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soldiepotere

Eurodisastro

di Carlo Clericetti

download318Quello che è accaduto con il rifiuto del presidente Sergio Mattarella di accettare la designazione di Paolo Savona come ministro dell’economia, e la conseguente rinuncia di Giuseppe Conte a formare il governo, apre una crisi dagli sviluppi imprevedibili, che forse il presidente della Repubblica non ha valutato appieno e da cui non può venire nulla di buono per il paese e per i suoi cittadini.

Una premessa, che serve ad attirarmi le critiche sia da una parte che dall’altra, cosa in cui posso vantare una certa abilità. Consideravo il governo gialloverde una jattura, visti i suoi propositi. Un “governo del cambiamento” che avrebbe esordito con un condono fiscale (oltretutto, entrata una tantum per finanziare una riduzione di entrate permanente) offriva già un biglietto da visita particolarmente contraddittorio e indigesto. Ma poi, una riforma fiscale che avrebbe avvantaggiato i più benestanti e ancor di più i più ricchi; una riforma della Fornero su misura per gli elettori leghisti del nord, visto che al sud “quota 100” la raggiunge al massimo un piccolo numero di dipendenti pubblici; le posizioni sui migranti; una impostazione di politica economica di sapore liberista nonostante alcune misure in controtendenza. Questo e altro lo rendevano molto lontano da chi abbia un orientamento di sinistra.

E però, dopo le elezioni 5S e Lega avevano trovato un accordo per formare un governo e disponevano della maggioranza parlamentare per appoggiarlo. In democrazia questo basta, a meno di esplicita volontà di tale maggioranza di voler mettere in questione la Costituzione, nel qual caso il capo dello Stato, che ne è il garante, avrebbe il diritto-dovere di rifiutare l’incarico. Ma non è questo il caso, e infatti nel suo discorso Mattarella non ha detto nulla del genere.

Mattarella ha specificato che la rottura è avvenuta sul nome del solo ministro dell’Economia, Paolo Savona; ha anche aggiunto che avrebbe approvato la nomina di un esponente politico, di cui non ha fatto il nome ma che – vox populi – avrebbe potuto essere il n. 2 della Lega, Giancarlo Giorgetti. E qui si fatica davvero a capire. Escludendo che Savona non rappresentasse l’impostazione della Lega, che altrimenti non l’avrebbe proposto con tanta determinazione, non si vede perché Giorgetti si sarebbe comportato in modo diverso: l’unica differenza sarebbe stata l’autorevolezza nel proporre determinati temi, specie nel contesto dei vertici dei ministri economici europei. Possibile che Mattarella abbia potuto pensare: “Tanto Giorgetti sarà spernacchiato”, cosa che certo non poteva avvenire con Savona?

Veniamo all’oggetto del contendere. Aveva il potere, Mattarella, di mettere il veto su Savona? In passato questo veto è già stato esercitato, e grazie ad esso non abbiamo avuto il delinquente Cesare Previti come ministro della Giustizia, come aveva proposto Berlusconi. Anche Renzi si è visto bocciare il ministro dell’Economia da lui proposto, e ha ripiegato su Padoan. Ma non c’era mai stato un caso in cui, di fronte al diniego del presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio incaricato rifiutasse qualsiasi alternativa. Dice la Costituzione (art. 92): "Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri". Non c’è una gerarchia chiara, è solo chiaro il fatto che il primo non può imporre chi vuole, ma la scelta del secondo ha bisogno di un assenso. Da un punto di vista formale, dunque, Mattarella non ha travalicato i suoi poteri.

