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La trappola dell’escalation
di Dott. Warwick Powell*
Prefazione: Nelle ultime 24 ore (scrivo la mattina del 20 aprile 2026, in Asia), la marina statunitense ha intercettato una petroliera iraniana. Gli iraniani hanno risposto aprendo il fuoco contro navi americane. La retorica da Washington e Teheran si è intensificata mentre continua il rafforzamento militare americano nel Golfo Persico. Il secondo round di colloqui a Islamabad è “ora sì, ora no” e sui social media circolano bozze di possibili “termini di un accordo di pace”.
Alcuni osservatori liquidano i negoziati come una messa in scena, sostenendo che gli USA stanno semplicemente riprendendo fiato in preparazione al secondo round della guerra. Altri sostengono che gli USA non abbiano altra scelta che accettare la realtà che l’Iran è emerso come un grande stato e che un grande compromesso sia necessario — e prima è, meglio è.
Questo saggio esplora le dimensioni del dibattito attuale e lo inquadra in una più ampia cornice ispirata a Braudel. La posta in gioco, suggerisco, è definita dalla domanda: la realtà materiale può imporre la razionalità a Washington più velocemente di quanto il fanatismo e la paura dell’umiliazione possano prolungare il “dignitoso intervallo”?
* * * *
Mentre il cessate il fuoco dell’aprile 2026 nel conflitto iraniano si sfalda sotto un blocco navale statunitense pienamente attuato nel Golfo Persico, nuovi aumenti delle truppe e controminacce iraniane di ampliare le interruzioni nello Stretto di Hormuz, due quadri interpretativi rivali dominano l’analisi del momento presente.
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Palantir, Foucault e la nuova disciplina digitale
di Giuseppe Gagliano
Dal Grande Fratello alla società degli algoritmi
Il manifesto di Alex Karp e Palantir non è soltanto una dichiarazione ideologica sulla tecnologia, l’Occidente e la guerra futura. È qualcosa di più profondo e più inquietante: è il segnale di un passaggio storico nel rapporto tra potere, sorveglianza e società. Non siamo più davanti alla vecchia immagine autoritaria dello Stato che controlla dall’alto i cittadini con la forza visibile della polizia, dell’esercito o della censura. Siamo davanti a una forma più raffinata, più silenziosa, più accettabile e proprio per questo più pericolosa: il potere che osserva, raccoglie, connette, interpreta, prevede e orienta.
L’immagine immediata è quella di George Orwell: il Grande Fratello, la sorveglianza permanente, la guerra continua, il linguaggio trasformato in strumento di dominio, la libertà svuotata mentre viene proclamata. Ma fermarsi a Orwell rischia di essere insufficiente. Per capire davvero la dimensione distopica del manifesto di Palantir bisogna chiamare in causa anche Michel Foucault, perché il cuore del problema non è soltanto lo Stato che guarda il cittadino. È il cittadino che finisce per vivere dentro una rete di classificazioni, valutazioni, profili, rischi, previsioni e controlli che non hanno più bisogno di mostrarsi come repressione.
Orwell ci aiuta a vedere il volto autoritario del potere. Foucault ci aiuta a vedere qualcosa di più sottile: il potere che produce comportamenti, normalizza condotte, disciplina corpi, organizza spazi, definisce ciò che è deviante e ciò che è accettabile. Il manifesto di Palantir si colloca esattamente in questo punto: là dove la sicurezza diventa sapere, il sapere diventa potere, e il potere diventa infrastruttura tecnologica.
La sorveglianza non come eccezione, ma come ambiente
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La svolta di Trump sull'Ucraina è solo retorica
di Davide Malacaria
La svolta di Trump sul conflitto ucraino, a quanto pare, resta limitata alla retorica. In realtà, al di là delle roboanti critiche a Mosca, il nocciolo del discorso all’Onu era una presa di distanza dalla guerra con relativo scaricabarile sulla sola Europa. Lo ha capito anche la stolida rappresentate degli Esteri Ue Kaja Kallas, che in un’intervista ha dichiarato: “Non possiamo essere solo noi“, Trump deve aiutarci.
Peraltro, che fosse quello il punto focale del discorso lo conferma il New York Times: “Grattando la superficie, un desiderio più profondo sembra celarsi nel cambiamento di posizione di Trump […]. Trump sembra volersi lavare le mani del conflitto ucraino, dal momento che non è riuscito a portare il presidente Vladimir Putin al tavolo dei negoziati e ha visto diminuire le sue possibilità di agire come mediatore”.
