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Usa. Il Capo del Pentagono nella tempesta
di Davide Malacaria
Il Capo del Pentagono Pete Hegseth è finito un’altra volta nell’occhio del ciclone: dopo l’attacco a una barca venezuelana sospettata di trasportare droga, avrebbe dato l’ordine di uccidere i sopravvissuti.
Hegseth afferma di non aver dato lui l’ordine e che non era presente quando è stato impartito e Trump lo sostiene, ma le accuse montano. Apparentemente questa tempesta sembra nascere dalla necessità di chiudere la porta sia a nuove aggressioni contro le barche venezuelane sia, soprattutto, alla guerra che incombe su Caracas, rimuovendo dalla scacchiera il pezzo più ingaggiato in questa criminale determinazione.
Ma è davvero così? In realtà, la questione è più complessa. Hegseth è solo un esecutore, la tragica partita si deciderà nello scontro tra neocon e Trump, con i primi che vogliono a tutti i costi la guerra mentre Trump continua nella sua muscolare indecisione, non fosse altro che perché sa che lo spettacolo dei marines che ritorneranno in patria dentro sacchi di plastica – e ce ne saranno se attacca – lederà non poco la sua immagine.
A volere a tutti i costi questa guerra sono i neoconservatori, i quali non hanno nulla da perdere, dal momento che da decenni governano gli Usa da dietro le quinte lasciando che altri si prendano le responsabilità delle loro sanguinarie follie. E, nello specifico, contano sul Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio, che più di altri sta spingendo per l’attacco.
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Lo strappo culturale (toppe e rammendi)
di Davide Miccione
Chi critica la società in cui vive, chi insiste nel non vedere in essa l’armata dei buoni o il giardino del mondo bensì una civiltà in declino morale e intellettuale si trova solitamente, dopo un po’, a venire accusato di essere distruttivo o bastiancontrario, di non prospettare soluzioni alternative e così via. Si potrebbe rispondere a tutto ciò con una feroce critica al “soluzionismo” implicito di chi ti rimprovera (generando però l’ovvio paradosso di rispondere a chi ti accusa di criticare soltanto, criticando anche la critica) oppure segnalando la nobiltà di criticare la società in un mondo estremamente conformista e che su questo conformismo edifica carriere. Chi scrive però, ogni tanto, sente il bisogno di giustapporre alle proprie lunghe e, si spera, fondate critiche qualche proposta in positivo. Nel mio volume Lumpen Italia (Ipoc 2015, poi LetteredaQalat 2022) vi era un’appendice con alcune proposte per rallentare l’ascesa del sottoproletario cognitivo. In questo pezzo invece, dopo numerosi articoli su Avanti! e Aldous in cui si indica e si stigmatizza il collasso culturale, intellettuale, concettuale, formativo, accademico e scolastico, si proverà qui a proporre qualche semplice decisione politica che potrebbe, se non invertire la rotta, perlomeno rallentare il declino o creare qualche isola meno infelice. Insomma qualche idea concreta che possa allentare questo trionfo dell’ignoranza, questo anti-intellettualismo di massa trionfante. Ne proporremo cinque.
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I limiti di Trump
di Carla Filosa
Nell’intervista che Trump ha rilasciato alcuni giorni fa al New York Time ha affermato che il suo potere di comandante in capo ha un unico “limite” determinato “nella sua morale personale” oppure “nella sua mente”, come “l’unica cosa che può fermarlo”. Non quindi nelle costrizioni esterne, quali – in primis - il diritto internazionale, di cui non sente alcun bisogno. Il rispetto per quest’ultimo poi, sarebbe relativo a come lo si definisce – telepatia con il “fino a un certo punto” di Tajani! - e non ha quindi valore universale, almeno non nei confronti degli Usa. “Non cerco di fare del male alle persone” – a suo dire inoltre - dovrà bastare al mondo intero per essere rassicurati, o capire invece che il concetto di morale del Presidente degli Stati Uniti non si rifà né all’universalismo kantiano, né alla duplicità di morale ed etica della filosofia hegeliana di cui forse non avrà mai avuto notizia, solo per riferirsi alle due concezioni sulla morale più rilevanti in quest’Occidente in frantumi. L’unica certezza che se ne rileva è che l’arbitrio e l’autoreferenzialità del potere dominano chiaramente alla Casa Bianca, quale difesa dall’attuale crisi egemonica, intollerante di una democrazia esaurita perché troppo a lungo “esportata” e ormai poco redditizia.
Al di là dell’ironia, Trump completa lo spostamento ideologico, già avviato sul terreno internazionale della lotta di classe, in concorrenza e lotta tra Stati e nazioni per ottenere, possibilmente ognuno al suo interno, il sostegno popolare ai disegni politici predatori del “guardiano del mondo”. Ecco dunque che la “morale” o la “mente” vorrebbero nascondere la necessità di una decisa autocrazia, nella fascinazione di nuovi “valori” da inserire nei panieri svuotati dei propri cittadini, da galvanizzare con imprese roboanti da vero uomo-forte, che però salvaguarda solo interessi oligarchici americani in antitesi con l’internazionalismo del sistema di capitale. Questa “morale da leader” del centro del mondo è dunque: licenza di attaccare apertamente qualunque Paese, secondo diktat intimidatori supportati dal predominio della forza, secondo schemi politici che la storia più arcaica aveva già stilato nella alternativa tra “legge” e “diritto del più forte” vigente in natura. Tali modelli in origine filosofici sono stati regressivamente attuati poi dalla storia politica ogni volta che sia servito.
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Ancora su guerra e pace a scuola
di Fernanda Mazzoli
La normalizzazione della scuola, ovvero il suo allineamento all’agenda neoliberista, è cosa ormai avvenuta, sia sul piano normativo, sia nei fatti e nello spirito di chi vi lavora, al netto di qualche malumore e qualche distinguo.
Tuttavia, rischia di restare sempre un passo indietro rispetto al contesto politico e sociale in cui è inserita, rallentata dal peso dei saperi disciplinari (per quanto alleggeriti e banalizzati in pillole di sapere) e dalla lentezza dei processi di apprendimento, per rimediare alla quale si iniettano dosi crescenti di digitale. Complessivamente diligente agli ordini che vengono dall’alto, resta comunque inadeguata e proprio per questo tenuta a regolarsi giornalmente sull’implacabile orologio che scandisce tempi e ritmi della vita collettiva, seguendo naturalmente il progredire delle lancette nella direzione impressa dagli orologiai.
E le lancette, adesso, vanno in direzione della preparazione psicologica a un’eventualità bellica e docenti e studenti, per anni ammaestrati a considerare la globalizzazione come un pacifico ipermercato su scala mondiale in cui comperare e consumare in perfetta letizia di mente e di corpo merci di ogni natura, anche culturale ed emotiva, si trovano impreparati.
