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sinistra

Sovranità nazionale e immigrazione

Un dibattito tra Fabrizio Marchi e Alessandro Visalli

15lettere populismi favilli commento 1Riportiamo di seguito uno scambio di opinioni tra Visalli e Marchi a partire dall'Assemblea Nazionale di Patria e Costituzione.

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linterferenza

“Patria e Costituzione”: luci e ombre

di Fabrizio Marchi

Sono di ritorno dall’assemblea nazionale di Patria e Costituzione (quella di Stefano Fassina, per intendersi), alla quale hanno aderito altre associazioni dell’area della sinistra cosiddetta “sovranista”, come “Rinascita!” e “Senso Comune”. Alcuni di loro – e hanno ragione – trovano improprio l’uso del termine “sovranista” – ma si fa per capirci – altri invece lo rivendicano apertamente). Non so se ce ne siano anche altre ma non importa. Questo non vuole essere un report ma solo un commento all’evento. Saranno, eventualmente, loro stesse a comunicarcelo, se lo riterranno opportuno. Di seguito, il Manifesto per la Sovranità Costituzionale che hanno presentato: https://www.patriaecostituzione.it/wp-content/uploads/2019/02/Manifesto-per-la-sovranit%C3%A0-costituzionale-4.pdf

Sono state dette cose (che già conoscevo) condivisibili e altre meno o per nulla.

Sorvolo su quelle condivisibili perchè le potete leggere sul nostro giornale, e vado rapidamente a quelle non condivisibili che in parte ho già espresso in questo articolo e quindi non mi ripeto:

http://www.linterferenza.info/editoriali/sbaglia-la-sinistra-sovranista/

I punti di dissenso, per quanto mi riguarda (oltre a quelli già affrontati nell’articolo sopra linkato) sono l’immigrazione e il femminismo.

Il primo. Volendo sintetizzare con una battuta, potremmo dire che l’analisi che fanno è del tutto condivisibile; peccato che alla fine la risposta politica che propongono sia un topolino. Un topolino che però rischia seriamente di essere reazionario e criminale.

Passi per il criminale (si fa per dire…). In fondo anche aver ghigliottinato migliaia e migliaia di aristocratici durante la Rivoluzione francese è stato un fatto criminale. Una volta tagliata la testa al re e alla regina o al limite a qualche loro ministro, ci si poteva anche fermare. Quello che era giusto fare sul piano sia politico che simbolico, era stato già fatto (memorabile, da questo punto di vista, e invito tutti a leggerlo, il discorso con cui Robespierre spiega perché non si può NON giustiziare il re) tagliando appunto la testa al re e alla regina (nessuno sollevò una questione di genere nel caso specifico…). Non c’era nessuna necessità di quella successiva carneficina (anche in questo caso, non fu sollevata nessuna questione di genere…), del tutto gratuita, da un certo punto di vista. Quella “tonnara” di aristocratici, uomini, donne, fanciulli, fu quindi un fatto criminale ma NON reazionario. Di certo non avrei fatto né tanto meno farei oggi battaglie per difendere quella gente.

Idem come sopra per la famiglia dello zar Nicola II. C’era forse necessità di fucilare insieme a lui e alla zarina anche le sue figliolette? No, ovviamente. Si trattò, dunque, di un atto criminale, ma NON reazionario. Anche in questo caso non farei battaglie per riabilitare il nome dei Romanov…

Si potrebbe continuare a lungo. Era proprio necessario fucilare anche l’amante di Mussolini? No, ovviamente, però alla fin fine ‘sti “gran cazzi”, come si suol dire, se mi passate il francesismo. Volendo spingerci ancora più in là nel ragionamento, anche la deportazione e la eliminazione (molto spesso fisica) della classe dei kulaki (i contadini proprietari di terre, piccoli, medi e a volte ricchi), durante l’era staliniana è stato un fatto criminale ma NON reazionario. Si trattò di una scelta politica e strategica rivelatasi disastrosa (oltre che criminale), ma questo è un altro discorso. Ciò che voglio dire è che si trattò di una politica criminale ma NON reazionaria. Piaccia o no è così, e abbiamo sempre tenuto a sottolineare che questo giornale non è stato creato per rassicurare ma per dire quello che pensiamo.

Potrei continuare. Gli esempi potrebbero essere molti ma credo che quelli testè riportati siano sufficienti.

Ora, la proposta politica degli amici e dei compagni (perché tali restano per me, sia chiaro, a parte i filistei di sempre, ma questi stanno ovunque…) relativamente a come affrontare la quesitone dell’immigrazione, rischia di essere criminale e anche reazionaria.

Perché? Leggiamo il passaggio specifico del loro Manifesto:” Tanto la xenofobia, quanto il principio irrealistico di accoglienza illimitata (“no border”) sono risposte impraticabili per affrontare la sfida epocale delle migrazioni. Ignorano, infatti, le cause reali di un fenomeno che richiede soluzioni politiche. Con riferimento all’immigrazione in occidente, se milioni di esseri umani sono costretti a lasciare i loro Paesi è soprattutto perché il neocolonialismo dei Paesi ricchi continua a depredarne le risorse e a scatenare guerre locali per spartirsi materie prime e mercati, mentre le “riforme” imposte da Fmi e Banca Mondiale ne aggravano la miseria. Ribadito che, né il diritto d’asilo nei confronti di chi è stato privato delle libertà democratiche, né il dovere di umana solidarietà nei confronti delle vittime di guerre e catastrofi naturali possono essere messi in discussione, va riconosciuto che la regolazione degli ingressi, in relazione alle effettive capacità di integrazione, è condizione essenziale per offrire un’accoglienza degna (fino allo jus soli), ossia in grado di garantire ai migranti accolti condizioni di vita e di lavoro analoghe a quelle dei cittadini autoctoni e, contestualmente, evitare dumping sociale verso i residenti. Va, insieme, affermato il diritto a non emigrare, in quanto l’emigrazione non è affatto un fenomeno positivo per il Paese d’origine, mentre ciascuno dovrebbe avere il diritto a vivere e lavorare in condizioni dignitose nel proprio Paese: un diritto da difendere con la solidarietà internazionalista fra le classi popolari dei Paesi ricchi e i Paesi poveri, chiamati a lottare assieme per promuovere e rafforzare il diritto allo sviluppo integrale di tutte le nazioni”.

