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I Brics: la seconda colonizzazione

di Paolo Ferrero

BRICS.pngI BRICS e il processo di cui sono protagonisti rappresentano a tutti gli effetti un secondo ciclo di decolonizzazione dei paesi del SUD del mondo. Il primo ciclo, nel secondo dopoguerra, fu un fenomeno in primo luogo politico e militare e dette luogo all’indipendenza politica di larghissima parte degli stati prima assoggettati al colonialismo occidentale. Dopo la decolonizzazione molti di quegli stessi stati subirono però un neocolonialismo di tipo economico che – imposto a suon di piani di aggiustamento strutturali elaborati dal Fondo Monetario Internazionale – ha ridotto molti di quei paesi in una condizione di nuova sudditanza.

Non tutti i paesi sono stati però piegati dal neocolonialismo, e una parte di questi sono riusciti a conquistare un livello di sviluppo economico che, negli ultimi decenni, è diventato sempre più marcato. Nel caso cinese, questo sviluppo, governato dallo stato – che ha continuato a controllare finanza e moneta – ha determinato un vero terremoto a livello mondiale.

La base materiale di aggregazione dei BRICS non è stata politica, ma fondata sull’essere paesi non occidentali che hanno avuto un rilevante sviluppo economico nel nuovo millennio. Come sottolineava già il Presidente Mao, la conquista dell’indipendenza politica avrebbe dovuto promuovere lo sviluppo economico al fine di dotarsi delle basi materiali dell’indipendenza stessa. Così è stato per la Cina, e così comincia a essere per una pluralità di paesi del Sud del mondo, in misura tale da mettere in discussione i rapporti di forza che hanno caratterizzato il mondo in questi ultimi cinque secoli. Parlare dei BRICS significa parlare del declino del dominio occidentale, come farò in larga parte di questo editoriale.

 

UNA GRANDE CESURA STORICA

Quella a cui stiamo assistendo oggi è – a mio parere – una enorme transizione. E’ il ruolo di dominio che l’occidente ha esercitato negli ultimi secoli sul mondo a essere entrato in crisi su molteplici piani. Assistiamo alla fine del ciclo coloniale iniziato con la conquista delle Americhe ma anche alla crisi dell’egemonia del capitalismo occidentale sviluppatosi a partire dalla rivoluzione industriale del XVII secolo in Inghilterra.

Così come la fine del ciclo economico e finanziario fondato sulla centralità del dollaro – iniziato con Bretton Woods nel 1944 e rafforzato nel 1971 da Nixon – si salda con la fine del dominio unipolare del mondo cominciato con il crollo del muro di Berlino nel 1991. Per una disamina approfondita della fine di questi cicli storici rimando al numero 21-22 di “Su la testa” intitolato “L’occidente è un accidente” (www.sulatesta.net), mentre qui voglio limitarmi a sottolineare che ci troviamo dinnanzi a una gigantesca transizione storica, a un evento epocale. Nel corso della storia del capitalismo, i passaggi di questa natura sono avvenuti attraverso guerre furibonde, e non a caso oggi ci troviamo in una situazione in cui è il tema della guerra a determinare il quadro in cui viviamo.

Viviamo quindi in una epoca tumultuosa e confusa, come si confà ad ogni epoca di transizione di grande momento. Di questo passaggio i BRICS sono protagonisti di primo piano, e per questo abbiamo deciso di dedicargli questo numero della rivista. Un passaggio tutt’altro che semplice e lineare, che ha dato luogo a una situazione in cui, per dirla con Gramsci, “Il vecchio mondo sta morendo, e il nuovo mondo fatica a nascere: questo è il tempo dei mostri.” E’ infatti evidente che le elites occidentali, nel disperato tentativo di conservare i propri privilegi, stanno generando mostri che pensavamo fossero confinati alle peggiori pagine del passato: il genocidio e la guerra. Per orientarci cercheremo qui di seguito di ripercorrere le tappe che ci hanno portato in questa situazione in modo da individuare con chiarezza quali sono i problemi che abbiamo dinnanzi a noi.

I BRICS raggruppano vari paesi del Sud del mondo – a partire dai più grandi – e trovano le loro radici e la loro origine negli effetti – non previsti – della globalizzazione neoliberista. Proprio dalla globalizzazione neoliberista faremo quindi partire la nostra analisi.

 

DA DOVE PARTE LA GLOBALIZZAZIONE

Il punto di partenza della globalizzazione neoliberista è la reazione delle classi dominanti occidentali alle lotte di liberazione anticoloniali, al ciclo di lotte operaie e studentesche nel biennio 68/69 ed all’aumento del prezzo dei prodotti petroliferi deciso dai paesi del Golfo all’inizio degli anni ‘70.

Di fronte a questi fenomeni che mettevano radicalmente in discussione i punti fondamentali su cui si era fondato lo sviluppo capitalistico del secondo dopoguerra – bassi salari e basso costo delle materie prime – la risposta del capitalismo occidentale guidato dagli USA fu innanzitutto finalizzata alla ricostruzione dei margini di profitto e a un deciso spostamento dell’accumulazione del capitale nella sfera della finanza e della speculazione.