C’è quindi un gap da colmare, tanto più che ce lo chiede l’Europa, dove prendono le cose più seriamente: solo per citare alcuni esempi, in Polonia si introducono nei programmi scolastici esercitazioni militari e corsi di pronto soccorso, in Lituania si prevede di istruire i ragazzini a costruire e pilotare droni.
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Russia: i missili su Teheran insegnano a comportarsi nelle trattative con gli USA
di Fabrizio Poggi
Alla luce dell'aggressione yankee-sionista all'Iran e in particolare delle modalità e dei tempi dell'attacco, vari osservatori in Russia si interrogano sia sul ruolo di “mediatore” apparentemente svolto dagli USA per addivenire a un accordo sul cessate il fuoco tra Ucraina e Russia, sia sulle più recenti notizie su una probabile fornitura di componenti nucleari a Kiev da parte di Francia e Gran Bretagna.
Su questo sfondo, non sorprendono certo le acclamazioni del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij per quanto compiuto da USA e Israele; ha detto anzi che «il regime iraniano ha deciso di diventare complice di Putin e gli ha fornito droni tipo “Shahed”; e non solo i droni stessi, ma anche la tecnologia per produrli, e ha fornito alla Russia altre armi». Zelenskij si è quindi accodato alla vomitevole omelia europeista, blaterando che «è giusto dare al popolo iraniano la possibilità di liberarsi del regime terroristico». Che, proclamato dal pulpito della “democrazia” nazigolpista, suona peggio di una beffa per le martoriate masse ucraine.
Ora, guardando ai missili che si abbattono su Teheran e ricordando che, secondo l'intelligence estera russa (SVR), Francia e Gran Bretagna pianificano di trasferire componenti nucleari a Kiev, il pensiero va direttamente al colpo che potrebbe essere pianificato contro la Russia. Naturalmente, scrive Dmitrij Popov su Moskovskij Komsomolets, il trasferimento verrà mascherato da uno “sviluppo tecnico ucraino”, come è stato, ad esempio, con i missili “Flamingo”.
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Bulldozer Trump e il Professor Zelensky impartiscono lezioni all’Europa
di Gianandrea Gaiani
Povera Europa! Minacciata e poi canzonata da “Bulldozer Donald Trump” e infine redarguita col ditino alzato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky che, dismessi ormai definitivamente gli abiti del comico, sfoggia quelli del severo professore.
Del resto Trump e Zelensky, pur tra le tante diatribe che hanno caratterizzato il loro rapporto, sembrano convergere su un unico punto fondamentale: prendere di mira l’Europa, demolirne la residua rilevanza e comprometterne quel che resta della sua credibilità. Osservando le iniziative di Trump non vi sono dubbi circa l’intenzione di colpire gli “alleati” (per chi vuole ancora crederci) europei.
Il presidente statunitense prima scatena quasi una guerra rivendicando il diritto di occupare la Groenlandia con le buone o con le cattive. I danesi mandano sull’isola alcuni dei pochi militari di cui dispongono, gli europei per solidarietà a Copenhagen ne inviano poche decine ma i tedeschi ritirano subito i loro 15 militari, appena Trump minaccia di dazi le nazioni che inviano truppe ad addestrarsi in Groenlandia.
Ridicolizzata la Germania e l’intera Europa, Trump sembrerebbe ora accontentarsi di un accordo che ceda diritti minerari e alcune basi militari installate forse su territori a sovranità americana (come le basi britanniche a Cipro). Concessioni che avrebbe potuto ottenere senza alcuna minaccia né braccio di ferro con gli “alleati” europei. Del resto gli accordi del 1951 prevedevano già che gli Stati Uniti potessero disporre liberamente di basi militari in Groenlandia.
Risolta, per ora solo a parole la grana artica, “Bulldozer Trump“ ha atteso solo poche ore per prendere di nuovo di mira gli “alleati” europei.
Nel discorso, lungo e confuso, tenuto a Davos, Trump ha lamentato che la NATO “ha trattato ingiustamente per anni gli Stati Uniti”, che hanno pagato “praticamente il 100% della difesa” degli altri alleati e senza chiedere mai nulla in cambio, confermando ancora una volta di considerare la NATO un organismo a cui gli USA sono estranei.
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L’Ucraina, senza più “amici” credibili, deve scegliere
di Dante Barontini
Ma quale “piano” c’è per arrivare a una pace in Ucraina? Col passare delle ore e dei giorni si affastellano notizie probabili e completamente false, ipotesi e testi del tutto differenti. E non si tratta di semplici dettagli: possibilità di entrare nella Nato oppure no, limiti alla dimensione dell’esercito e al tipo di armi oppure niente limitazioni, riconoscimento di aver definitivamente perso territori oppure status da lasciare in sospeso (garantendo così la ripresa della guerra al primo “fraintendimento”).
Abbiamo già chiarito ieri che quella in corso tra Ginevra (domenica) e Abu Dhabi (oggi) è solo una pre-trattativa interna all’ex “Occidente collettivo”, con gli Stati Uniti che hanno presentato prima a Zelenskij e poi anche ai “volenterosi” (Francia, Gran Bretagna e Germania, bypassando completamente l’Unione Europea) una bozza in 28 punti.
Su quella è partita un fuoco di sbarramento “europeo” (niente affatto compatto, bisogna dire) riassumibile nella parola d’ordine “non può essere una capitolazione”.
Si è saputo poi che il testo era stato dato solo a Zelenskij per discuterne preventivamente in via riservata. E quindi la responsabilità della “fuga di notizie” era attribuita dagli inviati Usa – Witkoff e Kushner, come per Gaza – proprio a lui, nel classico gioco poco “diplomatico” teso a far saltare la proposta chiamando a raccolta tutti gli “oppositori europei”.
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Turn up the… History. Riorientare il desiderio e l’azione
di Silvano Poli
G. W. F. Hegel affermava che la lettura del giornale è la pregheria dell’uomo moderno. Inevitabile come il segno della croce per ogni buon cristiano, molti di noi l’altro ieri hanno aperto gli occhi e scrollato le notizie sul loro calamitico smartphone. A colonizzare il “feed” (quella che una volta era la home) c’era la vittoria di R. Mamdani a nuovo sindaco della Grande Mela. L’entusiasmo, o l’astio sono palpabili, gli appellativi arcinoti e ripetuti fino allo sfinimento: Mamdani è di colore, musulmano e pure socialista.
