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orizzonte48

La percezione inversa

Margin call's count down

di Quarantotto

diagramma che mostra percezione visiva un essere umano 480964631. Proviamo a capire "l'implicito" (cioè quello che conta, essendo "l'esplicito" di un governatore di BC, generalmente, una tautologia) di questa ennesima dichiarazione di Draghi: 

Draghi (a Washington, al FMI): Qe in piedi fino a quando serve.

 Che poi sarebbe a dire:

"Il quantitative easing della Bce resterà in piedi per tutto il tempo necessario, è presto per dichiarare vittoria. Lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, durante un intervento al Fondo monetario internazionale a Washington".

Quindi la domanda è: per tutto il tempo necessario...a chi?

I mercati azionari europei (naturalmente eccettuata la Grecia...perchè sarebbe fuori dal QE) sono in forte rialzo e certamente c'era da aspettarselo.

 

2. C'è chi dice che il rally azionario dell'eurozona "non è una bolla";  si tratterebbe di aspettative giustificate dalla prospettiva di un rialzo dei profitti - dovuto naturalmente al traino delle esportazioni da "svalutazione"- per le euro-equities. Queste sarebbero ancora convenienti (rispetto ai titoli scambiati a Wall Street), registrando un rapporto prezzo/utili ancora dimezzato rispetto alle azioni scambiate a Wall Street; così il Sole 24 ore, riportando l'opinione di Goldman&Sachs!

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asimmetrie

Per chi spara il bazooka

di Agenor

1252040274 large image c005lgL’avvio del programma di acquisto di attività finanziarie e titoli di stato a media e lunga scadenza da parte della BCE, comunemente etichettato come “quantitative easing”, ha rinfrancato chi pensava che il tassello mancante per la sostenibilità dell’unione monetaria fosse la politica della banca centrale. In molti hanno voluto vedere in questa misura la risposta europea all’espansione monetaria della Fed in America, della Bank of England in Gran Bretagna, o della Banca del Giappone, che ha aiutato questi paesi a uscire prima e meglio dalla crisi, soprattutto perché eseguita in combinazione con politiche fiscali espansive. Gli effetti benefici del cosiddetto “bazooka” di Draghi dovrebbero quindi far sparire come per magia i problemi che hanno portato la zona euro sull’orlo del collasso. L’obiettivo principale è quello di abbassare i tassi sui titoli di stato a lungo termine e generare in tal modo una spinta inflattiva. Il conseguente deprezzamento dell’euro rispetto alle altre monete dovrebbe poi anche far ripartire l’export, proprio come ai tempi della lira. Tutto perfetto, quindi. O no?

Purtroppo, quest’analisi pur comunemente diffusa trascura alcuni fattori decisivi. Primo, la tempistica. La BCE è arrivata a questa decisione con circa sei anni di ritardo rispetto al resto del mondo, quando l’intera zona euro è ancora al disotto del livello di reddito di sette anni fa, quando alcuni paesi membri – e al loro interno le fasce più deboli – sono stati letteralmente devastati, quando l’obiettivo del suo mandato, cioè un tasso d’inflazione sotto ma vicino al 2%, è stato clamorosamente, sciaguratamente, e prolungatamente mancato e la spirale deflazionistica è ormai cosa fatta.

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economiaepolitica

L’uscita dall’euro non è un tema da “oracoli”

Nadia Garbellini*

Il dibattito sugli effetti di una uscita dall’euro, promosso da economiaepolitica.it, si arricchisce con l’intervento di Nadia Garbellini, autrice di alcuni recenti saggi sul tema in collaborazione con Emiliano Brancaccio. Secondo Garbellini, i fautori della moneta unica a tutti i costi generalmente abbandonano il difficile campo della riflessione analitica e del confronto sulle evidenze empiriche per rifugiarsi in quello ben più comodo del dogmatismo

