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Geopolitica, Ordine Mondiale e Globalizzazione

di Federico Pieraccini

Comprendere gli obiettivi e le logiche che accompagnano l’espansione di nazioni o imperi è sempre di fondamentale importanza per poter trarre conclusioni importanti per il futuro

leaders mondialiNei seguenti quattro capitoli intendo gettare le basi per una facile comprensione, molto approfondita, dei meccanismi che muovono le grandi potenze. Per riuscirvi occorre analizzare le teorie geopolitiche che concorrono, da più di un secolo, a modellare le relazioni tra Washington e le altre potenze mondiali. In secondo luogo è importante verificare come i principali oppositori geopolitici di Washington (Cina, Russia e Iran) si stiano organizzando da anni per porre un argine all’azione distruttiva di Washington. Infine, è importante osservare il cambiamento epocale nella dottrina di politica estera americana negli ultimi vent’anni e soprattutto come la nuova amministrazione Trump intenda cambiare corso e definire nuovamente priorità e obiettivi.

Il primo capitolo si concentrerà quindi sull'ordine internazionale, la globalizzazione, le teorie geopolitiche, la loro traduzione in concetti moderni e come sia mutata la nozione con cui si esercita il controllo su una nazione straniera.

Prima di affrontare le teorie geopolitiche che regolano l’ordine internazionale, è importante capire gli effetti della globalizzazione e il mutamento dell’ordine internazionale, conseguenze dirette di una Strategia antica degli Stati Uniti che mira a controllare ogni aspetto del pianeta con mezzi economici, politici, culturali e militari.

 

1. Ordine Internazionale e Globalizzazione.

E’ importante prima definire l’ordine internazionale tra nazioni e i cambiamenti che ha introdotto il concetto di globalizzazione dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989.

Per metà del '900 il mondo si è ritrovato a combattere due guerre mondiali a causa della rivalità tra nazioni ricche, prospere e militarmente potenti. Durante la guerra fredda, dal 1945 al 1989, l’equilibrio di potenza garantito da Stati Uniti e URSS ha impedito una terza guerra mondiale. Con la dissoluzione dell’URSS, gli Stati Uniti, rimanendo l’unica potenza mondiale, hanno potuto aspirare ad un dominio assoluto del globo. Mettendo da parte per un momento le numerose guerre ordite dagli Stati Uniti, l’altro aspetto fondamentale è stato l’inizio dell’esperimento chiamato globalizzazione commerciale, economica, politica, finanziaria e culturale, guidato ovviamente dagli interessi di Washington.

Il mondo è passato da un sistema capitalista, vincitore della guerra fredda contro il rivale socialista, ad un sistema di turbocapitalismo. Le multinazionali USA hanno raggiunto vette di ricchezza inesplorata, la Apple e altre aziende della Silicon Valley fatturano come una nazione medio-piccola. Le banche e istituzioni finanziarie americane come Wall Street hanno incrementato una già notevole influenza grazie all’introduzione della tecnologia informatica, l’automazione ed inganni contabili come i derivati. La FED ha attuato una politica economica basata sul ruolo del Dollaro come pilastro economico, di fatto frodando l’intero ordine mondiale economico potendo stampare denaro a piacimento, arrivando addirittura ad un tasso dello 0% di prestito. Una completa evasione delle più elementari regole del capitalismo. Appunto, nuova fase, nuovo nome. Turbo capitalismo. Ovvero, essendo gli Stati Uniti l’unica potenza mondiale dopo il 1989, le regole vengono stabilite a Washington, negli interessi americani.

In tutto il periodo dopo la caduta del muro di Berlino, Wall Street e le grandi multinazionali petrolifere, militari, sanitarie, assicurative e agricole hanno lentamente sostituito i governi nazionali, dettando agende e priorità. La globalizzazione politica ha portato ad una espropriazione della sovranità nazionale in Europa con la creazione dell’Euro e con il trattato di Lisbona. La globalizzazione ha spostato il concetto di Cittadino-Nazione ad un livello superiore, sostituendo alla Nazione una sovrastruttura internazionale guidata dagli Stati Uniti, allontanando ancor più il Cittadino dal processo decisionale. L’Unione Europea ed in particolare la commissione europea (non eletta, ma nominata) risultano impopolari, oltre che per le decisioni adottate, anche per la lontananza dal cittadino medio, rispetto al peso delle decisioni prese.

In sostanza, con la fine dell’URSS, l’ordine internazionale è passato da un rapporto tra nazioni, composti da cittadini, ad un rapporto tra sovrastrutture internazionali (NATO, ONU, FMI, WTO, Banca Mondiale, EU) e cittadini, con il peso della bilancia del potere decisamente a favore dei globalisti.

L’ordine internazionale e la globalizzazione vanno interpretati secondo le logiche di Washington, da sempre alla ricerca di nuove forme per dominare il globo preservando il ruolo di superpotenza mondiale. E’ per questo motivo che risulta fondamentale comprendere in maniera semplice e lineare le teorie geopolitiche che guidano gli Stati Uniti nel perseguimento del dominio assoluto del pianeta.

MacKinder + Spykman + Mahan = Dominazione mondiale

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Heartland

La prima teoria geopolitica è la cosiddetta Heartland (Cuore della Terra), elaborata nel 1904 da Sir Halford Mackinder, geografo Inglese. Il principio base era il seguente:

Heartland o Heartlands (letteralmente: il Cuore della Terra) è un nome che venne dato alla zona centrale del continente Eurasia, corrispondente all'incirca alla Russia e alle province limitrofe, da Sir Halford Mackinder, il geografo inglese autore di Democratic Ideals and Reality; la teoria delle Heartlands venne sottoposta alla Royal Geographical Society nel 1904.

L'Heartland era descritto da Mackinder come il territorio delimitato ad ovest dal Volga, ad est dal Fiume Azzurro, a nord dall'Artico e a sud dalle cime più occidentali dell'Himalaya. All'epoca, tale zona era quasi interamente controllata dall'Impero Russo.

Per Mackinder, che basava la sua teoria geopolitica sulla contrapposizione tra mare e terra, Heartland era il "cuore" pulsante di tutte le civiltà di terra, in quanto logisticamente inavvicinabile da qualunque talassocrazia. Da qui la frase che riassume l'intera concezione geopolitica di Mackinder:

«Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo»

In termini di nazioni, l’heartland è composto essenzialmente da Russia, Iran, Mongolia, Cina, Ucraina, Bielorussia, Kazakistan, Afghanistan e dalle repubbliche dell’Asia centrale. 

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Rimland

La seconda teoria geopolitica, altro componente basilare della politica estera USA, fu elaborata negli anni 30’ dallo Statunitense Nicholas John Spykman anch’esso geografico e studioso della teoria di Mackinder. Spykman aggiunse alla definizione dell’heartland la teoria del Rimland. Viene definita Rimland la fascia marittima e costiera che circonda l'Eurasia, essa si divide in 3 zone: Europa; Medio Oriente e Asia del Sud.

Per "isola mondo" si intende la regione euroasiatica, che va dall'Europa occidentale fino all'estremo Oriente. Se per Mackinder l'impero zarista rappresenta la suddetta area-perno, Spykman si focalizza invece sulla zona intorno all'Heartland, cioè il Rimland, riconoscendola come punto strategico di massima importanza. Il Rimland si caratterizza per la presenza di paesi ricchi, tecnologicamente avanzati, con grande disponibilità di risorse e facile accesso ai mari. La sua dimensione allo stesso tempo marittima e terrestre la rende attaccabile da entrambi i fronti. D'altra parte questa sua duplice natura fa sì che rappresenti una possibile zona di mediazione tra le due potenze mondiali: Stati Uniti e Russia. La maggiore minaccia dal punto di vista geopolitico sta proprio nell'unione tra Heartland e Rimland sotto uno stesso potere. L'unificazione di quest'area porterebbe a un blocco dei commerci, causato dall'autosufficienza dall'"isola mondo".