Il trionfo newyorkese è solo la ciliegina sulla torta di una serata che per i Dem è puro ossigeno. Nella stessa notte, infatti, il partito blu si è portato a casa i Governatori di New Jersey e di Virginia, affiancando anche la maggioranza nel Parlamento federato dello stato “Madre dei Presidenti”. Decisivi sono state anche la vittoria della “Proposition 50” per la ridefinizione dei collegi dei rappresentanti alla Camera – classica storia di Gerrymandering e opposizione al Texas rosso – fortemente voluta dal partito Dem Nazionale e osteggiata ferocemente da Trump; così come la riconferma di tre giudici nella corte federale della Pennsylvania. In breve, dopo mesi di stato comatoso, questo è forse il primo colpo di reni da parte di un partito che sembrava aver assorbito tutta l’inettitudine di Biden e l’ignavia di Harris – che con Mamdani è riuscita a non prendere ancora una volta una posizione strategicamente intelligente. È, di certo, una vittoria degli outsider, di quelle frange ostracizzate dal partito principale: dimostrazione di come il core del partito sia ancora dominato da un’avversione antipopolare che non ha nulla da invidiare ai neocons, ai tecno oligarchi e ai Trump Boyz. E, tuttavia, è indubbio che dopo mesi, se non anni di notizie pessime, una buona notizia non possa non avere l’effetto di galvanizzare l’ambiente e tutti i movimenti.
È certo che Mamdani rappresenti uno dei migliori risultati auspicabili negli USA e che l’egemonia del gigante d’oltreoceano ci porti a fare nostre le sue vicissitudini, a renderci tristi per le sconfitte dei (presunti) “compagni” a stelle e strisce ed entusiasti per le loro vittorie.
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La censura invisibile
Meta, algoritmi segreti e il monopolio privato della verità
di Mario Sommella
Non ti vietano di parlare: ti rendono invisibile. Il caso Barbero è solo l’ennesimo segnale di una democrazia digitale in ostaggio, dove poche multinazionali decidono cosa può diventare coscienza collettiva e cosa deve sparire dal dibattito pubblico
.C’è una frase che mi torna in mente ogni volta che vedo queste scene: non stanno censurando un contenuto, stanno censurando la sua traiettoria. Non è il “cosa” che dà fastidio, è il “quanto” e il “come” quel contenuto riesce a circolare.
E il caso Barbero – qualunque sia la lettura politica che ognuno di noi può dare al merito del referendum – è la fotografia perfetta di un problema enorme: la libertà di parola nell’epoca dei social è diventata una libertà condizionata, concessa in affitto da piattaforme private che decidono, in modo opaco, chi merita visibilità e chi deve sparire dal campo visivo collettivo.
Qui non siamo davanti a una disputa tra “vero” e “falso”. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e più pericoloso: la trasformazione del dibattito pubblico in un rubinetto. Un rubinetto che non controlliamo noi. E nemmeno lo Stato. Lo controllano pochi colossi multinazionali, proprietari dell’infrastruttura della conversazione.
La censura del XXI secolo non ti zittisce: ti raffredda
La censura classica aveva un volto brutale: il divieto, il sequestro, la repressione. Quella contemporanea è più elegante e più subdola: non ti impedisce di parlare, ti impedisce di essere ascoltato.
Ti lascia pubblicare, ti lascia condividere, ti lascia perfino illudere di essere libero. Poi però entra in scena l’algoritmo, che lavora come un portiere di discoteca.
Non ti dice “sei proibito”. Ti dice: “puoi entrare, ma resti in corridoio”.
E nel corridoio non ti vede nessuno.
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Fra Comunità e Consigli
Note su Il capitale nell’Antropocene
di Ruggero D'Alessandro
Una riflessione di Ruggero d'Alessandro sul volume di Saito Kohei (Einaudi, 2024)
Il 2024 è un anno in cui l’editoria mondiale si arricchisce di saggi che attualizzano il pensiero di Karl Marx. Come del resto accade sin dalla bolla finanziaria che scuote l’economia mondiale dal 2007 alla prima metà degli anni ‘10.
Non è un caso che si proceda alla rilettura dell’autore di Das Kapital: è un modo per ricordare che quella crisi non è mai stata radicalmente risolta. Diverse voci, fra l’altro, chiariscono che il tardo capitalismo del XXI secolo si caratterizza per questi aspetti:
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La crisi è ormai concetto e realtà strutturale;
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• meglio sarebbe, in realtà, parlare di «policrisi»: la complessità dell’era global causa l’intreccio inestricabile fra economia finanziaria, produzione industriale, economia virtuale (Silicon Valley), istituzioni politiche, malfunzionamento di democrazia, società, cultura, formazione;
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il Politico è istituzionalmente dipendente dall’Economico, non esprimendo più gli input della cittadinanza;
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elezioni, partiti, sindacati, politica attiva sono destinati a finire nella soffitta della Storia;
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a comandare nei parlamenti, come all’EU, all’ONU sono le lobby, cinghie di trasmissione fra Capitale e partiti;
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se un milione di cittadini «normali» firma una proposta di quesito referendario poniamo, per fissare limiti severi alle emissioni di gas industriali, qualche lobbista ben introdotto nei corridoi della politica viene profumatamente pagato da finanzieri e industriali per bloccare tutto.
Sempre lo scorso anno esce un libro tradotto in molte lingue e venduto in molti Paesi. Lo firma uno studioso trentottenne, Saito Kohei, già molto considerato per studi e corsi alla Tokyo University in qualità di professore associato.
La tesi di PhD scritta in tedesco (Natur gegen Kapital, Natura contro Capitale) viene discussa nel ‘15 alla berlinese Humboldt Universität. Il lavoro è incentrato sul tema che più appassiona Kohei: il pensiero del tardo Marx sull’ambiente. Da notare l’eterogeneità formativa del giovane studioso: atenei nipponici, statunitensi e germanici (Tokyo e Wesleyan per gli studi di 1°ciclo, Freie per il 2°, Humboldt per il 3°).
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Italia. Portuali, Palestina e la nuova unità contro l'imperialismo
di Geraldina Colotti*
Greta Thunberg, Francesca Albanese, Roger Waters. Tre volti noti a livello internazionale, rispettivamente un'attivista climatica, una relatrice Onu, e un famoso cantante rock, co-fondatore dei Pink Floyd. Tre figure appartenenti a generazioni diverse, in qualche modo simbolo del loro tempo: Waters ricorda gli anni '70, anni di rottura e messa in questione sistemica del modello capitalista, in cui era costume riprendere nelle piazze l'invito di Che Guevara a innescare “10, 100, 1.000 Vietnam”.
Albanese rappresenta la coerenza costituzionale contro gli effetti della crescente balcanizzazione del mondo e dei cervelli, che mostrano la contraddizione flagrante fra la legittimità del diritto e la legalità borghese, calpestata con arroganza in spregio delle leggi internazionali. Greta mostra la solitudine delle giovani generazioni orfane della memoria storica, però “costrette” a crescere e a fare esperienza di fronte alla violenza del modello capitalista, e a passare dalle lotte settoriali a quelle generali.