La contraddizione è clamorosa anche se non facilissima da cogliere per chi non è avvezzo ad approfondire. Da una parte si individuano correttamente le cause strutturali che determinano il fenomeno dell’immigrazione, e cioè le politiche imperialiste, colonialiste e neocolonialiste che da secoli depredano, saccheggiano e schiavizzano miliardi di esseri umani. Logica vorrebbe, dunque, che per affrontare il nodo dell’immigrazione, che è un epifenomeno (cioè un effetto), come è evidente, si “aggredissero” quelle cause strutturali di cui sopra. E questo può essere fatto partendo dalla testa – appunto – e non dalla coda. Tradotto, bisogna lavorare (so che è difficilissimo ma tant’è…) alla costruzione di una maggioranza che porti al governo del paese una coalizione politica che chiuda una volta per tutte con le suddette politiche imperialiste e neocolonialiste, sia economiche che militari e che costruisca con i paesi del cosiddetto “terzo mondo” e in particolare con quelli africani, rapporti di cooperazione e non di sfruttamento. Ciò significa fine delle cosiddette “delocalizzazioni”, con le quali le imprese nostrane sfruttano i lavoratori di quei paesi in un modo indecente, fine del saccheggio delle risorse, fine delle occupazioni militari, costruzione di relazioni economiche, commerciali e politiche all’insegna di un equo scambio: materie prime a prezzi concordati in cambio di tecnici, “know how” e sostegno effettivo e concreto alla costruzione di infrastrutture e di stato sociale. Se queste politiche fossero attuate, sono assolutamente convinto che nell’arco di un quindicennio (un lasso di tempo storicamente brevissimo) il flusso di immigrati tornerebbe ad un livello fisiologico e governabile, con il risultato di non impoverire ulteriormente quei paesi delle loro risorse umane e di non creare eventuali conflitti tra la popolazione autoctona (la nostra) e gli immigrati; la famosa guerra fra poveri che le classi dominanti di ogni epoca e contesto hanno sempre alimentato. A quel punto, ma SOLO a quel punto, un governo (democratico e realmente sovrano e che abbia tracciato una linea di demarcazione netta con le politiche imperialiste e neocolonialiste) avrebbe le carte in regola per porre anche la questione della regolazione dei flussi. Ma NON prima di avere attuato quelle politiche. Una politica di regolazione dei flussi, applicata hic et nunc, qui ed ora, nell’attuale contesto politico, significherebbe di fatto e inevitabilmente (quello che poi sta avvenendo, ed era già avvenuto con il precedente governo a guida Gentiloni-Minniti), attuare una politica repressiva e violenta (e quindi criminale) ma anche REAZIONARIA nei confronti degli immigrati, cioè di masse di popolazione che emigrano non per il gusto dell’esotico o per il desiderio di emigrare (come racconta la narrazione dei “no border” che finisce per essere organica a quella neoliberale e neoliberista) ma per una dolorosa necessità, quella cioè di sopravvivere o al più vivere in condizioni più decenti e dignitose rispetto a quelle che vivono nei loro paesi. Ma – rispondono gli amici della “sinistra sovranista” – tutta questa gente va ad impattare con la nostra gente creando conflitti e lacerazioni e soprattutto finendo per costituire quel famoso esercito industriale di riserva che serve come strumento di ricatto nei confronti dei lavoratori autoctoni. Obiezione a dir poco maldestra. Per la semplice ragione che in regime capitalista non si avrà mai, per ragioni strutturali, piena occupazione. L’esercito industriale di riserva è sempre esistito in regime capitalista. La differenza è che prima era composto da disoccupati autoctoni e oggi – con il pianeta completamente globalizzato – è composto da stranieri. Ma la sostanza è esattamente la stessa. E non mi risulta che fino a quarant’anni fa la Sinistra se la prendesse con i disoccupati; al contrario li organizzava o cercava di organizzarli, perché li considerava per quello che erano, cioè dei lavoratori inoccupati. Il fatto che essi premessero o che oggettivamente fungessero o fossero utilizzati come arma di pressione e ricatto, politico e psicologico, sui lavoratori occupati, non impediva alla Sinistra e al Movimento Operaio di difendere le ragioni degli uni e quelle degli altri, che erano poi le medesime. Non vedo cosa dovrebbe esserci di diverso oggi, a meno di non considerare il fatto di essere stranieri e di provenire da altre culture e paesi, come un elemento discriminante o destabilizzante. Non è stata forse altrettanto destabilizzante e lacerante (soprattutto per chi emigrava) l’immigrazione di milioni e milioni di nostri concittadini nell’Italia settentrionale nel primo e secondo dopoguerra? Certo che sì, ma la risposta della Sinistra non fu certo quella di impedire con la forza a quella gente di emigrare, al contrario si governò quel processo, e lo si fece spiegando alla propria gente, in particolare alla classe operaia del nord, che quella gente che emigrava era la loro stessa gente, anche se parlava un dialetto incomprensibile ed aveva usi e costumi così diversi dai loro (a proposito, avete mai riflettuto sul fatto che c’era molta più differenza 50 anni fa tra un contadino dell’entroterra calabrese e un operaio torinese di quanta ce ne sia oggi tra un giovane italiano e uno tunisino o marocchino che si parlano via chat e comunicano in inglese su internet?…). Questo non significa sottovalutare i problemi e le difficoltà che il processo migratorio comporta. Significa soltanto che una Sinistra Socialista autentica deve saper dare delle risposte adeguate, anche e soprattutto all’altezza delle sfide che la “complessità” della fase storica attuale, impone. Mi pare che da questo punto di vista, la risposta della “sinistra sovranista” sia decisamente inadeguata e di fatto subalterna alla destra, anche se questo viene negato con forza. Ma è una negazione che non porta ad una sintesi – per dirla con una battuta – quando anche un autorevole esponente (che stimo moltissimo sul piano intellettuale e culturale) di quell’area, tempo fa mi disse, in un colloquio informale al termine di un convegno, le testuali parole:”Fabrì, c’è poco da fare, se vuoi recuperare un rapporto con i ceti popolari, oggi devi innanzitutto dire che sei per la regolazione dei flussi…”. Questa affermazione palesa una subalternità e anche una debolezza politica sostanziale. Il non detto di quell’amico è:”Mi rendo conto e in fondo c’hai pure ragione però le cose oggi stanno così e questo è quello che oggi bisogna dire”.