Il Rimland è composto essenzialmente da Europa, Turchia, Medio Oriente, Golfo Persico, India, Pakistan, Sud-est Asiatico (Brunei, Cambogia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine*, Tailandia, Vietnam) e Giappone.

Come vedete, gli Stati Uniti non sono parte né della Rimland, ne dell’Heartland. Sono dall’altra parte del mondo, con due oceani in mezzo. Molto protetti, difficilmente attaccabili, con tante risorse e alleati potenti in Europa. Tutte caratteristiche che hanno favorito l’ascesa per tutto il 900’ e gli anni 2000 della superpotenza americana.

Dominare il mondo però è tutt’altra cosa e richiede innanzitutto, vista la posizione geografica degli USA rispetto al Rimland e Heartland, una grossa capacità di proiettare potere. Naturalmente, con due oceani in mezzo, si tratta di un potere navale innanzitutto, in secondo luogo economico, culturale e tecnologico.

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Potenza Marittima

La terza teoria geopolitica si basa su l'importanza data all’aspetto navale, ovvero il potere marittimo. Autore di questa teoria, verso la fine del 1800, fu Alfred Thayer Mahan un ammiraglio statunitense.

Mahan fu una sorta di "precursore" delle organizzazioni internazionali. Egli infatti affermava che una potenza è in grado di affermarsi con le sole proprie risorse, vi era quindi necessità che il sistema internazionale si coalizzasse in organizzazioni internazionali. Ipotizzava un'unione tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, perché essendo due potenze marittime potevano unirsi per condividere la conquista dei mari. Concetto chiave: "le potenze marittime si uniscono contrapponendosi a quelle continentali." Un esempio storico di questo concetto è l'espansione russa (potenza continentale) tra il 1800 e il 1945, che si va a scontrare con Stati Uniti e Gran Bretagna (potenze marittime) che hanno stretto alleanza per contrastare questa espansione. Mahan elabora il concetto di dottrina navale, cioè la politica che gli stati perseguono in campo marittimo-militare. Per far sì che uno stato possa avere una dottrina navale, esso deve possedere una marina militare consistente, ovviamente uno sbocco sul mare, un'adeguata capacità di proiezione, dei mezzi adeguati ed avere obiettivi strategici da tutelare (come per esempio la sicurezza di zone esposte a rischio).

Come si intuisce facilmente, l’unione di queste tre dottrine è la chiave, per gli stati uniti, per conquistare, controllare e dominare il mondo intero. Dominare l’heartland è possibile solo grazie al controllo del Rimland e per contenere e conquistare il Rimland è necessario controllare le vie marittime, adottando quindi la teoria di Mahan sulla supremazia marittima.

Geograficamente quindi i mari e gli oceani di maggiore rilevanza sono coloro che costeggiano la Rimland: Mar Cinese dell’Est e del Sud, Mare delle Filippine, Golfo della Tailandia, Mare di Celebes, Mare di Java, Mare di Andamane, Oceano Indiano, Mare Arabico, Golfo di Aden, Mar Rosso ed infine il Mar Mediterraneo.

In particolare lo stretto di Malacca posto tra Indonesia e Malesia e il canale di Suez sono di rilevanza strategica grazie alla loro funzione di via di transito e collegamento tra tutti i mare e gli oceani adiacenti la cosiddetta Rimland.

 

Un po’ di storia

Fu la Germania di Hitler durante la seconda guerra mondiale a tentare di mettere in pratica la teoria geopolitica di MacKinder, conquistando l’heartland, ma fallendo miseramente grazie al trionfo finale dell’armata rossa che respinse e distrusse l’assalto nazista.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti misero nel mirino l’Unione Sovietica con l’intenzione di conquistare l’heartland e dominare il mondo. In alternativa, il piano-B era impedire che altre nazioni potessero allearsi per dominare insieme l’Heartland. In tal senso si spiega la contrapposizione storica tra Stati Uniti e Iran, Russia e Cina. Le tre più importanti nazioni al centro del Heartland.

La Russia, sin dagli imperi Zaristi, passando per l’Unione Sovietica, giungendo alla Federazione Russa di oggi, è sempre stata nel mirino degli Stati Uniti, vista la sua posizione geografica centrale rispetto a ciò che viene definita Heartland.

L’Iran, anch’essa pezzo pregiato del ‘cuore del mondo’, con la Monarchia Pahlavi garantiva un’obbedienza completa ai voleri anglo-americani, risultando funzionale al piano di conquista americano del cuore della terra. Fu dopo la rivoluzione del 1979 che Teheran divenne ostile a Washington.

La Repubblica Popolare Cinese durante la guerra fredda è stato il grande perno asiatico di Kissinger volto a contenere l’URSS ed impedire la nascita di una possibile alleanza tra Teheran, Mosca e Pechino per dominare l’Heartland, soprattutto negli anni 80’ del 900’. Gli Stati Uniti, invece di aggredire direttamente la Cina, usarono la Repubblica Popolare contro l’Unione Sovietica. Per Washington l’obiettivo primario, oltre ad espandere la propria influenza ovunque, era impedire qualunque genere di alleanza per controllare l’heartland. Impedire qualsivoglia intesa tra Mosca e Pechino.

 

Controllo di una nazione.

Storicamente il controllo di una nazione avveniva grazie alla potenza militare, foriero di imposizioni di ogni genere e un’impostazione culturale aderente alla nazione dominante. Oggi giorno sono soprattutto il potere economico a definire il controllo di una nazione e la conseguente capacità dei governanti di esercitare sovranità nazionale. Il Dollaro e un’economia neoliberale sono essenzialmente le due armi più invasive esercitate dall’impero americano nei confronti di avversari geopolitici. Non necessariamente solo tramite mezzi militari con scopi di occupazione e pattugliamento.

Definire il commercio estero in una determinata valuta, approvvigionamenti militari da un’unica fonte, risorse energetiche sviluppate senza scelte strategiche di interesse nazionale e un’impostazione della società civile nella direzione voluta dal movimento globalista (ridefinizione dei valori fondanti di una nazione) sono spesso fattori indicativi di una mancanza di sovranità.

L’Unione Europea e i paesi NATO sono un ottimo esempio di paesi apparentemente indipendenti ma in realtà pienamente espropriati delle scelte strategiche nei settori menzionati. Washington decide e le colonie obbediscono. Non sempre è possibile un’invasione militare come in Medio Oriente o una rivoluzione colorata come in Ucraina. Controllare nazioni come Russia, India, Cina e Iran è praticamente impossibile se non mediante questioni economiche, legate al ruolo delle banche centrali e del dollaro. E’ anche e soprattutto per questi motivi che la cosiddetta de-dollarizzazione risulta un’azione distruttiva nei confronti del potere di controllo esercitato dagli Stati Uniti.

Il prossimo capitolo si concentrerà su come Stati Uniti abbiano implementato queste strategie e come siano variate nel corso degli ultimi settant’anni anni.

 

2. Gli Stati Uniti e la Corsa al Controllo Globale

Nel capitolo precedente è stata posta particolare attenzione in merito alla definizione di ordine internazionale, al fenomeno della globalizzazione, alle teorie geopolitiche e come sia mutata la concezione con cui una nazione difende la propria sovranità. In questo secondo capitolo il focus sarà concentrato sulle varie teorie geopolitiche, la trasposizione in dottrine di politica estera e le azioni concrete che gli Stati Uniti hanno svolto negli ultimi decenni per aspirare ad un dominio globale.

 

La Strategia del Rimland.

Per giungere ad un controllo del cuore della terra (Teoria del Heartland), Washington ha spesso ricorso alla teoria di Spykman (Rimland), riscontrando enormi difficoltà a controllare direttamente potenze come Iran, Russia e Cina. Più semplice attuare un’opera di contenimento. Gli Stati Uniti hanno ripetutamente provato quindi ad assicurarsi le zone di maggiore interesse della Rimland per poter giungere ad un controllo indiretto del Heartland.

In tal senso, l’Europa venne conquistata, grazie alla seconda guerra mondiale e all’intervento americano contro la Germania Nazista. L’epilogo della seconda guerra mondiale vide l’Europa quale parte integrante del sistema atlantico americano, un tassello importante per circondare l’Heartland.