Tre figure che hanno marciato a fianco (in modo concreto o simbolico) della lotta dei portuali di Genova, il 28 novembre 2025, e nella successiva giornata di sciopero generale, organizzata con successo dai sindacati di base (100.000 persone).
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Teoria del partito
di Phil A. Neel
Abbiamo tradotto questo importante articolo di Phil A. Neel apparso su Ill Will che tratta della teoria del partito.
Ci sembra che questo testo risuoni con alcuni dei problemi teorico-pratici che, su una scala certamente differente, si sono imposti nella riflessione militante dopo le incredibili settimane di piena del movimento “Blocchiamo Tutto”. Ora che la marea si è abbassata due sentimenti si sono fatti spazio tra le realtà politiche: da un lato il ritorno ad una certa disillusione dettata dall’andamento del movimento in relazione alla fase oggettiva imposta dalla “tregua” nella Striscia di Gaza, dall’altro una tensione a capitalizzare “politicamente” questo movimento. Avevamo avvertito che la traduzione e l’esondazione di questo fenomeno sociale su altri terreni non sarebbe stata né scontata, né facile, e che avrebbe richiesto una certa presa di responsabilità collettiva da parte delle realtà politiche. In questi giorni si sono moltiplicati generici appelli a organizzarsi, appelli che condividiamo, ma ciò che non è chiaro è per quale scopo e con quale prospettiva. Per quanto ci riguarda abbiamo avanzato l’ipotesi che questo movimento sia un epifenomeno italiano dell’assemblaggio generale di un “nuovo” iper-proletariato dopo il lungo inverno neoliberale e che procedere con gli schemi organizzativi tipici della fase precedente è un lavoro inutile e dannoso. Utilizzando le parole di Phil A. Neel ci pare che ancora una volta ci si concentri sul tentativo di prendere “il comando” dei processi in corso, piuttosto che sullo sviluppo della “soggettività collettiva”, rischiando di rimanere ancora una volta con un pugno di mosche in mano. Ma non c’è da deprimersi, come sottolinea l’autore questi sono passaggi necessari e per certi versi inevitabili.
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Verso la Mezzanotte del mondo. Cronache dell’escalation nucleare
di Alex Marsaglia
Ci siamo, le conseguenze del fallimentare viaggio di Trump in Asia si stanno manifestando nella maniera più grave, quella dell’escalation nucleare. In un mondo in guerra convenzionale, calda e combattuta su più fronti, l’annuncio della ripresa dei test atomici da parte degli Stati Uniti non poteva passare senza conseguenze. Trump da parte sua, non essendo riuscito a sfondare il muro asiatico con i mezzi convenzionali della guerra commerciale, non poteva che tentare un’altra strada. Così ha scelto la via più pericolosa, ma inevitabile, dati i livelli di sviluppo tecnologico raggiunti: il confronto sullo sviluppo tecnico-militare nucleare.
Le dichiarazioni che si sono susseguite nelle ultime ore tra i vertici russi e quelli americani ci svelano ciò che si cela dietro la svolta tecnologico-militare e nucleare del Burevestnik. Ieri infatti il Ministro della Difesa russo Belousov, nell’annunciare l’immediata ripresa dei preparativi per condurre test nucleari su larga scala, ha svelato che a Ottobre gli Stati Uniti hanno condotto un’esercitazione in cui è stato simulato un attacco missilistico nucleare preventivo contro la Russia. Inoltre, gli Stati Uniti stanno lavorando alla creazione di un nuovo missile intercontinentale con un raggio di 13.000 km con testata nucleare in modo da chiudere immediatamente il gap apertosi con la Russia (vedi qui: https://it.infodefense.press/2025/11/05/il-ministro-della-difesa-russo-andrej-belousov-ha-dichiarato-di-ritenere-opportuno-avviare-immediatamente-i-preparativi-per-test-nucleari-presso-il-poligono-delle-nuovaia-zemljya/).
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E’ ancora il 1948. Per tutta la regione, e per Israele e Palestina
di Paola Caridi
E così è cominciata. È cominciata la guerra del 2026. Mentre è in corso un genocidio a Gaza, e la comunità internazionale è nel mezzo di una trasformazione del suo “ordine globale” che sta sovvertendo il sistema di regole. È come se avessimo messo in archivio la seconda guerra mondiale, il modello da non ripetere e da cui affrancarci.
È troppo apocalittico? Non credo. La guerra del 2026 non è certo il primo confronto armato tra Israele e Iran in questo tempo di genocidio, ma la sua misura e la sua grandezza sono già diverse. Entrambi i paesi lo definiscono, in modo antagonistico, nello stesso modo: una “minaccia esistenziale”. È la ragione addotta da Netanyahu nella sua dichiarazione di guerra contro l’Iran (è ora di chiamare le cose con il loro nome). Ed è quello che il regime iraniano ripete da giorni: un attacco da parte di Israele, a cui sono subito aggregati gli Stati Uniti, è considerato dall’Iran una minaccia esistenziale che pone le basi militari statunitensi nella regione come primo bersaglio. E così è stato. Missili iraniani non sono stati lanciati solo verso Israele, e la Giordania stavolta afferma di aver fermato due missili balistici diretti sul suo territorio. Sotto un primo attacco sono le basi statunitensi in Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq. L’inizio di una guerra regionale, in cui le differenze anche profonde tra i paesi arabi nei confronti di Israele, Palestina, e genocidio a Gaza, si annullano nell’attacco israeliano-statunitense all’Iran. E’ persino oltre l’invasione e disarticolazione dell’Iraq cominciata nel 2003, la prima tappa della trasformazione dell’Asia sud-occidentale (il vecchio, coloniale Medio Oriente).
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L'Iran non è l'Iraq": perché un attacco a Teheran sarebbe un salto nel buio
di Chris Hedges*
La squadra di negoziatori di Stanlio e Ollio, formata da Steve Witkoff e Jared Kushner, unita alla spaventosa ignoranza di Trump in materia di affari mondiali e alla sua megalomania, sembra destinata a spingere gli Stati Uniti verso un altro disastro in Medio Oriente, un disastro che il Congresso non ha approvato e che l'opinione pubblica non vuole.
Le richieste imposte all'Iran dalla Casa Bianca di Trump non sono più accettabili per il regime di Teheran di quelle imposte ad Hamas a Gaza nell'ambito del finto piano di pace di Trump.