Questa scelta si articolò principalmente in quattro mosse:

– La scelta di una politica economica fondata sull’inflazione legata al ristagno produttivo – stagflazione – con conseguenze di redistribuzione del reddito verso l’alto e di indebolimento della classe operaia.

– La nascita dei petrodollari al fine di redistribuire risorse a proprio favore e di sostenere il nuovo ciclo del dollaro come moneta fiduciaria e pienamente sovrana in ambito mondiale.

– La messa sotto accusa dell’eccesso di democrazia nelle nazioni occidentali – ritenuta una grave concausa del grande conflitto sociale – e la conseguente azione di svuotamento della stessa.

– Lo spostamento – coerentemente alla finanziarizzazione occidentale – delle produzioni dall’occidente ai paesi del terzo mondo – significativamente in Cina – con una conseguente riduzione drastica dei costi di produzione, il rientro dell’inflazione in occidente e un ulteriore indebolimento strutturale della classe operaia occidentale. In pochi decenni il numero dei lavoratori salariati a livello mondiale è raddoppiato, determinando così una maggiore guerra tra i poveri e una enorme difficoltà ad organizzare sindacalmente i lavoratori.

 

L’USO CAPITALISTA DEL CROLLO DEL MURO DI BERLINO

In questo contesto di ricostruzione strutturale dei margini di profitto e di estrema finanziarizzazione del capitalismo imperialista, abbiamo il crollo del muro di Berlino e lo scioglimento dell’Unione Sovietica. La fine dell’Unione Sovietica, che poteva essere utilizzata per costruire un mondo di pace e cooperativo, è stata utilizzata dalle classi dominanti occidentali come occasione per costruire un dominio unipolare sul mondo. Così gli USA grazie all’attiva collaborazione di Eltsin spolpano la Russia e ottengono dalla Cina sia merci a basso costo che il finanziamento del proprio debito pubblico. Parallelamente bastonano i propri alleati quando alzano troppo la cresta presentandosi come pericolosi competitori (Giappone nel 1991, tigri asiatiche nel 1997). E’ così che nel 2001 il G7 ingloba provvisoriamente a Russia, e si riunisce nel formato G8, e la Cina viene fatta entrare nel WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio) con l’obiettivo di trasformarla in una grande manifattura integrata nel mercato capitalistico e subordinato agli USA.

All’inizio del millennio siamo quindi in piena globalizzazione neoliberista, all’apice del potere imperiale statunitense e dell’egemonia del pensiero unico riassunto dall’ideologia della fine della storia. La NATO diventa il braccio destro della politica militare USA e protagonista della destabilizzazione di una lunga serie di paesi che avevano il torto di non essersi allineati agli interessi imperiali statunitensi. Non mi dilungo su questa fase del dominio unipolare degli USA che è ben conosciuta e caratterizzata da una sequela di guerre “per l’esportazione della democrazia” e dal pensiero di Francis Fukuyama.

 

GLI SCHERZI DELLA DIALETTICA STORICA

La storia procede però in modo dialettico, e una scelta fatta per produrre un risultato può dar luogo a un risultato opposto. Negli anni tra l’89 e il 2007 si fanno così strada alcuni elementi, non previsti e sottovalutati dalle classi dominanti occidentali, che verranno a maturazione progressivamente e che sono alla base della situazione attuale.

La prima, e più importante, è la scelta strategica del governo cinese di favorire gli investimenti industriali capitalistici sul proprio territorio operando però con determinazione un’azione di acquisizione di saperi e tecnologie e nel contempo mantenendo uno stretto controllo politico sulla finanza e sulla moneta. Nasce così in Cina uno strano sistema che unisce all’aumento dello sfruttamento del lavoro e delle esportazioni, una capacità di acquisire un controllo statale e nazionale sul ciclo dell’accumulazione, evitando il riprodursi di un meccanismo di sviluppo dipendente dall’esterno tipico del neocolonialismo. La Cina diventa così progressivamente la fabbrica del mondo, ma anche il cervello della fabbrica e il gestore finanziario della fabbrica. Attorno allo sviluppo produttivo, la Cina ricostruisce tutti gli elementi di sapere e potere che gli permettono di diventare indipendente dai centri dominanti del potere occidentale e nello stesso tempo di ridurre progressivamente la propria dipendenza sistemica dalle esportazioni.

In secondo luogo, il ruolo produttivo che il capitalismo finanziario statunitense aveva ritagliato per i paesi del terzo mondo, determinò una condizione che oltre alla Cina toccò molte altre economie. Dopo le tigri asiatiche, molti altri paesi iniziarono a crescere e svilupparsi e – dal Brasile all’India al Sud Africa – a svolgere un proprio ruolo economico rilevante. Pur con molte contraddizioni e sottoposti a modelli estrattivi tipici del peggior neocolonialismo, molti di questi paesi ebbero modo di sviluppare una propria autoctona base produttiva e quindi una propria economia.