Diverso è il punto di vista sostanziale. Nel caso di Previti c’erano evidenti ragioni perché il presidente Oscar Luigi Scalfaro si opponesse a quella nomina. Nel caso successivo, le ragioni di Napolitano non erano affatto evidenti, ed erano le stesse che hanno provocato la situazione attuale: si voleva un ministro dell’Economia il più possibile gradito ai mercati e agli altri partner europei. In questi due casi, però, non si è arrivati allo scontro: Berlusconi e Renzi hanno accettato di cambiare.  Come ha motivato Mattarella il suo veto a Savona, economista noto a livello internazionale, una vita passata ricoprendo incarichi nelle istituzioni pubbliche e private di maggior prestigio, compreso un ministero nel governo Ciampi? Con il rischio, date le posizioni espresse dal candidato, che l’Italia uscisse dall’euro. E per giustificare come questo fosse da evitare si è lanciato in motivazioni di tipo economico, le stesse sostenute dalle forze politiche uscite sconfitte dalle elezioni.  Dunque, non giudizi sulla moralità, o sulla competenza, o su possibili evidenti conflitti di interesse: ma specificamente su un orientamento politico del candidato ministro. Questo, sul piano sostanziale, è un fatto grave: è come se il presidente avesse detto alle due forze politiche che disponevano della maggioranza che il limite della loro azione non è nella Costituzione, ma in una linea politica bocciata dagli elettori.

Per la verità Mattarella ha aggiunto un’altra motivazione: l’uscita dall’euro, ha detto, non è stata oggetto della campagna elettorale. Se dunque la si vuole perseguire bisogna prima discuterne esplicitamente e su quello chiedere il consenso degli elettori. Ancora una volta, da un punto di vista formale questa può essere un’obiezione più accettabile; ma da quello sostanziale è impraticabile senza provocare gravi danni, proprio da parte di quei mercati che nei tempi tecnici tra i risultati elettorali e l’entrata in carica di un governo in grado di agire – e, come abbiamo visto, sono tempi lunghi, persino nell’ipotesi della conquista della maggioranza assoluta da parte di un solo partito – farebbero strame della nostra economia.

La situazione che si è creata ora quei danni molto probabilmente li provocherà. C’è da sperare che i 5S rinuncino a chiedere la messa sotto accusa del presidente, cosa che – oltre ad essere immotivata e a richiedere tempi lunghi – aggiungerebbe danno al danno. Ma anche così, la prospettiva è abbastanza chiara, e dire che è pessima sarebbe un eufemismo. Mattarella darà a Carlo Cottarelli l’incarico di formare quel “governo istituzionale” che aveva ipotizzato prima dell’accordo 5S-Lega; Cottarelli si presenterà alle Camere, e a meno di improbabili sorprese non otterrà la fiducia; a quel punto Mattarella indirà nuove elezioni, ma Cottarelli resterà in carica per l’ordinaria amministrazione.

Nel frattempo si scatenerà una campagna elettorale anche più violenta di quella finita da poco. Savona non potrà che essere la bandiera della Lega, e forse anche dei 5S: una bandiera su cui sarà scritto, dopo questa vicenda, “votateci per uscire dall’euro”. Le elezioni si trasformeranno dunque in quel referendum pro o contro l’euro che qualcuno ogni tanto ha ventilato, e che avrebbe costituito – e quindi costituirà – il modo migliore per scatenare tutte le difficoltà che un passo del genere comporterebbe senza però averne i vantaggi, e rendendo necessarie misure d’emergenza che andranno – visti gli orientamenti del futuro presidente del Consiglio incaricato – da manovre di austerità ancora peggiori che nel passato fino forse all’accettazione della tutela della famigerata Troika o degli organismi europei, il che fa lo stesso. Altro che ordinaria amministrazione!

C’è chi dice che Salvini abbia sempre puntato a nuove elezioni, e che la scelta di Savona e il rifiuto di soluzioni alternative sia stato il frutto di una precisa strategia. Può darsi. Se così fosse, il leader della Lega avrebbe responsabilità enormi, e avrà provocato danni incomparabilmente maggiori di quelli che avremmo avuto se le elezioni fossero state convocate per mancanza di una maggioranza politica. Ma di questi danni anche Mattarella sarà corresponsabile: il suo rifiuto a Savona era formalmente nei suoi poteri, ma non era corretto da un punto di vista sostanziale, e non sarà servito ad evitare gravi problemi al nostro paese.

Come poi andrà a finire alle prossime elezioni solo gli dei possono saperlo. Ma il guaio è che oggi come oggi non sappiamo nemmeno in che stato ci arriveremo.

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