La richiesta di Trump che l'Iran interrompa il suo programma nucleare e rinunci alle sue capacità missilistiche in cambio di nessuna nuova sanzione è tanto sorda quanto l'appello ad Hamas al disarmo a Gaza. Ma poiché da tempo abbiamo rinunciato ai diplomatici, che sono alfabetizzati linguisticamente, politicamente e culturalmente, e che possono mettersi nei panni dei loro avversari, siamo condotti a un'altra guerra in Medio Oriente dalla nostra nuova cricca di buffoni. Gli Stati Uniti e Israele credono scioccamente di poter bombardare il governo iraniano e insediare un regime cliente. Che questo sistema di credenze irrealistico abbia fallito in Afghanistan, Iraq e Libia sfugge loro.
La promessa di non imporre nuove sanzioni non incentiverà l'Iran a mediare un accordo. L'Iran è già paralizzato da sanzioni onerose che hanno devastato la sua economia.
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Sulla Palestina la repressione infinita
Alba Vastano intervista Bassam Saleh, giornalista palestinese
“Da più di due anni il Consiglio di sicurezza è paralizzato dal veto americano. l’Italia del governo Meloni è subordinata alla politica di Trump, inoltre è il terzo paese a fornire armi e munizioni a uno Stato che commette genocidio. È un rapporto tra le destre basato su una posizione acritica verso Israele da parte del governo Meloni. Non solo, si afferma anche che Israele ha il diritto alla difesa, anche se occupa una terra che non gli appartiene e pratica un regime di apartheid e genocidio contro il popolo palestinese”(Bassam Saleh)
“La supremazia imperialista occidentale è sempre alla ricerca di maggior profitto e dominio geopolitico ed economico. Alla ricerca di fonti energetiche: petrolio, gas, terre rare e materie prime che servono all’alta tecnologia. Ed hanno utilizzato ogni pretesto per invadere o bombardare, motivando il loro operato per portare la democrazia! Già lo abbiamo visto in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Gaza e i suoi enormi giacimenti di gas. Per essere aggiornati su quanto ho citato sopra è sufficiente seguire gli ultimi fatti relativi all’aggressione Usa contro la Repubblica bolivariana di Venezuela’.
Lo dichiara Bassam Saleh, giornalista palestinese free lance, cofondatore di associazioni e comitati di solidarietà con il popolo palestinese. Alla luce dei fatti attualissimi, in riferimento al rapimento del Presidente venezuelano Maduro da parte delle forze imperialiste di Trump, è possibile affermare che sono saltati tutti i principi del diritto internazionale, così come sta accadendo da decenni nella martoriata Palestina, per mano del criminale israeliano, supportato dagli Usa, nonché dal governo italiano.
Bassam, nell’intervista che segue, denuncia l’indifferenza dei governi occidentali e la loro complicità nel genocidio in Palestina. Genocidio ancora in atto, nonostante il subdolo accordo di pace.
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La legge della pirateria
di Manlio Dinucci
Come se nulla fosse stato fatto, il Consiglio europeo sull’Ucraina, il 18 dicembre, ha ribaltato quanto gli europei avevano concesso ai negoziatori statunitensi a Berlino il 15 dicembre: ha ribadito che la NATO avrebbe schierato truppe di terra in Ucraina e che avrebbe tentato di contattare la Russia.
L’UE (a eccezione di Slovacchia e Ungheria) continua a contraddirsi, mentre allo stesso tempo afferma il suo piano di guerra contro la Russia e di riarmo della Germania. Allo stesso tempo, il comando militare statunitense sta conducendo una guerra contro i narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi e contro l’Iran nell’Oceano Indiano, assicurandosi che le sue operazioni minaccino direttamente Venezuela e Iran con un intervento militare.
* * * *
Ennesima rielaborazione del “piano di pace” per l’Ucraina, presentata dal Consiglio Europeo riunitosi a Bruxelles insieme a rappresentanti dell’Amministrazione Trump. Questa, in sintesi, la Dichiarazione finale: “I leader hanno apprezzato la forte convergenza tra Stati Uniti, Ucraina ed Europa. Sia i leader statunitensi che quelli europei si sono impegnati a collaborare per fornire:
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Caccia alle streghe in Germania e Italia. Chi parla di pace è un “agente nemico”
di Federico Rucco
Cominciano a diventare frequenti gli episodi, gravi quanto inquietanti, che stanno conformando il clima bellicista che sta investendo l’Europa. Gli ultimi due episodi riguardano la Germania e l’Italia, due paesi il cui passato negli anni Trenta e in contesti pre-bellici mette ancora i brividi.
La dicotomia “amico-nemico” caratteristica dei periodi di guerra, ormai dilaga nel dibattito pubblico, nella vita politica e nel lavorìo degli apparati di intelligence.
In una Germania attraversata da un furore bellicista che non si vedeva da quasi un secolo, chiunque osi contrastare la macchina del riarmo (il Bundestag si accinge ad approvare spese militari per un valore di 52 miliardi di euro) viene subito etichettato come traditore della patria o, peggio, come “agente di Putin”.
Ma se Berlino piange Roma non ride, in quanto qualcosa di simile sta accade anche in Italia verso chi critica la linea intransigente sul conflitto in Ucraina.
In Germania, Finch, un popolarissimo rapper, è finito sotto tale accusa per aver pubblicato un brano antimilitarista dal titolo “No Desire for War”. Il 13 dicembre scorso Finch ha pubblica le prime scene della sua nuova canzone “Kein Bock auf Krieg” sui social media. Apriti cielo!
Il video di Finch lascia scorrere le immagini di bambini in uniforme militare che cantano in coro, diretti da una figura che, per postura e acconciatura, ricorda piuttosto esplicitamente il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Il brano è un chiaro atto di contestazione contro l’indottrinamento militarista.
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Non c’è pace per la Ue
di Giuseppe Gagliano
Sembra una barzelletta, ma purtroppo è il riassunto dello stato dell’Unione Europea.
Ogni volta che americani e russi si mettono anche solo lontanamente a parlare di pace, da Bruxelles a Strasburgo fino all’ultimo editorialista embedded scatta lo stesso riflesso pavloviano: scandalo, tradimento, “umiliazione dell’Europa” e, ovviamente, “dell’Ucraina”.
Guai a trattare, guai a fermare la carneficina, guai a mettere in discussione il verbo atlantico: l’unica opzione ammessa è “la vittoria”, possibilmente totale, definitiva, cosmica.
Di chi e a quale prezzo non è dato sapere, ma non disturbiamo i manovratori con domande così volgari.
L’Unione Europea intanto, quella vera, non quella dei discorsi gonfiati di retorica, è ridotta a ciò che i suoi stessi leader fingono di non vedere: un cadavere politico che pretende di fare la morale a chiunque, ma che nessuno prende più sul serio.
Ventisette più uno, con l’Ucraina a mezzo servizio, che brontolano contro Washington e Mosca accusandole di “umiliarli”.