L’espansione e la conquista di altre zone della Rimland (Inner Crescent - Mezzaluna Interna) proseguì durante la guerra fredda, in Asia, con le invasioni della Corea e del Vietnam. Un fallimento che farà emergere seri dubbi sulla capacità di Washington di sostenere uno sforzo militare del genere, così distanti da casa, occupando paesi stranieri con truppe di terra.

In Medio Oriente, altre zona di importanza capitale, Washington ha sempre avuto come obiettivo primario evitare che l’Iran post rivoluzione dominasse l’area. Per questo motivo, i Sauditi, sono da sempre grandi alleati americani. Sono la potenza regionale prescelta dagli USA, grazie al petrolio e al sistema finanziario del petrodollaro, per garantire a Washington una costante pressione sull’Iran, nazione parte del Heartland. Senza dimenticare la Turchia, parte della NATO ed inglobata nel sistema occidentale di potere.

La strategia finale è stata costantemente la medesima: giungere a controllare nazioni confinanti con l’heartland, grazie ad interventi militari diretti, al terrorismo economico e finanziario o al soft power culturale, per mettere pressione su Russia, Iran e Cina.

E’ soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’inizio dell’epoca unipolare americana, che le grandi élite Americane assaporarono l’idea di poter raggiungere realmente un’egemonia globale, conquistando quindi le nazioni del Heartland. Durante la guerra fredda l’obiettivo più realistico consisteva nell’impedire ad altre nazioni, alleandosi tra loro, di occupare e gestire il cuore della terra. Con la fine dell’Unione Sovietica, principale potenza occupante lo spazio del Heartland, contemporaneamente rivale principale per gli Stati Uniti, l’idea di una dominazione mondiale, per Washington, divenne un pensiero reale. Gli americani intendevano conquistare militarmente e con mezzi economici e culturali l’Heartland.

 

Da Mahan a MacKinder

Gli Stati Uniti hanno sempre dato grande importanza alla teoria di Mahan, ritenendola complementare all’invasione via terra e alla dominazione economica dei paesi del Heartland e del Rimland. Per quasi un secolo è rimasta un pilastro fondante della dottrina americana in materia di politica estera.

La marina americana ha spesso giocato un ruolo decisivo nelle vittorie degli Stati Uniti da inizio 900’ fino alla caduta del muro di Berlino, prima e seconda guerra mondiale comprese. Negli anni successivi il suo declino ha avuto conseguenze dirette sull’attuazione del piano di dominazione globale basato sulle tre teorie geopolitiche analizzate in precedenza, in particolare la teoria di Mahan venne praticamente accantonata per favorire un approccio di terra.

Durante gli anni 90 e 2000, l’importanza delle portaerei e del supporto aereo durante le numerose guerre degli Stati Uniti è stato ;fondamentale, ma il grosso del lavoro è stato svolto da truppe di terra. I combattimenti non avvenivano tra paesi con navi o aerei ma tra truppe, supportate da navi e aerei. Differenze fondamentali.

Dal 1989 l’importanza della teoria di Mahan è andata via via diminuendo nei policy-makers del Pentagono, favorendo azioni di terra come in Iraq ed Afghanistan o favorendo rivolte, colpi di stato o insurrezioni armate come in Ucraina, Libia e Siria. La relativa diminuzione della flotta della US Navy è stata una conseguenza prevedibile.

 

Dimenticatevi di Mahan, ecco MacKinder + Globalizzazione.

Lo strumento adatto per conquistare le nazioni del Heartland, oltre alla forza militare di terra e il dollaro, era la globalizzazione. Il globalismo mondiale, necessita di un’assenza di sovranità per le singole nazioni, alleate o meno, ;e di una interdipendenza economica enorme, dettata da un sistema finanziario basato sul Dollaro e completamente alterato a favore di Washington e della Federal Reserve. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, negli Stati Uniti, nacque l’idea di un modello mondiale neoliberale, imperniato sul concetto di consumismo ed un’economia capitalista parassitaria, oltre ad un uso indiscriminato della forza militare.

Con il crollo delle repubbliche ex sovietiche, Washington iniziò ad avvicinarsi prepotentemente alle nazioni del heartland, via terra, minacciando sempre in maniera crescente la Federazione Russa. Non a casa, l’UE allargò l’adesione a queste nazioni nel 2004 inglobandole poi nella NATO.

Per raggiungere una dominazione globale occorre in primis quindi controllare la Russia. Vista la potenza militare degli Stati Uniti nel 1989 e l’assenza di rivali credibili, la teoria di Mackinder iniziò a concretizzarsi, in termini di approccio strategico per Washington, rispetto a quella di Mahan e Spykman che preferivano concentrarsi su mare e oceani circostanti la Rimland per controllare l’heartland. Il cambiamento nell’approccio, sempre meno navale ma più di forza terrestre e potenza economica continuava a prendere piede.

Con l’obiettivo finale di controllare la Russia, andrebbe riletta la guerra economica da parte delle élite occidentali ad inizio 1990 grazie alla complicità di Gorbaciov e Eltsin. Questo atteggiamento rivelò le intenzioni delle élite occidentali e solo dopo un palese rifiuto di Putin nel 2000 ad abdicare la sovranità Russa in favore di Washington, i rapporti peggiorarono definitivamente. Putin si oppone alla globalizzazione economica e finanziaria, espediente occidentale per ottenere una resa militare mettendo le mani sul pezzo pregiato del cuore dell’heartland: la Russia. Con questo concetto in mente, è facile comprendere perché Putin sia così mal rappresentato dai media occidentali, tutti di proprietà dei grandi gruppi editoriali, posseduti dalle oligarchie finanziarie internazionali.

La guerra in Afghanistan, l’apertura di basi NATO intorno ai confini Russi, l’uso del soft power in Ucraina per un cambio di governo tramite colpo di stato e le varie armi della destabilizzazione con l’uso del terrorismo in centro Asia e nel Caucaso sono parte di una strategia più ampia volta a circondare e contenere la Russia con l’obiettivo sempre puntuale di attirare Mosca nella rete di sostegno a l'atlantismo. Con le buone o con le cattive.

Lo scopo finale si riconduce sempre alla questione originaria di poter controllare il cuore della terra e le sue risorse, rappresentate in larga parte da Russia, Iran e Cina. Scopo finale è una forte presa sul resto dei continenti, da quello europeo a quello Asiatico, arrivando quindi a controllare praticamente tutto il globo. La missione è sempre la stessa, non cambia. Cambia solo l’approccio, una volta caduto il muro di Berlino. La fiducia nei propri mezzi culturali, economici e militari, dopo il 1989 ha portato gli Stati Uniti alla costruzione di un sistema internazionale basato sul principio del turbocapitalismo corrotto unito ad una forte di dose di bullismo militare. Le idee neoliberali di Washington hanno spesso avuto una forte spinta e un enorme sostegno grazie all’apparato militare. Washington si è trovata nella condizione di intervenire in quasi ogni scenario mondiale utilizzando strumenti come il soft power del cambio regime (Ucraina), le primavere arabe (Tunisia ed Egitto), passando persino per il concetto di hard power, ovvero un’aggressione militare come nelle vicende di nation building (Iraq, Libia ed Afghanistan).

Lo scopo, come sempre, attaccare l’heartland da ogni direzione, fino al collasso e alla conquista economica e militare.

Persino le basi militari degli Stati Uniti seguono questa logica di circondare l’heartland tramite le nazioni del Rimland. Non a caso, Iran, Cina e Russia risultano essere completamente circondate, in un approccio basato sul contenimento via terra di MacKinder. Un altro esempio riguarda i sistemi ABM (Missili Anti Balistici) mirati su Cina, Russia e Iran grazie alla loro capacità di produrre ed infliggere danni, agli Stati Uniti, in uno scenario bellico.

