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Il sogno della rivoluzione
di Alessandro Barile e Alberto Pantaloni
[In occasione dell’uscita del volume Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta (Mimesis 2026) curato da Alessandro Barile e Alberto Pantaloni, ringraziando l’editore per la gentile concessione, si pubblica di seguito un breve estratto derivato dall’Introduzione stesa dai curatori del volume – gh.t.]
Culmine e crisi della “modernità comunista”
Il Sessantotto italiano ha una sua lunga incubazione – originandosi culturalmente dalla crisi dello stalinismo a partire dal 1956. L’operaismo, da molti considerato come il punto fondante di una presunta “ideologia del Sessantotto”, si configura non tanto (o non solo) come tentativo di fuoriuscire “da sinistra” dal “cominternismo” che, nelle sue ovvie rimodulazioni (Cominform, “partito nuovo”, “vie nazionali al socialismo”), ancora ispirava la prassi politico-ideologica e organizzativa del movimento comunista; l’operaismo sperimenta una fuoriuscita dall’“eresia” – quella trockista o bordighista, consiliarista o anarchica – che alimentava la critica da sinistra del modello sovietico. Con gli anni Sessanta prende forma una storia nuova, interna al marxismo rivoluzionario – al quale si richiama tutta la mobilitazione – ma distante dalle forme tradizionali della militanza comunista della prima metà del secolo. Per questo, abbiamo sottotitolato il volume La nuova sinistra negli anni Settanta, ritenendo questa formula generalmente più adatta a quella di “sinistra rivoluzionaria”, pur essendo consapevoli del dibattito presente nella comunità storiografica, dibattito che però riteniamo non dirimente, tanto da aver lasciato autori e autrici liberi e libere di utilizzare la forma che preferivano.
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L'inganno del burattinaio: perché Israele è l'asset degli USA, non il loro padrone
di Brian Berletic
Chi sostiene che “Israele” controlli gli Stati Uniti è o delirante o disonesto.
In particolare, gli Stati Uniti hanno sterminato le popolazioni indigene, rubato terre e saccheggiato risorse per quasi 200 anni, prima ancora che Israele esistesse.
In che modo ciò che gli Stati Uniti stanno facendo al Medio Oriente è diverso da ciò che hanno fatto alle popolazioni indigene del Midwest americano?
La civiltà occidentale lo fa da secoli…
…l’impero britannico per ben oltre 2 secoli prima dei “Rothschild”.
Per secoli la civiltà occidentale è stata incline a costruire un impero brutale e razzista e continua a farlo ancora oggi: Israele è solo uno dei tanti ingranaggi creati per perpetuare questo processo.
L'idea che "Israele" sia riuscito in qualche modo a convincere i ladri spietati e razzisti che governano gli Stati Uniti a inginocchiarsi davanti a "loro" è un'assurdità a prima vista.
Quasi assurdo quanto immaginare che l’Occidente fosse in passato governato da uomini “onorevoli” e poi “dirottato” da “Israele”.
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Una straordinaria sintesi del Manifesto marx-engelsiano: omaggio a Umberto Eco
di Eros Barone
«Non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa.
Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: “Uno spettro si aggira per l’Europa” (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe “rivoluzionaria” ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire ‘si vede’, in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale.
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L'arciere persiano e lo scacco matto all'Impero del Caos
di Alex Marsaglia
L’11 Marzo il conflitto della Coalizione Epstein contro la Repubblica Islamica dell’Iran ha travalicato lo storico traguardo dei 12 giorni. Un’aggressione bestiale, al di fuori del diritto internazionale che il 28 Febbraio ha ucciso l’Ayatollah Khamenei e la sua famiglia, inclusa la nipotina che era in casa con lui. La Guida Suprema riteneva di non doversi nascondere, ma di dover rimanere al suo posto. La Coalizione Epstein ha iniziato un’ondata sanguinaria di bombardamenti indiscriminati su civili e strutture energetiche che durano tuttora e probabilmente verranno intensificati nelle prossime ore, come unica strategia per esercitare il dominio. I vertici di quest’alleanza ovviamente compiono tali atti terroristici ben al riparo da ogni forma di ritorsione, con l’unilateralismo e l’asimmetria che caratterizza le loro guerre dalla caduta del Muro di Berlino in poi. Forti del rapimento del legittimo Presidente del Venezuela Maduro, i neocon ringalluzziti pensavano di poter liquidare anche la questione iraniana con la medesima facilità. Tuttavia, come ho tentato di spiegare, la questione esistenziale non è da sottovalutare, anzi. Come hanno annunciato i suoi vertici militari e politici, l’Iran ha avuto lungamente modo di prepararsi alla guerra per la sua sopravvivenza, sino a testarla lo scorso Giugno proprio nel conflitto dei 12 giorni, dove ha fatto le “prove di tiro” riuscite sulle basi americane nel Golfo e sull’entità sionista che occupa la Palestina.