Per essere umiliati bisognerebbe prima esistere, politicamente; qui invece siamo al punto che se togli i comunicati stampa e le conferenze sulla “resilienza”, resta solo il vuoto.
Gli stessi campioni dei “valori europei” che per due anni hanno ripetuto come un disco rotto la formula magica della “sconfitta della Russia”.
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Ci sono gli Emirati dietro gli eccidi e la pulizia etnica in Sudan
di Marco Santopadre
Mentre proseguono i combattimenti tra l’esercito e le cosiddette “Forze di Supporto rapido” (RSF) e altre milizie in diverse zone del paese, le notizie che provengono dal Sudan sono sempre più terribili.
Un’organizzazione medica locale ha accusato le milizie di aver portato avanti un “tentativo disperato” di nascondere le prove delle uccisioni di massa nel Darfur bruciando i corpi delle vittime o seppellendoli in fosse comuni.
La “Sudan Doctors Network” ha dichiarato che i paramilitari stanno raccogliendo “centinaia di corpi” dalle strade di el-Fasher, la città della regione occidentale del Darfur conquistata dalle RSF il 26 ottobre. «Ciò che è accaduto a el-Fasher non è un episodio isolato, ma un altro capitolo di un vero e proprio genocidio perpetrato dalle Forze di Supporto Rapido» scrive l’associazione.
Si ritiene che molti residenti siano ancora intrappolati in alcune zone della città. Altre persone in fuga da el-Fasher verso il nord sarebbero morte, secondo Al Jazeera, «perché non avevano cibo né acqua, o perché avevano riportato ferite a causa degli spari».
Molti civili fuggiti da el-Fasher hanno raccontato agli operatori di “Medici senza frontiere” di essere stati «presi di mira a causa del colore della loro pelle» dai miliziani appartenenti per lo più alle componenti arabe o arabizzate della società sudanese.
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In morte di Paolo Virno
di Ennio Abate
Apprendo la notizia della morte di Paolo Virno. Ricordo che lo ascoltai una prima volta – ma non ricordo la data – a Cologno Monzese per una conferenza, quando la Biblioteca Civica era diretta sapientemente da Luca Ferrieri. Ricordo pure le sue battaglie con Franco Fortini ai tempi in cui facevano insieme ”La talpa”, inserto del “manifesto” e poi alla Casa della cultura di Milano su ”Sentimenti dell’aldiqua. Opportunismo, paura, cinismo nell’età del disincanto” (Theoria, 1990), un libro-manifesto delle generazioni, che Fortini chiamava dei “Fratelli amorevoli”, in fondo già adattatesi al clima a-comunista o inconsapevolmente anticomunista e Virno, invece, considerava in dinamiche e comunque positive metamorfosi.
Non ho avuto rapporti diretti con lui, ma la lettura dei suoi interventi e soprattutto del suo “Grammatica della moltitudine” (2002) influenzò la riflessione che in quegli anni – districandomi tra varie influenze (Franco Fortini, Giampiero Neri, Giancarlo Majorino) – andavo facendo per mettere a fuoco il fenomeno che chiamai/chiamammo della “nebulosa poetante” e poi “moltitudine poetante” e poi dei “moltinpoesia”. (Fu, grazie al sostegno di Giancarlo Majorino, che fondai e coordinai presso la Palazzina Liberty di Milano dal 2006 al 2012 il “Laboratorio Moltinpoesia”).
Voglio, perciò, ricordare e omaggiare l’intelligenza filosofica e politica di Paolo Virno con questi due brani, che testimoniano la mia attenzione verso il suo pensiero: – uno stralcio da un mio saggio uscito su il n. 1 de “Il Monte Analogo”, di cui fui per breve tempo direttore; – un appunto del mio diario.
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Il buco-armi con la manovra intorno, la IV di Meloni
di Roberto Romano
Senza il Pnrr saremmo già in territorio-recessione. Ma la manovra tratteggiata da Giorgetti avrà impatto nullo, improntata al Patto di Stabilità senza un euro per politiche di sostegno alla crescita. L’obiettivo, rientrare dalla procedura di infrazione, pare funzionale a lasciare spazio finanziario a un piano di riarmo.
Il trittico dei documenti che delineano l’impianto economico del governo si è completato con l’approvazione della Legge di bilancio da parte del Consiglio dei ministri il 17 ottobre. Ne risulta un quadro programmatico improntato a una manovra a saldo pressoché nullo, rigidamente conforme ai vincoli del nuovo Patto di Stabilità e Crescita sottoscritto dai Paesi europei nel 2024.
Sussistevano margini, seppur limitati, per un utilizzo più flessibile dei saldi di finanza pubblica, agendo sull’avanzo primario o sull’indebitamento netto, al fine di liberare risorse aggiuntive da destinare a politiche di sostegno alla crescita. Tuttavia, l’esecutivo ha optato per un’applicazione pedissequa del quadro europeo, presumibilmente per evitare effetti negativi sulla quota del bilancio pubblico assorbita dagli interessi sul debito.
Ne deriva un bilancio di previsione per il triennio 2026-2028 sostanzialmente neutro, con risorse aggiuntive limitate a 900 milioni di euro per il 2026, in crescita a 6 e 7 miliardi rispettivamente nel 2027 e nel 2028. Tali incrementi sembrano correlati alla necessità di coprire il progressivo aumento della spesa militare, temporaneamente rinviata a giugno, quando il Paese dovrebbe uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo, attivata a seguito del superamento della soglia del 3% di indebitamento netto già previsto per il 2025.
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Smontiamo la montatura
di Sergio Cararo
Una montatura politico/giudiziaria che deve essere smantellata. Questo è il caso dell’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi attivi in Italia.
In essa sono fin troppo evidenti sia le contraddizioni giuridiche che le ingerenze e gli obiettivi politici.
Non può essere liquidato come un dettaglio il fatto che 88 delle 306 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti siano state di fatto scritte dagli apparati di intelligence dello stato israeliano. Si tratta di una ingerenza evidente quanto inaccettabile, che ipoteca tutto il resto.
In secondo luogo, l’aver criminalizzato la raccolta in Italia di fondi destinati a istituzioni palestinesi di Gaza e in Cisgiordania avviene contemporaneamente alla decisione del governo israeliano di espellere o vietare l’ingresso a trentasette ong e organizzazioni umanitarie da Gaza.
Non solo si continua così ad affamare e ad aggravare le condizioni di vita dei palestinesi, ma si vuole anche impedire che questa articolazione del genocidio avvenga senza più testimoni sul campo.
Bloccare i finanziamenti dall’estero e spazzare via ogni presenza internazionale è il combinato disposto genocida che Israele intende applicare cinicamente e sistematicamente.
