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Il partito delle ZTL non fermerà la destra

di Punto Critico

via mercatovecchio 2Di fronte al successo della destra reazionaria si può disperare oppure analizzare i risultati razionalmente cogliendo le ragioni di quel successo, ma anche la sua estrema precarietà. E ci si può opporre a Salvini come fa la borghesia intellettual-progressista, che (dal ‘94) evoca lo spettro del fascismo per difendere il rigore dei conti oppure dando alle periferie soluzioni ai problemi invece che capri espiatori. Quello che la sinistra non ha fatto.

Uno degli aspetti più rivelatori della crisi in cui versa la politica italiana è la sua incapacità di analizzare i risultati elettorali in termini materialistici, cioè guardando i numeri (tutti, non solo quelli più convenienti), ma anche indagando la loro distribuzione per territorio, per classe sociale, fascia anagrafica ecc. Non è un caso, è piuttosto il riflesso della visione del mondo tipica di partiti che hanno abbandonato il metodo delle scienze sociali per adottare tecniche di marketing e vendere su un ‘mercato elettorale’, fatto apparentemente di ‘consumatori’ indistinti, ‘prodotti’ di cui spesso si riesce a distinguere la ‘marca’ soltanto grazie alla ‘confezione’, non certo alla qualità. Col risultato che la chiacchiera post-elettorale, in cui spesso ci sono più vincitori che vinti, soppianta l’analisi del voto. E che le vendite, nonostante tutto, continuano a diminuire.

 

Il voto in numeri

Nella Tabella 1 abbiamo cercato di raccogliere le informazioni utili a fornire una panoramica dell’andamento dei voti assoluti negli ultimi 15 anni. La dittatura delle percentuali infatti determina una lettura distorsiva che invece di concentrarsi sul reale consenso delle forze politiche lo trasforma in un particolare secondario. Se ragioniamo sui voti assoluti la principale tendenza che emerge dai dati è la perdita di consenso generalizzata dei tradizionali schieramenti politici della ‘seconda repubblica’ – centrosinistra, centrodestra, sinistra e destra – che dal 2006 al 2018 alle politiche subiscono un salasso di circa 16 milioni di voti, di cui solo una parte – tra i 5 e i 10 milioni – recuperata dal M5S.

In quest’ottica l’attuale forza del centrodestra deriva dalla sua capacità di limitare le perdite e il successo di Salvini si radica nella crisi del berlusconismo: il leader della Lega recupera parzialmente i voti persi dal Cavaliere e diventa il dominusdella politica italiana coi voti di un quinto degli elettori italiani (e di un sesto degli italiani).

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TABELLA 1: politiche (Camera) ed europee 2006-2019 (Fonte: Ministero degli Interni, elaborazione: PuntoCritico.info, i dati tra parentesi indicano l’aggregazione un po’ sommaria per collocazione politica, che può non coincidere con l’effettiva alleanza elettorale. E’ il caso per esempio, di Fratelli d’Italia o dei Verdi).

I voti persi per strada dai ‘vecchi partiti’ e non recuperati dal M5S sono finiti nell’astensionismo: nello stesso periodo infatti la partecipazione al voto scende di oltre 10 punti percentuali, dall’83,5% al 72,9%. Questa osservazione potrebbe spiegare la crescita dell’astensionismo nel voto di domenica in Italia, in controtendenza rispetto agli altri paesi, come l’effetto di un fenomeno specificamente italiano: il ritorno al non voto di una sacca di elettori recuperati alle urne dai Cinque Stelle e delusi per le scelte del Movimento da un anno a questa parte.

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TABELLA 2: astensione, bianche e nulle 2006-2019 (Fonte: Ministero degli Interni, elaborazione: PuntoCritico.info)

 

Un voto di opinione

I dati sui flussi elettorali (Youtrend, Istituto Cattaneo, CISE Luiss) indicano un’estrema volatilità dei consensi e questa constatazione dovrebbe metterci in guardia dal sovrainterpretare ciò che è a tutti gli effetti un voto di opinione, con un forte turn-over anche nel voto ai partiti che escono più forti dalle urne. Il passaggio di voti tra forze collocate formalmente agli antipodi dell’arco costituzionale rispecchia da una parte la confusione ‘postideologica’ che serpeggia tra gli elettori, dall’altra l’utilizzo strumentale del voto come mezzo per inviare segnali alla politica o per rafforzare le opzioni a breve termine di questo o quel partito su singoli temi. Insomma c’è chi reagisce all’inefficacia del voto nel provocare cambiamenti politici strutturali astenendosi e chi invece trasformandolo nell’equivalente di un like.

