
La rivoluzione egiziana e la conquista dello stato
di Gianni Del Panta*
La politica che troviamo su giornali e televisioni è materia di competenza esclusiva di ministri, burocrati, capitalisti, parlamentari, giornalisti, sondaggisti e accademici. Tutti gli altri sono invece meri spettatori, costretti a subire le decisioni prese in loro nome e chiamati, in quasi tutti i sistemi vigenti, a tratteggiare una croce su una scheda elettorale ad intervalli più o meno regolari. La correttezza procedurale delle operazioni di voto rappresenta il discrimine tra democrazie borghesi e autoritarismo, mentre la passività delle masse è l’elemento sul quale si fonda un qualsiasi regime nel quale le classi proprietarie dei mezzi di produzione sfruttano a proprio vantaggio la stragrande maggioranza della popolazione.
Gli eventi occorsi in Egitto tra il 25 gennaio 2011 e il 3 luglio 2013 dimostrano però come l’estraneità delle masse dall’arena politica non rappresenti in alcun caso un elemento ineluttabile. Gli sforzi delle classi possidenti e dei loro attendenti, per quanto ingenti, non sempre infatti riescono ad ottenere l’apatia delle masse. Quando la barriera che pone i subordinati in una posizione silenziosa e passiva crolla, scosse telluriche si sviluppano lungo tutte le articolazioni di una società. D’altronde, proprio l’irrompere violento delle masse sul terreno dove si decidono le loro sorti è il fattore che segna incontestabilmente l’avvio di un qualsiasi processo rivoluzionario. Non tutte le situazioni rivoluzionarie conducono però al successo della rivoluzione. Una questione cruciale in tal senso è quella del potere statale.
Esiste oggi tra le fila della sinistra movimentista una radicata convinzione che la conquista del potere da parte dei rivoluzionari sia un aspetto quantomeno secondario. Le varianti più oltranziste di questa vulgata giungono perfino a ritenere controproducente la presa del comando.
L’obiettivo infatti sarebbe quello di rappresentare il cambiamento che si vorrebbe vedere nel mondo, trasformando in primo luogo se stessi ed agendo come costante movimento di pressione sul sistema. L’implicito assunto di fondo della sinistra movimentista è quindi la rappresentazione dello stato come un organo terzo e neutrale, che disbriga i vari contenziosi che sorgono in seno alla società, siano questi di natura economica oppure politica. Celate spesso dietro ad un lessico massimalista ed un’estetica dell’azione, simili posizioni politiche sono nei fatti prettamente riformiste. Come tali, devono essere combattute. La ragione è presto detta: nel corso di una fase rivoluzionaria, niente è tanto pericoloso quanto una teoria reticente e poco chiara in merito al ruolo degli apparati dello stato. La rivoluzione egiziana parla anche di questo. Parla soprattutto dell’esigenza dei rivoluzionari di costruire un blocco alternativo di potere attorno al movimento dei lavoratori e della necessità della conquista dello stato. Questo però non può avvenire attraverso una mera sostituzione del ceto politico. La macchina statale esistente deve essere infatti prima distrutta. Ci sono due principali ragioni al riguardo.
Per prima cosa, lo stato rappresenta quell’insieme di istituzioni ed apparati che fanno rispettare, anche attraverso l’uso della forza, le leggi. Queste, pur nella loro complessità e diversità, sono volte a garantire, all’interno di una società capitalista, il dominio della classe economicamente dominante su quelle subalterne. Se i rivoluzionari giungessero al successo attraverso il momento elettorale si troverebbero così alla guida di una macchina statale che si muove intrinsecamente contro i loro interessi, dovendo in ultima analisi scegliere se abbandonare il proprio programma, oppure accettare un conflitto aperto con gli apparati statali. In questo secondo scenario, come molti casi più o meno recenti in America Latina mostrano, il potere giuridico e, più probabilmente, le forze armate si farebbero promotrici di tentativi di colpo di stato per riportare le classi proprietarie al potere.
In secondo luogo, nessun processo rivoluzionario dura in eterno. Al contrario, questo rappresenta un momento nel quale lo sviluppo di una società si trova ad un bivio: o le masse riescono a creare le forme politiche della propria emancipazione sociale, oppure la classe dominante riafferma, spesso in una forma diversa rispetto al recente passato, il proprio dominio. Quanti immaginano quindi che il fine ultimo sia il movimento per il movimento non potranno che subire la spietata repressione di coloro che controllano i mezzi di coercizione non appena la spinta dal basso comincerà a rifluire. Da un qualsiasi processo rivoluzionario sorge sempre un nuovo ordine. Se i rivoluzionari non ne sono alla testa significa che si trovano già sul libro nero della controrivoluzione. Con ogni probabilità, pagheranno con anni di prigione, esilio e perfino con la propria vita. Il dramma della rivoluzione egiziana, in fin dei conti, è tutto qua.