Dopo aver cercato di cancellare i palestinesi sul piano politico (il politicidio) e militare (bombardamenti e uccisioni di massa), adesso si vuole eliminare anche la stessa dimensione umanitaria della questione palestinese, facendola apparire come disdicevole, sospetta, inutile.
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The War Must Go On
di Alfonso Gianni
Rallenta su un fronte, quello palestinese, s’inasprisce sull’altro, quello russo-ucraino, proprio mentre, e forse proprio per questo, cominciano a circolare proposte di pace, che a quanto ci è dato per ora di sapere non sono poi tanto diverse da quelle avanzate poco dopo l’inizio della guerra, casomai peggiorative per l’Ucraina; senza oscurare i cinquanta e più focolai di guerra tutt’ora accesi, di cui il più grave è forse quello “dimenticato” in Sudan, o quelli che possono aprirsi da un momento all’altro (vedi gli Usa contro il Venezuela): il sistema di guerra, che ormai sovraordina le relazioni internazionali, non si ferma. Al contrario si autoalimenta. Attraverso inganni e autoinganni, falsità e costruzioni immaginarie di nemici alle porte. Nulla ci viene risparmiato, perché la guerra non è più la prosecuzione della politica con altri mezzi, è la sostituzione della politica. Conseguentemente della diplomazia, ridotta ad ancella muta di un simile cambiamento.
Per averne un’ennesima prova, basta gettare l’occhio sulla risoluzione approvata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu sul conflitto in Palestina, che non ha fatto altro che ribadire i venti punti del cosiddetto piano di pace presentato da Trump alcune settimane fa. Un piano che fin dal suo primo annuncio si presentava come un ricatto rivolto ad Hamas e ai palestinesi: o accettate questo o sarete distrutti. Il principio di realtà è totalmente ignorato, anzi capovolto. Anche i più realisti, che non osavano chiamare i venti punti trumpiani un piano di pace, ma al massimo un progetto di tregua o anche soltanto un momentaneo “cessate il fuoco”, sono stati smentiti. Per quanto persino quest’ultimo fosse meglio del genocidio continuo, e come tale da più parti era stato accolto, tutto si può dire tranne che abbia retto alla prova dei fatti. A meno che non si voglia, come i vari inviati ed esponenti dell’Amministrazione Trump hanno fatto, fingere che una tregua possa tranquillamente “tenere” ed essere definita tale a fronte del perdurare delle uccisioni giornaliere di palestinesi, delle distruzioni operate dall’esercito israeliano in terra di Palestina, del consolidamento del possesso del 53% del territorio, demarcato dalla famigerata linea gialla, delle violenze, rivolte persino contro i molli tentativi dell’esercito israeliano di contenerne la furia aggressiva, perpetrate dai coloni in Cisgiordania, la cui condizione è ulteriormente peggiorata con l’invasione di Gaza da parte dell’Idf.
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Perché gli Stati Uniti non possono più imporre i propri “valori” all'Arabia Saudita
di Redazione
Washington deve sempre più spesso negoziare non da una posizione di dominio assoluto, ma di vantaggio relativo
La visita del Principe Ereditario e Primo Ministro saudita Mohammed bin Salman a Washington, nel novembre 2025, ha segnato non solo il suo ritorno alla Casa Bianca dopo sette anni, ma un riallineamento strategico di portata storica. L’incontro con il Presidente Donald Trump, caratterizzato da una formale cena di Stato e colloqui approfonditi, ha prodotto una serie di accordi che spaziano dalla difesa all’intelligenza artificiale. Lo scrive Murad Sadygzade, Presidente del Middle East Studies Center di Mosca nel suo ultimo articolo.
Nel dettaglio, gli Stati Uniti hanno designato l’Arabia Saudita come “Major Non-NATO Ally”, hanno siglato un patto di difesa che apre la strada alla vendita di caccia F-35 e carri armati e hanno annunciato una cooperazione sul nucleare civile, i minerali critici e le tecnologie avanzate. In cambio, Riyadh ha promesso investimenti negli USA che potrebbero raggiungere la soglia simbolica del trilione di dollari.
L’agenda, ha proseguito l'esperto, si è estesa ben oltre la cerimonia, con incontri a Capitol Hill e un forum dedicato agli investimenti in AI ed energia. L’evento è stato orchestrato come l’apertura di un “nuovo capitolo” nell’alleanza strategica, sancendo la riabilitazione politica di Mohammed bin Salman e consolidando il ruolo saudita come partner centrale per Washington.
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Preparazione alla guerra, formazione alla pace
di Fernanda Mazzoli
Un recente intervento del MIM (Ministero dell’Istruzione e del Merito) ha avuto il doppio merito di chiarire la funzione dei corsi di formazione a scuola e di togliere ogni residuo dubbio sul clima di mobilitazione bellicista cui dovremmo tutti adeguarci in un futuro così prossimo da essere già il nostro presente.
Il Ministero ha soppresso un corso di formazione, cui avevano aderito più di un migliaio di docenti, organizzato per il 4 novembre dal Cestes (Centro Studi Trasformazioni Economico- Sociali), annullando l’accreditamento sulla piattaforma Sofia con la motivazione che l’iniziativa ” non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, così come definite nel CCNL scuola e nell’Allegato 1 della Direttiva 170/2016. “1
Il ricorso al “pedagoghese”, gergo già di per sé vuoto, conferisce alla motivazione un carattere vagamente surreale e sconcerta prima ancora di indignare: non si comprende, infatti, come una iniziativa volta a sottolineare, presumibilmente rifacendosi all’articolo 11 della Costituzione, il valore della pace in un contesto internazionale contrassegnato da un crescente ricorso alle armi per risolvere situazioni conflittuali possa configurarsi come estraneo all’ambito formativo proprio della funzione docente.
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CUBA. Con Lenin all’Avana, le sfide globali della sinistra
di Geraldina Colotti
Con la sua presenza discreta, ma attenta, il presidente di Cuba, Miguel Díaz Canel, ha accompagnato le giornate del Terzo incontro internazionale di pubblicazioni teoriche di partiti e movimenti di sinistra (el Tercer Encuentro Internacional de Publicaciones Teóricas de Partidos y Movimientos de Izquierda). Un appuntamento periodico che ha riunito quest’anno oltre 100 delegati di 36 nazioni, e che ha avuto al centro una straordinaria manifestazione di sostegno al socialismo bolivariano e al suo presidente legittimo, Nicolas Maduro.
L’incontro si è svolto nell’Università del Partito comunista di Cuba, intestata a Ñico López, figura storica del Movimento 26 di luglio, che ha lottato contro il regime del dittatore Fulgencio Batista, sotto la guida di Fidel Castro. Una università dedicata alla formazione di quadri politici e dirigenti del partito, e che mira a promuovere e a rafforzare la teoria e la pratica del socialismo a Cuba, preparandone i futuri dirigenti.