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TABELLA 3: flussi in uscita dalla Lega a Palermo, Napoli, Firenze, Torino, Brescia (per collegio)

La TABELLA 3 ( Cattaneo, Europee: flussi in 5 città ) indica che in 2 collegi su 3 a Palermo e in 3 su 4 a Napoli meno del 50% di chi aveva votato Lega un anno fa ha votato Lega anche quest’anno; a Firenze ha cambiato idea 1 su 4; a Torino 1 su 3 e a Brescia 1 su 5. Inoltre, anche se la maggior parte dei voti in uscita dalla Lega sono finiti nell’astensione, in due collegi Napoli 7 e 8 il 17% circa è andato al PD, così come il 13,6% nel collegio Firenze 2. Sempre secondo l’Istituto Cattaneo nei collegi di Firenze 1 e 2 rispettivamente il 10,1% e il 15,5% degli elettori PD alle politiche ha votato Lega alle europee, mentre a Napoli 5 è stato il 14,45% a fare la stessa ardita scelta. Se il dato su Napoli è meno significativo statisticamente (perché alle politiche Salvini aveva raccolto pochissimi voti), a Firenze si tratta di migliaia di voti transitati dalla Lega al PD e viceversa. Del resto anche i dati del CISE/Luiss lo confermano: a Perugia il 13% di chi ha votato PD l’anno scorso domenica ha votato Lega; a Prato e a Reggio Emilia il 9%; a Genova l’8%. Un fenomeno che denota sicuramente un forte disorientamento, ma anche, come dicevamo, l’utilizzo del voto come mezzo per esprimere un sentimento più che una condivisione politica (il picco è a Perugia, teatro del recente scandalo, mentre a Prato potrebbe aver influito il tema dell’immigrazione cinese). Inoltre proviene dalla Lega il 28% dei voti raccolti da Europa Verde a Reggio Emilia, il 15% a Perugia e il 20% a Genova (Civati qualche ragione ce l’aveva). A Reggio Emilia anche +Europa fa il pieno di voti in arrivo dalla Lega: il 19% del totale, convertito sulla Via Emilia al verbo di Soros.

 

Periferie vs ZTL

Se al momento non sono stati pubblicati studi sul voto italiano disaggregato per classi sociali, professione, età ecc., la distribuzione territoriale del consenso alle maggiori forze politiche è un indicatore abbastanza rilevante. Il PD si conferma il ‘partito dei centri storici’ (Linkiesta) o ‘delle ZTL’ (Sole24Ore). Come osserva il Sole24Ore270519Tra le prime dieci città per popolazione, sei hanno votato in prevalenza i dem (Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna e Firenze) e le restanti quattro si sono orientate sui Cinque Stelle (Napoli, Palermo, Catania, Bari). Non c’è traccia della Lega, che pure domina in maniera quasi uniforme i voti complessivi nelle regioni di Nord e Centro Italia. Nel dettaglio dei dem, a Torino-città il PD viaggia al 33,47% contro il 27,35% guadagnato nella provincia. Un trend simile quello di Genova (30,05% contro il 24,04% nell’intera regione Liguria), Bologna (PD al 40%, anche se in questo caso il primato è esteso anche alla provincia), Firenze (43,7% idem), Roma (PD al 30,06%: in provincia è al 26,75% contro una Lega al 29,57%) e ovviamente Milano. Il capoluogo della Lombardia, dove la Lega vola al 43,35 dei consensi, si conferma un’enclave per il Partito Democratico: 35,97% contro il 27,39% del partito di Salvini, nonostante basti fare un salto in provincia per invertire gli equilibri (Lega al 34,12% e PD al 29,06%’. Ma non serve fare un salto in provincia, basta uscire dal centro. Come osserva Francesco Fancio Mazza su Linkiesta290519 a Roma al 42% dei Parioli risponde il 17% di Tor Bellamonaca, dove la Lega è quasi al 40% e il PD deve scegliere, sapendo che ‘ se mira a conquistare le periferie perde le élite . Ma il voto delle élite è tutto ciò che al momento possiede‘.