Da allora le cose nell’Impero sono notevolmente precipitate: il debito pubblico americano ha sfondato nuovi picchi, la dedollarizzazione è avanzata con la corsa all’oro e la dismissione dei titoli di debito pubblico americani è proseguita implacabile.
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Non c’è solo il petrolio in gioco
di Lorenzo Battisti
Dollaro o morte: la logica imperiale dietro il caos di Trump
Le azioni internazionali degli Stati Uniti di Trump sembrano erratiche e irrazionali. Eppure una logica le guida, una logica che lega le sue azioni a quelle di presidenti precedenti (Obama e Biden): la difesa della posizione di supremazia dell’imperialismo americano e del pilastro su cui poggia, il dollaro. L’aumento del prezzo del petrolio non è una “conseguenza” dell’attacco all’Iran. Era l’obiettivo principale di tale attacco.
Il declino Usa e lotta contro il mondo multipolare
Ormai è sulla bocca di tutti ed entra anche nei documenti ufficiali: il mondo sta avanzando sempre di più verso un mondo multipolare. Pochi però notano il mondo che sta gradualmente scomparendo: il mondo unipolare a guida americana. L’unipolarismo era quello che restava dopo la vittoria americana della “Guerra Fredda”, con la fine dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti dell’Europa dell’Est. Il passaggio tra questi due mondi è segnato dal declino della potenza imperialistica americana.
Un declino che appare sempre più accelerato, specie negli ultimi anni. La capacità degli Stati Uniti di sfruttare il resto del mondo a beneficio dei proprio gruppi monopolistici si restringe sempre di più. La principale ragione sono i paesi BRICS, paesi abbastanza grandi da poter sviluppare un percorso di autonomia rispetto al centro imperialistico, e quindi con la possibilità di privarlo di una parte importante della ricchezza che prima veniva depredata.
Le guerre successive alla fine dell’Urss sono state spesso descritte come guerre di rapina, tese a “rubare” ai popoli le risorse di cui disponevano, a partire dal petrolio.
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USA-Israele nei guai. E sono già pentiti
di Fabio Mini
Nei primi tre giorni di combattimenti gli Stati Uniti hanno consumato la produzione bellica di cinque anni. Mentre le scorte di Patriot sono ridotte al 25% del loro fabbisogno a livello globale.
Mentre la natura dell’aggressione israelo-americana all’Iran è abbastanza chiara, gli scopi e la strategia della risposta iraniana sono ancora nebulosi. Stati Uniti e Israele hanno scatenato questa guerra con l’intenzione dichiarata di cancellare l’Iran dalla carta delle Nazioni attraverso l’eliminazione fisica di tutti i suoi leader e gli abitanti in grado di pensare e procreare, la distruzione di tutte le sue strutture statali di governo centrale e periferico, degli apparati militari e civili, delle infrastrutture energetiche, industriali e produttive e l’appropriazione di tutte le risorse a partire dall’uranio arricchito già processato a quello naturale e all’immancabile petrolio.
Come diceva Morgenthau della Germania nazista da sconfiggere, l’Iran deve ritornare alla pastorizia e alla pesca dello storione, generoso dispensatore di caviale. Lo volevano dall’inizio: la storia del nucleare era un pretesto, i negoziati un pretesto, la liberazione delle donne un pretesto, il cambio di regime un pretesto. L’opera di distruzione sul modello Gaza-Libano è in atto da decenni e la costituzione del cosiddetto Board of Peace è la formale sanzione della nuova speculazione economica basata sui danni.
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Un indecoroso spettacolo dell’ignavia ovvero il funerale della sovranità, al Quirinale
di Marco Nesci
Leggete e inorridite. Quello che è emerso dall’ultimo Consiglio Supremo di Difesa non è un documento politico, ma un certificato di sottomissione coloniale firmato dai vertici della Repubblica italiana. Sotto i soffitti affrescati del Quirinale, tra velluti e protocolli, si è consumata l’ennesima recita a soggetto di una classe dirigente che ha smarrito ogni briciolo di dignità nazionale, preferendo il ruolo di zerbino della geopolitica atlantista alla tutela della verità, del diritto internazionale e dei propri cittadini.