Franz von Stuck Tilla Durieux als CirceLa controversia sulla possibile implosione dell’attuale eurozona e sulle conseguenze di un abbandono della moneta unica risulta tuttora pervasa da un diffuso dogmatismo. I fautori dell’uscita dall’euro sono accusati di semplificare il problema e di restare volutamente nell’ambiguità per non affrontare la questione decisiva inerente a quale politica economica adottare e quali interessi sociali difendere una volta fuori dall’Unione. In alcuni casi si tratta di una critica assolutamente fondata. Tuttavia, è soprattutto tra i sostenitori della permanenza nell’euro che sembra prevalere una retorica banalizzatrice, che in alcune circostanze rasenta la superstizione. Molti di questi, infatti, continuano ad agitare lo spauracchio della catastrofe economica in caso di uscita dall’euro senza prendersi la briga di fornire la minima evidenza scientifica a sostegno delle loro predizioni. Questa tendenza all’oracolismo caratterizza non solo i giornalisti ma sembra diffondersi anche tra alcuni economisti e policymakers coinvolti nella discussione. Un celebre esempio è fornito dal Presidente della BCE Mario Draghi, che in un’intervista del 2011 sostenne che «i paesi che lasciano l’eurozona e svalutano il cambio creano una grande inflazione» (Draghi 2011). Da queste poche parole diversi commentatori hanno tratto l’implicazione che uscire dall’eurozona determinerebbe una violenta caduta del potere d’acquisto dei redditi fissi, in particolare dei salari dei lavoratori. Nessuno, per quel che ci risulta, si è posto il problema di verificarle empiricamente.

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federicodezzani

A che punto è l’euro-notte

Federico Dezzani

cap182aL’allentamento quantitativo varato due mesi fa da Francoforte ha generato una bolla nel mercato delle obbligazioni sovrane europee ma ha fallito nell’imprimere una svolta all’economia reale, dove al contrario si registra la caduta dell’attività di Francia e Germania. Gli insuccessi di Mario Draghi e la concomitante debacle del “piano Junker” aprono la strada allo sfaldamento dell’eurozona, scaturibile dall’imminente default di Atene. La disgregazione dell’eurozona sarà accompagnata da una escalation militare in Ucraina, dove Washington e Londra stanno convogliando uomini e mezzi con intenti provocatori. Fallito il progetto degli Stati Uniti d’Europa, la minaccia strategica più temibile per gli angloamericani è sempre l’integrazione tra Germania e Russia.

 

L’ultima offensiva di Francoforte e Bruxelles è fallita

Un’unione monetaria senza una parallela integrazione fiscale è inevitabilmente destinata al fallimento tra i miasmi dell’austerità. L’euro, anziché essere il coronamento di un democratico processo d’integrazione europea, votato ed approvato dai cittadini, è stato all’opposto scelto come primo passo verso l’unione politica, proprio in virtù dei suoi prevedibili effetti destabilizzanti. Un sistema a cambi fissi calato su un’area valutaria non ottimale (l’eurozona) avrebbe nell’arco di un decennio accumulato tali tensioni (la crisi del debito sovrano e l’emergenza spread) da obbligare i Parlamenti nazionali a procedere spediti verso gli Stati Uniti d’Europa, con l’acquiescenza dei cittadini ammutoliti da possibili crack finanziari e default sovrani.

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criticamarx

Euro: pensare di tornare indietro fa perdere tempo alla sinistra

Salvatore Biasco

Nessuna delle misure di economia di guerra ci salverebbe da un disastro. I difetti analitici di chi pensa sia opportuno autoinfliggercelo. Rimanere “dentro” è l’unica opzione possibile, anche se per nulla tranquillizzante. Il modo con cui uscire dalla crisi da sinistra è ciò su cui dovrebbe impegnarsi la sinistra politica

02 Lemiefiglie1920 RomArchivioPrencipe alta

Per prima cosa si rendono necessari alcuni puntini suglii. Smettiamola di dividere il mondo tra coloro che sono coscienti dei disastri che ha comportato l’euro per l’economia italiana e propongono un rimedio a portata di mano (la riappropriazione del cambio) e coloro che non vedono quei disastri, sono indifferenti allo sconquasso sociale, non se ne preoccupano o sono resi ciechi dalla scelta di campo, rifiutando di prendere in considerazione una leva così ovvia e a immediata disposizione.

Chi vive in modo più angoscioso la china dell’economia italiana è proprio chi pensa che un rimedio semplice non vi sia (e che quello proposto sia di gran lunga peggiore del male). Ma non vi è alcun dubbio che l’Italia non ha retto alla crisi mondiale del 2007 nell’ambito delle regole e dei vincoli dell’euro, finendo in un vicolo cieco, dal quale sarà difficile districarsi. Personalmente rinvio alla straordinaria tavola rotonda che, all’apparire del progetto di moneta unica (siamo nel 1989!), mostra che vi era una profonda consapevolezza di ciò che sarebbe successo1. Successivamente – all’epoca in cui l’ingresso fu deciso (nella prima metà degli anni Novanta) – sarebbe stato difficile per un Paese che nel 1992 aveva rischiato il default non prendere l’opportunità per porre fine alle varie spirali che in modo perverso percorrevano l’economia italiana (interressi-debito pubblico; prezzi-salari-cambio, ecc.).