In terzo luogo, negli anni ‘90, nella fase eltsiniana, la Russia è stata letteralmente svenduta al capitalismo finanziario occidentale e agli oligarchi, determinando un tracollo delle condizioni di vita nella popolazione. In quel contesto è nata una fortissima domanda sociale di rimettere al centro lo sviluppo del paese. Di questo sentimento e di questa necessità è stata espressione principale il partito comunista – a cui è stata scippata la vittoria elettorale nel 2000 con i brogli benedetti dall’occidente – e poi se ne è progressivamente fatta carico la gestione putiniana che, in forme autoritarie, ha posto al centro la difesa degli interessi nazionali. Si è così ricostruita una rinnovata identità nazionale che ha mostrato al mondo come la Russia sia ben più che “una pompa di benzina con la bomba atomica”, come veniva beffardamente veniva definita dai neocon statunitensi.

In quarto luogo, all’inizio del millennio, il movimento NO global o altermondialista ha posto una critica radicale alla globalizzazione neoliberista e ha dato vita ad un movimento mondiale contro la guerra. Il movimento è stato un fenomeno rilevante e di massa in tutti i paesi occidentali e ha costruito legami a livello mondiale, sottolineando efficacemente la necessità di modificare radicalmente il modello di sviluppo capitalistico. Il movimento è stato in grado ovunque di allargare di molto i confini tradizionali della critica al capitalismo e la prospettiva efficacemente riassunta dallo slogan “VOI G8, NOI 8 MILIARDI” ha segnato un punto decisivo della critica al capitalismo neoliberista.

In America Latina questa esperienza è riuscita a tradursi in una efficace pratica politica che in più di un paese ha dato luogo alla conquista del governo.

Viceversa, in Europa, il tentativo di tradurre sul piano politico e del governo la forza e le idee del movimento è fallito. La sinistra non è stata in grado di vincere la sfida nella lotta al liberismo e sia l’esperienza italiana – con il secondo governo Prodi – che la ben più importante esperienza greca, hanno alla fine certificato la sconfitta della sinistra nel tentativo di superare le politiche ordoliberiste dell’Unione Europea. 

Arriviamo così nella fase attuale in cui il capitalismo occidentale è palesemente in declino a livello mondiale, ma contemporaneamente ha rafforzato la sua egemonia sui popoli occidentali. La sconfitta in occidente del movimento No Global e del movimento operaio permette alle elites capitalistiche occidentali di presentarsi come le uniche rappresentanti dell’Occidente. L’era del dominio unipolare volge al termine senza che nei paesi occidentali si sia affacciata una soggettività in grado di proporre una alternativa al capitalismo occidentale in crisi. Si tratta di una situazione assai negativa di cui parleremo più avanti.

 

LA FINE DELL’UNIPOLARISMO

Vediamo però concretamente cosa significa questo declino occidentale, a partire dal piano produttivo ed economico.

Il primo elemento è dato dalla riduzione del peso economico statunitense ed europeo e dalla macroscopica crescita economica della Cina e dei “paesi emergenti”.

Gli USA, che nel 1945 producevano circa metà del PIL mondiale, negli anni ‘90 erano planati a circa un quarto, e oggi in termini di PIL nominale mantengono quella cifra ,mentre in termini di PIL a parità di potere d’acquisto gli USA producono il 15% del totale mondiale. Viceversa la Cina, che a metà degli anni ‘90 produceva il 2,3% del PIL mondiale, oggi ne produce il 18% sia in termini di PIL nominale che in termini di PIL a parità di potere d’acquisto. E’ così che i BRICS oggi rappresentano il 50% della popolazione mondiale e poco meno del 45% della ricchezza prodotta a livello planetario.

Questi dati economici, sia pure macroscopici, non esprimono però pienamente la trasformazione avvenuta. Se all’interno dell’economia andiamo a vedere il dato della produzione materiale dei beni che servono quotidianamente all’esistenza della popolazione mondiale, vediamo che questa si è spostata in termini ancora più rilevanti nei paesi del “Sud globale”. Oggi gli USA producono il 17% della produzione manifatturiera mondiale, mentre la Cina produce il 28% del totale globale e, da sola, ha una produzione industriale maggiore degli Stati Uniti, la Germania e il Giappone messi insieme.

Mentre i paesi occidentali si sono sempre più finanziarizzati, l’industria, il saper fare, la capacità di produrre manufatti necessari per il vivere civile, sono diventati sempre più un patrimonio dei paesi del sud del mondo. Non solo la produzione materiale, ma anche l’ideazione, la progettazione, l’automazione e l’innovazione in generale.

Il tentativo di aumentare i margini di profitto, attraverso il dominio della leva finanziaria, e il tipico pregiudizio borghese e aristocratico che vede nel lavoro un aspetto degradante invece che un punto decisivo dello sviluppo umano hanno portato al declino il capitalismo finanziario occidentale. 