Il rapporto Usa-Russia resta più o meno inalterato, come conferma l’incontro avvenuto in parallelo al’invettiva di Trump, tra il Segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. A dimostrazione della proficuità del vertice, la risposta di Lavrov a un cronista che gli chiedeva come fosse andata. Nessuna parola, solo un gesto inequivocabile: pollice in sù.
L’intemerata di Trump all’Onu era un modo per allentare le pressioni che il partito della guerra sta esercitando su di lui, incrementate dagli sviluppi del mese di settembre, tra cui l’assassinio di Charlie Kirk, che l’ha mandato in confusione. Ha dato loro quel che volevano, ma solo a livello retorico.
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Una straordinaria sintesi del Manifesto marx-engelsiano: omaggio a Umberto Eco
di Eros Barone
«Non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa.
Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: “Uno spettro si aggira per l’Europa” (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe “rivoluzionaria” ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire ‘si vede’, in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale.
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L’economia della guerra: come il riarmo sta riscrivendo la democrazia e aprendo la strada al nuovo autoritarismo
di Mario Sommella
C’è un numero che dovrebbe gelare il sangue nelle vene di chiunque abbia a cuore la democrazia, la pace e la giustizia sociale: 2.887 miliardi di dollari. È la cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm International Peace Research Institute. Mai nella storia dell’umanità si era investito così tanto nella preparazione della guerra. Mai il mondo era stato così armato. E mai, paradossalmente, così insicuro.
Non è solo un dato economico. È un segnale politico. È la fotografia di un sistema che sta cambiando natura.
Dietro quei numeri si nasconde una mutazione profonda: il ritorno della guerra come architrave dell’economia e della politica, e con essa il riemergere di pulsioni autoritarie, nazionaliste e apertamente neofasciste che si stanno diffondendo in tutto l’Occidente.
Non è una coincidenza. È una connessione.
La spirale del riarmo: un sistema che si autoalimenta
I dati sono chiari. Stati Uniti, Cina e Russia concentrano il 60% della spesa militare globale. L’Europa accelera con un aumento medio del 14%, mentre l’Italia registra un inquietante +20%. La NATO nel suo complesso supera i 1.500 miliardi di dollari.
Ma il punto centrale non è chi spende di più. È perché lo si fa.
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La Resistenza come laboratorio collettivo dell’emancipazione
di Alessandro Simoncini
Auspicando che il termine “Resistenza” torni presto a produrre effetti politici di liberazione dallo sfruttamento e dall’oppressione, pubblichiamo il saggio di Alessandro Simoncini La Resistenza come laboratorio collettivo dell’emancipazione. Il testo introduce il volume collettaneo Reinventare l’Italia La cultura italiana tra Resistenza e Ricostruzione (1943-1948), che contiene testi di David Bidussa, Gian Piero Brunetta, Filippo Focardi, Carlo Olmo, Simonetta Soldani, Mauro Volpi ed è stato curato dallo stesso Simoncini. Si ringraziano la Perugia Stranieri University Press e la Firenze University Press per il permesso a pubblicare parte dell’introduzione
1. Nel Maelström: Resistenza, bande partigiane, desiderio di un mondo nuovo
In un suo interessante volume Nadia Urbinati ha scritto che si arrivò alle elezioni del 2 giugno 1946 perché l’alleanza dei partiti antifascisti e il CLN riuscirono a sconfessare la decisione del re di trattare «la fine del regime come l’ordinaria transizione da un Parlamento a un altro» – tentando «una pura e semplice restaurazione», come scrisse Norberto Bobbio –, aprendo così la fase costituente (Urbinati 2017, 18; 2021; Bobbio 1997, 160). Quelle elezioni furono l’atto con cui, per la prima volta nella storia d’Italia il popolo si fece sovrano attraverso i partiti e decise di darsi delle leggi. Con il decreto Bonomi del 25 giugno 1944, il governo provvisorio di coalizione del Comitato di liberazione nazionale disponeva infatti di indire elezioni a suffragio universale maschile e femminile, per il referendum istituzionale e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. I cittadini avrebbero insomma scelto liberamente il loro futuro e deciso quale forma di governo adottare. Per Urbinati, quindi, è un popolo fatto di cittadine e di cittadini il vero autore della Costituzione. Alla Costituente del resto i rappresentanti eletti non poterono scegliere la forma istituzionale – decisa appunto dal popolo per via referendaria – e si impegnarono a «redigere un documento che rispecchi[asse] la volontà popolare uscita dalle urne», traducendola in articoli comprensibili a tutti: come l’art. 1, che recepiva pienamente «la decisione del popolo sovrano di darsi un’identità repubblicana e di esprimersi per via elettorale (eleggendo rappresentanti)»[1]. Alle radici della Costituzione repubblicana e della sovranità popolare – sostiene quindi Urbinati – ci sono i partiti e il Cln, che in sintonia con Claudio Pavone la studiosa definisce il «vero e autentico governo nazionale dell’Italia invasa»: quello che portò a termine il complesso «“processo di politicizzazione” all’interno della realtà militare delle bande partigiane». Trasformando l’antifascismo militare in antifascismo politico – scrive Urbinati con Pavone –, la Resistenza del CLN fu quindi il «nucleo del potere costituente» che generò la nostra democrazia (Urbinati 2017, 18; Pavone 1991, 160).