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micromega

Le trattative tra Tsipras e Merkel dimostrano che l'Europa è già fallita

di Enrico Grazzini

euro in frantumi 620x264In apparenza Tsipras e Merkel si stanno giocando il futuro dell'Europa. Ma in effetti, il sogno europeo è già morto e sepolto sotto i colpi dell'euro-marco. Comunque vadano le trattative tra la Grecia del socialista Alexis Tsipras e l'Unione Europea, guidata dal mastino Angela Merkel, il destino dell'Unione Europea è già segnato. Le illusioni di una Europa più forte e più giusta sono ormai del tutto ingiustificate. La UE è ormai apertamente nemica dei popoli. L'Europa è ormai solo l'alibi dei governi europei di tutti i colori per imporre le riforme strutturali neo-liberali volute dalla grande finanza: riduzione del costo del lavoro, disoccupazione, abbattimento selvaggio del welfare, privatizzazioni, compressione dei diritti sociali e politici, riduzione della democrazia a feticcio formale.

Le regole europee della moneta soffocano l'Europa, ma nessuna regola vincola invece la grande finanza. “Vi tolgo tutto in nome dell'Europa”. Questo è ormai lo slogan dei governi “europeisti” per perseguire drastiche politiche di destra, come quelle di Matteo Renzi. I governi europei e le elite dirigenti delle nazioni europee sono diventati dei semplici portavoce di interessi sovranazionali – istituzioni europee e grande finanza – che perseguono politiche di prolungamento della crisi.

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sbilanciamoci

Grecia, la misura è colma

di Domenico Mario Nuti

Una domanda di uscita unilaterale della Grecia dall’Ue avrebbe effetto solo due anni dopo, lasciando ampio tempo per eventuali rinegoziazioni. Ma potrebbe essere un modo efficace e rapido di far venire a più miti consigli Schäuble e gli altri falchi della troika che hanno traumatizzato il paese spingendola verso il default a tutti i costi

hopperNei panni di Alexis Tsipras farei domanda immediatamente perchè la Grecia lasciasse unilateralmente l'Unione europea, come previsto dall'art. 50 del TUE (versione consolidata del Trattato sull'Unione europea, Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea, C 115/15, 9/5/2008).

Dall’inizio della crisi della Grecia nel 2010 la Troika (scusatemi, ora si deve dire “le istituzioni internazionali") ha impegnato nel suo salvataggio circa 245 miliardi di euro, ossia più di quanto sarebbe stato sufficiente a quell’epoca a estinguere l'intero debito greco. Tutti sanno che questi fondi non hanno beneficiato i greci ma sono andati quasi interamente a salvare le banche francesi, svizzere e tedesche dalla loro massiccia esposizione ai titoli di stato greci. E nel Financial Times del 21 aprile Martin Wolf demistifica la "mitologia" greca, tra cui il mito che "la Grecia non ha fatto nulla":

"La Grecia ha subìto un enorme aggiustamento dei saldi del suo bilancio pubblico e dei suoi conti con l’estero. Tra il 2009 e il 2014, il saldo primario di bilancio (al lordo degli interessi) si è ridotto del 12 per cento del PIL, il disavanzo di bilancio strutturale del 20 per cento del PIL e il saldo delle partite correnti del 12 per cento del PIL."