L’idea che sia sufficiente controllare la leva finanziaria per essere i padroni del mondo è stato l’enorme abbaglio del capitalismo occidentale finanziarizzato, e lo si è cominciato a vedere distinatamente nella crisi dei mutui subprime nel 2007/8. In quella situazione, per la prima volta nella storia moderna, la Cina intervenne pesantemente per salvaguardare la finanza statunitense ed evitare tracolli del sistema.

Questa palese modifica dei rapporti di forza si poteva evincere anche da un altro dato, apparentemente contraddittorio: gli USA divennero progressivamente un paese indebitato, che viveva al di sopra dei propri mezzi, mentre paesi come la Cina – e non solo – gli fornivano le merci di cui avevano bisogno per vivere. Questo scambio ineguale – tra pezzi di carta verdi e merci concrete – segnala indubbiamente una posizione di potere imperialista ma nello stesso tempo, dialetticamente, indica la progressiva debolezza delle cicale finanziarizzate del centro dell’impero nei confronti delle formiche del sud del mondo.

Su questa base l’occidente perde progressivamente anche il predominio tecnologico. Una ricerca australiana del 2023 mostra che su 44 settori tecnologici di punta, la Cina ha il primato su tutti gli altri paesi in 37 di essi, mentre gli USA prevalgono solo in 7. L’Unione Europea in nessuno. Ovviamente gli USA investono moltissimo per mantenere le eccellenze di cui dispongono, basti pensare agli investimenti in Intelligenza Artificiale. Questo però non toglie che il primato tecnologico e il mercato delle applicazioni concrete dell’Intelligenza artificiale saranno in mano cinese, che ha l’apparato produttivo per applicarla.

La situazione attuale è quindi caratterizzata dalla modifica strutturale del baricentro mondiale, per quanto riguarda la produzione materiale ed il peso delle economie. In questo quadro, oggettivo, vediamo quali sono stati le azioni soggettive dei diversi soggetti.

 

LA REAZIONE GUERRAFONDAIA DEGLI USA

Coerentemente con l’essere il centro del capitalismo finanziario mondiale, tutti i presidenti USA, in particolare dopo il 1971, hanno operato per difendere il potere del dollaro, ricorrendo sempre di più al potere disciplinante della propria forza militare. E’ bene infatti ricordare che gli USA, pur non essendo l’unica potenza nucleare, sono l’unica superpotenza che ha una presenza e una capacità di intervento militare su scala mondiale. Gli Stati Uniti hanno infatti 8/900 basi militari nel mondo, a fronte della decina di basi russe e di una sola base militare cinese all’estero.

Gli USA hanno quindi scelto di usare la guerra come strumento gangsteristico per accaparrare risorse, al fine di puntellare la propria traballante posizione economica e finanziaria, e di segmentare il mercato mondiale per cercare di costruire una propria ampia sfera di influenza. Questo impianto militare ed economico si accompagna alla definizione e alla pratica di “doppi standard” con cui vengono valutate le azioni degli amici e dei nemici. Basti pensare a come Israele venga presentata come un faro di democrazia, e come il complesso delle nazioni non allineate vengano presentati come regimi barbari e sanguinari. Si tratta di un impianto che ripropone, nel terzo millennio, una modalità coloniale, quando non razzista, di rapporto con il resto del mondo. 

Ovviamente si può obiettare che quella descritta è soprattutto l’espressione delle forze di destra del campo occidentale, ma questa affermazione non regge a una verifica approfondita dei comportamenti. Senza affrontare il tema delle differenze di politica interna, è bene sottolineare come l’attitudine all’interventismo militare, al fine di ottenere cambi di regime in giro per il mondo, è sostenuto da entrambi gli schieramenti. Che sia giustificata dalla volontà di rubare le risorse naturali, oppure dalla necessità di “esportare la democrazia”, è espressione della stessa attitudine coloniale. Si tratta di applicazioni diverse dell’idea che l’uomo bianco occidentale non solo possa imporre la propria volontà al resto del mondo, ma che questo sia un bene perché contribuisce a migliorarlo. Che si tratti di aggredire militarmente l’Iran per rubare petrolio o per togliere il velo alle donne, ci troviamo in realtà di fronte alla stessa logica fondata sulla missione civilizzatrice dell’occidente, sul “fardello dell’uomo bianco” che deve esercitare il proprio diritto/dovere ad espandere la civiltà. La differenza tra destra e sinistra liberale occidentale, nei confronti del resto del mondo, oggi si manifesta più che altro nella brutalità e nell’ostentazione con cui la destra esprime il proprio tratto razzista e sfruttatore che viene invece sottaciuto dai centrosinistri.

In ogni caso, nel contesto di perdita di potere economico e tecnologico, e quindi di tendenziale perdita di centralità del dollaro, la scelta di utilizzare il terreno militare per salvaguardare la primazia del dollaro è diventato sempre più forte. La situazione di guerra in cui è piombato il mondo è interamente dovuta a questo tentativo occidentale di mantenere il proprio predominio globale attraverso l’uso della forza. 

A questo punto, è però bene sottolineare come negli ultimi decenni l’utilizzo della forza militare da parte dell’occidente sia stato grandemente distruttivo, ma del tutto inefficace e controproducente al fine di realizzare i propri obiettivi. 