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Ma in quale mondo la Palestina è divisiva?
di Lavinia Marchetti
«La Palestina è divisiva», come il 25 aprile. Certo che è divisiva. Se si è fascisti e/o complici di genocidio. In quale universo la causa palestinese dovrebbe separare gli animi nel giorno della Liberazione? Forse accade in quello dove il 25 aprile viene ridotto a un rito di rappresentanza, fatto di corone d’alloro depositate in fretta e discorsi che rifuggono ogni attrito per compiacere i contratti delle industrie belliche o i governi alleati. Nel mondo dei fatti, ieri, la Palestina occupava già lo spazio della festa. Abitava i simboli e i canti di chi attraversava le strade per ricordare che la Resistenza italiana fu una lotta contro l’occupazione straniera e contro il collaborazionismo servile. Le bandiere della Palestina avevano piena cittadinanza accanto ai vessilli partigiani, accanto ai simboli della liberazione. A Milano la fiumana di persone appariva enorme. Si parla di 100.000 persone. Risultava popolare benché l’andamento fosse lento e irregolare per via degli intoppi provocati. A Roma, nel quartiere del Quarticciolo, la memoria dello sterminio è stata accostata alle sagome di una donna e di un bambino con la kefiah, indicati come bersagli del tempo presente. Il 25 aprile non è sembrato affatto un francobollo commemorativo nel momento esatto in cui riconosce il punto dove un popolo viene schiacciato, oppresso e oltraggiato. Adesso. Non 80 anni fa.
Il nodo milanese risiede proprio in questo punto di scontro. Uno spezzone che richiama la Brigata ebraica entra nella manifestazione del 2026 portando i segni politici della stretta attualità.
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La filosofia magmatica di Biagio de Giovanni
di Roberto Paura
La scomparsa di Biagio de Giovanni, il filosofo partenopeo della finis Europae (Napoli, 21 dicembre 1931 – Napoli, 22 aprile 2026)
Un pomeriggio di una ventina d’anni fa, un ragazzo allora poco più che ventenne si affacciò in un’aula di Palazzo Giusso, la storica sede dell’Università Orientale di Napoli: quattro studenti un po’ smarriti attendevano l’inizio della lezione. Il professore, nell’intravedere un quinto discente, s’illuminò e con grandi gesti invitò a prendere poste nella prima fila. Il ragazzo per la verità stava cercando un altro corso, ma gli parve brutto farlo notare e si sedette. Il professore iniziò la sua lezione, servendosi di appunti e leggendo ampie citazioni da libri sulla scrivania. Man mano che la lezione proseguiva, il tono si fece più concitato: si capiva che il docente non stava semplicemente insegnando, ma ponendo problemi intorno ai quali da tempo doveva starsi interrogando, pronunciandoli ad alta voce nella speranza di trovare le risposte. Gli studenti, inizialmente perplessi, iniziarono anche loro a scaldarsi, a prendere appunti concitati, ad annuire convintamente negli snodi più drammatici della prolusione. Lo sguardo febbrile del professore passava in rassegna i grandi temi della filosofia europea, li collegava alle vicende politiche del presente e tracciava piste d’indagine per l’avvenire. Un termine, in particolare, colpì il ragazzo capitato lì per caso, e gli rimase impresso, perché il professore lo citava spesso: “Magmatico”.