Eh no, non ci siamo proprio. Quello che bisogna dire è come stanno le cose, anche a costo di rompersi la testa. Sono sempre stato convinto che “la verità sia rivoluzionaria” e che la verità sia amica delle classi dominate; sono quelle dominanti che hanno necessità di raccontare menzogne e di far sì che quelle dominate vivano nella menzogna. Mi rendo conto che è oggi difficilissimo spiegare questa “verità” alle masse popolari ma NON c’è altra soluzione. E’ un lavoro improbo, ingrato, ma non c’è alternativa. Tutto il resto è menzogna. E non si raccolgono frutti genuini e duraturi sulla menzogna.

Vado, molto brevemente, all’altra questione, il femminismo, rispetto alla quale, nel caso specifico, scrissi tempo fa questo articolo in risposta a Formenti che è sicuramente uno degli intellettuali di spicco di questa neonata aggregazione politica: http://www.linterferenza.info/editoriali/caro-formenti-femminismo-uno-solo/

Ad un certo momento ha preso la parola una donna, una economista (che a parte quello che sto per dirvi ha detto anche cose interessanti) che ha esordito dicendo:” Qui si parla di patria ma bisogna innanzitutto parlare di “MATRIA” perché le donne sono quelle più sfruttate ecc. ecc. più il solito armamentario ideologico femminista di sempre (per fortuna stavolta breve perché il tempo dato per gli interventi era ristretto) che non sto neanche a dirvi perché tanto lo sentiamo tutti i giorni da 40 anni almeno in ogni dove e su tutti i media. E naturalmente, scroscio di applausi dalla platea a mo’ di claque (non di tutti però, e mi sono divertito ad osservare chi applaudiva e chi no, fra questi alcuni miei amici che però, ad eccezione di uno, e quando dico uno, voglio dire uno, non hanno fino ad ora avuto il coraggio di manifestare il proprio dissenso pubblicamente con lo scritto o con la parola…).

Naturalmente, più di una volta si è fatto riferimento all’8 marzo e alle donne, alla lotta per l’eguaglianza dei generi (dando, ovviamente, per scontato, che le diseguaglianze colpiscono solo e soltanto le donne, a senso unico…). Insomma, la solita retorica e la solita – peraltro sottolineata in diversi passaggi – adesione all’ideologia femminista della quale anche questa “sinistra sovranista” (che dice di voler operare una cesura con l’attuale “sinistra” e con l’ideologia politicamente corretta) è pervasa e con la quale non ha nessuna intenzione di rompere nè lontanamente aprire una sia pur timida riflessione critica. Sai mai che il femminismo non sia Perfetto e non rappresenti la Verità Assoluta e Universale…

Mi pare che un soggetto politico realmente nuovo (hanno espressamente dichiarato di voler lavorare alla costruzione di un partito) che dichiara apertamente di voler chiudere con l’attuale “sinistra” sia essa liberal o radical, non possa mettere la testa sotto la sabbia rispetto a questa questione che – come ben sa chi ci segue da tempo – riteniamo essere uno dei mattoni fondamentali dell’ideologia capitalista dominante e naturalmente di quella “sinistra” liberal e radical di cui sopra da cui la “sinistra sovranista” dice di voler prendere le distanze e, anzi, considera propedeutico prenderne le distanze.

In conclusione, augurandogli il meglio, mi pare che il nuovo soggetto che si appresta a nascere nasca su presupposti vetusti e anche monchi: va bene il riferimento alla Costituzione del ’48 (che va difesa dagli attacchi che provengono da più parti, dalla destra ma anche dal fronte liberale e liberista europeo ed europeista), va bene recuperare il ruolo dello stato (in funzione anti neoliberista), però penso che una Sinistra nuova, moderna (nel senso di adeguata ai tempi e capace di interpretare correttamente la realtà) debba avere più coraggio (basta cagarsi sotto davanti al femminismo! …) e anche una maggiore “fantasia” e capacità di leggere e soprattutto approcciare la realtà, in tutta la sua complessità, con idee innovative e adeguate. Mi si chiederà quali. Ma questo sarà argomento di un prossimo articolo perché ’ho già fatta troppo lunga. Mi pare però che su questo giornale difettiamo su tante cose ma le idee non si può proprio dire che ci manchino.

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tempofertile

Circa: Fabrizio Marchi, “Patria e Costituzione, luci ed ombre”. La questione dell’immigrazione

di Alessandro Visalli

Dice il mio amico Fabrizio Marchi in relazione al tema dell’immigrazione, in un editoriale su “L'interferenza” che commenta il Manifesto per la Sovranità Costituzionale, che ‘la verità rende liberi’, o, ‘è rivoluzionaria’, e che quindi essa va affermata “anche a costo di rompersi la testa”. E che questa ‘verità’ è che le politiche imperialiste, colonialiste e neocolonialiste determinano il fenomeno dell’emigrazione, che, a sua volta, funge da ‘esercito industriale di riserva’ ed esercita pressione sulle condizioni di vita dei lavoratori tutti. Ne conclude che mentre, per un quindicennio, si sviluppano politiche anti-colonialiste (che indica), nessuna regolazione dell'immigrazione è possibile. In realtà neppure dopo, in quanto se il continente africano si sviluppa, lasciato libero dal secolare saccheggio occidentale, i flussi diventeranno fisiologici.

Leggo una profonda vena religiosa in questa posizione, una vena che rispetto in sommo grado, naturalmente. Ma il punto è che non credo che ‘rompersi la testa’ sia progressivo, che sia utile, che determini l’emancipazione dei subalterni. E non credo neppure che quella descritta da Fabrizio sia la ‘verità’.