 

LA GUERRA IN UCRAINA

Qualunque osservatore in buona fede può riconoscere come la guerra in Ucraina sia stata ricercata dagli USA nel corso di decenni. Prima con la scelta dell’allargamento della NATO ad est a partire dall’inizio del nuovo millennio, poi con la decisione di prevedere l’inclusione dell’Ucraina nella NATO nel 2008, poi con il colpo di stato di Maidan nel 2014, e infine con la sistematica violazione degli accordi di Minsk, utilizzati solo per prendere tempo ed armare l’esercito Ucraino. Riassumendo, la scelta, protratta per due decenni, di non prendere in considerazione le richieste della Russia di definire un quadro di sicurezza comune, è stata palesemente all’origine della guerra.

La guerra in Ucraina, che per la NATO aveva l’obiettivo di provocare la caduta del vertice russo e di arrivare a qualche forma di smembramento della Repubblica Russa, si è articolato su due direttrici: quella militare e quella finanziaria. Senza entrare nei dettagli, è del tutto evidente che questa strategia non solo è fallita, ma si è rivelata un vero e proprio boomerang. 

In primo luogo ha determinato una comunità d’intenti tra Russia e Cina che mai si era vista in epoca moderna, ha rinsaldato fortemente l’identità russa e il rapporto tra il popolo russo e il governo, e in terzo luogo ha evidenziato come l’esercito russo sia in grado di fronteggiare efficacemente gli armamenti e le tecnologie della NATO. 

E’ però sul piano finanziario che vi sono stati i maggiori effetti, perché le sanzioni alla Russia hanno segnato un punto di passaggio fondamentale per quanto riguarda la perdita del peso del dollaro come valuta di scambio e di riserva. In primo luogo, le innumerevoli sanzioni comminate alla Russia dai paesi occidentali – e la conseguente impossibilità di utilizzare il sistema SWIFT per fare transazioni finanziarie – ha obbligato la Russia a trovare altri canali di scambio per vendere le sue materie prime e per comprare cosa aveva bisogno. Sono così cominciate le vendite di petrolio in Rubli, Rupie, Yuan, etc. Questo meccanismo di regolare gli scambi tra paesi BRICS – e non solo – in valute locali si è progressivamente affermato, ed ha cominciato ad avere una rilevanza non solo politica ma economica.

Parallelamente alla perdita della posizione monopolista da parte del dollaro come valuta di pagamento internazionale, si è anche pesantemente intaccata la posizione del dollaro come valuta di riserva. Da un lato la debolezza complessiva in cui versa il sistema finanziario statunitense ha spinto molti paesi a sostituire i dollari con l’oro come bene rifugio, e dall’altra il sequestro di 300 miliardi di dollari della Banca Centrale Russa depositati all’estero hanno fatto riflettere molti paesi sul fatto che il deposito di dollari sui conti occidentali si prestava al loro sequestro. Il combinato disposto di questi – e altri elementi – ha intaccato pesantemente il ruolo del dollaro, aprendo la strada a un suo ulteriore indebolimento. 

E’ bene sottolineare come la perdita della centralità del dollaro abbia un enorme effetto sia in termini di impossibilità da parte degli USA di utilizzare il dollaro come arma di ricatto politico (pensiamo al Bloqueo a Cuba), sia in termini direttamente economici, perché obbliga gli USA a pagare i propri debiti, non potendo più far affidamento sulla stampa disinvolta di dollari come strada per acquistare merci dall’estero.

 

L’AGGRESSIONE DELL’IRAN

L’aggressione dell’Iran ha accentuato tutti gli elementi già emersi in Ucraina. In primo luogo ha mostrato come il dominio militare occidentale sia tutt’altro che saldo. Fatto salvo l’utilizzo della bomba atomica che, prevedibilmente, aprirebbe uno scenario da fine del mondo, sul piano dello scontro con armi convenzionali, l’esercito USA si è mostrato tutt’altro che invincibile. Deve tenere le sue navi a una distanza enorme dalle coste iraniane per evitare che vengano affondate. Non è in grado di fare un’invasione di terra perché i costi umani sarebbero enormi e ingestibili in patria. I bombardamenti aerei da soli non sono sufficienti a sconfiggere un paese con una significativa profondità strategica. Non è in grado di intercettare una parte significativa dei missili iraniani che viaggiano a una velocità maggiore di quella degli intercettori. Dulcis in fundo, larga parte delle armi di cui stiamo parlando necessitano, per essere costruite, di quantità non indifferenti di terre rare (per fare un F35 ne servono 300 kg) che sono a oggi raffinate dalla Cina nella loro quasi totalità. Vi sono qualificate fonti statunitensi che affermano che già oggi gli USA non avrebbero le terre rare necessarie per rimpiazzare una parte dei missili intercettori utilizzati nella guerra contro l’Iran, e di cui sono state consumate metà delle scorte. Inoltre, l’industria militare privata statunitense (e occidentale in generale) ha costi di produzione altissimi, che sono un multiplo di quelli russi e cinesi.