Al di sotto della filosofia olimpica dei grandi nomi dell’Occidente, il professore accennava all’esistenza di un magma vivo che in ogni momento rischiava di emergere e sommergere il precario edificio della Ragione. Magmatico appariva il pensiero stesso di quel professore, che come tutti i figli di Parthenope portava nel sangue il principio della precarietà dell’esistenza di chi vive tra i vulcani. Il ragazzo decise di cambiare il suo piano di studi per poter continuare a seguire le lezioni, ansioso di scoprire come sarebbe finita quella storia. Avrebbe poi scoperto che quella storia non finisce mai, perché, come avrebbe ricordato il professore citando una frase di Benedetto Croce:
“la Verità è sempre cinta di mistero, ossia è un’ascensione ad altezze sempre crescenti, che non hanno giammai il loro culmine, come non l’ha la Vita”
(Croce, 1997).
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25 Aprile. Provocazioni, vittimismo e trappole mediatiche
di Fabrizio Marchi
Tutto già visto e stravisto ma le cose non sono andate secondo le intenzioni di chi aveva concepito e scritto il copione. I sionisti si sono presentati alla manifestazione di Milano organizzati e ipocritamente camuffati dietro le insegne della Brigata ebraica. Lo scopo era scontato, provocare – la loro stessa presenza, in quanto rappresentanti di uno stato razzista e genocida e quindi in aperto conflitto con la Costituzione Italiana e lo spirito del 25 Aprile, è una provocazione – sperando di essere aggrediti per poi passare da vittime. Ma le cose sono andate in modo molto diverso perché c’è stata una risposta spontanea e di massa da parte di pressoché tutti i partecipanti alla manifestazione che hanno impedito in modo fermo ma composto al gruppo sionista di entrare nel corteo. Poi c’è sempre l’utile idiota che rivolge una battuta altrettanto idiota e razzista (se non ci fosse lo inventerebbero con l’IA) al Fiano di turno (un esponente del PD in prima linea nella difesa dell’indifendibile stato di Israele), un assist per fornire a lui e a quelli come lui l’alibi per gridare all’antisemitismo, ma la maggior parte delle persone ormai non ci crede più a queste frottole perché Israele è ormai percepito dalla maggioranza degli italiani per quello che è, e cioè, appunto, uno stato guerrafondaio, razzista e genocida. La favola dell’antisemitismo non regge più, possono anche inventarsi la legge in base alla quale chiunque osi criticare il sionismo e le politiche israeliane viene accusato di antisemitismo, ma non ce la faranno ad arginare il dissenso. Il troppo è troppo.
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Sul 25 Aprile e la Resistenza (seconda parte)
di Nico Maccentelli
Era da dire…
Eh sì, era da dire che dopo le provocazioni squadristiche di questi signori contro il prof. Angelo D’Orsi, reo di svolgere iniziative democratiche sul tema della russofobia, la risposta ci sarebbe stata di fronte all’ennesima provocazione. Stavolta a Roma: i +Europa e radicali con le bandiere dell’Ucraina sono stati accolti da una massa antifascista in un respingimento spontaneo.
Mentre a Milano la Brigata Ebraica non è riuscita a entrare nel corteo del 25 aprile, respinta sempre da una massa spontanea che manifestava un bel BASTA con lo sdoganamento del peggior sionismo genocidario fatto di bandiere di Israele, ma anche quella del fu sanguinario Scià di Persia (la Savak e le sue torture in Iran se le ricordano ancora…) e degli USA che ci sta portando tra una guerra imperialista e l’altra alla catastrofe economica mondiale.
Cosa si aspettavano, una medaglia? Le proteste contro chi porta avanti guerre e genocidi sono sintomo di una sana intemperanza politica diffusa. Ed era ora che qualcuno si svegliasse e desse dei termini alle provocazioni e alle narrazioni propagandistiche di chi sostiene le peggiori porcate gerrafondaie e genocidarie. Era ora che la si smettesse di infangae la Resistenza e i partigiani, che se fossero stati vivi oggi avrebbero sparato a nazi banderisti ucraini, per non parlare dell’oppressione genocidaria e della pulizia etnica di un intero popolo: quello palestinese.
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L’arma della pace e l’illusione dell’onnipotenza: Leone XIV contro il trumpismo
di Alessandro Scassellati
Il panorama geopolitico ed ecclesiale è segnato da una faglia sismica che attraversa l’Atlantico, unendo e dividendo Roma e Washington. Al centro di questa crisi non vi è solo una divergenza diplomatica, ma uno scontro teologico e antropologico radicale tra due visioni del mondo: quella di Papa Leone XIV (Robert Francis Prevost) e quella del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Se per la Casa Bianca la religione è uno strumento di legittimazione del potere nazionale/imperiale e militare, per il primo Papa statunitense della storia (nato a Chicago) la pace non è un’opzione politica, ma la “sola arma del Vangelo”. Sulla pace e sullo stop al riarmo ci sono ampi punti di convergenza delle posizioni di Leone XIV con le istanze storiche e attuali della sinistra pacifista e progressista. Come ci sono i presupposti per una convergenza e per la costruzione di un fronte comune contro il potere sproporzionato dell’oligarchia tecnocratica digitale, il riarmo tecnologico e in difesa del lavoro.
