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La svolta di Trump sull'Ucraina è solo retorica
di Davide Malacaria
La svolta di Trump sul conflitto ucraino, a quanto pare, resta limitata alla retorica. In realtà, al di là delle roboanti critiche a Mosca, il nocciolo del discorso all’Onu era una presa di distanza dalla guerra con relativo scaricabarile sulla sola Europa. Lo ha capito anche la stolida rappresentate degli Esteri Ue Kaja Kallas, che in un’intervista ha dichiarato: “Non possiamo essere solo noi“, Trump deve aiutarci.
Peraltro, che fosse quello il punto focale del discorso lo conferma il New York Times: “Grattando la superficie, un desiderio più profondo sembra celarsi nel cambiamento di posizione di Trump […]. Trump sembra volersi lavare le mani del conflitto ucraino, dal momento che non è riuscito a portare il presidente Vladimir Putin al tavolo dei negoziati e ha visto diminuire le sue possibilità di agire come mediatore”.
Il rapporto Usa-Russia resta più o meno inalterato, come conferma l’incontro avvenuto in parallelo al’invettiva di Trump, tra il Segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. A dimostrazione della proficuità del vertice, la risposta di Lavrov a un cronista che gli chiedeva come fosse andata. Nessuna parola, solo un gesto inequivocabile: pollice in sù.
L’intemerata di Trump all’Onu era un modo per allentare le pressioni che il partito della guerra sta esercitando su di lui, incrementate dagli sviluppi del mese di settembre, tra cui l’assassinio di Charlie Kirk, che l’ha mandato in confusione. Ha dato loro quel che volevano, ma solo a livello retorico.
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Una straordinaria sintesi del Manifesto marx-engelsiano: omaggio a Umberto Eco
di Eros Barone
«Non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa.
Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: “Uno spettro si aggira per l’Europa” (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe “rivoluzionaria” ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire ‘si vede’, in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale.
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La nostra superiorità contro il resto del mondo: la chiave per scatenare la guerra e farcela subire
di Milgram
I Filtri Cognitivi dell'Occidente: Deumanizzazione e Cecità Relazionale
Il doppiopesismo della classe dirigente europea e della “coalizione Epstein” è più evidente che mai, ma poiché la percezione collettiva è costantemente alterata e veicolata dai media mainstream, il cittadino medio occidentale vive ancora in un sonno profondo da cui molti nemmeno sanno di doversi svegliare.
I pennivendoli prezzolati e cerchiobottisti occidentali non si smentiscono mai, stanno dando il meglio di sé. I più “venduti” giornali nostrani e internazionali, hanno timidamente raccontato l’atroce massacro delle 165 bambine assassinate dalla “coalizione del bene”, rendendo la notizia irrilevante e relegandola a piè di pagina, oppure assorbendola in un contesto discorsivo più ampio. Senza parlare dell’immagine fumettistica che da anni ci viene presentata in maniera controllata e subliminale di Khamenei, assassinato e trasformato in martire dalle bombe di “USraele”.
La retorica tanto sbandierata del “c’è un aggressore e un aggredito” viene utilizzata quando fa più comodo, essa non viene applicata alla coalizione anglo-sionista e a tutto l’Occidente collettivo.
L’Iran, sebbene sia stato vigliaccamente aggredito, per le élite occidentali è lui l’aggressore, in una distorsione puramente orwelliana; a dimostrazione di ciò, abbiamo le dichiarazioni di Keir Starmer, il quale ha esortato l’Iran ad astenersi da attacchi militari indiscriminati” e a “cessare gli attacchi”, mentre la premier italiana Giorgia Meloni ha intimato Theran a cessare i suoi attacchi ingiustificati contro i paesi del Golfo, come se non sapesse — probabilmente “non è stata avvisata” dai nostri “liberatori” — che le petromonarchie pullulano di basi statunitensi armate sino ai denti, le quali ospitano aerei da combattimento, droni e sistema di difesa antiaerea con radar in grado di tracciare bersagli a distanze fino a 3.000 km. Alla lista non poteva mancare La Von der Pfizer, la quale ha praticamente approvato l’aggressione israelo-statunitense sostenendo fermamente il diritto del popolo iraniano a determinare il proprio futuro.
