Siamo su un vulcano
di Gianfranco Nappi
Non è affatto ordinaria la riflessione di Paolo Favilli in “Siamo su un vulcano. La Russia, il romanzo, la rivoluzione” (Donzelli Editore, 2026). L’eurocentrismo della recente ricerca storiografica ha rimosso le masse anonime che rovesciano la gabbia di un dominio secolare. Senza Russia, che Europa stiamo costruendo? E che Russia sarà se alimentiamo la sindrome della sua insicurezza?
Qual è il cuore del ragionamento di Favilli? Che «si è creata una frattura cognitiva, la difficoltà a capire l’universo mentale dei contemporanei di vicende neanche troppo lontane. Una frattura cognitiva talmente interiorizzata da influenzare anche alcune tendenze della storiografia sulle grandi rivoluzioni».
La rivoluzione come eresia
La vittoria dell’89 sulle ragioni del lavoro e dei subalterni è stata così profonda che reca con se’ in qualche modo anche una retroazione sul passato, sui suoi grandi fatti, sulle sue grandi rivoluzioni, quella Russa sicuramente, ma perfino quella dell’89 francese e fino a quella seicentesca inglese….tende a renderli inspiegabili, incomprensibili se non come grandi ‘errori’ della storia, a conferma che, avendo vinto la razionalità capitalistica, essa non solo non ha alternative, ma proprio in quanto tale, ogni ricerca alternativa, appunto, deve essere espunta, si configura come follia utopistica generatrice solo di tragedie. E così, fino al punto di non riuscire a spiegarsi i perché di una rivoluzione, di quel vulcano che erutta, di quella scossa tellurica profonda che smuove tutto e tutti, che apre un altro tempo della storia e nella storia, che vede entrare in campo altri protagonisti, altre speranze, altre possibilità. Di quell’utopia che diventa, appunto, storia. E così, chiude il suo lavoro Favilli: «la critica che va alla radice, considerata a pieno titolo connotato fondante del pensiero occidentale, è stata proclamata “eresia”».
La quiete della ricerca storiografica
Quella di Favilli è insieme una rappresentazione della situazione ma anche una denuncia del punto cui è giunta parte della stessa ricerca storiografica, anch’essa acquietata dalle teorizzazioni di fine della storia. Ma è una rappresentazione che al tempo stesso ci accompagna a riscoprire le pulsioni di quel tempo, a vederne maturazioni e motivazioni profonde non riferite tanto alle vicende delle ‘decisioni’, delle ‘scelte’, delle ‘politiche’ che assunsero i rivoluzionari alla guida, ma ai sentimenti (si, credo si possa usare questa espressione ), alle passioni, alla rabbia accumulata in secoli di sfruttamento perfino, del mondo contadino, di quella servitù della gleba che in Russia solo nel 1861, e molto sulla carta, era andata a finire, e segnarono l’irrompere sulla scena di quella storia, per cambiarla davvero la storia successiva in tutto il mondo, di grandi masse di sfruttati. Ben oltre gli stessi argini nei quali le guide di quella rivoluzione immaginavano di dover incanalare quella spinta. Una storia cambiata, come ci ricorda Piero Bevilacqua nella densa prefazione, ad ogni latitudine, con la messa in movimento ovunque di grandi masse che hanno rivendicato per sé dignità e libertà. E questo, il crollo dell’Est non lo cancella. Ora, negando alla radice il senso stesso di questa storia, la sua comprensibilità e ‘dicibilità’ attuale, l’Occidente, che invece ne è stato protagonista in un percorso certo non lineare e predeterminato, segna anche una sua crisi profonda che, al momento, appare irreversibile. Questa contraddizione stringe il tempo presente e sembra non essere avvertita dai protagonisti del pensiero dominante che, infatti, stentano a capacitarsi.
Un viaggio nella letteratura russa
C’è poi un ulteriore valore nel lavoro di Paolo Favilli, che è anche l’esplicitazione di una tesi, di una sua convinzione profonda: è attraverso la letteratura, attraverso l’arte che è possibile cogliere gli umori profondi che si muovono nella società. E in questo senso, il suo, è anche un viaggio in una grande letteratura, di valore universale, come quella russa appunto: «Tutte le espressioni letterarie, ad ogni livello, sono in grado di aprire la visione verso aree che rimangono precluse a testi politici, teorici, o teorico-politici». Solo l’alta letteratura, ha la possibilità di creare “l’intensità e il brulichio” dell’esistenza nella contingenza storica. Solo uno “scrittore di genio” riesce a dare una – dice Favilli appoggiandosi ad Alberto Asor Rosa – “carica visionaria” ai “segmenti” frantumati della vicenda storica. «La straordinaria fioritura della letteratura russo/sovietica alla fine e dopo la frattura storica costruita dall’arco1914-1921…è un campo preziosissimo di fonti per leggere, alla luce di una rottura rivoluzionaria che di per sé ha una valenza universalistica, il difficile rapporto tra universalismo e lineamenti di lungo periodo della storia russa». Anzi, ci dice Favilli, questa ricchezza letteraria, questo terreno di ricerca aperto, rappresentò in qualche modo anche un altro approdo possibile rispetto a quello burocratico-staliniano, si manifestò in modo vitale per tutti gli anni venti per quanto poi del tutto negletto sia dai detrattori della rivoluzione che dai costruttori del primato del partito e del suo capo su tutto.