* * * *
Il primato della pace come rivoluzione teologica
Nei primi 10 mesi successivi alla sua elezione, avvenuta l’8 maggio dello scorso anno, Papa Leone XIV è apparso spesso silenzioso su questioni delicate, parlando con cautela per placare le tensioni sia all’interno del mondo cattolico che con i leader mondiali al di fuori di esso. Nelle ultime settimane, un energetico Leone XIV ha impresso una svolta al suo pontificato e ha fatto il suo ingresso sulla scena mondiale, partendo da una premessa teologica che scardina secoli di “dottrina della guerra giusta” e arrivando a condannare apertamente la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
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La marcia inarrestabile del neoliberismo
di Mario Sommella
Dal Mont Pèlerin al capitalismo della sorveglianza: comunicazione, mercato e la lenta erosione della democrazia europea
Una rottura epistemologica che dura ancora
Quella che ci appare oggi come la «realtà naturale» delle democrazie occidentali non è una realtà naturale. È il prodotto, lentamente sedimentato in mezzo secolo, di una rottura epistemologica precisa, pianificata e finanziata con cura dalle élite del capitale economico transatlantico. Per capirla, bisogna sottrarsi all’illusione che siamo immersi in una verità eterna: la storia, come ammoniva Foucault, è fatta di discontinuità, di soglie che separano un ordine del discorso da un altro. La nostra soglia è stata attraversata negli anni Settanta e Ottanta. Da allora viviamo dentro un nuovo ordine simbolico in cui il mercato ha sostituito la politica, l’audience ha sostituito la verità, l’Occidente americanizzato ha sostituito l’Europa dei cittadini.
Provo qui ad approfondire una tesi che ho già esposto in passato e che merita di essere allargata: la rivoluzione neoliberista non è stata, prima di tutto, una rivoluzione economica. È stata una rivoluzione antropologica e comunicativa. Ha cambiato il modo in cui pensiamo, parliamo, guardiamo, ricordiamo. Ha sostituito l’uomo aristotelico — l’animale razionale e politico — con un soggetto-consumatore profilato, sorvegliato, predetto. E lo ha fatto attraverso la presa di possesso prima del medium televisivo e poi del medium digitale. Capire questa doppia presa è la condizione preliminare per qualunque progetto di riscatto.
Le radici intellettuali: il Mont Pèlerin e il piano lungo
Il neoliberismo non è caduto dal cielo nel 1979 con Margaret Thatcher. Affonda le sue radici in un progetto intellettuale paziente e ben finanziato che parte dal 10 aprile 1947, quando Friedrich von Hayek convocò sulla riva svizzera del lago di Ginevra trentanove economisti, filosofi e giuristi per fondare la Mont Pèlerin Society. Tra loro figuravano Milton Friedman, Ludwig von Mises, Karl Popper, George Stigler, Aaron Director, Frank Knight: i nomi che avrebbero formato, nei decenni successivi, l’ossatura ideologica del nuovo capitalismo.
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No alla guerra alla Russia. Appello dell'intellettualità libera
Riceviamo e pubblichiamo
Noi, firmatari di questo documento, scrittori artisti letterati professori musicisti cineasti, ci appelliamo alla Pubblica Opinione per lanciare un messaggio, che ci sembra urgentissimo e necessario
In Europa e in Italia, stiamo assistendo a una degenerazione della lotta politica, divenuta trasposizione della guerra sotto altre forme. Sebbene nel mondo siano attivi una sessantina di conflitti militari, tre sono le “aree di crisi” che più destano inquietudine: l’aggressione all’Iran, da parte di USA e Israele; lo sterminio del popolo palestinese da parte dello Stato israeliano e la guerra in Ucraina, che oggi desta in noi la preoccupazione maggiore: un conflitto nel quale l’Italia è direttamente coinvolta con invio di armi e fondi, con l’apertura indiscriminata agli ucraini che fuggono del loro paese, e una sorta di “ucrainizzazione” della nostra politica estera, e dello stesso dibattito pubblico. Il governo Meloni, dopo l’ennesima questua di Volodimir Zelensky, non solo ha concesso un nuovo finanziamento a fondo perduto, ma ha firmato con Kiev accordi volti a fabbricare droni. In seguito a questi ultimi fatti, la Federazione Russa ha inviato un avvertimento: considerare obiettivi legittimi i luoghi nei quali si fabbricano armi che verranno utilizzate per colpire il proprio territorio, ossia, l’Europa e l’Italia. Tutto fa comprendere che, pur senza dichiararlo, i nostri governanti ci stanno portando allo scontro con la Russia. Una guerra impossibile, data la disparità di forze a vantaggio della Russia, e soprattutto una guerra insensata. E, infine, una guerra che, dato l’armamento nucleare posseduto dal “Nemico”, il più grande sulla terra, aprirebbe la porta a un’apocalissi nucleare.