D’altra parte io non credo neppure che il punto sia “recuperare un rapporto con le massi popolari”. Intendiamoci, questo rapporto va recuperato, e per questo serve, tra l’altro, anche avere una testa sana. Ma il punto non è questo: è determinare le condizioni perché le masse popolari siano in grado di emanciparsi.

Allora quale è la ‘verità’? L’immigrazione, come l’emigrazione, è un effetto di un meccanismo autorafforzante che si alimenta per logica immanente, e non per costrizione esterna. E’ la centralità, nel modo di produzione capitalista imperniato sull’accumulazione flessibile[1], di rapporti ineguali di dominazione governati internamente dalla logica ferrea della concorrenza[2] che attraversano interamente tutto il sistema internazionale, che aspira costantemente verso il ‘centro’ dalle ‘periferie’ forza-lavoro[3] debole e ricattabile. Sono i rapporti di forza che catturano indifferentemente portatori di forza-lavoro locali e immigrati, e che costantemente ne espellono, ad essere la causa del fenomeno. Esso non è in sé portatore di alcuna differenza rispetto alla competizione tra forza-lavoro, e quindi tra lavoratori, nazionale.

In effetti il neo-colonialismo è una etichetta semplificata che mettiamo verso questo processo di generazione e sfruttamento della debolezza dove si vede meglio: nei paesi meno capaci di opporre allo sfruttamento capitalista la logica dell’interesse pubblico, per debolezza relativa delle loro forme statuali e per ‘cattura’ particolarmente pronunciata delle élite “compradore”[4]. Ma è una semplificazione: le contraddizioni dell’espropriazione/appropriazione e della polarizzazione metropoli/satellite “penetrano, come una catena, il mondo sottosviluppato nella sua totalità, creando una struttura di sottosviluppo ‘interna’”[5]. Il sottosviluppo, africano come quello del sud Italia, ma anche quello delle periferie di Milano, non è questione geograficamente ‘esterna’, non si tratta di essere sfruttati da fuori, e non è questione principalmente di ‘fughe di capitali’ o di ‘uomini’ (anche se entrambe hanno molto a che fare), ma è “interno/esterno”, è una “struttura” che, questa, va integralmente distrutta e sostituita con una dimensione socialista di sviluppo[6].

E’ chiaro che l’agenda di Fabrizio Marchi non per questo va abbandonata, bisogna fare tutto. E cercare di ostacolare, riducendo le interdipendenze estrattive[7], la sottrazione di:

  • Risorse finanziarie(attraverso in particolare la meccanica del debito, e i suoi agenti che sono in prima battuta i grandi attori privati del credito e in seconda, ma decisiva, gli organismi posti a guardia della liquidità internazionale);
  • Risorse reali(ovvero materie prime e prodotti intermedi i cui prezzi sono determinati nel quadro dei rapporti di forza complessivi e risultano strutturalmente dominati dai processi di produzione industriali cui servono);
  • Risorse umane(cioè persone fisiche viventi in età di produrre lavoro che come sottolinea anche Stiglitz, producono con la loro uscita lo “svuotamento” della capacità locale).

Se quel che però si coltiva, e si rende visibile in modo evidente, attraverso il fenomeno della immigrazione (e della emigrazione) è lo “sviluppo del sottosviluppo”, per usare il bel concetto di Andre Gunder Frank, allora bisogna capire che questo ci riguarda molto più profondamente della mera questione, pur importante, di “politica estera”. Queste politiche partono direttamente nelle nostre fabbriche, sono mosse dalla debolezza del nostro capitalismo e dal suo inserimento in catene del valore che pretendono di estrarre sempre più surplus, o plus-valore, dalla forza-lavoro impiegata. Non è immaginabile lasciar andare il meccanismo di sostituzione costante ed accelerato di deboli con più deboli (da sottoporre a saggi di sfruttamento crescenti, aggravati dalla legge vigente), nell’attesa che la politica estera ribilanci i rapporti mondiali. Quel che si otterrebbe è solo che, mentre fantasticamente in quindici anni le politiche imperialiste brutali vengono allentate (in un paese solo, mentre gli altri continuano in quanto è proprio del sistema capitalistico generare periferie subalterne), il nostro sistema produttivo, per competere, continuerebbe ad attrarre ed aspirare disperati e di collocarli in modo subalterno entro le nostre catene del valore. Qualunque politica estera ne verrebbe travolta.

Inoltre continuerebbe ad espellere persone, portatrici di forza-lavoro deprezzata in quanto non competitiva, che, potendo votare, reagirebbero in modo del tutto razionale chiedendo protezione alla destra.

La testa ce la romperemmo, e, cosa più grave, saremmo oggettivamente complici dell’approfondirsi costante e continuo dello sfruttamento.

Cosa fare allora? Il concetto centrale è che l’accoglienza, per essere davvero tale, deve essere sempre condotta in reali condizioni di possibilità e senza tradursi direttamente in una pressione allo sfruttamento degli immigrati e/o dei cittadini più deboli per opera del mercato lasciato a se stesso[8].

Il punto dal quale far partire il rovesciamento del sistema di sfruttamento ineguale che da ogni luogo centrale si allarga ai luoghi che definisce come periferici, è che bisogna usare la logica dell’interesse pubblico, di ciò che ci dobbiamo l’un l’altro come uguali, per disinnescare gli effetti distruttivi della logica della competizione. Il capitale pubblico non deve essere mobilitato solo per compensare i paesi esteri dell’estrazione ineguale di risorse, e del degrado delle loro ‘ragioni di scambio[9], ma deve essere mobilitato per garantire reddito indiretto, livello di dignità, e condizioni di capacitazione, eguali per tutti coloro che sono comunque messi in contatto reciproco dal mercato. In altre parole le condizioni del welfare devono essere garantite indiscriminatamente a tutti, su un piano di assoluta parità corrispondente alla pari dignità umana.