Complessa la storia. Tanto più quando parli di mondo contadino, che perfino in quella rivoluzione, che poi sarà operaia, si vede protagonista assoluto, come dalla letteratura che Favilli chiama a ribalta si riscontra ampiamente: Gogol, Cechov, Il’ja Ehremburg, Pasternak, E.M.Dune. Gor’kij, Aldanov, Pil’njak, Platonov, Sergej Esenin, Babel e poi Vassili Grossman, Solochov, e prima di tutti loro Tolstoj, Dostoevskij.
Marx tra determinismo e politica
E sempre misurandosi con la Russia contadina perfino Marx – e Favilli da’ giustamente conto di questo passaggio che non è di poca rilevanza – ci ha lasciato quello che potremmo definire come un ‘frammento’ se volete ( non pari a quello sulle Macchine dei Grundrisse ma di sicuro ulteriore conferma della sua concezione assolutamente aperta e non predeterminata dell’esito rivoluzionario e dei suoi protagonisti e dei diversi tempi di cui tenere conto …): la risposta che Marx fornisce all’attivista rivoluzionaria russa Vera Zasulic che lo interroga – siamo nel 1881, a due anni soltanto dalla morte del filosofo – sul se a suo giudizio la comune russa, quell’obscina che vedeva la proprietà della terra condivisa , potesse rappresentare il fulcro di un processo rivoluzionario in Russia. Ebbene, a questo interrogativo Marx risponde con meditata riflessione, che attraversa diverse bozze per poi condensarsi nel finale: «L’analisi contenuta ne Il Capitale non fornisce quindi argomentazioni né a favore né contro la vitalità della comune russa. Tuttavia, lo studio specifico che ho condotto sull’argomento, compresa la ricerca di fonti originali, mi ha convinto che la comune rappresenta il fulcro della rigenerazione sociale in Russia. Affinché possa funzionare come tale, però, è necessario innanzitutto eliminare le influenze nocive che la assalgono da ogni lato, e solo in seguito garantirle le normali condizioni per uno sviluppo spontaneo». Affermazioni di grande importanza, come Favilli coglie: «Né la dissoluzione dell’obscina né il suo sviluppo come ‘elemento rigeneratore’ sono inscritti in una ‘fatalità’ storica bensì in una contingenza storica in cui operano elementi di determinismo, i diversi lineamenti di una storia di lungo periodo, e altri di volontarismo: le scelte politiche possibili».
Insomma, il corso della storia non è mai già dato e sempre rimane aperto ad altri esiti possibili. L’importanza di questa riflessione marxiana è colta appieno anche da un altro studioso che a Marx specificamente ha dedicato studi recenti e di grande fortuna in Giappone, Kohei Saito. Nel suo Il capitale dell’antropocene (Einaudi 2024), riprende anch’egli il caso della risposta alla Zasulic con questa valutazione di sintesi: «La cosa importante qui è l’inequivocabile riconoscimento da parte del filosofo della possibilità per la Russia di passare al comunismo senza l’esperienza di una fase capitalista (ovvero senza passare per “le forche caudine”, è sempre di Marx questa espressione)». È la certezza che il tardo Marx aveva abbandonato la visione eurocentrica di un progresso storico a binario unico. Tornando alla letteratura, ha ancora ragione Piero Bevilacqua che termina il suo saggio introduttivo a questo lavoro di grande interesse e profondità di Paolo Favilli ribadendo che «…la grande narrativa russa rende merito alla potenza spontanea delle masse, al loro protagonismo ribelle, al di là delle élite che intendono indirizzarle e dirigerle. Una grande lezione anche per la ricerca storiografica che invece di solito …sfiora appena i veri protagonisti della Storia per lo meno nelle grandi bufere rivoluzionarie: le masse anonime dei senza storia, le moltitudini di uomini e donne che rovesciano con il loro corpo e il loro sangue l’opprimente gabbia di un dominio secolare». E possiamo ben chiudere anche noi con queste sue parole.