Sul piano economico e finanziario, oltre a aver messo nelle mani dell’Iran – e dell’Oman – la gestione dello stretto di Hormutz, nel corso della guerra abbiamo visto come molti capitali fuggiti dal golfo siano stati reinvestiti in Oriente e non negli USA. Inoltre i sistemi di pagamento internazionale alternativi allo SWIFT che sono stati costruiti dopo l’inizio della guerra in Ucraina, hanno avuto una impennata di utilizzi – in particolare il CIPS cinese – proprio nel corso della guerra di aggressione all’Iran da parte di Israele e USA.

 

RIASSUMENDO

Ci troviamo quindi dinnanzi a una situazione in cui la dinamica generale ha progressivamente ma strutturalmente dato vita ad un mondo tendenzialmente multipolare.

Parimenti, il tentativo reazionario dell’occidente di opporsi a questa dinamica storica facendo leva sulla guerra non ha finora prodotto risultati apprezzabili, anzi ha velocizzato la dinamica di declino dell’occidente.

Gli effetti contraddittori della globalizzazione hanno eroso le basi materiali su cui è stato edificato l’unilateralismo statunitense e posto le basi per un multipolarismo. Questo si è progressivamente affermato sul piano economico e tecnologico, e le criminali azioni militari occidentali non lo hanno fermato, ma anzi hanno determinato il consolidamento delle relazioni tra Russia, Cina e Iran, e aumentato il loro potere finanziario e militare. Lo stesso potere mediatico e comunicativo, ancora largamente in mano alle elites USA ed in grado di organizzare la narrazione dominante nei paesi occidentali, non ha più lo stesso peso egemonico di vent’anni fa sul complesso della popolazione mondiale.

Questa situazione non sta per ora portando a un ripensamento complessivo della strategia occidentale; anzi, è stato posto in essere un gigantesco piano di riarmo. L’amministrazione Trump, che era stata eletta con l’impegno di non dar corso a nuove guerre, ha deciso di passare la spesa militare da 1.000 miliardi di dollari all’anno a 1.500. Per quanto riguarda l’Unione Europea, i paesi NATO hanno accettato di arrivare al 5% di spese militari annue in rapporto al PIL e la Germania – unico paese con significativi margini di espansione della spesa – non solo ha previsto un piano di riarmo di 1.000 miliardi, ma sta concretamente riconvertendo una parte dell’industria automobilistica in una industria militare.

 

I BRICS

I BRICS come fenomeno economico sono quindi emersi nel contesto della globalizzazione neoliberista voluta dal capitalismo occidentale e si sono sviluppati in sintonia con lo sviluppo di un mondo tendenzialmente multipolare. Parimenti sono cresciuti come fenomeno politico nella misura in cui è stato evidente che l’occidente sta facendo tutto il possibile per impedire l’affermarsi di un mondo multipolare di cui pure sono mature le basi strutturali. 

Senza entrare nel merito delle caratteristiche specifiche di ogni singolo paese – compito che esula dall’oggetto di questo numero della rivista – è interessante sottolineare come le proposte con cui si presentano sulla scena internazionale i BRICS siano largamente condivisibili. Ovviamente i propositi non coincidono con le pratiche, tuttavia hanno una certa rilevanza nel definire il quadro.

La Cina si propone di costruire una “comunità umana dal futuro condiviso”, e larga parte dell’azione e delle prese di posizione dei BRICS va in questa direzione. In questo quadro, dai vari vertici dei BRICS è stato proposto di operare al fine di risolvere pacificamente le controversie internazionali, di fondare le relazioni tra le nazioni sulla base del rispetto del diritto internazionale, di potenziare le istituzioni internazionali e di farle funzionare in modi democratici superando i “doppi standard”. In generale le prese di posizione dei BRICS in merito alle relazioni internazionali sono di buon senso; generalmente più avanzate degli stessi ordinamenti interni ai vari stati. Interessante che in questo quadro, su una materia rilevante come l’Intelligenza Artificiale, su cui pure la Cina sta investendo moltissimo, il vertice di Kazan dei BRICS abbia proposto di dare alle Nazioni Unite il compito di definire un quadro di regole da condividere e rispettare universalmente. Appare quindi chiaramente una consapevolezza che il destino condiviso della comunità umana possa essere costruito unicamente nel rispetto delle diverse nazioni e della dignità del genere umano preso nel suo complesso.

In estrema sintesi si potrebbe affermare che i BRICS si muovono “nel senso della storia”, mentre le elites occidentali praticano una politica reazionaria e cercano disperatamente di impedire l’affermarsi esplicito del multipolarismo dopo averne determinato le condizioni di esistenza. Le elites occidentali svolgono quindi un ruolo integralmente reazionario, e questo spiega perché la decadenza occidentale non è solo materiale ma morale e spirituale, antropologica.

 

NO ALLA GUERRA

Il tema principale che ci troviamo dinnanzi in questa “grande trasformazione” è quindi il tema della guerra, di come evitare la guerra.