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controlacrisi

Europa, l'euro è irriformabile

Intanto i profitti vanno sempre dalla stessa parte

Domenico Moro

DefaultSono rimasti in pochi a non riconoscere che le misure europee di austerity si sono rivelate quantomeno dannose ed è diventato difficile trovare qualche sostenitore del dogma secondo cui l’austerity produce crescita. Ora, il vero nodo della discussione è diventato un altro: l’Unione economica e monetaria europea (Uem) è riformabile o no? In altri termini, è possibile determinare dall’interno della Uem un cambio di passo, che permetta di risolvere quei problemi che hanno portato al collasso la Grecia e che hanno drasticamente ridotto la base produttiva industriale e impoverito la gran parte della popolazione, aumentando la disoccupazione e i divari sociali nella maggioranza dei Paesi dell’eurozona? Vogliamo provare a rispondere a questa domanda senza farci condizionare da preconcetti, ma basandoci sui nudi fatti. In particolare, vogliamo cercare di rispondere a partire dall’esperienza concreta e dalle speranze, che sono state suscitate, a sinistra, dalla vittoria di Syriza in Grecia e, in ambienti politicamente e socialmente più ampi, dal varo del Quantitative easing da parte della Bce diretta da Mario Draghi.

 

Un governo sotto ricatto

Partiamo dalla Grecia. Il governo greco è stato eletto con il mandato di eliminare la pesante austerity che ha determinato un vero e proprio massacro sociale. Per attuare tale mandato, il governo Tsipras ha intrapreso una strada ragionevole e per niente estremista, quella della rinegoziazione dei vincoli di bilancio con i governi europei, a partire dal più importante, quello tedesco.

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sollevazione2

«Acque inesplorate»

di Leonardo Mazzei

I cinque motivi di preoccupazione del capo dell'oligarchia eurista

greece euro crisisMario Draghi non è più tanto sicuro della famosa «irreversibilità» dell'euro. Un dogma sul quale a Bruxelles e Francoforte si è sempre giurato (leggi QUI). Certo, la parolina magica continua ad essere ripetuta, ma con quale convinzione lo ha confessato proprio il numero 1 della Bce. Il quale, parlando ieri a Washington, ha detto che se la crisi greca precipitasse ci troveremmo in «Acque inesplorate».

Naturalmente, Draghi ha minacciato Atene - «dovete fare di più se volete salvarvi» - cercando al tempo stesso di rassicurare il resto dell'eurozona ed in particolare i mercati finanziari - «siamo meglio equipaggiati rispetto al 2012 e 2010».

In cosa consista il «miglior equipaggiamento» è presto detto. In primo luogo, non bisogna scordarcelo mai, il cosiddetto «salvataggio» della Grecia è consistito nell'acquisto dei titoli ellenici detenuti dalle banche degli altri paesi dell'eurozona, al primo posto quelle francesi (5 anni fa esposte per 78 miliardi), al secondo quelle tedesche (con un esposizione nel 2010 di 45 miliardi). In questo modo non si è «salvata» la Grecia, come si pretenderebbe. Si sono invece salvate le banche, trasformando ancora una volta un rischio privato in un aumento del debito pubblico. La conseguenza di questa operazione è che oggi, in caso di default della Grecia, a pagare sarebbero gli stati e non più le banche. In secondo luogo, Draghi si riferisce ovviamente al QE (quantitative easing), uno strumento effettivamente in grado di attenuare le tensioni sui tassi dei titoli del debito pubblico, ma solo entro certi limiti.

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vocidallestero

L’euro che divide: lotte nazionali e solidarietà internazionale

di Lorenzo Del Savio e Matteo Mameli

Due accademici italiani, Del Savio e Mameli, denunciano su Truthout mistificazioni e pericoli del cosiddetto progetto di integrazione europea: l’unione monetaria è stata innanzitutto lo strumento per favorire l’unione degli oppressori (le élite finanziarie e industriali) contro gli oppressi (le classi lavoratrici), nonché il catalizzatore di quegli squilibri di finanza privata che si vorrebbero ora risolvere scaricandone il peso sui contribuenti e sollevando un popolo contro l’altro. È tempo di ritrovare una solidarietà tra gli oppressi, a cominciare però da quella dimensione che già Marx e Mazzini nell’Ottocento dicevano essere quella fondamentale: la dimensione nazionale, entro cui bisogna ricondurre scelte e sovranità. (La citazione di Bagnai a metà articolo sembra giustamente dare credito a chi in Italia — e anche in Europa — ha avviato questo discorso)

euro moneta che affonda acqua euro concetto di crisi 30021193L’euro, così come le politiche e le istituzioni che lo mantengono, hanno avuto un impatto che ha creato profonde divisioni ed è stato distruttivo sull’Europa. Ciò è in forte contrasto con la retorica spesso usata dall’élite politica dell’Unione Europea (UE), secondo la quale la moneta unica sarebbe necessaria per promuovere e migliorare la cooperazione pacifica in Europa.

