistra e coltivava il paradosso di chiamare destra l’altro settore. Per la sedicente sinistra vale ormai al massimo il corrispettivo linguistico al maschile.

Questa cosa ha l’aspetto di Giano Bifronte: da un lato fulmina con occhiate di sdegno e riprovazione il trucidone della Casa Bianca che, sfidando una tradizione di guerre d’aggressione che risale alla fondazione del suo paese e ne costituisce l’essenza ontologica e, ahinoi, anche escatologica, annuncia il ritiro di truppe da Siria e Afghanistan (vedremo poi i perché e percome); dall’altro inneggia con passione smodata ai Supremi di casa nostra che, in occasione delle festività, ci hanno fatto volare sul capo aerostati gonfi di pace. Nella fattispecie aria calda.

Siamo il paese dei fessi che fanno i furbi, che tuffano il diavolo nell’acqua santa e se la cavano scegliendo la sudditanza a discapito della cittadinanza. Arlecchino servitore di due padroni. Don Abbondio, se di fronte c’è don Rodrigo, don Rodrigo, se si ha a che fare con don Abbondio. Dunque, don Abbondio prima con i tedeschi, poi con gli americani. Con tutti quelli che ci menano. E dunque con l’UE. Don Rodrigo con quelli che possiamo menare. Di solito noi stessi. E da questa caratteristica nazionale che nasce il prodigio di un paese, escluso il 32,7 % degli elettori che restano in stato d’attesa, che si diverte come un bambino sull’altalena nel parco giochi costruitogli dai potenti.

 

Francia o Spagna, purchè se magna

Contro il bifolco Trump, perché pare abbandonare il massacro di Siria e Afghanistan, e con coloro che, nella Cia, nel Pentagono, tra gli armaioli, e quindi nei media, se ne risentono. E paiono i più forti. Di conseguenza, apertamente per la guerra, da conclamati e storici pacifisti. Ma che è anche la guerra che il papa e il capo dello Stato aborrono, pur cautelandosi scrupolosamente dal riferirsi a chi le fa e ci campa. Per la democrazia del voto e del pluralismo, ma non quando il 70% dei siriani elegge liberamente il presidente Assad e neanche quando bande di ventura curde, al servizio degli aggressori Usa-Nato, senza essere stati votati da nessuno, uscendo dal loro territorio (un decimo della Siria abitato dallo 0,6 dei suoi abitanti, prima dell’afflusso di curdi turchi accolti e protetti da Damasco), occupano un terzo della Siria facendovi pulizia etnica degli arabi.

 

I santi dei buoni

Quello che, a schermi ed edicole unificate, è seguito alle omelie di fine anno di Bergoglio e Mattarella è stato un’onda anomala di saliva abbattutasi fin sul Colle e sulla Cupola. Dal “manifesto” al “Foglio” all“Avvenire”, fino ai main stream dei grandi editori, puri come l’eroina Juliette del marchese De Sade, che tutti, con grande senso dell’humour, dicendosi liberi e indipendenti, si sono profusi in osanna ai due salmodianti da far invidia alla corte del bizantino Paleologo II. “L’equilibrio perfetto, il sorriso paterno e luminoso, moral suasion di prossimità e familiare, ruolo pedagogico, sorriso disarmante, un capolavoro, il vero rivoluzionario custode della ragione, il paese favola che diventa reale, Mattarella seppellisce tutti gli altri”…. Così il manifesto”, Corriere, Stampa, Foglio, Messaggero, Repubblica. Nessuno dei quali si risparmia l’esaltazione per lo share trionfale, senza precedenti, 10,2 milioni, il 40%. Per la verità, un topino di redazione ha sussurrato: “Ma, grazie tante, era a reti unificate, non c’era controprogrammazione, chissà come avrà fatto l’altro 60% a non vederlo…”, ma nessuno gli ha detto retta.