Ma questo comporta una conseguenza la cui logica non è superficialmente sovrapposta ad una scelta di civiltà astratta, e che soprattutto non è un compromesso, ma è internamente necessaria per il modo di funzionamento dei processi di accumulazione flessibile: le condizioni dell’effettiva capacità di integrazione economica, sociale e culturale, sono la precondizione per accogliere nuovi cittadini, senza distinguere tra questi e ‘meteci’ di classe b, come alcune destre propongono, non solo in Italia. Altrimenti chi verrà sarà solo deumanizzato e trasformato in ‘forza-lavoro’ astratta, la cui immissione determinerà non per caso ma per metodo, la sostituzione con altra ‘forza-lavoro’ già presente (autoctona e immigrata di generazione precedente[10]).

Detto in altro modo, il problema delle migrazioni va compreso come un caso particolare, per quanto severo, di una generale crisi di scopo della nostra intera civiltà. Dobbiamo comprendere che non può essere la concorrenza di tutti contro tutti ad essere il principio e la pratica che genera l’ordine sociale e decide chi è, come chi non è (cittadino, inserito, oggetto di dignità).

La vera questione posta dalle migrazioni è quindi l’emancipazione ed il riscatto dai meccanismi stritolanti del mercato che non può passare, in ogni paese di destinazione, se non per un potenziamento, radicale, dell’offerta di servizi pubblici, di welfare, di case dignitose, e per la creazione di un territorio nel quale sia presente e disponibile il lavoro. Per questo l’indiscriminata accoglienza, se resta sostanzialmente affidata alle sole capacità di socializzazione del mercato, in particolare nelle condizioni odierne di grande e diffusa sofferenza, si tramuta immediatamente in un fattore di aggravamento, in particolare nelle nostre tante periferie e nelle aree di abbandono. Il mercato attrarrà infatti flussi secondo il proprio principio, che è la massimizzazione del rendimento e quindi dello sfruttamento, garantendo tra l’altro la costante compressione della quota di ricchezza sociale che resta al lavoro (e determina domanda aggregata), a vantaggio di quella che viene appropriata dalla capacità di comando del capitale (e nelle condizioni della finanziarizzazione tende a trasferirsi).

La conseguenza è che questo processo di fluidificazione della ‘forza-lavoro’ determina maggiore interconnessione, dipendenza dall’estero, fragilità strutturale del sistema, e quindi anche, pure per questa via, maggiore emigrazione.

È questo che significa “sviluppo del sottosviluppo”, e non avviene in Africa, mentre noi siamo quelli che sfruttano, avviene ovunque. Ovunque c’è chi sfrutta e chi è sfruttato.

Questa struttura polarizzante, che si ribalta su scala internazionale come divisione del lavoro ordinata da sistemi gerarchici di egemonia, è, tra l’altro, la forma specifica del sottosviluppo che costringe il sistema Italia, come parte di una catena, nell’attuale crisi. Invertirlo avrebbe anche effetti macroeconomici positivi, inducendo il sistema produttivo a investire sulle persone, quando la ‘forza-lavoro’ fosse progressivamente e relativamente più costosa nella sua traduzione in lavoro-vivo la ‘piattaforma tecnologica’ si dovrebbe adeguare e diventare più efficiente, trattenendo una quota maggiore di surplus e alimentando, in un circuito autorafforzante positivo, il mercato interno e la relativa domanda.

Viceversa quindi il diritto allo sviluppo integrale, secondo la propria determinazione, è un processo autorafforzante, di riparazione di una società malata e squilibrata, e, alla scala internazionale deve riguardare ogni nazione. Dunque l’obiettivo che deve porsi la cooperazione internazionale è di evitare qualsiasi reciproco sfruttamento e l’imposizione di modelli economici o sociali esterni, garantendo ad ognuno il diritto di determinarsi e di graduare la propria connessione ed equilibrio sociale.

Ma non si può fare una cosa mentre non si fa l’altra, il rafforzamento delle capacità dei lavoratori, fornendo beni e garantendo potere, la cessazione della sostituzione guidata dal mercato, e l’interruzione delle politiche di saccheggio, vanno fatte insieme o non potranno avere alcun effetto.

Ci saremo “rotti la testa”, e poco male, ma lo avremo fatto inutilmente.