L’impatto divisivo dell’euro si è manifestato in una quantità di modi diversi. Sottraendo la politica monetaria agli stati nazionali, irrigidendo il sistema dei cambi, e adottando delle politiche che hanno avvantaggiato soprattutto l’economia e i settori finanziari dei paesi economicamente più forti, la moneta unica ha ampliato il divario tra i paesi più deboli (come la Grecia e la Spagna) e i paesi più forti (specialmente la Germania). Ciò ha comportato nei paesi più deboli la distruzione di potenzialità industriali ed economiche, e livelli molto elevati di disoccupazione, rendendoli così ancora più deboli.

Gli accordi all’interno dell’eurozona hanno avvantaggiato soprattutto le élite finanziarie e industriali dei paesi più forti. Specialmente prima della crisi del 2008, queste élite hanno potuto trarre profitti prestando denaro alle banche dei paesi più deboli, finanziando in questo modo il consumo di beni che venivano prodotti dalle loro stesse imprese. Queste élite hanno potuto attingere al vasto bacino di lavoratori qualificati, ma disoccupati, dei paesi economicamente più deboli. Hanno anche potuto acquistare a basso prezzo alcune delle più pregiate attività industriali di tali paesi.

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marxxxi

Trattati europei e democrazia costituzionale

di Vladimiro Giacché

Aristotele Platone Luca della Robbia1. L’idea di società della Costituzione italiana e la priorità del lavoro

Il migliore punto di partenza per affrontare il tema del rapporto tra trattati europei e democrazia costituzionale è partire dall’idea di società che informa la Costituzione italiana.

In termini generali, la Costituzione italiana esprime una delle varianti di quel modello di capitalismo regolato che si afferma nell’immediato dopoguerra in molti paesi e che Hyman Minsky descrisse come il punto di approdo di un processo storico. Il processo per cui – così Minsky - “un sistema che possiamo caratterizzare come un capitalismo nel quale lo Stato ha un ruolo marginale, vincolato dal sistema aureo e non governato [small government gold standard constrained laissez-faire capitalism] fu sostituito da un capitalismo nel quale lo Stato ha un ruolo rilevante, flessibile grazie al contributo della banca centrale e governato attivamente [big government flexible central bank interventionist capitalism]1.

La necessità di regolare l’attività economica era condivisa dalle tre principali componenti politico-culturali che concorsero alla stesura della nostra Costituzione. Così, per la Democrazia Cristiana, Amintore Fanfani nei lavori preparatori della Costituzione evidenziò “il problema… di controllare, dal punto di vista sociale, lo sviluppo dell’attività economica, senza accedere totalmente a un’economia collettiva o collettivizzata, e senza d’altra parte lasciare totalmente libere le forze individualistiche, ma cercando di sfruttarle, disciplinandole e regolandole al fine di raggiungere determinati obiettivi sociali”2.

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economiaepolitica

L’amaro greco

Sergio Cesaratto

untitled1Questo giovedì scade la tranche di 460 milioni di euro che la Grecia deve al Fondo Monetario Internazionale. Dopo aver affermato che tale pagamento era alternativo alla erogazione di salari pubblici e pensioni, il governo greco ha successivamente confermato il rispetto della scadenza e, del resto, mai nessun paese ha mancato un pagamento al Fondo. Altri pagamenti incombono inesorabili da maggio in poi, mentre l’Europa non concede l’ultima tranche di 7,2 miliardi dei prestiti concessi nel 2012, non fidandosi della lista di riforme proposta da Tsipras. E comprensibilmente in questa situazione, il governo greco non riesce sempre a offrire un messaggio coerente.

Fra qualche anno gli storici economici registreranno freddamente la crisi greca come l’ennesimo caso di un paese in ritardo economico vittima dell’indebitamento estero, facilitato da quella forma estrema di gold standard che è un’unione monetaria. Come ben messo in luce da un recente paper di due prestigiosi storici economici, Bordo e James, corollari di queste vicende sono il foraggiamento alla corruzione che proviene dalla fase di afflusso dei capitali stranieri, e l’emergere dopo la crisi debitoria di una opposizione “populista” che rivendica la sovranità nazionale a fronte delle misure vessatorie dei creditori.