E pour cause. Se il manifesto titola “Mattarella argine contro il cattivista” (il governo) e cita il papa che definisce la stessa “cattiveria sintomo di debolezza” e, come tutti gli altri da posizioni politico-sociali presuntamente opposte, inneggia all’Italia delineata dal presidente, una ragione c’è. Sia l’uno che l’altro dei due taumaturghi, papi e presidenti di tutti gli italiani, hanno reso omaggio a tutti gli italiani meno su per giù il 50%. Al netto dei paroloni di calorosa sostanza retorica, buoni per tutte le omelie, dal principio alla fine, dall’accoglienza negata alle tasse ventilate sui buoni del Terzo Settore (leggi Ong e tutti la giungla dei sussidiari alla CL), alla denuncia dell’astio, dell’insulto, dell’intolleranza, dell’odio settario (così ben denunciato da Boldrini e Renzi), fino alla vecchietta sola che, a capodanno, per avere compagnia chiama i carabinieri (purchè non siano quelli di Cucchi, spero), quella che ci si presenta è l’Italia del bene contro quella del male. E quali sarebbero le due Italie dell’inventore del Cottarelli premier manidiforbice e banditore di Savona euroscettico? Indovinate. Un aiutino ve lo dà la standing ovation di tutti quelli che al potere c’erano prima, sinistri imperiali compresi.

 

Uccidono la libertà di stampa. Pensate, ce l’avevamo!

Lasciatemi chiudere questo capitoletto, prima di passare al fatto serio del giorno -Trump, gli altri e la Siria - con qualche citazione da quello che è diventato l’organo del PD e della guerra (ma solo in difesa dei curdi, per carità, e contro i tiranni, come comanda Rossanda), dopo il decesso dell’Unità. Vox clamantis in deserto, peraltro, dato che sta in piedi grazie ai quasi 3 milioni di contributi statali che, come i 6 all’Avvenire (giornale dei vescovi, tutti spiantati), i 3 al Sole24Ore (della Confindustria ridotta in miseria dai gialloverdi), i 3,7 a Libero (eh, Berlusconi non può mica mantenere tutti), il milione al Foglio (la Cia manca di spiccioli).

Giornali che nessuno legge, ma che, se privati dei sussidi,”muore la stampa libera e indipendente”. Visto che rimangono solo Corriere, Repubblica, La Stampa e….. Indipendenza garantita al manifesto da una ricca successione di paginoni pubblicitari dell’ENI, cui il “quotidiano comunista” affianca inserti redazionali in cui una maestra amministra ai pargoli i valori del “viaggio di studio” offerto dall’ente petrolifero tra i salubri pozzi della Basilicata. Mentre NON produce, il manifesto, nemmeno una riga sugli scandali delle tangenti ENI-Nigeria-Congo che occupano le giornate e gli anni della Procura milanese.

 

Quel cialtrone di Dibba, quel raffinato analista di Negri

Ciò che oggi colpisce nel quotidiano è una prima pagina che, scontata la solita gigantografia con vignetta ossessivamente sorosiana di Biani sui migranti, migranti che quel vecchio marpione di Orlando, con dietro qualche altro sindaco dell’acquolina in bocca in vista delle Europee, vuole accasare, offre due perle di quella bontà e di quell’equilibrio che tanto ha esaltato il collettivo nelle omelie citate. ”Il Misfatto Dibba c’è” titola il condirettore Di Francesco uno spurgo di un livore che solo la più frustrata invidia può provocare. Il bersaglio del volgare vituperio è il rientrato Alessandro Di Battista che sul Fatto Quotidiano, in questi mesi, ci ha regalato una serie di reportages sul Messico e sul Centroamerica seviziato dagli Usa e dai loro sguatteri locali.

Un po’ me ne intendo e posso dire che articoli di tale competenza, conoscenza, profondità di analisi, sensibilità politico-sociale e, soprattutto umana, ne ho letto pochi. Ma per la prosa pernacchiosa del poeta Di Francesco, che non figurerà mai in un’antologia, ma nella storia dei Balcani sì, per aver definito Milosevic “despota ultranazionalista” e quindi aver dato una manina al disfacimento di quel paese e alla morte del suo presidente, “Di Battista è un “esperto di tutto ma di nulla” e quello che ha fatto nelle Americhe non è che un “camel trophy dell’eroe dei due mondi dal mood garibaldino e da guida turistica”. Secondo il giornalista che ha permesso che il manifesto si imbrattasse per giorni con le veline dei peggiori arnesi dei golpe striscianti, in occasione del fallito colpo di Stato contro il Nicaragua sandinista, l’incarico adatto al più temuto dei Cinque Stelle sarebbe quello di “commissario del popolo al turismo”.