Del resto questa distribuzione del voto non è un’esclusiva italiana. In Francia – osserva ancora il quotidiano di Confindustria – ‘ la République en marche di Emmanuel Macron sfonda la soglia del 20% a Parigi e viaggia tra il 25% e il 30% in centri come Bordeaux, Lione e Strasburgo. Il Raggruppamento Nazionale di Le Pen, erede del Fronte Nazionale del padre Jean-Marie, fa incetta soprattutto nelle periferie e nelle province del paese, le stesse che hanno fatto da incubatore della rivolta dei gilet gialli’.

Sempre per quanto riguarda la Francia un esauriente rapporto IFOP dedicato alle europee conferma le osservazioni del quotidiano italiano e le arricchisce di dati sulla distribuzione del voto per collocazione sociale, qualifica professionale e titolo di studio. Scorporando il 23,6% ottenuto dal Rassemblement National osserviamo che il risultato migliore lo ottiene tra i disoccupati (35%), mentre tra chi lavora il maggiore consenso arriva dagli operai (47%) e, considerando il titolo di studio, da chi ha un diploma di scuola professionale (40%). Quanto al luogo di residenza la Le Pen prende più voti nei comuni rurali (30%), mentre tocca il minimo nell’area di Parigi (18%).

 

Rapporto con le mobilitazioni

Rimanendo ancora sul voto francese prima di tornare in Italia i due rapporti citati ci permettono di toccare anche un altro tema cruciale di queste elezioni europee, cioè la relazione tra voto e mobilitazioni sociali. Sempre secondo il rapporto IFOP Marine Le Pen ha raccolto il 48% dei voti tra chi ‘si sente un gilet giallo’, contro il 12% di Jean-Luc Melenchon, leader di France Insoumise, la forza di sinistra che nei mesi scorsi più si è spesa a sostegno alla mobilitazione partita lo scorso novembre. A beneficiare invece degli scioperi globali promossi da Fridays For Future sono stati i verdi. Secondo un rapporto IPSOS sulla sociologia del voto europeo , i verdi francesi sono stati trainati verso il 13,1% nazionale grazie al voto dei giovani sotto i 35 anni, dove hanno raccolto il 27% dei consensi. Si tratta di un elettorato giovane ma anche acculturato. La lista ecologista raccoglie solo il 6% dei consensi tra chi ha un titolo di studio inferiore alla laurea, mentre ottiene il 14% tra i laureati, il 15% tra chi ha una laurea+2 anni di specializzazione e il 20% tra chi ha almeno una laurea+3 anni di specializzazione. A completare l’identikit sociale dell’elettore verde ci sono ancora i dati dell’IFOP: i risultati migliori arrivano dalle professioni liberali e dai quadri d’impresa (20%) e, per quanto riguarda la residenza, dall’agglomerato parigino (18%). Un profilo che combacia anche con quello tracciato in PuntoCritico231018 a proposito dei verdi tedeschi.

Tornando all’Italia qui da noi mancano mobilitazioni di portata e caratteristiche analoghe a quelle dei gilet gialli, ma salta all’occhio il patatrac di Europa Verde, che si ferma al 2,3% e il tracollo del M5S nei luoghi dove un anno fa aveva fatto il pieno di voti grazie ai movimenti ambientalisti: a Melendugno, cuore della lotta No TAP, i Cinque Stelle passano dal 68% al 22%, mentre in Val di Susa la Lega espugna non solo i comuni dell’alta valle, tradizionalmente aristocratici, ma anche i comuni della bassa, ex area industriale nonché culla del movimento No TAV: a Susa e Chiomonte vincono due sindaci pro TAV, mentre a Bussoleno e Venaus la Lega diventa la seconda forza dopo il M5S, raccogliendo rispettivamente il 27% e il 32%, nonostante i Cinque Stelle, per ora, abbiano mantenuto la loro storica contrarietà alla Torino-Lione.