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micromega

Il fallimento europeo

Sei lezioni dallo scontro tra Atene e Bruxelles

di Enrico Grazzini

merkel tsipras 510 71Le trattative tra il governo greco guidato da Alexis Tsipras e l'Eurogruppo, che riunisce i 19 paesi dell'euro con alla testa il governo di Berlino, sono ancora in corso, e l'esito è aperto: tuttavia si possono già trarre alcune lezioni.

La prima lezione è che la Germania è determinata come sempre, e più di sempre, a imporre la sua rigida austerità, e non deflette di un centimetro dalla sua politica. Rivuole tutti i suoi crediti, irresponsabilmente concessi ai paesi in crisi, anche a costo di ammazzare il debitore. Per la Germania la questione greca è però soprattutto politica: se concedesse credito alla Grecia di Tsipras dovrebbe smettere di imporre a tutti i paesi europei la sua folle politica d'austerità: riduzione accelerata del debito pubblico, taglio al welfare e al costo del lavoro, privatizzazioni. L'Europa degli ideali e della cooperazione, della pace tra i popoli è ormai sepolta: esiste solo una Unione Europea che si schiera con le banche creditrici del nord contro i popoli e le nazioni debitrici del sud. L'Europa è ormai solo una questione di crediti e di debiti. Una questione di soldi. Anche la pietà è morta.

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vocidallestero

La "svalutazione interna" necessaria per restare nell'euro

di Jacques Sapir

Prendendo in considerazione gli scarti di inflazione e di produttività dei paesi periferici rispetto alla Germania, il prof. Sapir misura quanta “svalutazione interna” risulterebbe necessaria per riequilibrare la competitività tra i paesi dell’eurozona. Il risultato è particolarmente pesante per l’Italia, oltre che per la Grecia e la Spagna, e ci dà la misura di quanto sia antisociale questa unione monetaria

sergio albanoSappiamo che in un sistema di moneta unica (un’unione monetaria) come l’eurozona, i paesi membri non possono svalutare l’uno nei confronti dell’altro. Una svalutazione (o una rivalutazione) della moneta puo’ verificarsi solo tra l’insieme dell’eurozona e il “resto del mondo”.

In questa unione monetaria uno dei problemi principali è l’evoluzione della competitività dei paesi membri. I paesi, ormai, non possono più correggere le differenze di competitività con la svalutazione della moneta. Questa competitività puo’ essere calcolata rispetto all’economia dominante dell’unione monetaria, nel caso dell’euro, la Germania. Se vogliamo misurare l’effetto dell’ unione monetaria sull’economia dei paesi considerati, dobbiamo guardare come questa competitività ha potuto evolvere a partire dalla data dell’entrata in vigore dell’unione monetaria.

 

La questione della competitività

Nel caso dell’eurozona, il problema della relativa competitività dei paesi è oggi un problema di primaria importanza. La competitività relativa evolve, dalla data dell’entrata in vigore dell’UEM (1999), in funzione :

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megachip

Un sasso nello stagno

di Raffaele Sciortino

Marco Bertorello, "Non c'è euro che tenga" (Ed. Allegre, 2014). Nota critica su un prezioso libretto sull'euro

e689a3b34cd88515733b5ded714b8d87 540 360 3545.pngTitolo e sottotitolo del libro di Marco Bertorello formano quasi un contrappunto: Non c'è euro che tenga. Per non piegarsi alla moneta unica non serve uscirne. Non si tratta di ambiguità ma del tentativo dichiarato di non farsi imporre, analiticamente e politicamente, il terreno dall'opposta ma speculare alternativa euro sì/euro no. Non che Bertorello non sappia, come molti di noi, che il terreno più avanzato per la ripresa del conflitto in "basso a sinistra" è in Europa quello che con estrema difficoltà, e in sostanziale isolamento, stanno in questi giorni tentando popolazione e governo greci.

Ma il punto è a quali condizioni e con quale prospettiva calcare il terreno europeo. Investigare più a fondo queste condizioni è il merito di questo prezioso libretto che prova a lanciare un sasso nello stagno dello stantio, e diciamocelo: piuttosto miserevole, stato del dibattito a sinistra sul tema.

Partiamo dall'analisi. Tre le tesi principali che si possono ricavare.

La prima ci dice che Euro makes sense, il varo della moneta unica europea non è frutto di un errore (p.es. di architettura istituzionale) o dell'irrazionalità delle classi dirigenti europee.