Degna apertura di un giornale che resta perfettamente sul suo binario imperial-diffamatorio con Alberto Negri, che, finge un’analisi della mossa di Trump, per tirare un grottesco quanto maligno parallelo tra le vite di Erdogan e del tre volte-autocrate Assad, dittatori che vanno a braccetto. Quello dei “sopravvissuti Assad ed Erdogan, sono regimi che non si riformano”, sentenzia il chissà perché sovrastimato commentatore del manifesto, estrazione Sole24Ore.Tout se tien.

 

Vae pauperibus!

Guai ai poveri, auspica nel racconto della giornata di segno comunista Roberto Ciccarelli, caro a chi sa lui per aver garantito per Osama bin Laden quale autore dell’attentato alle Torri Gemelle. Qui si accanisce sul reddito di cittadinanza in quanto “il più razzista dei provvedimenti e il più punitivo nei confronti dei poveri”. Speriamo che i poveri, all’arrivo dei 750 euro, se ne accorgano. Chiude in bellezza il solito tentativo di riesumare il bluff zapatista del Chapas, ricordandone la cavalcata di 35 anni fa a San Cristobal de las Casas con in testa il subcomandante Marcos. Il quale, dopo aver tentato di sabotare due volte l’elezione di Lopez Obrador alla presidenza del Messico, s’è dato da sub per rientrare insalutato ospite nell’ordine delle cose.

Anche stavolta i nuovi subcomandanti hanno cercato di far passare per grande truffa l’unica speranza di riscatto disponibile nel Messico per grande truffa. E stanno attaccando Obrador ferocemente, prima ancora che abbia dato il suo primo buongiorno dal palazzo presidenziale. Il bue che dà del cornuto all’asino. Intanto i miseri resti della rivoluzione galattica se ne stanno rinchiusi a “ben governare” nei loro cinque villaggi e strepitano con rabbia contro la ferrovia che, al posto delle carrarecce di fango, dovrebbe finalmente collegarli al mondo. Non gli dà retta più nessuno, da anni. Venerano Luca Casarini, il Masaniello di Padova. Prima in Chapas con Marcos, poi a Belgrado a sostegno degli infiltrati Otpor e della radio di Soros B-52, poi con gli scudi di polistirolo a minacciare pioggia di rane sulla Genova del G8, oggi su un’imbarcazione Ong nel Mediterraneo. Sempre dalle parti di Soros.Tout se tien anche qui.

 

Tiritiri? O tiritero?

Passando alle cose serie. Sul ritiro in 100 giorni di tutte le truppe Usa dalla Siria (5000, tra Forze Speciali e bombaroli) e della metà di quelle che bombardano e trafficano oppio in Afghanistan, poi estesi a quattro mesi, vista la malaparata con lo Stato Profondo (Cia, Pentagono, Wall Street, Lockheed Martin, media). Malloppone guerrafondaio furibondo, capeggiato da “Cane Pazzo” Mattis, dimessosi da ministro della Guerra per non aver potuto ripetere in Siria il bagno di sangue e fosforo di Fallujah (Iraq 2004) e per essere stato privato del suo massimo godimento, così da lui espresso:”Cosa c’è di più divertente che sparare a qualcuno”. Per inciso, il noto quotidiano pacifista, il manifesto, ne ha deplorato la dipartita e lo ha qualificato “elemento razionale e di equilibrio” nella compagine trumpiana.

 

Israele e curdi uniti nella lotta

Da noi, affetti dalla solita ipocrisia clericomafiosa, si piagnucola sull’abbandono dei curdi, “avanguardia democratica, laica, ecologista, femminista, LGBTI”, con tanto di majorettes in armi. Si sorvola su queste milizie curde YPG arrivate in massima parte dalla Turchia che, mascherate da Federazione Democratica Siriana (solo la Cruciati del manifesto li vuol far passare per coalizione multinazionale di arabi, assiri, turcomanni, puffi e curdi), grazie all’aiuto degli Usa dall’alto, si sono sostituiti all’Isis come fanteria Nato contro la Siria. Si ignora che, se sono passati da meno di un milione a parecchi di più è perché la Siria di Assad li ha accolti, insieme al leader Ocalan, profughi dalla Turchia. In compenso si sono fatti mercenari dell’aggressore in sostituzione dell’Isis e, assumendo il progetto dello squartamento della Siria, si sono presi un terzo del paese, imponendo, sfrattando, incarcerando e uccidendo gli autoctoni.