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Voterò NO, con grande sofferenza
di Geminello Preterossi
Credere che votando NO si renda omaggio a Falcone e Borsellino è purtroppo tragicamente falso. Nella magistratura, i problemi ci sono. C’erano già allora, quando entrambi furono osteggiati, isolati e infine eliminati, anche con il concorso morale di chi in teoria avrebbe dovuto difenderli. Durante la fallimentare “seconda” Repubblica quei problemi si sono incancreniti, diventando strutturali, un “sistema”. Quello emerso con il caso Palamara (che non era una mela marcia, ma il gestore di un meccanismo che coinvolgeva ampi settori della magistratura, della politica, delle istituzioni). Una vicenda assai rivelativa di una logica e non affrontata adeguatamente, non solo dalla magistratura associata (le “correnti”, ormai ridotte a corporazioni autoreferenziali), ma anche sul piano istituzionale, il CSM in primis. Il grande inganno, però, è che questa “riforma” serva a risolvere tali guasti del sistema. L’uso strumentale, da entrambe le parti, della questione giustizia è evidente. Così come l’uso “congiunturale” (così lo chiamava Rodotà) delle riforme istituzionali (che dovrebbero essere frutto di una meditata riflessione che coinvolga tutto il Parlamento, e non una manovra governativa), Ma, a dire il vero, i primi ad iniziare questo andazzo furono quelli dell’Ulivo, con la nefasta riforma del Titolo V, cui sono seguiti gli altrettanto nefasti tentativi di manomissione costituzionale di Berlusconi e Renzi, stoppati dal popolo sovrano. Per inciso, è un dato significativo e per certi aspetti sorprendente il fatto che una Costituzione largamente disattivata, soprattutto nel suo nucleo fondante, sociale ed economico (artt. 1 e 3 in primis), perché ce lo ha chiesto l’Europa tecnocratica, rappresenti ancora un riferimento simbolico per molti italiani.
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Se non è la nostra guerra allora è tempo di ritirare i militari italiani dal Medio Oriente
di Gianandrea Gaiani
L’Italia “non partecipa e non prenderà parte alla guerra” in Iran, ha ribadito ieri il comunicato diffuso dal Quirinale dopo la riunione del Consiglio Supremo di Difesa.
Al di là della condivisione della “grande preoccupazione” per “i gravi effetti destabilizzanti” che la crisi sta producendo in Medio Oriente e nel Mediterraneo dopo la “nuova guerra” – nata a seguito “dell’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, il Consiglio sottolinea che “la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale” di fronte alle sfide comuni.
Tra queste, il Consiglio evidenzia “le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni”.
Un contesto in cui l’Italia “è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica” e a valutare “le richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa”, nonché “la necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali”.
Il Consiglio definisce “gravi” le azioni di Teheran “per ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz” e chiede “a Israele di astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah” che hanno trascinato il Paese in “un nuovo drammatico conflitto.
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Né, né, per tenersi il culo al caldo
di Fulvio Grimaldi
In “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti
“Senza infamia e senza lode”, il contrapasso
Simmetricamente all’avanzare del mostro di un conflitto che gli aggressori, nel loro delirio criminale millenarista, vogliono sempre più globale, esplode il festival del neneismo, fenomeno che, dai tempi dei tempi, è andato esprimendo uno dei lati deteriori dello spirito umano. Ne ha dato testimonianza padre Dante. Quelli del né né, gli ignavi, coloro che non si schierano, per viltà o complicità, li ha confinati, indegni di una sistemazione chiaramente definita, nell’anti-inferno, prima della traversata dell’Acheronte. Gente condannata a correre in perpetuo, intellettualmente accecata, dietro a un simbolo roteante, mentre insetti velenosi ne suscitano ferite il cui sangue si mescola a vermi e fango.
Peggio di così non li si poteva immaginare, i né né, quelli che non stanno né con gli uni né con gli altri, come coloro che stanno con gli uni e con gli altri, immergendosi nella pace dei sensi e dello spirito, assicurata dalla cancellazione della dialettica e della logica degli opposti. Quella di Eraclito, il primo e il più grande.