In questo senso, un’altra nazione vitale per gli Interessi USA è il Giappone che rappresenta una formidabile collana di contenimento verso la Cina. Solo sull’isola di Okinawa, circa 400 km dalle coste cinesi, ci sono circa 13 basi militari USA. Alla stessa maniera, tutte le nazioni che si affacciano sui mari che costeggiano la Rimland, rappresentano nazioni strategicamente rilevanti per Washington. Non stupisce quindi il panico indotto dalla vittoria di Duterte nelle Filippine e l’attenzione particolare data alle nazioni del sud-est asiatico come Vietnam e Malesia. Washington teme di avere meno alleati in una strategia di conquista della Rimland e contenimento Cinese.

Osservando una cartina è facile vedere come l’impero americano spinga verso l’heartland da tutte le direzioni. Direttamente o indirettamente con gli alleati.

Contro la Repubblica Popolare Cinese Da Sud-Est grazie al Giappone e alla presenza navale americana nel Mar Cinese, da Ovest contro la Russia grazie all’espansione NATO/UE, da Sud-Ovest contro l’Iran grazie ai Sauditi, Qatar e le basi USA in Medio Oriente. A Sud, oltre alla Turchia membri NATO, Washington vorrebbe allearsi con l’India per completare l’accerchiamento Russo. Un enorme tassello mancante che chiarisce l’importanza di Nuova Delhi nella strategia americana.

Gli ultimi 25 anni hanno visto prevalere nei policy makers USA l’idea che la conquista diretta delle nazioni del Heartland fosse innanzitutto possibile e in secondo luogo che fosse preferibile una soluzione di conquista via terra delle aree di interesse. Non solo il controllo culturale ed economico, ma un vero e proprio approccio militare per imporre una soluzione gradita alle élite di Washington. Le innumerevoli guerre dal 1989, specie Afghanistan ed Iraq, hanno rappresentato una scelta strategica impiegando forze di terra, con scopi di occupazione e conquista. Allo stesso tempo non va dimenticato il soft power utilizzato durante le primavere arabe e in Ucraina. Approcci complementari alla teoria di 100 anni prima di MacKinder che prevedeva l’opzione militare per conquistare le nazioni del Rimland e Heartland. Questa dottrina ha messo nell’angolo l’approccio navale, teorizzato da Mahan, che prevedeva l’uso delle navi per bloccare via commerciali e ottenere la supremazia nei mari, conquistando così il Rimland, dominando l’heartland e padroneggiando il mondo.

Le dottrine più recenti, da Bush a Obama, hanno usato un mix della teoria di MacKinder, unito alle più recenti tattiche dei diritti-umani intese come soft power. Le conseguenze di questo approccio hanno portato a disastri inimmaginabile per gli Stati Uniti, che viviamo oggi giorno con un Medio Oriente nel caos e sempre più allineato ad un asse sciita dominato dall’Iran. Cina e Russia sempre più unite (il fallimento della teoria della guerra fredda che mirava ad impedire un’alleanza tra Cina e Russia) e più in generale, l’India che ancora resta alleata di Mosca e in buoni rapporti con Washington, decidendo di non schierarsi apertamente con una parte o l’altra.

Il prossimo capitolo si concentrerà sulle reazioni che Iran, Cina e Russia hanno adottato nel corso degli anni per respingere l’assalto perpetuo alla loro sovranità. Come la spinta americana verso l’egemonia globale abbia in realtà accelerato la fine del momento unipolare americano facendo emergere una realtà multipolare. Nel quarto e ultimo capitolo, mi focalizzerò sulla nuova amministrazione Trump e come intenda completamente cambiare l’approccio alla politica estera USA degli ultimi 30 anni. Un ritorno al secolo scorso.

 

3. Iran, Russia e Cina Unite contro l’Ordine Mondiale

I precedenti capitoli hanno approfondito alcune teorie geopolitiche, la loro traduzioni in concetti moderni e le azioni pratiche che gli Stati Uniti hanno svolto negli ultimi decenni per aspirare ad un dominio globale. In questo segmento l’attenzione è posta su Iran, Cina e Russia e come abbiano adottato, nel corso degli anni, svariate iniziative di natura culturale, economica e militare per respingere l’assalto perpetuo alla propria sovranità da parte dell’occidente. In particolare, come la spinta americana verso l’egemonia globale abbia in realtà accelerato la fine del ‘momento unipolare’ facendo emergere un ordine mondiale multipolare.

Sin dal primo istante, dopo la caduta del muro di Berlino, gli Stati Uniti hanno colto l’occasione per accelerare il piano di perseguimento di un’egemonia globale. Con la fine dell’Unione Sovietica, Washington ha potuto innegabilmente aspirare alla dominazione planetaria senza curarsi della concorrenza di altri potenze e soprattutto delle conseguenze distruttive delle proprie azioni. Situazione privilegiata, garantita dall’essere la sola ed unica superpotenza globale, con possibilità pressoché illimitate di estendere il proprio modello culturale ed economico in tutto il pianeta. Dove necessario, ricorrendo persino alla forza militare.

Nel corso degli ultimi 25 anni, numerosi esempi hanno dimostrato come Washington abbia avuto ben poche remore nel bombardare nazioni riluttanti a piegarsi ai voleri occidentali. In altre circostanze, lo stritolamento economico, basato sul capitalismo predatorio e la speculazione finanziaria, ha letteralmente distrutto nazioni sovrane donando immense, ulteriori, ricchezze alle élite finanziarie di Stati Uniti ed Europa.

 

Allearsi per resistere

Nel corso di due decenni i rapporti tra le tre maggiori potenze del heartland, il cuore della terra, sono radicalmente mutati.

Iran, Russia e Cina hanno pienamente compreso che il rafforzamento reciproco passa attraverso una fidata e ampia cooperazione. La necessità di opporsi ad un problema comune, la crescente influenza americana nei propri affari domestici, ha costretto Teheran, Pechino e Mosca a limare le proprie differenze ed abbracciare una svolta unitaria in nome della difesa della sovranità nazionale.

Eventi come la guerra in Siria, il bombardamento in Libia, il rovesciamento dell’ordine democratico in Ucraina, le sanzioni contro l’Iran e la pressione diretta verso Pechino nel Mar Cinese dell'est e del sud-est hanno accelerato il processo di integrazione tra nazioni che agli inizi degli anni 90’ assai poco avevano da spartire.

 

L’integrazione Economica

Analizzando il potere economico degli Stati Uniti, risulta evidente che organizzazioni sovranazionali come il World Trade Organization, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale garantiscono il ruolo di guida economica per Washington. I pilastri che sorreggono la funzione centrale degli Stati Uniti nell’economia mondiale sono da attribuire alla politica monetaria della FED e alla funzione del Dollaro come valuta globale di riserva.

La FED dispone di capacità illimitata nel stampare denaro per finanziare ulteriormente il potere economico del settore privato e pubblico, oltre che pagare il conto per sovvenzionare guerre salatissime. Il Dollaro recita un ruolo centrale come moneta di riserva globale, oltre ad essere impiegato come valuta per gli scambi commerciali. Questo obbliga praticamente ogni banca centrale a possedere riserve nella valuta americana, continuando ad alimentare l’importanza di Washington nel sistema economico mondiale.

L’ingresso del Yuan nel paniere internazionale del FMI, gli accordi globali per la banca AIIB e le proteste di Pechino nei confronti della disparità di trattamento del WTO sono campanelli di allarme per gli strateghi americani che vedono erodere il ruolo della moneta americana. In Russia, già da qualche mese, la banca centrale ha deciso di accumulare meno riserve in dollari, favorendo invece una diversificazione in oro o monete straniere ed amiche come lo Yuan cinese. Le agenzie di rating, attrezzi dell’oligarchia finanziaria occidentale, hanno sempre meno credibilità, palesandosi come strumenti atti a manipolare i mercati favorendo interessi ben specifici. Agenzie di rating Cinesi e Russe, indipendenti, sono un'ulteriore conferma della presa di distanza dal sistema centrale del dollaro da parte di Pechino e Mosca.