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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
di Paolo Selmi
Ventitreesima parte. “Ammettere i propri difetti è privilegio dei forti”: l’intervento di Tomskij al XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) ULTIMA PARTE
«Вместо заключения» Invece di una conclusione
Cari compagni,
siamo all’ultima puntata di questo lavoro complesso, riferito a uno dei momenti più luminosi, un secolo fa, della storia di un Paese, non il nostro, e realizzato non molti anni fa in uno invece fra i periodi più bui della storia del nostro, di Paese. Periodo in cui i media si riempivan la bocca di una parola, “guerra”, sia pur in senso solo retorico (guerra al virus, guerra agli “untori”, guerra ai “disertori”, …) e a cui, paradossalmente, fu invece una guerra nel senso vero e proprio del termine a porre una fine.
Una guerra che derubricò, sempre più in fondo ai punti degli OdG, bollettini medici sempre più sterili, passaporti verdi sempre più ingialliti, insieme ad accanimenti, pressapochismi, opportunismi, codismi sempre più rivelatisi per quello che eran sempre stati.
Una guerra che “mise in pausa”, temporaneamente, per cause di forza maggiore, i processi in corso da due danni di accelerazione delle dinamiche autoritaristiche nel nostro Paese.
Da allora son passati quattro anni: tanto, tantissimo tempo ma, al contempo, non sufficiente per smuovere certe acque, ancora troppo limacciose. Per esempio, nessuna riflessione è stata svolta da parte dei nostri, di profsojuzy, sull’atteggiamento tenuto nel corso di tale vicenda. Evidentemente, non ne hanno sentito – e non ne sentono – il bisogno.
Date queste premesse, quattro anni sono ancora pochi. Così come, per inciso, furono pochi, anzi, pochissimi, i quattro anni – grosso modo dal 1984 al 1988 – che posero le premesse per lo smantellamento dell’URSS nei tre successivi. Strane analogie… così come il fatto che, in entrambi i casi, gestione pandemica da un lato e smantellamento dell’URSS dall’altro, i rispettivi profsojuzy svolsero un ruolo non indifferente: come agenti facilitanti, ahinoi, della tendenza dominante in corso. In entrambi i casi, accettandone la logica, sia che fosse quella di un passaporto verde imposto a tutti i lavoratori, indiscriminatamente, sia che fosse quella di reintrodurre il modo capitalistico di produzione nel Paese dei Soviet in cambio dello sdoganamento del loro nuovo ruolo: neocorporativo, totalmente indifferente al crollo della costruzione sovietica, ancora mascherato da “ristrutturazione” (perestrojka), in difesa del proprio orticello.
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«Palantir» e l’alleanza tra capitale monopolistico ed estrema destra
di Rezgar Akrawi
Il manifesto pubblicato da Palantir Technologies non è né un documento tecnico né una visione economica. È un documento politico esplicito che annuncia una nuova fase nella traiettoria del capitalismo digitale, una fase in cui esso ha abbandonato la pretesa di neutralità e ha deciso di smascherarsi, rivelando il proprio volto ideologico nella sua interezza. Palantir non è un caso isolato nel panorama tecnologico globale.
Si tratta di una delle diverse grandi aziende tecnologiche che vendono le proprie tecnologie a sistemi di repressione e di violazione dei diritti umani, ed è stata condannata dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, per il suo ruolo nell’abilitare deportazioni forzate, sorveglianza di massa e persecuzione dei dissidenti.