Note
[1] - Si veda per il concetto di “accumulazione flessibile” David Harvey. Si tratta del modello di accumulazione che prende piede, trasformandosi continuamente, quando crollano le condizioni internazionali, tecnologiche e socio-politiche del modello keynesiano. Alla crisi di accumulazione, determinata da tanti e diversi fattori ma nella quale la capacità della ‘forza-lavoro’, nelle condizioni della fabbrica fordista, di imporsi come soggettività politica, e quindi di pretendere rispetto ed estrarre maggior valore, sottraendosi alla logica di comando verticale, è centrale. La crisi di redditività induce prima una fuga degli investimenti nella finanza, quindi crea le condizioni della ri-subordinazione dei lavoratori e della interscambiabilità, su base globale, della loro forza-lavoro. Dunque in questa de-soggettivazione della forza-lavoro viene ricreato un ‘esercito industriale di riserva’ per via di allargamento a popolazioni non inserite (donne, minoranze), inserimento di centinaia di milioni di nuovi individui incapaci di esprimere soggettività politica nel mondo ‘in convergenza’, e immigrazione. Le condizioni di questa nuova forma di accumulazione, che, però, ha scavato sotto le proprie fondamenta sia sul piano economico sia politico, sono anche tecnologiche e commerciali e rendono possibile scambiare la ‘forza-lavoro’ in modo del tutto nuovo, rendendola indefinitamente flessibile, rapidamente sostituibile, esposta al ricatto del capitale.
[2] - Si veda sulla centralità della concorrenza, Pierre Dardot, Christian Laval “La nuova ragione del mondo”. L’essenza della fase neoliberale del capitalismo, che muove dalla costatazione del fallimento sia del liberalismo manchesteriano classico, imperniato sul ‘libero mercato’, sia dell’orrore per le soluzioni pianificate autoritarie (tutte), è di mettere al centro la concorrenza e di sviluppare tramite questa la forma di mercato più completa e più coerente possibile. Gli individui, quindi, non esercitano i propri poteri come produttori (e quindi, ad esempio, attraverso partiti e sindacati, come classe), ma come consumatori, non tramite il conflitto e la ricerca di vantaggi e privilegi comuni, ma tramite il consenso. Infatti tutti i consumatori hanno eguale interesse alla salvaguardia del meccanismo della concorrenza, che contiene i prezzi e allarga le scelte. Questa idea profondamente radicata nel discorso ordoliberale, e della quale ci sono riverberi continui, storicamente, nel discorso egemonico delle nostre élite (ad esempio di Carli, o di Einaudi), costituisce un contratto tra consumatore e Stato e individua nella sovranità del consumatore la forma dell’interesse generale.
[3] - Per il concetto di ‘forza-lavoro’ non è equivalente a quello di ‘lavoro’. Per comprenderlo occorre distinguere intanto tra ‘lavoro concreto’ (quel che faccio quando produco, ad esempio, una sedia di legno), e ‘lavoro astratto’ che è definito dalla riduzione ad una metrica comune che rende scambiabile il loro prodotto e remunerabile, in quanto valorizzato nella sfera dello scambio, l’unità di tempo estratta dal flusso vitale, ovvero un ‘tot’ di ‘forza’ capace di produrre. Ciò che rende possibile estrarre, un’astrazione concreta, dal flusso vitale del ‘lavoratore’ (creandolo come tale) una ‘forza-lavoro’ che produce valore di scambio è la ‘piattaforma tecnologica’, ovvero un set di funzionamenti essenziali, punti di convenienza e vantaggio determinati da gruppi di tecnologie convergenti e reciprocamente rafforzanti, quindi dall’insieme di skill favoriti da queste e di know how privilegiati, ma anche da norme sociali e giuridiche che si affermano nella sfera pubblica e privata, e infine da pacchetti di incentivi pubblici e privati. Una “Piattaforma Tecnologica” è, inoltre sempre connessa con un assetto geopolitico che la rende vincente (ed in ultima analisi possibile). Se la ‘forza-lavoro’ è determinata dal lavoro dell’insieme del mercato e dalle caratteristiche proprie della ‘piattaforma tecnologica’ vigente (e differenziata da paese a paese) il suo miracolo è di rendere commensurabile ciò di cui si dà scambio, superando le perplessità antiche (Aristotele, Etica Nicomachea, Laterza, p.193). Ma ciò che è commensurabile, in quanto astratto, può essere soppesato e messo in concorrenza
[4] - Si chiama “borghesia compradora” quella borghesia parassitaria che si organizza e trae il suo ruolo dal flusso di surplus che è estratto da centri (o ‘metropoli’, con il linguaggio di Gunder Frank) dominanti da periferie diversificate. Si tratta di ceti connessi con le industrie di esportazione, manager, azionisti, operatori di logistica, produttori di informazione e/o di decisioni, operatori finanziari. La borghesia ‘compradora’, il capitale monopolistico, e tutti i loro agenti e meccanismi sono parte nel loro insieme, come totalità, del modo di produzione necessariamente allargato alla scala mondiale che determina l’accumulazione (‘flessibile’) del capitale.
[5] - Andre Gunder Frank, “Capitalismo e sottosviluppo”, 1967.
[6] - Il capitalismo determina necessariamente una polarizzazione, una accumulazione, e quindi una costellazione gerarchica di ‘metropoli’ e di ‘satelliti’. Sono i ‘satelliti’, dei quali a loro volta ci sono gerarchie e specializzazioni, a servire come strumento ‘per l’estrazione di capitale’ (o, in altra parola, di ‘surplus economico’) da altri ‘satelliti’ di rango ancora inferiore, e quindi dipendenti, e che sono tali in quanto ‘incanalano’ parte del surplus estratto verso la metropoli mondiale. In questo modo i ‘satelliti’ non possono mai svilupparsi autonomamente, in quanto tutto il surplus è incanalato, salvo la parte che funge da riproduzione del sistema sociale ‘compradoro’. C’è una tesi correlata ed importante: contrariamente all’ipotesi liberale del ‘free trade’ i satelliti si sviluppano solo quando per le più diverse ragioni i legami con le metropoli si allentano.
[7] - Una possibile agenda per riequilibrare questo effetto passa allora: per l’erogazione di fondi per lo sviluppo e l’infrastrutturazione (che dovrebbe essere condotta con modalità del tutto diverse dall’attuale, a fondo perduto o con interessi zero e restituzione legata a parametri di crescita); per misure di stabilizzazione macroeconomica in caso di crisi di liquidità (misure che dovrebbero essere automatiche e non condizionate, per non ripetere il “meccanismo Troika”); il rigetto dell’attuale impostazione rivolta a convertire le economie locali in direzione esclusiva dell’esportazione (che corrisponde di fatto al loro inserimento subalterno nelle catene logistiche ‘occidentali’, e nell’aumento radicale della dipendenza); il riconoscimento e sostegno del diritto da parte delle autorità locali di proteggere le proprie industrie e capacità produttive; l’eliminazione di ogni clausola di regolazione delle controversie tra imprese multinazionali e Stati che consentono a queste di non sottoporsi interamente alla regolazione del luogo in cui operano; la definizione a livello internazionale di criteri di “commercio equo”, proteggendo il diritto di tutti di limitare quello che non sia tale (condizioni lavorative, diritti associativi e di sciopero, protezione del consumatore e dell’ambiente).
[8] - In questo post il concetto è espresso in forma più estesa “Uscendo dall’ipocrisia dei rispettivi muri: che cosa significa accogliere”.
[9] - Si definiscono “ragioni di scambio” il rapporto tra l'indice dei prezzi all'esportazione di un paese e quello dei prezzi all'importazione. Dal punto di vista dell'intero paese, rappresenta l'ammontare di esportazioni richiesto per ottenere una unità di importazione. Dunque il prezzo tra due beni (o di un bene e di un altro rispetto ad una unità di misura comune, ad esempio il denaro internazionalmente accettato come il dollaro) è relativo ai rapporti di forza che si determinano sul “mercato”, e che dipendono da molteplici fattori non tutti economici. Ad esempio, se un paese ha un surplus di vino, essendosi specializzato solo in tale produzione di esportazione, poniamo di Porto, e l’unico grande mercato “libero”, nel quale può vendere il prodotto è la Gran Bretagna, dovrà accettare il prezzo determinato dai grossisti anglosassoni, detentori del monopolio di accesso al mercato, anche se è di poco superiore al suo prezzo di produzione, l’alternativa è riempire i magazzini e non avere la moneta per comprare, al prezzo anche qui determinato dai commercianti esteri, in quando detentori di un monopsonio (sostenuto da Trattati e, se del caso, cannoniere), e sul limite della loro capacità di spesa. L’effetto è che un paese a sovranità molto limitata (avendola perso sui campi di battaglia), progressivamente si impoverisce. Tutto questo scompare nelle formule semplificate, potenza della matematica, e nelle alate parole di David Ricardo. L’ipotesi, fondativa della disciplina economica internazionale, che il ‘libero scambio’ sia sempre a vantaggio reciproco, è, per usare le parole di Keen “una fallacia fondata su una fantasia”. Questa teoria ignora direttamente la realtà, nota a chiunque, che quando la concorrenza estera riduce la redditività di una data industria il capitale in essa impiegato non può essere “trasformato” magicamente in una pari quantità di capitale impiegato in un altro settore. Normalmente invece “va in ruggine”. Insomma, questo piccolo apologo morale di Ricardo è come la maggior parte della teoria economica convenzionale: “ordinata, plausibile e sbagliata”. E’, come scrive Keane “il prodotto del pensiero da poltrona di persone che non hanno mai messo piede nelle fabbriche che le loro teorie economiche hanno trasformato in mucchi di ruggine”.
[10] - Non per caso, infatti, normalmente gli immigrati già integrati, che sanno cosa hanno dovuto subire ed hanno paura di scivolare nuovamente indietro, sono i primi ad opporsi ad altri ingressi.