Qualche breve nota sulla rivoluzione egiziana
In maniera abbastanza classica, lo scoppio della rivoluzione egiziana è stato anticipato da un lento accumularsi di energie radicali, durato circa un decennio. I principali protagonisti in tal senso sono stati il movimento democratico – di natura prevalentemente liberale, concentrato nelle città e animato da attivisti provenienti dalle fila della classe media – ed i lavoratori, autori a partire dal 2004 del più lungo ciclo di mobilitazioni della storia repubblicana egiziana contro il processo di liberalizzazione dell’economia e privatizzazione delle fabbriche statali, voluto dal regime di Hosni Mubarak. In gran parte, questi due movimenti si sono sviluppati su binari paralleli, con poche occasioni di contatto. Al tempo stesso però, hanno contribuito a creare nel paese una diffusa cultura della protesta, che ha spianato la strada allo scoppio rivoluzionario del 25 gennaio 2011. Anche in questo caso, possiamo notare alcuni elementi abbastanza tipici delle prime fasi di una qualsiasi rivoluzione. Per prima cosa, la natura larga delle mobilitazioni, sia in termini sociali che politici. In secondo luogo, la grande centralità ricoperta dai settori moderati e riformisti di opposizione nelle prime settimane di rivolta. Tali caratteristiche tendono a durare fino a quando la rivoluzione non raggiunge il suo obiettivo più immediato – nel caso egiziano, la rimozione di Mubarak. Il venir meno del bersaglio che aveva spinto alla comune mobilitazione liberali e marxisti, islamisti e nasseristi, classi medie e lavoratori, sottoproletariato e contadini determina forti spinte centrifughe all’interno della vasta convergenza anti-regime. Per alcuni, la rivoluzione ha già ottenuto tutto quanto era desiderabile. Per altri no. Soprattutto, la rapida disarticolazione delle strutture di potere crea nuove possibilità di azione per il movimento operaio e per le masse mobilitate. Questo è proprio quanto è accaduto in Egitto al termine dei 18 giorni che hanno decretato la sconfitta di Mubarak. Così mentre liberali, islamisti e classi medie chiamavano alla moderazione per non pregiudicare quanto ottenuto e caldeggiavano il trasferimento della dinamica di piazza al momento elettorale, i lavoratori portavano la rivoluzione in ogni fabbrica, decisi ad ottenere un sensibile miglioramento delle proprie condizioni di vita e a regolare i conti con tutti i ‘piccoli Mubarak’ che ne avevano oppresso l’esistenza per anni e perfino decenni. Questa straordinaria effervescenza operaia porta il numero delle mobilitazioni sui luoghi di lavoro alla cifra record di oltre 1900 nel solo 2012. Al riguardo, non sembra superfluo ricordare come in nessun anno pre-rivoluzione questo numero avesse superato quota 700. Ad inizio 2013, la conflittualità sui luoghi di lavoro cresce ancora. Nel solo primo semestre dell’anno, il numero delle proteste sfiora infatti quota 2000, con una media che supera i 300 episodi mensili ed una radicalità senza precedenti. Questa fase si conclude però con il colpo di stato militare del 3 luglio 2013 guidato da al-Sisi contro il governo della Fratellanza Musulmana ed il presidente Morsi. Con il pieno successo della controrivoluzione e l’instaurarsi di una dittatura militare cala anche il sipario sulla fase rivoluzionaria. Per due anni e mezzo circa il movimento operaio è stato in grado di limitare fortemente la capacità d’azione delle classi possidenti e dell’esercito, costringendo quest’ultimo a stringere un patto di breve durata con la Fratellanza e a cedere momentaneamente il potere che aveva assunto dopo la destituzione di Mubarak. Al tempo stesso però, il movimento operaio non è riuscito a risolvere a proprio vantaggio la crisi rivoluzionaria. Non è infatti stato in grado di creare le forme politiche della propria emancipazione sociale. Incapace di giocare un ruolo guida, la classe lavoratrice è quindi rimasta stretta tra i due rami, per quanto diversi, della controrivoluzione: la Fratellanza da un lato, l’esercito dall’altro. Per una lunga serie di ragioni storiche e contingenti, il movimento operaio ha sostenuto il colpo di stato militare contro la Fratellanza. In maniera apparentemente paradossale, il prezzo che ha pagato, e continua a pagare, per ciò è una repressione statale violentissima contro ogni forma di organizzazione autonoma e di dissenso da parte dei lavoratori. Se nello showdown fosse risultata vincitrice la Fratellanza l’esito per i lavoratori sarebbe stato probabilmente lo stesso. La vera questione non riguarda quindi quale ramo della controrivoluzione è stato sostenuto dal movimento operaio, ma per quali ragioni non sia riuscito a farsi promotore e protagonista di un blocco di potere alternativo. Il fallimento della rivoluzione egiziana deve essere identificato qui.