La semantica del servilismo: Aggressioni e “Azioni”
Il comunicato è un capolavoro di ipocrisia linguistica. Quando si parla della Russia, il linguaggio si fa netto: “irresponsabile aggressione”. Ma quando i missili portano il marchio di fabbrica di Washington o Tel Aviv e colpiscono l’Iran, la mano dei redattori trema, la voce si fa fioca. L’attacco frontale contro uno Stato sovrano viene derubricato a mera “azione militare” in un tripudio di cialtroneria. Questa asimmetria terminologica non è un dettaglio burocratico; è la prova provata di una parzialità che acceca e irrita l’intelligenza altrui. Si condanna l’Iran per il rischio di armi nucleari – un’accusa che persino l’Agenzia Internazionale per l’atomica, ha ripetutamente smontato come infondata – mentre si tace colpevolmente sul fatto che l’unica vera minaccia nucleare (e non dichiarata) nella regione risieda proprio in chi quella “azione” – aggressione l’ha scatenata.
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Jurgen Habermas
di Fabrizio Marchi
Ieri è scomparso Jurgen Habermas, più o meno unanimemente considerato l’ultimo dei grandi filosofi viventi.
La premessa, per quanto mi riguarda, è che quando parlo di questi grandi uomini che, a torto o a ragione, hanno fatto la storia del pensiero (o si ritiene che l’abbiano fatta), lo faccio con la stessa umiltà con cui un giocatore di calcio amatoriale, come il sottoscritto, parla di questo o quel giocatore di serie A. Spesso in queste discussioni o chiacchierate (molto divertenti, devo dire) fra amici e appassionati di calcio si bocciano drasticamente molti giocatori, in genere quelli meno dotati tecnicamente, i “terzinacci”, i mediani di spinta, gli “sportellari”, quelli che “la natura non ha dotato” (come recita la bellissima canzone di Ligabue, “Una vita da mediano”). In realtà poi, quando in età adulta ti capita di giocarci insieme come a me è capitato (perché anche loro per divertimento continuano a giocare anche in età avanzata), ti rendi conto che fra te e loro c’è la stessa differenza che c’è, metaforicamente parlando, tra una mosca e un elefante, quando ci giochi non ti fanno neanche vedere la palla e anche quello che quando giocava in serie A o in serie B ne parlavi al bar sotto casa come di uno “scarpone” rispetto a te è un gigante e ha un tasso tecnico che tu non sai neanche cosa sia.
Fatta questa doverosa premessa, torno rapidamente ad Habermas. La mia opinione – da umilissimo manovale della filosofia – è che fosse un filosofo innocuo, come altri, sia chiaro, non era certo il solo. E dal mio punto di vista, quando dici che un filosofo è innocuo, lo hai ammazzato.
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Dalla piazza di Roma. Una nota dolente
di Algamica*
La mobilitazione di sabato 14 marzo a Roma, dove sono confluite alcune sigle dell’estremismo di sinistra in piazza, contro il governo Meloni e le misure repressive varate, il No al referendum e un No alla guerra, è stata segnata da un episodio di una certa gravità nei confronti di una delegazione di iraniani presenti in piazza con le loro bandiere e i loro cartelli contro l’attacco che il loro paese sta subendo in questo periodo da tutte le forze occidentali, in modo particolare da USA e Israele.
Si è notata una precisa direttiva, da parte di tutte le componenti, politiche e sindacali, di marginalizzare la presenza della delegazione iraniana costringendola alla coda del corteo. O altrimenti detto: umiliandola.
La qual cosa non ha segnato certamente un bel messaggio nei confronti di un popolo e di una nazione aggredita violentemente dall’imperialismo.
Vorremmo soltanto far notare – visto che molti organizzatori del corteo fanno ancora riferimento ideologico agli anni ’70 – che in quegli anni in occasione delle manifestazioni veniva offerta la testa del corteo al settore sociale più colpito del momento.
Dunque una fabbrica attaccata dalla ristrutturazione, un gruppo di operai licenziati, quando non la difesa di arrestati e così via.
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Cina: Osservando il flusso dei missili
di Pepe Escobar – Strategic Culture
Il blocco di Hormuz potrebbe spezzare l'Occidente. Ma non spezzerà la Cina.