Andiamo sul concreto. Una lucida percezione di cosa sia il neneismo, con l’occasione di contribuire a crearne il neologismo né né, mi capitò quando, inviato di “Liberazione” alla guerra del 1999 contro la Serbia, in un servizio da Belgrado annichilita dalle bombe, deplorai l’atteggiamento dei famigerati “pellegrini di pace” convogliati da preti, dirittoumanisti e benpensanti vari nella Sarajevo bosniaca e antiserba.
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La "trappola dell'Iran" dietro i proclami di vittoria di Trump
di Clara Statello
Forse in un maldestro tentativo di manipolare i prezzi impazziti e incontrollabili del petrolio, il presidente USA Donald Trump ha più volte annunciato l’imminente fine della guerra in Iran, auto-proclamandosi vincitore. In modo analogo il premier israeliano Netanyahu si vanta dei successi militari.
Questo il tenore delle litanie che la coppia dei leader del “Mondo Libero” (tragicomica definizione di Mark Rutte), ci propina da giorni:
“L’Iran sta per arrendersi”,“La guerra sta per finire”,”La guerra è praticamente finita”, “Abbiamo colpito tutti gli obiettivi previsti”, “Siamo avanti con gli obiettivi della campagna militare”, “Abbiamo vinto”, “Abbiamo vinto pochi minuti”.
Ma forse questo l’Iran non lo sa e continua lo stesso a colpire e infliggere danni alla coalizione USA, ai suoi alleati/collaborazionisti e – preventivamente – alle forze occidentali presenti in tutta la regione.
Attacco contro base francese
E così anche questa notte è stato colpito un obiettivo militare occidentale nel Kurdistan iracheno. L’attacco è stato condotto con droni contro una base francese a Mala Qara, nella regione di Erbil, a 40Km dalla città irachena.
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Peter Thiel, l’Antichrist Superstar di cui faremmo volentieri a meno
di Alessio Mannino
Ma Peter Thiel ci è o ci fa? Entrambe le cose. I cicli di lezioni sull’Anticristo che si compiace di tenere per diffondere il suo verbo hanno fatto tappa anche in Italia, riproponendo l’interrogativo se prendere o no sul serio le dissertazioni di questo magnate dell’industria americana, non fra i più ricchi (26 miliardi di dollari di patrimonio stimato, Musk è arrivato a 839) ma certamente il più intellettualmente dotato. Fin da studente universitario a Standford, mentre si impegnava ad accumulare montagne di quattrini fondando e poi vendendo, assieme all’allora socio Musk, il colosso dei pagamenti digitali PayPal, i suoi interessi sono sempre andati di preferenza alla filosofia. Ha scritto vari libri (dal giovanile The Diversity Mith a The Straussian Moment, fino al più famoso, intitolato Zero to One) e, pur mantenendo un profilo basso, ha sempre inteso il far quattrini come strumento di una visione addirittura escatologica. Riguardante, cioè, il destino del pianeta. O meglio, così vorrebbe far credere lui. Già il nome prescelto per la multinazionale di data analysis che ha fondato, e con cui sta facendo affari d’oro grazie a Trump, è la spia di una marcata sensibilità nell’unire senso del business e vagheggiamenti da sociopatico ricco sfondato: Palantir, infatti, è la palla di cristallo in cui, nel Signore degli Anelli di Tolkien, si vede il futuro, e simboleggia un sogno di dominio assoluto che rimanda a fantasie di onnipotenza da adolescente mal cresciuto. Ma, attenzione, non per questo meno pericoloso, data la posizione raggiunta ai vertici dell’apparato militar-finanziario degli Usa, impero in crisi ma pur sempre impero.
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Il benpensante, il giocatore e l’ayatollah
di Antonio Cantaro
Letture. Niente migliora tutto peggiora, disse il benpensante. Tutto accelera, rispose il giocatore. Ma come, disse il benpensante, non vedi che non ci sono più nemmeno le guerre di una volta, le guerre legali, le guerre giuste. L’unica virtù è la vittoria per annientamento, rispose il giocatore. E se The Donald non vincesse?