La de-dollarizzazione avviene e procede a ritmi serrati soprattutto nelle aree di interesse commerciale comune. Sempre più abitualmente, nazioni trattano lo scambio di beni negoziando in valute diverse dal Dollaro. Il vantaggio è doppio: ridurre il ruolo del dollaro nei propri affari di stato ed aumentare le sinergie tra nazioni alleate. Iran e India scambiano petrolio in Rupie e Cina e Russia commerciano in Yuan.

Un altro vantaggio per gli Stati Uniti, intrinsecamente legato al settore privato bancario, è la pressione politica che gli americani possono applicare ad istituti finanziari e bancari. L’esempio più clamoroso riguarda l’esclusione dell’Iran dal sistema bancario internazionale dei pagamenti SWIFT e il prolungamento del congelamento degli asset di Teheran (circa 150 miliardi di dollari) nei depositi di istituti finanziari stranieri. Più gli Stati Uniti tentano di reprimere iniziative economiche indipendenti, più nazioni come Iran, Russia e Cina aumentano gli sforzi per diffondere un sistema economico alternativo. Durante il periodo di sanzioni verso l’Iran, la Federazione Russa ha commerciato con la Repubblica Islamica grazie a scambi commerciali di beni primari. La Repubblica Popolare Cinese ha sostenuto l’Iran con l’export di petrolio acquistato in Yuan. Più in generale, Mosca ha ripetutamente invocato la creazione di un circuito bancario alternativo al sistema SWIFT.

Banche private, Banche centrali, agenzie di rating e organismi sovranazionali dipendono in grossa parte dal ruolo del Dollaro e della FED. Il primo obiettivo di Iran, Russia e Cina è naturalmente rendere tali meccanismi meno influenti. La multipolarità economica è il primo viatico, oltre che il più incisivo, per ampliare la libera scelta di ogni nazione nel perseguire i propri interessi, mantenendo integra la sovranità nazionale.

In ordine di tempo, le conseguenze di questo sistema finanziario fittizio e corrotto hanno portato alla crisi finanziaria del 2008. Strumenti per accumulare ricchezza da parte delle élite, mantenendo artificialmente in vita un sistema nato morto (turbo-capitalismo), hanno causato disastri nel settore privato e pubblico come nel caso del crack di Lehman Brothers o la crisi Asiatici di fine anni 90’, dovuta ad una manipolazione artificiale e speculativa delle valute nazionali.

La necessità per Russia, Cina e Iran di creare un sistema economico alternativo, è una misura obbligatoria per mettere in sicurezza aspetti vitali dell’economia domestica. Il crollo del mercato azionario in Cina, il deprezzamento del Rublo in Russia e le sanzioni illegali applicate all’Iran e alla Russia hanno giocato un ruolo profondo nella coscienza di Mosca, Teheran e Pechino. Ignorare il problema, posto dalla centralità del Dollaro, avrebbe portato ad un aumento dell’influenza e del ruolo di Washington nell’economia mondiale. Trovare punti di convergenza, invece di rimanere divisi, è risultata una scelta naturale, non più un’opzione.

L’esempio migliore, in merito al fallimento dell’approccio economico americano, è rappresentato negli ultimi anni dal TPP e il TTIP, due accordi commerciali nati per sancire la supremazia economica e commerciale degli Stati Uniti. La sempre crescente alternativa economica, proposta dall’unione di intenti di Russia, Cina e Iran, ha permesso a nazioni minori di rifiutare la proposta americana, in cerca di accordi commerciali migliori. In tal senso il ‘Free Trade Area of the Asia Pacific’ (FTAAP) proposto da Pechino risulta sempre più apprezzato in Asia come alternativa al TPP. Alla stessa maniera l’unione eurasiatica (EAEU e CIS), da sempre tassello di integrazione fondamentale per Mosca, ha visto un’accelerata nel suo ruolo-guida dopo il golpe in Ucraine e la necessità per la Federazione Russa di volgere lo sguardo ad Est in cerca di nuovi partner commerciali. Infine l’Iran, scelto da Pechino come crocevia di transito terrestre e marittimo, rappresenta un esempio lampante di cooperazione strategica tra potenze.

Il modello Cinese di sviluppo, chiamato ‘Via della Seta 2.0’, pone una seria minaccia nei confronti del processo di egemonia globale americano. L’obiettivo per Pechino è giungere ad una piena integrazione tra i paesi del heartland e del Rimland sfruttando il concetto di potenza marittima e potenza terrestre per difendere la propria sovranità e i relativi investimenti. Con una spesa di 1.000 miliardi di dollari in dieci anni, la Cina si propone come anello di congiunzione tra l’ovest, rappresentato dall’Europa, l’estremo Est, rappresentato dalla Cina stessa, il Nord, con lo spazio economico eurasiatico e il Sud, con India, Sud Est asiatico e Golfo Persico, Medio Oriente e Nord Africa.

La speranza è che la cooperazione economica porti alla risoluzione delle discrepanze e delle divergenze strategiche tra nazioni con accordi commerciali beneficiari per tutte le parti coinvolte.

Il ruolo di Washington continua ad essere di distruzione, piuttosto che di costruzione. Invece di recitare il ruolo di superpotenza globale interessata all’economia e al commercio con altre nazioni, gli Stati Uniti continuano a considerare loro esclusivo dominio ogni decisione straniera in materia di integrazione, finanza, economia e sviluppo. Lo scopo primario è semplicemente sfruttare ogni strumento economico e culturale per impedire coesione e cooperazione tra nazioni. La componente militare è solitamente l’asso nella manica, storicamente, per imporre tale visione al resto del mondo. Negli anni recenti, grazie alla de-dollarizzazione e all'integrazione militare, nazioni come Iran, Russia e Cina sono meno dipendenti dalle decisioni unilaterali di Washington.

 

Il deterrente Militare.

Ad accompagnare l’importante integrazione economica, molto meno pubblicizzata, una forte cooperazione strategica militare. Eventi come le guerre mediorientali, il colpo di stato in Ucraina e la pressione esercitata nel mar cinese del Sud hanno obbligato Teheran, Mosca e Pechino a ragionare considerando gli Stati Uniti una minaccia esistenziale.

In ognuno dei precedenti scenari, Cina, Russia e Iran hanno dovuto prendere decisioni soppesando pro e contro di un’opposizione al modello americano. Nel caso Russo, la vicenda Ucraina ha spinto la NATO sui confini della Federazione Russa, minacciando in maniera esistenziale il deterrente nucleare Russo. In Medio Oriente la distruzione prima dell’Iraq, poi della Libia ed infine della Siria hanno obbligatoriamente posto Teheran in una posizione di inferiorità strategica rispetto all’asse Riyadh-Doha-Ankara-Washington. In Cina, la costante pressione sul Mar Cinese pone seri problemi in caso di un blocco commerciale in tempi di conflitto. In tutti e tre gli scenari, le nazioni opposte all'imperialismo americano hanno dovuto confrontarsi attivamente con minacce esistenziali. Naturale che cooperazione e sviluppo tecnologico, in ambito militare, abbiano ricevuto una spinta decisiva negli anni recenti.

In caso conflitto militare con gli Stati Uniti, Russia, Cina e Iran, possiedono sistemi d’arma capaci di risponderebbero in maniera appropriata all’aggressione.

 

Strategia Marittima e Deterrenza.

Certamente la potenza convenzionale, terrestre e soprattutto navale degli Stati Uniti pone un serio interrogativo sulle capacità di difesa di nazioni come Russia, Cina e Iran che dipendono fortemente dal transito mediante vie marittime. Nel caso Russo, l’artico è di grande interesse anche in funzione difensiva, non solo per un futuro rapido passaggio dei beni commerciali. Il Mar Nero riceve attenzioni particolare dagli Stati Uniti grazie alla sua posizione strategica al centro del heartland.