Post scriptum
Abbiamo parlato di Russia, Rivoluzione, Letteratura, Utopia. Si può? In questo mondo in crisi, dove la guerra si è fatta discorso dominante e dove economia e potenza della tecnica si sono fatte politica in nome dell’antipolitica, si può parlare della Russia? Ovviamente, solo uno stupido può pensare a Putin come bilanciatore della logica di potenza dominante. È impossibile assegnargli una qualsiasi funzione progressiva. È egli stesso espressione della stessa logica. È espressione di una torsione autoritaria del nazionalismo russo. Va condannato per l’invasione dell’Ucraina che a buona ragione cerca e trova sostegni nella sua resistenza all’aggressione. Ma, detto con nettezza questo, cosa facciamo in Europa e in Italia? Ma davvero pensiamo che costruiamo più sicurezza per noi intanto, ricacciando quel grande paese fuori da ogni canale di dialogo? Parlo del paese, non del suo capo; della sua cultura, della sua storia. Cosa sono, cultura e storia loro? Altra cosa dall’Europa? E un’Europa che si pensasse non senza Putin – con cui anzi per lunghi anni si sono fatti affari – ma senza Russia, che Europa sarebbe? Ma davvero la nostra sicurezza va affidata al riarmo?
(…) Lo spirito del tempo grida…alle armi, alle armi…siamo in pericolo…dobbiamo difenderci…ma di grazia, scopriamo che siamo disarmati oggi? Parlo dell’Europa, che già oggi è una delle aree del mondo che investe di più in difesa. Certo già oggi significativamente più della Russia. Eserciti armati, avanzati tecnologicamente. Il deterrente nucleare diretto, Francia e Inghilterra, indiretto, Stati Uniti sul suolo europeo anche e nei suoi mari. E allora? Non ci basta? Andrebbe coordinato, integrato, migliorato, efficientato…tutto quel che si vuole, ma non è che oggi siamo indifesi, come sembrerebbe da certe posizioni e reazioni. E perché dovremmo portare al 5 % del PIL la spesa per la difesa? Aberrazione il solo pensarlo. E stiamo attenti a gridare…Esercito comune…senza prima avere ideato e costruito le istituzioni della sovranità democratica europea, senza avere dato al suo ’demos’ un potere reale: già oggi il nostro articolo 11 della Costituzione traballa. Figurarsi se, come per la moneta, la decisione finale dovesse essere posta in capo ad una tecnocrazia figlia dello stesso complesso finanziario militare…Non mi risulta quindi che oggi l’Europa non abbia la sua strumentazione militare. Vogliamo pensare che una potenza come la Russia, che dopo quattro anni drammatici non riesce ad avere ragione dell’Ucraina e di una porzione del suo territorio, immagini anche di muovere all’attacco dell’Europa? Così come è ridotta oggi? Tutto si può pensare. E allora abbiamo un sistema di difesa che va reso ancora più efficiente, insisto. Va bene. Ma attenzione, raddoppiare in pochi anni la spesa in difesa vuol dire un’altra cosa: significa, non solo sottrarre risorse fondamentali allo sviluppo, ma significa trasmettere al tuo interlocutore/avversario un altro messaggio, che alimenta la sua insicurezza e lo spinge a sopravanzarti su quel terreno del riarmo e del pericolo dell’errore nucleare.
È questa spirale che va spezzata. E chi la spezza? Maurizio Ferrera riprende su la Lettura del Corriere della Sera del 12 luglio, il senso della riflessione di uno studioso statunitense, Charles Glaser della George Washington University: “la deterrenza funziona solo se viene percepita come difensiva. Quando il rafforzamento militare di uno Stato appare all’avversario come preparazione di un’offensiva, si innesca la cosiddetta security dilemma: ciascuno si arma per sentirsi più sicuro, ma finisce per rendere tutti più insicuri”
È nell’interesse dell’Europa, e dell’Italia, oggi, qui ed ora, delineare una strategia di politica, di sviluppo comune, nella quale ci sia un posto, per come lo vediamo noi, anche per la Russia. E la sicurezza per l’Ucraina non è portarci bombe nucleari (e vale lo stesso per la Polonia o i paesi baltici), ma immaginare una grande fascia al confine tra Russia e Europa, denuclearizzata e, progressivamente, ad armamenti in modo bilanciato ridotti. È difficile da costruire? No, di più, difficilissimo! Ma questa è una prospettiva strategica che sfida la Russia sul terreno che essa denuncia di più – e non senza ragione a seguire non un pericoloso estremista filoputiniano ma quel Kissinger che di tutto questo se ne intendeva: l’accerchiamento e la minaccia portata sotto i suoi confini. Rispondere e sfidare su questo punto la Russia significa dare il più grande e vero aiuto oggi all’Ucraina e alla fine della guerra che patisce. E, al netto di improbabili accadimenti, comunque, alla fine, saranno Zelensky e Putin a dover firmare un accordo. O no?













































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