* * * *

linterferenza

Su immigrazione e “Patria e Costituzione”, in risposta ad A. Visalli

di Fabrizio Marchi

Mi fa molto piacere che il mio amico Alessandro Visalli – che è stato, voglio sottolinearlo, uno dei recensori e presentatori del mio libro “Contromano”, un vero e proprio atto di coraggio da parte sua in considerazione dei temi da me affrontati (persone intelligenti e colte, tutto sommato, ce ne sono tante, ma di coraggiose se ne contano sulle dita, forse, di due mani…) – abbia prontamente e rapidamente (una rapidità dettata da ragioni politiche…) replicato al mio articolo http://www.linterferenza.info/editoriali/patria-costituzione-luci-ombre/ sul manifesto di Patria e Costituzione presentato sabato scorso a Roma. Di seguito il suo articolo: https://tempofertile.blogspot.com/2019/03/circa-fabrizio-marchi-patria-e.html

Mi fa molto piacere innanzitutto perché lo considero uno degli intellettuali più colti e lucidi che orbitano oggi nella sinistra (e che, a mio parere, dovrebbe avere più spazio e visibilità di quanta non ne abbia, specie nella sua area politica) e poi perché questi nostri scambi (non è certo il primo…) confermano come ci si possa confrontare dialetticamente in assoluta serenità pur avendo posizioni diverse su quegli stessi temi sui quali altri si scannano, si scomunicano e si insultano vicendevolmente. Ed è per questo, infatti, che a sinistra ci sono decine di (micro) partiti(ni), appartenenti alle due aree che ormai si sono con il tempo definite, cioè quella “antagonista” e quella “sovranista” (non prendo neanche in considerazione, ovviamente, il PD, “renziano” o “zingarettiano” che sia, e i cespugli neoliberali alla sua “sinistra”), ciascuno dei quali convinto di essere il depositario della “giusta e corretta linea” alla quale tutti gli altri dovrebbero adeguarsi.

Fatta questa premessa, entro nel merito della critica alla mia critica, procedendo per punti.

Quando affronto il tema dell’immigrazione vengo spesso tacciato di “idealismo” (non in senso filosofico ma, fra virgolette, “volgare”), cioè di essere una cosiddetta “anima bella”, oppure uno “che aspetta Godot”, come si suol dire, cioè la futura, prossima o remota, Rivoluzione Socialista Mondiale che traghetterà l’umanità verso le sorti magnifiche e progressive del Comunismo. Ultimamente c’è stato anche più d’uno (che mi conosce poco, è evidente) che ha detto che io farei del “solidarismo cristiano” (lo ha appena fatto anche Alessandro, sostenendo che la mia sarebbe una posizione “religiosa”, la qual cosa mi fa anche un po’ sorridere…). Cominciamo comunque col dire che – se anche così fosse – non sarebbe di certo una colpa, anzi. Preferisco di gran lunga un autentico e sincero cristiano – dati soprattutto i tempi – ad un sostenitore del capitalismo (in specie nella sua attuale versione neoliberista, sia essa di destra o estrema destra o di “sinistra”), o ad un fan del cosiddetto “pensiero debole” che null’altro è se non l’attuale variante postmoderna dell’ideologia capitalista. Del resto, il rapporto con i cristiani (e in Italia, ovviamente, con i cattolici) ha rappresentato da sempre una questione centrale per la Sinistra (quella seria) e soprattutto per i comunisti (quelli seri). E allora, quale migliore banco di prova per provare a riallacciare un rapporto con quel mondo, se non il tema dell’immigrazione, approcciandolo, ovviamente, da un punto di vista di classe e marxista? A meno di non pensare che meriti attenzione solo quel popolo (nel senso di ceti subalterni, perché una buonissima parte dell’elettorato leghista è composto da una media e medio-alta borghesia del centro-nord) che vota per la Lega; comunque, come dicevo poc’anzi, una minoranza, seppur significativa, perché rammento, peraltro, che la stragrande maggioranza di coloro che hanno votato per il M5S non lo hanno fatto per ostilità o competizione nei confronti degli immigrati ma per tutt’altre ragioni. E’ bene, dunque, cominciare anche a ridimensionare la portata della questione, senza naturalmente sottovalutarla, ma senza neanche attribuirgli quell’enfasi che la variante reazionaria e di destra del sistema capitalista gli attribuisce (e con essa, è seccante dirlo, anche i sovranisti di sinistra”).