L’Iran ha dato grande importanza allo sviluppo di capacità marittime nel Golfo Persico, marcando spesso a uomo le navi della US Navy dislocate in zona, in funzione di deterrenza. In Cina la strategia è stata ancor più raffinata con l’utilizzo di decine, se non centinaia di pescherecci e navi della guardia costiera per garantire la sicurezza e rafforzare la presenza navale nel mar cinese del sud e dell’est. Senza dimenticare la strategia marittima delineata dalla PLA Navy. Simili decisioni sono state intrapresa anche dalla Federazione Russa. Oltre ad aver ripreso la produzione navale come ai tempi dell’Unione Sovietica, ha optato per lo sviluppo di navi dai costi minori, con sistemi d’arma equivalenti ai grandi gruppi d’attacco Americani. Iran, Cina e Russia puntano sull’efficienza e il contenimento dei costi quale tattica per bilanciare, con efficacia, la crescente aggressività a stelle e strisce.

La differenza fondamentale tra l’approccio navale di questi paesi rispetto agli Stati Uniti è principalmente una. Washington utilizza il proprio potere navale per scopi offensivi, Teheran, Mosca e Pechino necessitano di una potenza navale esclusivamente mirata a scopi di difesa.

In tal senso, l’arma principale a disposizione dei tre paesi opposti agli Stati Uniti risiede nei complessi sistemi antinave, antiaerei e antibalistici. Per rendere un discorso ampio, più sintetico, basti dire che i sistemi d’arma Russi come Onics, S-300 ed S-400 (S-500 entrerà in funzione nel 2017) vengono ormai adottati anche da Cina e Iran con varianti sviluppati in maniera indipendente. Sempre più spesso si assiste ad un palese trasferimento di tecnologia per continuare l’opera di negazione (Anti-Denial A2/AD) fisica e cibernetica dello spazio di operabilità degli Stati Uniti. Aerei Stealth, Portaerei, ICBM e missili Cruise vivono un’esistenza difficile, contrapposti a sistemi di difesa superiori come quelli Russi, Iraniani e Cinesi. Il costo di un missile antinave lanciato dalle coste cinese è infinitamente inferiore rispetto alle decine di miliardi di dollari necessari per costruire una portaerei. Questo paradigma tra costo ed efficienza è ciò che ha modellato la spesa militare di Cina, Russia e Iran. Rivaleggiare con gli Stati Uniti, senza essere obbligati a colmare un gap militare convenzionale enorme, risulta l’unica via praticabile per ottenere immediati benefici tangibili di deterrenza, frenando così le mire espansionistiche americane.

Un esempio palese in cui l'intenzione degli Stati Uniti, intervenire direttamente in una nazione straniera, è stata negata è la Siria. In quel caso, trovandosi contrapposto un sistema di difesa importante, ha dovuto rinunciare. I sistemi schierati da Iran e Russia a protezione del governo Siriano avrebbe obbligato gli Stati Uniti a perdite elevate nel caso in cui avessero deciso di attaccare Damasco. Il parallelo regge anche per la retorica anti-iraniana di certi politici Americani e Israeliani. L’unico motivo per cui Siria e Iran restano nazioni sovrane è da imputare al costo militare che un’invasione o un bombardamento avrebbero provocato. E’ l'essenza del concetto di deterrenza. Naturalmente questo discorso tiene solo parzialmente in considerazione l’aspetto nucleare che ho ampiamente discusso in un precedente articolo.

 

L’Unione delle nazioni del Heartland e del Rimland renderà irrilevante gli Stati Uniti

Il futuro, per la zona più importante del pianeta, è già segnato. L’integrazione complessiva tra Pechino, Mosca e Teheran garantisce i necessari anticorpi rispetto ad un’aggressione straniera sotto forma militare ed economica. La de-dollarizzazione, unita ad un progetto infrastrutturale come la via della Seta e Via Marittima Cinese, offre importanti occasioni di sviluppo alle nazioni che occupano lo spazio geografico compreso tra Portogallo e la Cina. Decine di nazioni possiedono tutte le carte in regola per un’integrazione reciprocamente vantaggiosa, senza dover badare troppo alle minacce americane. L’alternativa economica offerta da Pechino garantisce un paracadute abbastanza ampio per resistere agli assalti americani. Alla stessa maniera l’ombrello militare prodotto dall’intesa militare delle tre potenza, la SCO ad esempio (l’Iran inizierà le pratiche di adesione nel 2017), garantisce la necessaria indipendenza ed autonomia strategica a nazioni minori. Sempre più paesi rifiutano palesemente ingerenze Americane, favorendo un dialogo con Pechino, Mosca e Teheran. Duterte nelle Filippine è solo l’ultimo esempio in ordine di tempo.

Il futuro ordine mondiale multipolare ha ridotto progressivamente il ruolo degli Stati Uniti, anche e soprattutto come conseguenza di un modo di agire aggressivo ed improntato alla dominazione globale da parte delle élite nord americane. La ricerca costante di un egemonia planetaria ha spinto nazioni inizialmente partner dell’occidente a rivalutare il proprio ruolo nell’ordine internazionale, transitando lentamente ma progressivamente nel campo opposto a Washington.

Le conseguenze di questo processo hanno segnato il destino degli Stati Uniti non solo nella ricerca di una supremazia assoluta, ma anche come status di unica superpotenza mondiale. Come rimarcato nei precedenti articoli, durante la guerra fredda, l’obiettivo per Washington era impedire un unione tra le nazioni del Heartland, potenzialmente tagliando fuori gli USA dalla zona più rilevante del globo. Con il crollo del muro, l’obiettivo è passato all’improbabile conquista delle nazioni del Heartland con l’intento di dominare il mondo intero. Le conseguenze di questo errato calcolo hanno portato gli Stati Uniti ad essere relegati ad un ruolo di mero osservatore delle unioni ed integrazioni eurasiatiche che rivoluzioneranno il pianeta nei prossimi 50 anni. La ricerca disperata per prolungare il momento unipolare di Washington ha finito per accelerare l’ascesa di una realtà multipolare.

Nel prossimo ed ultimo capitolo mi focalizzerò su quello che potrebbe essere un cambiamento epocale nell'approccio alla politica estera americana. Tenendo ben in mente i primi due articoli in merito all'approccio via terra di MacKinder, contrapposto a quello marittimo di Mahan, affronteremo come Trump intenda adottare un approccio di contenimento della Rimland per limitare i danni causati un’integrazione completa tra nazioni come Russia, Cina, Iran e India.

 

4. Iran, Russia e Cina Ridimensionano gli Stati Uniti

I precedenti tre capitoli hanno analizzato i meccanismi che muovono le grandi potenze. I temi maggiormente approfonditi hanno riguardato la comprensione della determinazione degli obiettivi e delle logiche che accompagnano l’espansione di un impero. Le teorie geopolitiche, la trasposizione pratica in dottrine di politica estera e le azioni concrete che gli Stati Uniti hanno svolto per aspirare ad un dominio globale. Infine, il terzo capitolo, ha riguardato particolarmente Iran, Cina e Russia e come abbiano adottato, nel corso degli anni, svariate iniziative di natura culturale, economica e militare per respingere l’assalto perpetuo alla loro sovranità da parte dell’occidente. Infine, specifica attenzione è stata rivolta alla spinta americana verso l’egemonia globale e come ciò abbia in realtà accelerato la fine del ‘momento unipolare’, facendo emergere un ordine mondiale multipolare.

In questa quarta e conclusiva analisi mi focalizzerò su un possibile cambiamento strategico nell'approccio alla politica estera da parte di Washington. L’ipotesi più verosimile è che Trump intenda provare ad impedire la completa integrazione tra Russia, Cina e Iran.

La fallimentare strategia dei neoconservatori e dei neoliberali in politica estera, ha radicalmente ridotto il ruolo e l’influenza di Washington nel mondo. Alleanze importanti sono state forgiate senza l’approvazione degli Stati Uniti e sempre più, il modello mondiale immaginato agli inizi degli anni 90’ da Bush a Kagan e tutti firmatari del PNAC, va in frantumi. La vittoria di Donald Trump è stata, con ogni probabilità, l’ultimo colpo decisivo ad una serie di strategie applicate in politica estera che hanno finito per compromettere la leadership globale, tanto desiderata dagli Stati Uniti. Ultimo esempio, in ordine temporale, il cessate il fuoco in Siria raggiunto grazie ad un’intesa tra Turchia e Russia. Niente Stati Uniti.