Innanzitutto occorre sottolineare come, sul tema fondamentale della transizione verso un mondo multipolare, i BRICS non solo siano favorevoli a questa positiva transizione, ma siano intenzionati a percorrerla in forma pacifica. Questo punto non risolve tutti i problemi del mondo, né rimuove i nodi strutturali dell’accumulazione capitalistica su cui si fonda la tendenza alla guerra, ma è decisivo al fine di poterli affrontare positivamente. L0 sapevano bene i costituenti italiani quando hanno scritto l’articolo 11 della Costituzione: I BRICS hanno questa stessa impostazione, la NATO no. Se i BRICS avessero la stessa impostazione guerrafondaia della NATO, avremmo già avuto la guerra atomica.

In secondo luogo, come abbiamo visto, la pretesa delle classi dominanti occidentali di mantenere i propri privilegi all’interno dei propri paesi e sul resto del mondo non impedisce il declino dell’occidente, ma ostacola la creazione di un mondo multipolare e determina una forte spinta verso un mondo bipolare, fondato sulla guerra di civiltà e sulla contrapposizione frontale tra due blocchi, sempre a rischio di guerra atomica.

L’azione delle elites occidentali non è quindi in grado di riaffermare il mondo unipolare, ma opera per cercare di impedire che la transizione possa dare i suoi frutti positivi cercando “artificialmente” di dar vita a un mondo bipolare sempre sull’orlo dell’olocausto nucleare, che non ha alcuna ragione di esistere se non nel tentativo delle classi dominanti occidentali di mantenere i propri privilegi. 

Noi dobbiamo quindi operare per la sconfitta della NATO e delle classi dominanti occidentali. Solo la sconfitta della logica unipolare e della guerra di civiltà che porta a un mondo bipolare può porre i presupposti per un mondo multipolare che apra la strada alla cooperazione tra gli stati e i popoli. 

In altri termini, il destino dell’umanità, nella situazione data, non può essere affidato all’esito di uno scontro frontale militare, ma alla necessità di sconfiggere in forme non distruttive le elites occidentali. 

Questo dipende dall’orientamento politico dei BRICS, e in generale dei popoli del Sud del mondo, ma dipende moltissimo dalla capacità dei popoli occidentali e europei in particolare di rovesciare l’egemonia delle classi dominanti occidentali.

 

I POPOLI OCCIDENTALI

A partire dalla piena consapevolezza che non si tratta di proporre i BRICS come modello da imitare o di limitarsi a fare il tifo per i BRICS, occorre aver chiaro che il ruolo dei popoli occidentali è fondamentale. Il mondo multipolare può essere fatto unicamente nell’incontro tra i diversi popoli del mondo, e per questo la “proposta occidentale” non può essere monopolizzata dalla classe “Epstein”. Il compito che abbiamo dinnanzi è quindi quello di elaborare una proposta culturale, sociale e politica – in occidente, dell’occidente e per l’occidente – che invece di essere fondata sulla prospettiva reazionaria delle nostre elites, sia fondata sull’accettazione della realtà del mondo multipolare, sulla messa in discussione delle diseguaglianze in occidente e a livello mondiale e sulla costruzione di una prospettiva di dialogo e cooperazione. In altri termini, il punto centrale è la ripresa di una prospettiva socialista in occidente che abbia un indirizzo universalistico e non coloniale. Decisivo è quindi il contributo che i popoli occidentali possono e debbono dare alla sconfitta delle elites occidentali e alla costruzione di un mondo multipolare.

 

TRE TERRENI DI INIZIATIVA

Il contributo dei popoli europei per conquistare la pace, che come abbiamo visto è il punto di passaggio necessario per ogni discorso sul futuro del mondo, mi pare necessiti di tre passaggi, tra di loro intrecciati.

Il primo è indubbiamente lo scioglimento della NATO e la piena indipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti. E’ infatti evidente che il blocco atlantico, da un lato, è il punto di congiunzione delle attitudini guerrafondaie delle elites USA e di quelle dell’Unione Europea e – dall’altro – condanna l’Unione Europea a una posizione subalterna nei confronti degli USA. L’indipendenza politica, militare, economica e finanziaria dagli USA, è la condizione per il rilancio dell’Europa che deve dotarsi di un autonomo sistema di sicurezza che coinvolga tutti i paesi del continente europeo, Russia compresa. La NATO è un ostacolo alla pace e oggi l’Unione Europea è l’espressione politica della NATO stessa.

Oggi l’Unione Europea è il contrario dell’unità dei popoli europei perché è diventata l’unità amministrativa dei paesi che si riconoscono contrapposti militarmente ad un’altra parte di Europa. L’indipendenza dagli USA e il ripensamento delle forme attraverso cui i popoli europei possono unirsi sono le due facce della stessa medaglia.

E’ evidente che per porsi questi obiettivi è necessario dotarsi di un immaginario e di una prospettiva politica distinta e distante da quella delle nostre classi dominanti, evitando di essere arruolati nella prospettiva della subalternità permanente agli USA che alimenta la tendenza della guerra di civiltà permanente. E’ necessario dotarsi di una prospetta socialista.