Andiamo subito al sodo: i BRICS sono in profondo coma. Fatta saltare in aria, almeno temporaneamente, dall'India – che per caso ospiterà il vertice dei BRICS più avanti quest'anno. Quando si parla di tempismo orribile.
L'India ha tradito, in sequenza, sia i membri a pieno titolo dei BRICS, Russia che l'Iran. Sigillando il suo allineamento con il Sindacato Epstein, Nuova Delhi ha dimostrato, senza ombra di dubbio, non solo di essere inaffidabile: anzi, tutta la sua elevata retorica di "guidare il Sud Globale" è crollata – per sempre.
I BRICS dovranno essere completamente rinnovati: persino il Gran Maestro Sergei Lavrov dovrà arrivare a questa conclusione ineludibile. Il triangolo originale di Primakov, "RIC", muore ancora una volta un altro giorno. Anche se l'India non venisse espulsa dai BRICS – potrebbe essere sospeso – "RIC" dovrà necessariamente essere tradotto come Russia-Iran-Cina, o addirittura "RIIC" (Russia-Iran-Indonesia-Cina).
Quando si parla di dove ci troviamo sulla Grande Scacchiera, il Prof. Michael Hudson lo sintetizza: "La grande finzione abilitante è sparita. L'America non sta proteggendo il mondo dagli attacchi di Russia, Cina e Iran. Il suo obiettivo a lungo termine di controllare il commercio mondiale del petrolio richiede un terrorismo continuo e una guerra permanente in Medio Oriente."
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Omnia sunt communia: anticipazione del comunismo e praxis in Thomas Müntzer
di Sandro Moiso
Maurice Pianzola, «Io affilo la mia falce». Thomas Müntzer e la guerra dei contadini, Edizioni Tabor, Valsusa (TO) 2025, pp. 221, 12 euro.
«Se abbiamo forche per i ladri, patiboli per i briganti, roghi per gli eretici, perché non abbiamo armi per questi maestri di perdizione, questi cardinali, questi papi, tutto questo pantano della Sodoma romana che corrompe la Chiesa di Dio? Perché non laviamo le nostre mani nel loro sangue?» (Martin Lutero)
Martin Lutero che, come vedremo al termine di questa recensione, si sarebbe poi lavato le mani nel sangue dei contadini invece che in quello dei potenti e degli ecclesiastici di alto rango, avrebbe dovuto riflettere maggiormente prima di pronunciare tali parole di fuoco all’inizio della sua predicazione destinata a dare vita non soltanto a una delle più importanti fratture dottrinali all’interno della società cristiana, ma anche alla prima estesa rivolta e guerra sociale in nome di una società comunista: la guerra dei contadini del 1525.
Omnia sunt communia, tutti i beni devono essere in comune, recitava la scritta sulle bandiere della parte più consapevole e determinata di un movimento che, nato in gran parte spontaneamente nelle campagne tedesche, svizzere e francesi a seguito di una predicazione nata dall’intento di ridurre la voracità dei rappresentanti della Chiesa di Roma nei confronti delle ricchezze precedentemente accumulate in quelle aree, avrebbe poi visto alla sua testa predicatori più radicali del monaco che aveva esposto le sue 95 tesi destinate a mettere in discussione il potere di concedere indulgenze in cambio di offerte di denaro e, a seguito di ciò, anche l’infallibilità del Papa nell’ottobre del 1517.
Tra quegli “arrabbiati” certamente si distinse, per determinazione e capacità organizzativa, Thomas Müntzer un giovane parroco e predicatore che aveva scelto, secondo le sue stesse parole, di farsi prete per essere più vicino alle necessità della povera gente, pur essendo egli figlio di un artigiano benestante del villaggio di Stolberg, in cui era nato nel 1489.