L’assalto militare, mediatico, finanziario e culturale, agitato per decenni con successo da Washington, ha finalmente conosciuto un argine, grazie all’asse rappresentato da Iran, Russia e Cina. Il recente successo mediatico (RT, Press TV e molti media alternativi), politico (Assad rimane presidente della Siria), diplomatico (negoziazioni in Siria senza Washington come intermediario) e militare (Liberazione di Aleppo dai terroristi) di questa triade, ha prodotto effetti importanti negli affari interni di paesi come Regno Unito e Stati Uniti.

La contemporanea ricerca, senza tregua, della maggioranza dei rappresentanti politici nazionali dell’occidente di un modello di globalizzazione vincente ha favorito lo sviluppo di un turbo capitalismo parassitario e una complessiva avocazione della sovranità nazionale. Risultati come Brexit e Trump hanno mostrato il rigetto completo, delle popolazioni locali, nei confronti di un sistema economico e politico completamente falsato.

In Siria, Washington e il suo asse di alleati fantocci, è uscito di scena senza riuscire a raggiungere il proprio obiettivi strategico di rimuovere il governo di Assad. In termini nazionali, tutto lo spettro politico da Bush a Clinton, passando per Obama è stato spazzato via anche e soprattutto per i fallimenti economici e politici dei mesi recenti. In una catena senza fine di propaganda, i media, cavallo di battaglia delle élite, hanno perso la loro battaglia di credibilità, raggiungendo vette elevate di immoralità e parzialità.

Donald Trump è emerso, con in mente con una strategia di politica estera ben precisa, forgiata da svariati pensatori politici dell’area realista come Waltz e Mersheimer. Innanzitutto, cestinare tutta la recente politica neocon e neoliberal di interventi stranieri (R2P - Diritto a Proteggere) e campagne di soft power a favore dei diritti umani. Mai più risoluzioni delle Nazioni Unite, subdolamente utilizzate per bombardare nazioni (Libia). Trump non crede nella funzione centrale del Palazzo di Vetro e lo ha ribadito ripetutamente.

In generale, l'amministrazione Trump intende terminare la politica dei cambi regime, le interferenze nei governi stranieri, primavere arabe e rivoluzioni colorate. Non funzionano. Costano troppo in termini di credibilità politica, in Ucraina gli Stati Uniti sono alleati di sostenitori di Bandera (figura storica che collaborò con i Nazista) e in Medio Oriente finanziano o sostengono indirettamente al qaeda e al nusra.

Queste tattiche di guidare da dietro (‘leading from behind’) non portano ai risultati desiderati, il M.O. è nel caos, con un emergente asse Mosca-Teheran sempre più solido. In Ucraina, il governo di Kiev sembra incapace di rispettare gli accordi di Minsk, ma altrettanto impossibilitato a muovere una nuova campagna militare senza garanzie dai partner Europei e Americani.

C’è un asso nella manica, che Trump può giocarsi nei primi mesi della presidenza, per non essere costretto ad intervenire nella complicata situazione in Medio Oriente ed in Ucraina. Incolpare Obama del caos precedente, cancellare le sanzioni nei confronti della Federazione Russa e lasciare l’iniziativa a Mosca nella regione mediorientale. In un colpo solo, il futuro presidente può così decidere di non decidere direttamente sul M.O. o in merito all’Ucraina, evitando un ulteriore coinvolgimento e compiendo finalmente una decisione nell'interesse nazionale degli Stati Uniti.

Rimanere consapevolmente passivo nel confronto degli sviluppi in Medio Oriente, specie sul fronte siriano, saldamente in mano Russa, enfatizzando al contempo lo sforzo contro daesh in cooperazione con Mosca, rivelerebbe una strategia sensata. Un’altra scelta saggia vedrebbe Kiev finire nel dimenticatoio della storia, cestinando le ambizioni Ucraine di riconquistare il Donbass e riprendersi la Crimea. In ultimo, eliminare le sanzioni permetterebbe al futuro presidente di rinsaldare l’alleanza con i partner Europei (una necessità che Trump, diplomaticamente, deve compiere da nuovo presidente in carica), da due anni vittime delle conseguenze di un suicidio economico in nome di una strategia politica fallimentare.

Lo scopo finale, di questa fase iniziale del progetto di Trump, porterebbe Mosca e Washington a normalizzare le relazioni e gli alleati Europei più disposti ad una collaborazione attiva con l’amministrazione Trump. Il Medio Oriente entrerebbe in una fase di decrescita della violenza con all’orizzonte una fine del conflitto in Siria.

Questa parte del piano di azione di Trump è stata ampiamente annunciata durante i mesi che hanno portato alla sua elezione, da lui direttamente o da persone del suo Staff. Il messaggio implicito è di cercare dialogo e cooperazione con tutte le nazioni.

Probabilmente, ciò che si cela dietro a queste intenzioni benevole, è in realtà un’esplicita volontà di provare a spezzare la cooperazione tra Russia, Iran e Cina. Il motivo è derivante dalle conseguenza che comporterebbe, per gli Stati Uniti, una vera e propria alleanza militare, culturale e militare tra Pechino, Mosca e Teheran. Finirebbero per rendere molto meno rilevante Washington, in un futuro prossimo, sullo scacchiere internazionale.

Più realisticamente, Trump mira a spostare il focus degli Stati Uniti dall’Atlantico al Pacifico, laddove risiedono i maggiori interessi commerciali statunitensi nel futuro. Il focus cambia, dal Medio Oriente al Mar Cinese del Sud e dell’Est. Le motivazioni geopolitiche dietro questa decisione e le teorie coinvolte sono stati affrontate in maniera approfondita nel primo articolo. In sintesi, Trump intende accelerare il pivot-asiatico di Obama, apportando delle profonde modifiche. Liberare risorse grazie alla pacificazione con Mosca e aumentare la disponibilità militare (“Build Up Our Military” --In termini navali) nel Pacifico. Puntare molto sull’aspetto bilaterale delle relazioni tra alleati (“Free Riders” --Giappone, Corea del Sud) in chiave contenimento Cinese.

Il jolly che Trump spera di potersi giocare nel rompere l’alleanza, si chiama Russia. Grazie alla pacificazione precedente con Mosca, Trump spera di ottenere un remake grottesco della strategia di Kissinger con la Cina nel 1979. In aggiunta, una promessa di non interferenza in Medio Oriente contro Iran e Siria da parte degli Stati Uniti.

In uno scambio molto improbabile, l’amministrazione Americana spera di poter convincere il Cremlino che nessuna azione verrà presa in Medio Oriente contro Mosca e i suoi alleati, ;compreso l’Iran, in cambio di un aiuto nel contenere la Repubblica Popolare Cinese. In tal senso, la scelta di personalità molto discutibili per curare i rapporti tra Trump ed Israele, unito alla forte retorica di Trump contro la Repubblica Islamica e la altrettanto dure risposte di Teheran alle minacce del futuro presidente, sembrano accontentare i ruoli e la retorica di tutte le parti in causa. Una sorta di bilanciamento delle posizioni dei vari schieramenti, dettato da risentimenti storicamente motivati. Per Teheran e Tel Aviv, è più facile litigare che firmare accordi. Il trattato internazionale sul nucleare Iraniano continuerà, per questo motivo, ad essere un forte punto di tensione, ma anche il garante di un improbabile rottura degli accordi, ancor meno di azioni militari.

Il problema per la futura amministrazione è la consistenza dell’offerta di non interferenza di Trump in Medio Oriente. E’ un bluff che durerà poco. Putin è ben consapevole, in nessun caso Washington è in grado di intervenire per modificare le sorti dell’equilibrio di potere che si sta formando in Medio Oriente.