A tal fine è decisivo il recupero dell’autonomia delle classi popolari europee dalle proprie elites. La nascita del movimento operaio in Europa è stato un lungo processo di costruzione di un punto di vista e di un apparato organizzativo delle classi subalterne separato e contrapposto a quello delle classi dominanti. Non a caso, alla fine del XX secolo, uno dei principali obiettivi della rivoluzione neoliberista è stato proprio quella di distruggere ogni forma di autonomia delle classi subalterne. Oggi si tratta di ricostruire questa autonomia sul piano sociale, culturale, politico e istituzionale. Alla fine dell’800, quando nacque, il movimento operaio si strutturò politicamente al di fuori della destra e della sinistra storica, che erano entrambe borghesi e diede vita a partiti socialisti e poi comunisti. Anche oggi è necessario costruire una autonomia politica delle classi subalterne che – superando il bipolarismo tra simili che è espressione degli interessi di diverse frazioni delle classi dominanti – si doti di una autonoma prospettiva politica.

I nodi decisivi attorno a cui organizzare un punto di vista e una prospettiva socialista sono semplici: pace, redistribuzione del reddito, messa in discussione della concentrazione oligopolistica della proprietà, rispetto della natura ed allargamento dei diritti sociali ed individuali. Non a caso, richiamano le parole d’ordine con cui Lenin – 110 anni fa – guidò la Rivoluzione Russa: pace, pane e terra ai contadini. Questa similitudine non deve stupirci: il compito fondamentale del movimento comunista è quello di lottare per impedire la guerra, e in ogni caso di rovesciarne gli effetti in un processo di trasformazione sociale che sviluppi positivamente le potenzialità individuali e sociali superando ogni forma di sfruttamento, discriminazione, sessismo, razzismo, suprematismo, colonialismo. Un nuovo universalismo non può che nascere dal riconoscimento dell’esistenza di culture e tradizioni diverse e dalla consapevolezza della necessità del dialogo. La lotta contro lo sfruttamento all’interno di ogni paese deve accompagnarsi alla lotta contro lo sfruttamento di ogni paese.

In questo quadro, decisivo è il superamento dell’accumulazione infinita di capitale e merci, incompatibile con la sopravvivenza del pianeta ed alla base delle drammatiche contraddizioni che stiamo vivendo. Si tratta di un obiettivo che i BRICS non si pongono per nulla, ma che è decisivo: occorre costruire una forma democratica di regolazione sociale, non delegata al capitale e occorre passare da una logica produttivistica ed una logica che cura la riproduzione sociale e naturale del pianeta. In un mondo di oltre 8 miliardi di persone, in cui la totalità della popolazione deve avere il diritto al soddisfacimento dei propri bisogni fondamentali, è del tutto evidente che si pone il tema della scarsità delle risorse e del fatto che non è possibile soddisfare i bisogni umani attraverso la produzione di merci. In questo quadro l’individuazione di forme democratiche e cooperative di gestione delle risorse, della scienza, della tecnologia (a partire dall’Intelligenza Artificiale), della riduzione dell’orario di lavoro e di reinvenzione di legami sociali comunitari, sono solo alcuni dei temi su cui i popoli occidentali possono dare un contributo importante.

 

CONCLUDENDO

Il tentativo di dialogare con i BRICS, per arrivare a una positiva transizione verso un mondo multipolare cooperativo e solidale, chiede la drastica messa in discussione dell’unicità del pensiero occidentale. Anche qui la storia ci viene in aiuto nella misura in cui abbiamo la lucidità e il coraggio di sottolineare come la storia europea non sia univoca ma duplice. 

Esiste la storia delle classi dominanti europee, fatte di crociate, colonialismo, imperialismo, fascismo, nazismo, liberalismo. 

Esiste però anche un’altra storia in Europa, di chi ha fatto la rivoluzione francese, la Comune di Parigi, la rivoluzione russa, la lotta partigiana contro il nazifascismo, le lotte studentesche del ‘68, quelle operaie del ‘69, quelle dei movimenti degli anni ‘70, quelle del movimento NO global all’inizio del nuovo millennio. Dalla sconfitta delle lotte per la libertà e la giustizia deriva l’attuale disgregazione sociale, la situazione di guerra e la putrescenza criminale delle elites occidentali. 

La ripresa in occidente della lotta di classe – nei nuovi termini in cui questa oggi si presenta – è la condizione per l’apertura di un proficuo dialogo con i BRICS, con i paesi e i popoli del sud del mondo.

Dalla ripresa di quel secolare percorso di lotta, dalla costruzione di una soggettività e un immaginario socialista alternativo a quello delle classi dominanti, può nascere il decisivo contributo dei popoli europei per fondare un universalismo basato sui popoli e sugli individui, sugli uomini e le donne. Un universalismo non organicista che permetta di costruire un mondo multipolare effettivamente fondato sulla pace, la cooperazione, la giustizia, la fratellanza.

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