 

Combattere la destra col cervello

A una lettura del voto distorta e giocata tutta sul versante emotivo non può che seguire una reazione scomposta: l’avanzata della destra reazionaria in Italia e nel resto d’Europa, misurata con l’unico metro delle percentuali e in assenza di una strategia per contrastarla, non può che lasciare campo all’angoscia prodotta dal senso di impotenza, facendo perfino dimenticare che alle scorse europee il PD renziano prese più del 40% (con un’affluenza superiore), il che non gli ha impedito di andare a sbattere un anno e mezzo dopo (su questo si veda il giudizio di WuMing270519 ). Fermo restando che la destra non sfonda in Europa (ma non per merito della sinistra) il cosiddetto populismo si rivela un fenomeno precario, fragile, soggetto a mille incognite e soprattutto privo di una base organizzata nella società (ed è qui che è più vulnerabile). Ed è il frutto di una paura fomentata dalla situazione di insicurezza sociale che colpisce da un lato i padroncini e la classe operaia del nord, dall’altro il notabilato e il sottoproletariato del meridione, cioè chi ha paura di perdere e chi invece da perdere non ha nulla o quasi. Perciò il problema non si risolve inveendo contro gli elettori di Salvini ed evocando il fascismo che avanza, ma indicando almeno a una parte di quelle classi un’alternativa politica in grado di risolvere i suoi problemi invece di limitarsi a fornirle capri espiatori su cui scaricare la propria rabbia.

La domanda è se possiamo realmente credere che a sconfiggere la destra reazionaria sarà il partito dei Parioli o magari una coalizione tra questo e la destra liberale, quella perbene . Il partito dei Parioli, dal canto suo, ha già cominciato a diffondere le proprie diagnosi: se la Lega è al 34,4% la colpa è di chi si è astenuto, della ‘natura degli italiani’ incline al fascismo o del popolo ignorante e bue. Nei giorni scorsi sui social circolava il post ‘il 33% degli elettori di Salvini non a la licenza media’. A chi le faceva notare che ha si scrive con l’h l’autrice ribatteva di essere una semplice lavoratrice e dunque di non conoscere bene la grammatica. E’ la dimostrazione che senza una sinistra in grado di fornire loro innanzitutto una visione del mondo molti lavoratori finiscono per introiettare quella della buona borghesia progressista, la stessa che chiede di tagliare la spesa pubblica (inclusi i fondi alla scuola e l’università), di reintrodurre l’ICI sulla prima casa, di rendere il mercato del lavoro più flessibile, di abbassare il costo del lavoro e di mandare la gente in pensione più tardi, in nome dell’Europa, della democrazie e del libero mercato.

Per quasi trent’anni a partire del ‘94 quello stesso entourage intellettual-progressista (ci ricordiamo i girotondi, il popolo viola ecc.?) ha stigmatizzato il pericolo fascista a proposito di Berlusconi (che oggi per Scalfari è diventato l’antidoto) e chiesto ai lavoratori italiani di accettare qualche ‘sacrificio’ e alla sinistra e di moderare le proprie pretese in nome dell’unità dei democratici contro l’impero del male, quella che oggi Calenda chiama il ‘fronte repubblicano’. Il risultato è stato che Berlusconi è andato avanti fino al 2011, che a sconfiggerlo è stato il fondamentalismo liberista (Monti), a cercare di salvarlo è arrivato Renzi e nel frattempo la sinistra, (dopo aver ingoiato tutti i rospi possibili e immaginabili) è desaparecida, il sindacato è in stato catalettico e sono arrivati Di Maio e Salvini. Vogliamo ripetere quella storia?

In Europa, a parte il caso italiano, alla crisi di Syriza in Grecia e di Podemos in Spagna si son aggiunti i pessimi risultati di France Insoumise e della Linke tedesca e questo a Bruxelles si tradurrà nella nascita di una nuova maggioranza, che a popolari e socialisti vedrà probabilmente aggiungersi i liberali dell’ALDE (Macron, Verhofstadt, Monti) e forse i verdi e che sarà la versione europea del ‘fronte repubblicano’. La sinistra uscita disfatta da queste elezioni è a un bivio: o accodarsi a quell’idea di Europa o elaborare una strategia capace di dare ai lavoratori e all’elettorato delle periferie una visione del mondo confacente ai loro interessi e proposte e mezzi per realizzarle. Insomma, se quelli usciti dalle urne domenica sono i risultati della politica post-ideologica, allora ridateci l’ideologia!


Articolo tratto dalla newsletter di PuntoCritico.info del 31 maggio.
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