Trump ignora o fa finta di non voler vedere, da buon negoziatore, che ben poche carte nel suo mazzo possono essere appetibili per Mosca. L’alleanza tra Mosca, Pechino e Teheran è salda e certificata da scambi strategici in molteplici settori. Un trend in enorme crescita. La guerra in Siria ha dimostrato gli effetti di un’effettiva coordinazione tra le tre nazioni. L’aggiunta della Repubblica Islamica Iraniana alla SCO rafforzerà ulteriormente i legami di sicurezza. Senza dimenticare che il corridoio Nord-Sud, tra Russia e Iran, garantisce inoltre stabilità in un’area del globo dove il pericolo sovversivo del terrorismo è sempre presente.

Durante il periodo di sanzioni, Russia e Cina hanno firmato il più importante ed immenso accordo commerciale della Storia, sigillando lo sguardo-ad-est di Mosca. Una pianificazione strategica che va ben oltre il quadriennio di un presidente americano.

Se Trump spera di ottenere una cooperazione di qualche genera da parte di Putin, si illude, ma dovrà comunque e necessariamente cooperare contro il terrorismo in Medio Oriente, calmierando le nazioni alleate di Washington che sovvenzionano il terrorismo nella regione. Dovrà rimuovere le sanzioni e resettare il rapporto internazionali tra Washington e Mosca, liberando l’Unione Europea da una situazione controproducente di contrapposizione con la Federazione Russa. Infine dovrà decidere di ignorare definitivamente la vicenda Ucraina e della Crimea, seppellendo una delle pietre angolari della tattica e strategia dei neoconservatori (Zbigniew Brzezinski): contrapporre in termini militari vincenti, l’Ucraina alla Federazione Russa.

Trump sa di partire da una situazione di inferiorità nei negoziati con Mosca e Pechino, dovendo perseguire un obiettivo immenso come la rottura dei rapporti tra Cina, Russia e Iran. Il vantaggio, dal suo punto di vista, sta tutto nell’avere molto margine di trattativa con Mosca, visti i livelli abissali dei rapporti tra Putin e Obama.

Naturalmente, se Trump dovesse realmente imbarcarsi in una missione del genere, vorrebbe ottenere garanzie ben precise in merito al futuro atteggiamento di Mosca verso Pechino. Nientedimeno, partendo appunto da una situazione di inferiorità, non potrà che acconsentire a fare la sua parte, rimuovendo tutti i paletti iniziali e riabilitando la Russia sulla scena politica occidentale. Mosca ha tutto da guadagnare da questa situazione.

Trump spera così di avere dalla sua parte la Federazione Russa, procedendo quindi a convincere nazioni come Giappone, Filippine e Corea del Sud, che l’unica strategia percorribile preveda di limitare l’influenza Cinese in Asia. L’effetto naturalmente sarà contrario a quello sperato, favorendo così l’integrazione Eurasiatica (AIIB e Via Della Seta 2.0), come ha dimostrato Obama e il suo tentativo di imporre il pivot-asiatico e i vari trattati commerciali (TPP).

Con la rimozione delle sanzioni, finalmente, molti paesi dell’Unione Europea potranno riprendere la loro azione di integrazione energetica e tecnologica con il continente eurasiatico e con la Russia in particolare. Il Giappone, con ogni probabilità, sarà in grado di firmare il trattato di pace con la Russia, senza violare i suoi obblighi con Washington. In generale, la rimozione delle sanzioni alla Russia vedrà accelerare molti progetti messi in stand-by dalle tensioni tra Washington e Mosca.

L’atteggiamento di Trump, se deciderà di avere una postura aggressiva contro Pechino, metterà l'élite Cinese di fronte all’evidenza. Washington non intende avere rapporti paritetici con la Pechino. Trump ha già più volte ribadito, rilanciando il pensiero di Mearsheimer, preminente teorico geopolitico contemporaneo, che afferma da più di un decennio come la crescita Cinese sia una minaccia per gli Stati Uniti quale ruolo di superpotenza. Mearsheimer sostiene che nel giro di pochi anni, grazie alla crescita del PIL (Nominale) e demografica, la Repubblica Popolare Cinese sarà la prima potenza militare al mondo.

Trump intende concentrare tutti i suoi sforzi in termini di politica estera su questo fattore. Per riuscirci, ha compreso della necessità di avere dalla sua parte svariati attori regionali (Giappone, Corea del Sud, Vietnam, India, Filippine) e soprattutto la Federazione Russa, oltre ad un cambiamento epocale che sposterà le attenzioni di Washington dall’Atlantico al Pacifico.

Idealmente, per Mosca, Pechino e Teheran si giungerà al momento delle scelte definitive. Una stagione in cui la politica nazionale di queste nazioni dovrà comprendere quale scelte adottare. Mentre per Teheran, le carte sono scoperte, con un ruolo da leader regionale, per Mosca e Pechino la partita è più complicata.

Molto dipenderà da quanto Pechino abbia intenzione di contrapporsi apertamente ad eventuali azioni ostili di Trump. Mosca, da molti anni, affronta apertamente e questiona quotidianamente l’ordine mondiale guidato da Washington. Pechino sembra più restia, comprensibilmente, ad uno scontro frontale. Con ogni probabilità, Trump e il suo atteggiamento realista in termini di politica estera, porterà le élite Cinese a comprendere che la svolta ad Ovest definitiva è l’unica strategia percorribile. Non più condivisione con Washington dell’ordine mondiale, ma la costruzione con attori diversi, di una realtà mondiale multipolare, con più poli: Washington, Nuova Delhi, Mosca, Teheran, Londra e Pechino.

Realisticamente, è arduo pensare che la nuova amministrazione possa alterare la partnership strategica formata tra Cina, Iran e Russia.

In fin dei conti, Trump si trova a ripercorre i medesimi passi dei suoi predecessori, semplicemente cambiando angolo di approccio e cercando di mischiare ulteriormente le carte. La scelta di migliorare il mondo con cooperazione e rispetto reciproco non combacia esattamente con le aspirazioni dello stato profondo americano che chiedono guerra, caos e conflitto.

La grande differenza che vedremo con un candidato come Trump è banale. Una volta falliti i tentativi diplomatici nei confronti di Pechino, invece di raddoppiare gli sforzi con azioni militari o terroristiche, la strategia verrà abbandonata. Le espressioni forti contro Pechino, il paventato aumento della spesa militare per il Pacifico (per accontentare l’apparato militare industriale) e la retorica contro Iran (per accontentare la lobby israeliana) serviranno per calmierare le intenzioni dello stato profondo, mentre Trump proverà a concentrarsi molto su Economia e Sicurezza (lotta al terrorismo), meno sulla politica estera.

 

Conclusione 

La fine di questa serie porta a riflettere sul fattore più importante accaduto recentemente. Il progetto di egemonia globale che avrebbe dovuto realizzarsi con una presidenza Clinton è stato scongiurato. L’inevitabile scontro militare con Russia, Iran e Cina è stato scongiurato grazie anche alle azioni preventive di questi paesi, oltre alla sconfitta della candidata democratica. Uno smacco enorme per l’establishment prono al globalismo e all'imperialismo statunitense.

L’emergere di un ordine mondiale multipolare ha cambiato l’interazione, tra nazioni, nel campo delle relazioni internazionali. Washington non è più l’unico riferimento e questo mutamento rappresenta l’origine della transizione da una realtà unipolare dominata dagli Stati Uniti.

I meccanismi che regolano le grandi potenze hanno variato forma e contenuto, giungendo ad una forma quasi inedita di scenario internazionale. Il futuro ordine mondiale multipolare, storicamente instabile come ambiente di nazioni, è invece foriero di stabilità, grazie all’azione delle nazioni contrapposte alla superpotenza americana. La chiave di un futuro ordine mondiale sostenibile è la neonata sinergia tra Pechino, Mosca e Teheran quale contrappeso economico, militare e culturale rispetto agli Stati Uniti. L’unione e l’alleanza di queste tre nazioni ha generato un nuovo super-polo, in grado di bilanciare con efficacia l’azione spesso distruttrice di Washington.

Più che ordine mondiale multipolare, siamo di fronte ad una situazione di due super-potenze, di cui la seconda fondato sull’integrazione tra dozzine di nazioni su più di due continenti. Una nuova era che ci accompagnerà per i prossimi decenni. Il mondo unipolare è finito, per sempre!

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