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Ach, Habermas
di Federica Gregoratto
[Oggi è scomparso il grande pensatore tedesco Jürgen Habermas, esponente della teoria critica della società nata dalla Scuola di Francoforte, e protagonista appassionato, nel corso della sua lunga vita (1929-2026), del dibattito pubblico europeo dal secondo dopoguerra sino ai giorni nostri. Lo ricordiamo con questo omaggio di Federica Gregoratto alla sua figura intellettuale e civile]
Questo giorno doveva arrivare, ce lo aspettavamo, e cercavamo di non pensarci, da un po’ di tempo. È arrivato mentre il cielo sopra Teheran fiammeggia e le colonne di fumo si allargano sempre più nere, Trump minaccia attacchi non solo alle infrastrutture militari ma anche a quelle petrolifere, Israele pianifica l’operazione di terra in Libano. Jürgen Habermas, uno dei più grandi filosofi del Ventesimo e Ventunesimo secolo, lascia questo mondo sull’orlo della catastrofe inaudita di una terza guerra mondiale. Aveva 96 anni. Certo una buona età per andarsene, al termine di una vita vissuta, ed esaminata, in un modo che non possiamo che invidiare. La tentazione è di raffiguracelo, oggi, come un Titano della ragione, sconfitto infine dopo una lunghissima battaglia dagli dei dell’irrazionalità più violenta e distruttrice, quella del profitto del Capitale e della sovranità nazionalistica più imperialistica e retrograda. Se ne va, con lui, potrebbe sembrarci, l’ultimo luccichio di Illuminismo, la speranza che i conflitti possano essere risolti se non proprio con la forza dell’argomento migliore, almeno con gli sforzi della diplomazia e di una ragione strumentale che non ha reciso completamente la sua radice di umanità.
Probabilmente questi toni mitologici lo farebbero sbuffare. Habermas aveva lavorato, soprattutto, affinché una guerra mondiale non si dovesse ripetere mai più. Il suo pensiero – dal primo testo importante, la tesi di Habilitation pubblicata con il titolo Storia e critica dell’opinione pubblica nel 1962, passando per i capolavori degli anni ’80 e ’90 (tra cui spiccano Teoria dell’agire comunicativo, 1981, Il discorso filosofico della modernità, 1985, e Fatti e norme, 1992), fino agli ultimi lavori dedicati all’Europa, alla genealogia della filosofia in dialogo con la religione, per concludere proprio laddove aveva iniziato (l’ultimo libro si chiama infatti Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa, 2022) – non è tuttavia un pensiero del dualismo manicheo bene contro male, ragione contro irragione, ma dell’ambivalenza.
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Crisi programmata: Iran, debito, dollaro digitale
di Fabio Vighi
Mentre i media spostano l’attenzione dal genocidio a Gaza all’ultima escalation con l’Iran, chi si limita a osservare il sanguinoso “teatro” geopolitico rischia di perdere di vista l’evento principale. La violenza in Medio Oriente non è semplice follia espansionistica: è il polso di un ingranaggio molto più silenzioso e spietato.
Per capire le bombe su Teheran, dobbiamo prima guardare ai bilanci di Wall Street. Il sistema finanziario occidentale non è più ancorato alla produttività o ai salari. Dagli anni Ottanta in poi, con l’avvento della finanza deregolamentata e la progressiva riduzione della quota di valore destinata al lavoro, il sistema finanziario si è sclerotizzato in un mastodontico edificio di leva speculativa, dove il debito ha sostituito la crescita reale come principio organizzativo della vita sociale. Oggi, con quasi 39 trilioni di dollari di debito federale e un settore privato – famiglie, imprese, istituzioni finanziarie – soffocato da decine di trilioni di passività, non è che gli Stati Uniti preferiscono tassi d’interesse bassi e liquidità infinita: ne dipendono strutturalmente per evitare il collasso. Il meccanismo è semplice ma letale: senza acquirenti di nuovi pagherò, i tassi salirebbero, il servizio del debito si farebbe insostenibile, e l’intera architettura a leva che sorregge i mercati azionari e obbligazionari crollerebbe come un castello di carte.
È in questo contesto di fragilità estrema che l’egemonia geopolitica diventa egemonia monetaria. La guerra permanente non è più (solo) per il petrolio, ma per la sopravvivenza del dollaro quale valuta di riserva mondiale. L’escalation con l’Iran segue lo stesso copione già visto in Ucraina e a Gaza (con le recenti aggiunte di Venezuela e Cuba): nelle intenzioni terroristiche di chi scatena il caos, l’instabilità globale deve agire come calamita per i capitali in fuga dalle periferie dell’impero; capitali che si dovrebbero riversare nei Treasury americani considerati unico porto sicuro in un mondo in fiamme. Questa domanda artificiale ha il compito di comprimere i rendimenti e permettere al Tesoro USA di rifinanziare debiti mostruosi a costi sostenibili. Il privilegio esorbitante del dollaro si difende dunque con le armi – e con le emergenze. Perché dal 2020 abbiamo imparato che ogni crisi – reale o indotta, sanitaria o bellica – è innanzitutto un’occasione per spostare il limite del possibile e normalizzare l’eccezione: senza questo meccanismo distruttivo, l’intero edificio finanziario americano perderebbe il suo principale sostegno.
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