Correva l’anno 2026. L’anno in cui aveva avuto inizio il regno mondiale del caos, è scritto nei manuali di storia. E sempre quei manuali raccontano che quasi nessuno dei commentatori e analisti dell’epoca riusciva a dare una plausibile spiegazione del perché e del come il mondo stava scivolando sulla strada per l’inferno (https://fuoricollana.it/la-strada-per-linferno/). Molti di essi attribuivano la paternità dell’idea di fare la guerra all’Iran allo ‘psicopatico’, a The Donald. Certamente uno degli esecutori materiali del delitto, ma di un delitto tutto iscritto in quell’inconfessabile compiacimento per lo spettacolo della guerra virtuosa che da decenni permeava l’immaginario americano. In Iran, invero, l’America aveva già “vinto” nell’ottobre del 2011 (https://legrandcontinent.eu/fr/2026/03/07/guerre-gamification-trump/).
Battlefield 3, il videogioco.Un’operazione militare motivata da un’imminente minaccia nucleare in cui il giocatore assume il ruolo di un soldato inviato a disinnescare una crisi che potrebbe scatenare una vera e propria esplosione nella regione. Lo scenario è quello di un attacco aereo all’aeroporto Mehrabad di Teheran, di operazioni con veicoli blindati, di aerei da combattimento statunitensi nelle strade dell’Iran. Dal 2011 milioni di giocatori, non solo in America, hanno trascorso ore a vincere in Iran, bombardando Mehrabad e neutralizzando la minaccia nucleare. Una finzione, annota il nostro scrupoloso storico. Ma una finzione, aggiunge subito dopo, che stabilisce un orizzonte di “prove” che mostra l’intervento in Iran come fattibile, legittimo nella sua forma narrativa e spettacolare nei suoi effetti. Vittorioso, virtuoso.
Battlefield 3 non aveva, ovviamente, previsto gli attacchi del giugno 2025 né l’Operazione Furia Epica (Epic Fury) iniziata il febbraio 2026. Ma aveva, come altri videogiochi, contribuito a creare il mondo iperreale in cui questi attacchi erano diventati concepibili, ancor prima che Netanyahu e Trump li nominassero come attuali. Videogiochi che non si accontentavano più di riflettere la geopolitica, ma partecipavano alla sua costruzione culturale generando le insicurezze (Il caos nel Regno) che giustificavano le “azioni di sicurezza” fuori da qualsivoglia finzione di regola ed etica universalistica (Il Regno del caos).
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Come le multinazionali ridisegnano il capitalismo
di Roberto Romano
Quando aziende come Apple, Microsoft o Amazon decidono di investire in una nuova tecnologia, spostare una produzione o cambiare la propria strategia industriale, gli effetti non riguardano solo i mercati finanziari. Intere filiere produttive si riorganizzano, nuovi standard tecnologici si affermano e milioni di lavoratori in diversi continenti ne risentono direttamente o indirettamente.
Questo potere non dipende soltanto dalla dimensione di singole imprese particolarmente innovative o competitive. È il risultato di una trasformazione più profonda che negli ultimi decenni ha investito l’intero sistema economico. Il capitalismo globale non si è semplicemente internazionalizzato: si è progressivamente concentrato. Innovazione, investimenti e potere finanziario tendono a concentrarsi nelle mani di un numero sempre più ristretto di imprese multinazionali.
Quando si parla di disuguaglianze, il dibattito pubblico tende a concentrarsi soprattutto sulla distribuzione dei redditi: salari che crescono poco, patrimoni che aumentano rapidamente, ricchezza che si accumula ai vertici della società. Ma questa è solo la manifestazione finale di un fenomeno più profondo. La disuguaglianza nasce sempre più spesso nella struttura stessa del sistema produttivo, dove il controllo delle risorse strategiche è concentrato in poche grandi imprese globali e negli attori finanziari che le sostengono. Per comprendere questa trasformazione è utile partire da alcuni dati sulla dinamica recente delle multinazionali.
Profitti e valore finanziario crescono molto più del lavoro
Secondo i dati della EU Industrial R&D Investment Scoreboard, circa duemila grandi multinazionali concentrano la grande maggioranza della ricerca e sviluppo privata mondiale e una quota molto rilevante del valore complessivo delle imprese quotate.
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