La cosa più grave di tutte è che rapporti documentati hanno rivelato una partnership diretta tra questa azienda, unitamente ad altre aziende tecnologiche occidentali come Google, Amazon e Microsoft, e l’esercito israeliano, fornendo sistemi di dati e di targeting che sono stati impiegati in operazioni militari su Gaza, rendendola un partner effettivo in crimini di guerra documentati contro i civili palestinesi. Sotto questo profilo, essa non si differenzia nella sostanza da altre grandi aziende del capitalismo digitale che praticano la stessa cosa in forme diverse e con gradi variabili di trasparenza.
È una dichiarazione di classe di un progetto per un’alleanza fascista digitale che non si fonda sulla sola violenza tradizionale, ma sulla sorveglianza digitale e la repressione, sull’analisi dei dati, sull’intelligenza artificiale, sulla manipolazione dell’opinione pubblica e sulla soppressione del dissenso attraverso metodi impercettibili eppure profondamente incisivi. Un’alleanza i cui crimini non rimangono entro i circoli élitari e gli uffici aziendali, ma si estendono ai campi di battaglia e ai corpi dei civili, incarnandosi oggi nella sua forma più chiara nel trumpismo, nelle sue alleanze, nei suoi crimini e nelle sue guerre aggressive.
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La teiera di Russell: resoconti dalla fase finale della bolla dell’IA
di Servaas Storm
E se il futuro dell’IA che viene venduto ai mercati si basasse su affermazioni che non reggono a un esame approfondito? Dalla superintelligenza alla perdita di posti di lavoro su larga scala, le promesse più altisonanti sull’IA generativa iniziano ad apparire meno come lungimiranza e più come clamore mascherato da inevitabilità.
L’attuale comprensione dell’impatto economico dell’IA è errata: l’IA non porterà alla “superintelligenza”, alla distruzione di massa di posti di lavoro, a una disoccupazione tecnologica senza precedenti e a una recessione, né a giganteschi aumenti (aggregati) della produttività del lavoro e a un’accelerazione senza precedenti del progresso tecnologico e della crescita economica. L’impatto a livello aggregato dell’IA sarà piuttosto banale: alcune professioni scompariranno a causa dell’automazione; i lavori esistenti saranno rimodellati dall’IA e nasceranno nuove professioni, mansioni e ruoli per supervisionare e gestire gli strumenti di IA; molti di questi nuovi lavori saranno lavori inutili; tuttavia, la maggior parte delle professioni rimarrà al riparo; la crescita aggregata della produttività del lavoro potrebbe aumentare leggermente (perché gli strumenti di IA potenziano il lavoro), ma allo stesso tempo i costosi danni collaterali dell’IA cresceranno esponenzialmente nel tempo e rallenteranno la crescita della produttività. Maggiore sarà la quantità di scarti generati dall’IA, maggiore sarà il lavoro necessario per ripulire il disordine e maggiore sarà la probabilità che non saremo in grado di vedere l’era dell’IA nelle statistiche sulla produttività. Considerato tutto quanto sopra, l’attuale ciclo di sovrainvestimenti nell’IA non è sostenibile.
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La Storia, che non sapeva di essere finita
di Il Chimico Scettico
1999. Il millennium bug.
"Il partito" che nella sua incarnazione DS incassò un eclatante 17% alle europee, prologo al risultato delle regionali del 2000 che avrebbero provocato le dimissioni di Massimo D'Alema.
In Irlanda del Nord gli Unionisti facevano campagna con la faccia di Ian Paisley sui cartelloni e la pacificazione era ancora fuori dalla vista.
Io ero un giovane senior process chemist abbastanza soddisfatto del proprio stipendio. Mi ritrovai imbucato a una festa in villa, dove un'amica aveva insediato la celebrazione del proprio compleanno a lato della festa di fine campagna elettorale del padre, notabile locale del partito. Ottimo buffet, vino buono e abbondante.Il partito appoggiava la candidatura a sindaco di X - ex DC uscito non troppo indenne da Mani Pulite, storicamente culo e camicia con i socialisti craxiani che avevano usato il comune un po' a loro piacimento. Alla fine del suo discorso di circostanza, dal gruppo della mia amica qualcuno levò alta una domanda: "Perché X???".
Il candidato sorrise senza rispondere.
La risposta corale fu un "Boooooh!".
Verso le due di notte mi ritrovai a un tavolino con vecchie conoscenze, tutte attive nella politica locale fino a qualche anno prima, tutte silurate dall'inizio del nuovo corso dalemiano.
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Reportage da Cuba, assedio alla popolazione: modalità sopravvivenza
di Eleonora Piergallini
La terza mattina all’Avana raggiungo l’Ospedale pediatrico William Soler, uno dei principali ospedali del paese. L’edificio è fatiscente. Nella sala d’attesa, un immenso salone con due grandi portoni ai lati opposti spalancati perché entri la luce del sole, poche sedie...