Ora, abbandonati dai loro danti causa, forse, pressati dai turchi che, alla faccia loro, ma anche di quella del popolo siriano, vorrebbero prendersi almeno una gran striscia di confine, con dentro i più ricchi giacimenti petroliferi, le più fertili terre e ricche acque della Siria, buttano la mimetica a stelle e strisce e con stella di David e, giurando di rispettare l’integrità territoriale del paese, invocano aiuto da Damasco. Che fa bene a darglielo e ad accorrere con la Guardia Nazionale e la Divisione Tigre a Manbij. Che tornino nel loro angolo di Siria e vadano a prendersela oltre confine con chi li ha maltrattati davvero.

 

Chi taglia il nodo gordiano?

Qui la situazione è intorcinata. Ci stanno i turchi, che già avevano scacciato i curdi dal cantone di Afrin, in piena e tollerante vista degli americani, ci stanno i curdi, ci stanno i militari Usa da ritirare, nel tempo, e sono arrivati i siriani. Cosa faranno gli uni e gli altri? Qui non soccorrono le ambiguità e le indecenti equivalenze tra Assad ed Erdogan di Alberto Negri. Qui vanno visti gli attori e i loro interessi. Per primo Trump che ha accelerato alcune mosse per riprendere i temi della sua campagna elettorale: riduzione dell’impegno e della spesa militari globali, accomodamento con i russi, dialogo con i nordcoreani, sordina agli attacchi all’Iran e alla Cina dei dazi. Non stona con tutto questo la sorprendente e sacrosanta affermazione dell’avvocato di Trump, Rudi Giuliani, che ad Assange di Wikileaks, recluso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, non c’è proprio nessun reato da contestare. In compenso, dall’altra parte, i Democratici hanno eletto alla presidenza della Camera la collaudata Nancy Pelosi, espressione arcigna e inflessibile dell’apparato guerresco statunitense. E di Julian Assange, eroe della libera informazione, i Democratici vorrebbero fare polpette da servire a Mattis.

 

Liberal per liberare i cani di guerra

Poi i nemici dell’outsider strambo, scatenati contro ognuno di questi obiettivi, tanto da rovesciare sul presidente accuse di alto tradimento per aver incontrato Xi, Putin e Kim Jong Un e inventarsi la bufala galattica del russiagate, ovviamente ripresa dai loro sodali e sguatteri in Europa. Nemici riuniti nello Stato Profondo Usa rappresentato politicamente da uno schieramento bipartisan Democratici-Repubblicani, ma con forte prevalenza dei primi, dalla banda guerrafondaia Obamian-Clintoniana, dai neocon, insomma da tutti coloro che hanno inventato, creato e nutrito Al Qaida e l’Isis, dalla Siria all’lraq alla Libia all’Egitto all’Africa e all’Afghanistan. In sostanza l’élite statunitense plutocratica e perennemente in guerra, sostenuta da media e think tank di puntellamento, che vede sfidata la sua dottrina di base: una strategia di dominio militare e neoliberista mondiale, fondata su quasi mille basi militari, un’egemonia (sub)culturale onnipervasiva e l’assalto, con sanzioni, guerre, terrorismi, a chiunque vi si sottragga, o opponga modelli incompatibili. Vanificata da loro stessi l’equivoca alternativa del PCI e di forze simili, tutto ciò che si pretendeva di sinistra si è inserito in questo Zeitgeist, visione del mondo. La riprova è la solidarietà di chi ha lo stomaco di condividere con questa èlite la furia contro il ritiro delle truppe Usa da un teatro di massacri.