Con che spirito e metodo si dà la loro preparazione lo si poteva notare vedendoli trasportare casse di vettovaglie o documenti. Per questo, l’omaggio finale a Lenin e alle speranze mai concluse della rivoluzione bolscevica sulle note dell’Internazionale hanno riempito la sala di un’emozione profonda che, in Europa, le masse sono abituate a provare solo durante il tifo da stadio: o a riscoprire durante le grandi manifestazioni che ricominciano denunciare i propri governi a seguito del genocidio in Palestina.
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L’incerta strada per “la pace” in Ucraina
di Dante Barontini
Seguire l’andamento delle trattative tra Stati Uniti e Russia per porre fine alla guerra in Ucraina è difficile per tutti. Ma non è impossibile capire il senso in cui vanno. L’importante è fare una “tara” drastica sui media occidentali – divisi da tra reazionari trumpiani speranzosi e “dem” guerrafondai – e badare al sodo anziché alla propaganda.
Una prova della difficoltà? Eccola. La ex prestigiosa Cnn, di stretta osservanza “bideniana”, sa quanto noi cosa si siano detti gli inviati di Trump (Witkoff e Kushner) nelle cinque ore di colloquio con Putin e Ushakov. Che è poi quanto riferito dai rispettivi portavoce: “la delegazione statunitense ha illustrato le proposte di correzione al piano avanzate dall’Ucraina in Florida e la Russia ha spiegato cosa gli sembrava accettabile e cosa no”.
La sintesi sta in una bozza di piano in 27 punti, ora, e quattro documenti di accompagnamento dal contenuto sconosciuto. La delegazione è poi ripartita da Mosca direttamente per Washington, senza fermarsi a Bruxelles dove Zelenskij stava attendendo insieme agli europei. Dettaglio che chiarisce quanto sia “potente” il peso politico della UE e della stessa Kiev in questa trattativa.
Un po’ poco per imbastire un pezzo interessante… E dunque cosa fa l’ex prestigiosa Cnn? Si sbizzarrisce in dettagli psicologici su Putin – come se disponesse di referti medici o di “confessioni inconfessabili” – che vanno da “Putin non vuole la pace”, ma “ama essere supplicato”, fino al definitivo “È utile fare un passo indietro e guardare il mondo e l’invasione russa attraverso i suoi occhi”. Segue analogo trattamento psicoanalitico per spiegare la “condiscendenza” di Trump verso il “dittatore russo”.
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Francesca Albanese: Quando il mondo dorme
di Edoardo Todaro
Francesca Albanese, Quando il mondo dorme, Rizzoli, Milano 2025, pp. 288, euro 18
Di rapporto in rapporto, mettere in evidenza la politica sistematica, deliberata di genocidio portata avanti dall’entità sionista che occupa da decenni la Palestina, è quanto sta facendo Francesca Albanese.
Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i territori palestinesi occupati, è stata messa al bando, sottoposta a sanzioni imposte dagli USA. Sanzioni dovute a quanto da lei denunciato, come nelle ultime 24 pagine di Quando il mondo dorme, dove si evidenziano i legami militari, commerciali e diplomatici, perché – riprendendo l’ultimo suo rapporto- “Il genocidio …. è un crimine a livello internazionale”.
Sono passati 5 mesi dal momento in cui Rizzoli ha edito Quando il mondo dorme, e quanto l’autrice ci descrive è tutto lì: un genocidio in piena regola. Quanto abbiamo sotto mano travalica, volutamente e consapevolmente, la denuncia su quanto l’occupazione sta portando avanti. In queste pagine ci imbattiamo in qualcosa che non può, e non deve, essere rimosso: storia, presente e futuro di una Palestina in pericolo; un’occupazione che non può essere, stando a quel diritto internazionale al quale in tanti si appigliano, che illegale. Assistiamo, succubi, a un’ opera di distruzione totale, metodica e pianificata. I luoghi comuni: “Israele vuole colpire Hamas e non i palestinesi” verso i quali la propaganda di parte tende a orientare l’opinione pubblica, vengono metodicamente confutati.
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La geopolitica del tifoso e il pragmatismo chavista
di Geraldina Colotti
Caracas. Esiste una strana creatura che popola i bar digitali della sinistra occidentale: il tifoso geopolitico. Il tifoso è un individuo affascinante: conosce il regolamento, urla contro l'arbitro e spiega con sprezzante sicurezza che quel rigore lui non l'avrebbe mai sbagliato. Il piccolo dettaglio? Il tifoso non è mai sceso in campo. Non ha mai sentito il sapore del fango in bocca, né ha mai dovuto decidere, sotto assedio, tra una mediazione tattica e l'annientamento totale. Persino uno psichiatra come Crepet, pur con la sua critica soft, riesce a centrare un punto quando parla di una generazione che si accontenta della mediocrità e rifugge il rischio di frantumarsi. Il tifoso vuole giovani startup biotech di rivoluzioni perfette, vuole la rivoluzione estetica, performativa, ma non è mai sceso in campo a farsi spaccare le ossa.
Un tempo esisteva un imperativo: la coerenza fra il dire e il fare. Esistevano i partiti, le grandi agenzie di regolazione di massa che trasformavano le idee in azione, e su questo si confrontavano e si scontravano, in base agli interessi delle classi che rappresentavano. E che avevano la propria linea politica, a livello interno e internazionale. Poi è arrivato il momento dell'associazionismo e del “sostegno” a chi fa politica nei propri paesi, il passaggio dal militante all'”attivista”, e la progressiva perdita di memoria sulla durezza del conflitto e sulla necessità di assumerselo in prima persona, e di sentirsi responsabili del mondo in quanto esseri sociali. Finiti i partiti e i movimenti di classe con carattere internazionalista, il cui primo dovere era quello di “fare la rivoluzione” nel proprio paese, di “sociale” restano le reti, in cui le “opinioni” si equivalgono perché valgono come il due di coppe a briscola. E il fenomeno è esploso. Passiamo dal "tecnico di droni" - che discetta di armi viste solo in mano ai carabinieri - e al distributore di "patenti da traditore", che dal suo divanuccio giudica la purezza di chi governa sotto ricatto e sanzioni criminali. Fino al reduce, che avendo "visto tutto" non approva nulla.
Mentre il tifoso analizza la "performance" della rivoluzione bolivariana come un reality, nuove geometrie imperialiste hanno ridisegnato il mondo. Siamo di fronte a una repressione, alla chiusura degli spazi di agibilità a livello globale basata su un dispositivo che, già Lenin chiamava con ragione “controinsurrezione preventiva”.
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