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Non è “campo largo”, è riciclo politico
di Federica Cresci*
Tra antifascismo di facciata, sommatorie elettorali e amnesie selettive, il documento del Segretario del PRC, Maurizio Acerbo, segna il ritorno alla subalternità politica nazionale e internazionale, abbandonando ancora una volta il terreno reale del conflitto sociale. “Per un fronte costituzionale, democratico e antifascista” viene presentato come una risposta necessaria alla destra.
In realtà è qualcosa di molto più semplice e molto più problematico: è il ritorno alla logica della coalizione con il centrosinistra, cioè con quelle stesse forze che negli anni hanno costruito le condizioni materiali, sociali e politiche su cui la destra è cresciuta.
Questo è il punto che va capito fino in fondo, perché è qui che si gioca tutta la partita. Il testo evita accuratamente la parola “campo largo”. Ma poi propone esattamente quello: una coalizione elettorale ampia, una convergenza con il PD e le altre opposizioni, una sommatoria di voti per battere la destra.
Cambia il nome, non cambia la sostanza. E questa non è una finezza linguistica: è un modo per far passare una scelta politica senza dichiararla apertamente. Ma il problema non è nemmeno questo. Il problema è cosa significa, politicamente, fare quella scelta. Lo stesso documento riconosce che per anni Rifondazione è stata fuori dal centrosinistra perché non ne condivideva le politiche neoliberiste, antipopolari, di precarizzazione del lavoro e di gestione dell’austerità.
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Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro
di Andrea Inglese
Facciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.
Dove il capitalismo fa male e perché lo si odia
Partiamo dal primo punto. “Che cos’è il capitalismo? Una folla innumerevole di cose, di fatti, di avvenimenti, d’azioni, di idee, di rappresentazioni, di macchine, d’istituzioni, di significazioni, di risultati (…)” (Cornelius Castoriadis, L’institution imaginaire de la société, 1975). I risultati del capitalismo possono essere il riscaldamento climatico, le narrazioni che giustificano i tagli di spesa sociale, le annessioni di territori palestinesi in Cisgiordania. Il capitalismo è ovunque, ma non significa allora che non è da nessuna parte. C’è un contesto, una zona, un ambito dell’esistenza quotidiana, dove l’individuo lo incontra: il lavoro salariato. Nel lavoro salariato io cedo una parte significativa, preponderante, della mia giornata, a un datore di lavoro, in cambio di un salario che mi permette un’autonomia economica. La parte della mia giornata che cedo è dedicata a un attività, di cui istituzioni pubbliche o aziende private si servono per i loro scopi, siano essi in accordo o meno con i miei scopi. Possiamo definire questo rapporto tra l’individuo singolo, il lavoratore, e il datore di lavoro, come un rapporto tra due entità più generiche: il lavoro e il capitale. All’interno di questo rapporto possiamo – la storia ce lo insegna – individuare condizioni specifiche: di sfruttamento, di alienazione, ecc. Tutto ciò ha ancora senso per noi, queste sono ancora termini che ci permettono di definire la nostra esperienza, e di identificare il punto dove il capitalismo duole. Dove esso ci fa soffrire.
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Dall’Iran al Libano, il “modello Gaza” è ormai una tattica bellica standard di Israele e Stati Uniti
di Roberto Iannuzzi
Lo sterile ricorso a livelli esorbitanti di violenza non ha portato al collasso della Repubblica Islamica in Iran, né di Hezbollah in Libano, causando invece enormi sofferenze alla popolazione civile
Lo scorso 8 aprile, all’indomani del cessate il fuoco raggiunto con l’Iran (che avrebbe dovuto includere anche il Libano), Beirut è stata investita da un violentissimo bombardamento israeliano.
In pochi minuti, interi palazzi residenziali sono stati sbriciolati, lasciando al loro posto macerie fumanti di cemento e metallo contorto. Decine di aerei israeliani hanno sganciato bombe e missili su un centinaio di bersagli nella capitale e in altre zone del piccolo paese confinante.
Il bilancio iniziale annunciato dal ministero della sanità libanese è stato pesantissimo: oltre 350 morti e più di 1.200 feriti. Nella capitale, gli attacchi hanno colpito quartieri residenziali e alcune delle vie commerciali più affollate.
“Oscurità Eterna” è l’emblematico nome che Israele ha attribuito all’operazione, come a suggerire una volontà di totale annientamento del paese vicino.
All’indomani dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, il governo israeliano guidato dal premier Benjamin Netanyahu aveva scatenato una campagna militare di inaudita violenza, supportata dal massiccio invio di armi americane, contro la Striscia di Gaza, polverizzando aree residenziali e infrastrutture civili.
In Libano, le forze armate israeliane hanno adottato le stesse tattiche: massicci bombardamenti aerei e arbitrari ordini di evacuazione su vasta scala, che hanno portato allo sfollamento forzato di centinaia di migliaia di persone.
Sono state rase al suolo infrastrutture civili, villaggi e città di confine per far spazio a “zone cuscinetto” occupate dalle forze israeliane. Sono stati presi di mira ospedali, personale sanitario, soccorritori, giornalisti. Tutto nella sostanziale indifferenza e apatia internazionale.
Un cessate il fuoco mai rispettato
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Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista
di Carlo Di Mascio
L’idealista non è chi nega l’esistenza del mondo esterno, così come il materialista non è semplicemente chi lo riconosce. Idealista è chi non vuole, non è in grado o non riesce a fare dell’esistenza del mondo esterno il punto di partenza della sua teoria della conoscenza. Al contrario, il materialista è colui che pone il riconoscimento dell’oggettività di questo mondo esterno (natura e storia) come fondamento di tutta la sua teoria della conoscenza, sviluppando su tale premessa la risoluzione di tutti i problemi legati alla conoscenza mediante la pratica e l’esperimento. Pertanto, il nucleo centrale della filosofia, intesa come scienza, è dato dal problema della teoria della conoscenza, cioè del rapporto della coscienza (includendo pensiero, psiche e scienza) con il mondo esterno. Ecco perché Lenin equipara la logica dialettica alla teoria della conoscenza, utilizzando questi termini come sinonimi a tutti gli effetti.
E. Ilyenkov, Sulla relazione di N. P. Dubinin
1. La critica di Hegel a Kant. Le forme e le leggi della logica come rispecchiamento del mondo oggettivo
Nei Quaderni Filosofici Lenin giunge ad affermare che «la logica coincide con la teoria della conoscenza»1. Si tratta della nota tesi formulata in relazione all’analisi della critica a Kant, come esposta nella Scienza della Logica, e che Hegel avanza opponendosi in particolare alla concezione puramente formale della logica sostenuta da Kant, secondo cui il suo oggetto sarebbe dato dalle forme del pensiero considerate solo in sé stesse, cioè indipendentemente dalla loro connessione con la realtà oggettiva: «Vien dichiarato [da Kant] per un abuso che la logica, che dovrebbe essere semplicemente un canone del giudicare, venga riguardata come un organo per la produzione di vedute oggettive.»2. Kant, in altri termini, avrebbe escluso dalla logica il problema di come accostarsi alla verità - «Kant si limita ai «fenomeni» […] l’ideale kantiano è fenomeno, non è oggettivo in sé»3 - laddove la logica dialettica, comportando l’ineludibile «inseparabilità» [Untrennbarkeit] di pensiero ed essere, di forma e contenuto, di teoria e prassi, di mediazione e immediatezza, di uomo e natura, ne garantirebbe gli strumenti logici per riuscire a coglierla4.
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