Consigli di fabbrica e partito rivoluzionario
A partire dalla Comune di Parigi del 1871, quasi tutti gli episodi rivoluzionari sono stati accompagnati da esperimenti di democrazia radicale dal basso, che hanno riguardato l’occupazione delle terre in campagna, l’organizzazione della vita nei quartieri e una profonda ri-articolazione dei rapporti di forza in fabbrica e negli uffici. Tra tutti questi esempi di protagonismo diretto delle masse però, i tentativi da parte dei lavoratori di assumere il diretto controllo della produzione sui luoghi di lavoro sono certamente emersi come i più significativi. Con nomi diversi nei vari paesi, quanto in Italia si indica come consigli operai sono sorti, per citare alcuni casi, in Russia nel 1905 e nel 1917, in Spagna nel 1936, in Portogallo nel 1974, in Iran nel 1979, in Corea del Sud nel 1987, in Argentina nel 2001 e proprio in Italia nel corso di entrambi i bienni rossi, 1919–20 e 1968–69. Insomma, i lavoratori hanno cercato di costruire strutture alternative di potere in periodi temporali e continenti diversi, senza tener conto alcuno della religione prevalente e del regime politico vigente.
In maniera sorprendente, una rivoluzione straordinariamente forte come movimento da basso come quella egiziana non ha dato vita a significative e durature esperienze di democrazia radicale: l’occupazione delle terre è rimasto un fenomeno molto limitato, i comitati di quartieri esplosi durante i 18 giorni di proteste contro Mubarak hanno faticato non poco a rimanere in piedi nei successivi mesi e nessun vero e proprio consiglio operaio è emerso. Solamente 12 fabbriche infatti nell’intero periodo rivoluzionario sono state gestite per un certo tempo direttamente dai lavoratori. In ben 11 di questi casi inoltre, ciò è avvenuto in conseguenza della rapida dipartita del gruppo manageriale. Proprio la debolezza e finanche vera e propria assenza di questi organismi popolari ha privato la rivoluzione egiziana di quelle strutture attorno alle quali un nuovo blocco sociale guidato dalle classi lavoratrici sarebbe potuto emergere, costringendo i vertici delle forze armate ad intervenire per mettere fine ad una fase di potere duale. In tale situazione, divisioni e rotture all’interno dell’esercito si sarebbero potute manifestare. Una possibilità non così remota, come mostrato da alcuni atti di insubordinazione e anche vera e propria diserzione tra le fila delle truppe di base e degli ufficiali di medio-basso rango nel corso del 2011.
Per quali ragioni quindi quello che è emerso come un elemento caratterizzante in molte rivoluzioni non si è palesato invece in Egitto? A questa domanda cruciale possono essere fornite solamente risposte parziali e di stampo ipotetico. Certamente, il peso delle varie correnti riformiste – primo fra tutte, il nasserismo – e la presa di queste sulle masse e sui lavoratori ha giocato un qualche ruolo in tal senso. Ancor più rilevante sembra però essere stata l’assenza di una sinistra rivoluzionaria organizzata e significativa. Aderendo all’idea che sia possibile cambiare il mondo senza prendere il potere, una fetta rilevante dei giovani rivoluzionari egiziani non si è mai impegnata a costruire un partito di classe, assumendo implicitamente una presunta neutralità da parte dello stato e fallendo – spesso perché neanche interessata – nel reclutare membri e quadri tra le fila dei lavoratori. La presenza di una cornice ideologica moderata e dominata dal riformismo ha deviato la spinta radicale proveniente dal basso, prevenendo e inibendo la creazione di esperienze di democrazia radicale. Incapace di porre se stesso alla guida del processo rivoluzionario, il movimento operaio ha perso la battaglia per il potere. La rivoluzione egiziana ci parla così del rapporto dialettico tra classe e partito, così come della necessità per i rivoluzionari di arrivare intellettualmente e organizzativamente preparati ai grandi appuntamenti con la storia.













































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