La terza mattina all’Avana raggiungo l’Ospedale pediatrico William Soler, uno dei principali ospedali del paese.
L’edificio è fatiscente. Nella sala d’attesa, un immenso salone con due grandi portoni ai lati opposti spalancati perché entri la luce del sole, poche sedie, genitori in silenzio, bambini che aspettano. “Guarda quanto è vecchia quella bilancia” mi dice, scuotendo la testa, la mamma di una bambina, indicandomi una bilancia per pesare i neonati. Effettivamente, guardandola meglio, mi ricorda quelle che ho visto nei film d’epoca.
Mi viene a prendere il dottor Alioth Fernandez, primario di anestesia, che mi accoglie con un sorriso e una ferma stretta di mano. Ci addentriamo per i corridoi deserti dell’ospedale per trovare un posto tranquillo in cui parlare. È mezzogiorno, dalle finestre aperte delle stanze si sente solo il vento.
Entriamo in una sala con due poltrone e un divano, rivestiti con una tappezzeria antica, sui toni dell’ocra e marrone, quella delle case dei nonni. Al centro, un tavolino arredato con un fiorellino finto in un vasetto.
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L’Iran fa il pieno di consensi, Washington di pressioni
di Dante Barontini
La nebbia si è stesa su Washington. Il “quasi attentato” ha preso il centro della scena mediatica – del resto è avvenuto mentre erano a tavola tutti i giornalisti del mondo accreditati con la Casa Bianca – e spinto la guerra in Medio Oriente in secondo piano.
Ma non serve essere grandi studiosi di geopolitica per capire che il vero cuore della situazione sta proprio lì, tra il massacro che Israele ha ripreso in Libano e lo stallo apparente nelle trattative tra Usa e Iran.
Mentre il Pentagono ha approfittato del cessate il fuoco per ricomporre il proprio schieramento e far concentrare nell’Oceano Indiano (non “nello Stretto di Hormuz”) tre delle otto portaerei di cui dispone, Teheran ha preso a tessere il filo dei rapporti diplomatici facendo viaggiare il suo ministro degli esteri – Seyed Abbas Araghci – tra Pakistan, Oman e Russia, presentando nel frattempo agli Usa un proposta di percorso per le trattative.
Vediamoli separatamente. Dalla Casa Bianca l’unica informazione che filtra è sullo “scetticismo” dell’amministrazione rispetto alla proposta iraniana. Nulla di particolarmente complicato: prima sblocchiamo Hormuz, da entrambe le parti, e poi affrontiamo il dossier sul nucleare.
Un modo per allentare la tensione sui mercati internazionali – l’Australia, per esempio, lamenta che la continua chiusura dello Stretto di Hormuz si sta facendo sentire in modo sproporzionato in tutta la regione Asia-Pacifico – e anche di riprendere parte del proprio traffico commerciale.
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“Make America Great Again”: il sogno è diventato un incubo
di Infoaut
Trump sembra sia riuscito a trasformare il sogno Maga in un pantano, e molti dei sostenitori di quel progetto iniziano a prendere le distanze, seriamente messi di fronte al fallimento e all’incoerenza del presidente.
Prima prova a dare la colpa agli immigrati per i crimini più efferati, poi punta alla propaganda sul finto miglioramento dei prezzi sulle merci per gli americani grazie ai famosi dazi, sino a dirsi immune e ignaro di essere all’interno degli Epstein Files, negando la parola di una delle donne violentate da lui stesso di cui si sono magicamente perse le documentazioni, il tutto condito da video artificiali per narrare una vittoria inesistente, immagini divine, a corredo di una strategia per confondere e distogliere l’attenzione dal fallimento su tutti i fronti di questa ultima “avventura” coloniale americana.
Sembra tanto tempo fa e invece lo “scandalo”, se così vogliamo chiamarlo, degli Epstein Files è stato immediatamente rimosso dalla scena perché Trump ha deciso di concludere degli pseudo negoziati aggredendo in maniera completamente arbitraria l’Iran, per motivi senza “razionalità” in sé – cambiati in corso d’opera per rendere più o meno credibile un modus operandi dai più classificato come “pazzo”. Eppure, questo evento ci lascia un dato imprescindibile: l’aver sbattuto in faccia ancora una volta a tutto il mondo la profonda natura marcescente del capitalismo, delle soggettività a guida del sistema egemonico.
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