Ritiro che tale belluina reazione ha già costretto il malleabile cerchiobottista della Casa bianca a estendere da un mese a cento giorni e più. Ed è aperto a ogni ipotesi ciò che l’una e l’altra fazione in campo, sullo sfondo dei probabili contenziosi russo-turchi sul che fare dei curdi e di quel pezzo di Siria,faranno e otterranno in questi quattro mesi. Sempre che i plutocrati in armi degli Usa non si rassegneranno e si accontenteranno del loro nuovo pivot: Africa e America Latina, dove sono in corso le altre loro grandi manovre imperialiste a contrasto di Russia e Cina. Difficile, però, che Israele non li tiri per la collottola. Quel che è certo è che sul Donald vanno a esercitarsi pressioni mai viste, con dentro anche gli sceicchi del Golfo e tutta la potenza lobbistica e ricattatoria di Israele. E’ probabile che, come altre volte, soccomberà.

 

Geopolitica, ma anche petrolio

Perché Trump ha osato tanto? Può darsi che, più di un suo spirito conciliatorio, sia stata la prospettiva di uno scontro tra Usa-curdi nel cosiddetto Rojava, sottratto alla Siria e ambito da tutti e tre gli usurpatori in campo, e il bastione turco della Nato, alle porte di Iran e Russia, a sollecitare il ritiro di Trump. Se questo ritiro, con conseguente occupazione turca di larghe fasce siriane, ha comportato la messa in crisi della triplice Russia-Turchia-Iran, oggi a capo della strategia mediorientale, la cancellazione dell’acquisto del sistema anti-aereo S400 russo e, chissà, la sospensione del gas-oleodotto Turkish Stream, allora lo scenario delle alleanze rischia ancora una volta di essere sovvertito. E quello che, secondo le colleriche geremiadi dei globalisti occidentali e di Israele, sarebbe stato un regalo a Russia e Iran, potrebbe ben rivelarsi una trappola mortale proprio per Mosca e Tehran. E Siria. Presto, dunque, per cantare vittoria.

Si vedrà. Intanto tra forze governative siriane, quelle che davvero hanno debellato il terrorismo jihadista, altro che la finta guerra all’Isis dei complici Usa e curdi, e a cui ora apre la strada il voltafaccia di sopravvivenza pro-Damasco degli stessi curdi, e reparti jihadisti al soldo di Erdogan trasferiti da Idlib, è in corso la gara a chi si prende Manbij. Dove ci sono ancora americani a custodire la porta d’accesso a quello che in chiave colonialista è chiamato Kurdistan siriano, moltiplicato per dieci rispetto alla sua dimensione storica, ai suoi pozzi petroliferi, alle sue terre agricole e alle 18 basi che gli Usa vi hanno stabilito. Senza dimenticare che da quelle parti c’è ancora una consistente presenza di Isis che gli Usa hanno estratto dalle macerie di Raqqa da loro polverizzata e cosparsa di fosse comuni delle migliaia di civili siriani frantumati dalle loro bombe.

La partita resta aperta a Washington come in Medioriente. Di sicuro c’è solo una cosa, anzi due. Che Trump è quello che è, ma resta comunque il pannocchione eterodosso che, per la seconda volta in 70 anni, ha pronunciato la parola “ritiro” e ha familiarizzato col russo L’altra volta, con Nixon e il cinese, si sa com’è andata finire. E che, per la seconda volta in 70 anni, un governo italiano ha sorriso a Mosca, ha tagliato qualche spesuccia militare, non si manifesta entusiasta delle guerre e delle sanzioni, non condivide l’estrazione dall’Africa di schiavi, piace a Trump e non agli altri. E si sa come è andata a finire la prima volta.

Fate tutti i distinguo che volete, ma quelli che ci sono stati prima e che ora sbraitano, in entrambi i casi, sono peggio. La speranza è gialla. Che i gialli la mantengano!


E per tirarci su, ecco un link in onore del meglio che l’Europa l’anno passato ha saputo offrirci: i gilet gialli. Lunga vita!
https://www.facebook.com/ilcorsaro.altrainformazione/videos/1150264541683275/ Bella Ciao suonata e cantata a Parigi a sostegno dei manifestanti contro la riforma del lavoro di Macron (l’hanno blaterata davanti a Montecitorio quelli che da noi quella riforma l’hanno fatta: eterogenesi dei fini).
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