Alessandro dice che non è quello il suo problema, e ci credo, perché lo conosco. Ma non credo affatto che non sia il problema di tanti altri amici e compagni che orbitano nella sua stessa area che invece (anche se non lo ammettono apertamente, forse per un malcelato pudore…), fortemente animati dalla volontà di dare vita nei tempi più brevi possibili, ad un nuovo soggetto politico (cioè un partito), ritengono che la riconquista di una gran parte dell’elettorato passi attraverso l’assunzione di una posizione che ponga la questione della “regolazione dei flussi migratori” al primo posto dell’agenda politica. Alessandro la pone in concomitanza con tanto altro, che ha spiegato nel suo articolo (sul quale dirò fra breve e sul quale concordo in larga parte), ma anche in questo caso credo che sia fondamentalmente la sua posizione, ma non quella di tanti altri suoi compagni (interpretazione personale, naturalmente). Ed è proprio il porre questa questione al primissimo posto della loro agenda politica – anche se, come già detto, non in modo esplicito (per non perdere consensi e non rompere del tutto a sinistra e anche con quel mondo cattolico di cui sopra) – che rende tale posizione viziata da un tatticismo politico e in prospettiva elettoralistico (anche con una certa vena trasformistica…) che la rendono strumentale e ideologicamente subalterna alla variante di destra del sistema capitalistico. E’ banale e superfluo ricordarlo ma la tattica non va mai anteposta alla strategia (e all’analisi della realtà).

Dicevo, appunto, che il sottoscritto viene spesso tacciato di “idealismo”. Se così fosse, la posizione di Alessandro sarebbe quella non di un idealista ma di un “super idealista” (ma in realtà non lo è affatto, come non lo è la mia…). Alessandro, infatti (che è infinitamente più ferrato in economia del sottoscritto la cui competenza in materia si limita al “canonico” e propedeutico – ma utilissimo – esame di Economia Politica presso le facoltà di Scienze Politiche), ci spiega (sarà, eventualmente, lui stesso a correggermi se ho male interpretato) come l’immigrazione sia un effetto o uno degli effetti dei “rapporti di produzione capitalistici” (cioè della famosa struttura) e quindi dell’organizzazione e della divisione capitalistica del lavoro su scala planetaria. Cito testualmente:” Allora quale è la ‘verità’? L’immigrazione, come l’emigrazione, è un effetto di un meccanismo autorafforzante che si alimenta per logica immanente, e non per costrizione esterna. E’ la centralità, nel modo di produzione capitalista imperniato sull’accumulazione flessibile[1][1], di rapporti ineguali di dominazione governati internamente dalla logica ferrea della concorrenza[2][2] che attraversano interamente tutto il sistema internazionale, che aspira costantemente verso il ‘centro’ dalle ‘periferie’ forza-lavoro[3][3] debole e ricattabile”.

Nulla da dire. Sono d’accordissimo, anzi, sottoscrivo. Non c’è alcun dubbio infatti che il colonialismo e il neo-colonialismo (e naturalmente l’imperialismo) siano “epifenomeni” di quella struttura, cioè di quei rapporti di produzione capitalistici che, fra i vari effetti, producono anche l’immigrazione. Pensavo, per la verità, che fosse sottinteso. Forse ho peccato di presunzione nel mio articolo, nel senso proprio del termine (cioè del presumere…), cioè ho dato per scontata questa “scansione”, diciamo così, in termini logici e dialettici (in senso marxiano, intendo) del processo. Non era certo mia intenzione capovolgere la questione. E’ evidente che non è il colonialismo (cioè la “costrizione esterna”, come l’ha definita Visalli) a creare il fenomeno dell’immigrazione ma il sistema capitalista (dato da lui stesso per “immanente”, per lo meno allo stato attuale, e ha purtroppo ragione), di cui il colonialismo, con tutte le sue “nervature” economiche e politiche in loco, in stretta interconnessione con le varie “madrepatrie” (si fa per dire, cioè con gli stati capitalisti e imperialisti dominanti) è un prodotto. E’ il capitalismo che crea le sue contraddizioni (strutturali), fra cui il colonialismo (e, naturalmente, l’imperialismo) e ovviamente anche l’immigrazione, che null’altro è se non il famoso esercito industriale di riserva che ieri, come ho già spiegato nel mio precedente articolo, era composto da lavoratori autoctoni e oggi è composto in buona parte (ma non del tutto, ovviamente…) da lavoratori stranieri. Le ragioni di ciò sono evidenti e non ci sarebbe neanche bisogno di spiegarle. Il mondo in questi ultimi 150 anni ha conosciuto un processo di trasformazione tecnica e tecnologica incredibile, direi tumultuosa, basti pensare che un secolo e mezzo fa per andare da un capo all’altro del mondo era necessario un viaggio di mesi con il rischio concreto di non giungere a destinazione per le ragioni più disparate (morte per malattia, naufragio, aggressioni ecc.) mentre ora ci vogliono poche ore di aereo (per la verità anche oggi moltissimi immigrati crepano nel modo indegno che sappiamo, e il Mediterraneo è ormai una sorta di cimitero galleggiante, ma questo è un altro discorso ancora…).

Ora, se volessi seguire il discorso di Alessandro (cosa che faccio volentieri) non potrei che ribadire che la sua posizione è sicuramente molto più “idealista” della mia. Perché se veramente volessimo risolvere le ragioni strutturali che determinano l’esistenza dell’esercito industriale di riserva (e quindi dell’immigrazione e dell’emigrazione), dovremmo porci innanzitutto il problema concreto del superamento del capitalismo. A meno di pensare che in regime capitalistico – anche ammesso che una coalizione democratica e socialista andasse al governo di un paese – possa essere possibile la realizzazione di una politica economica che abbia il suo asse centrale nel welfare, nell’impresa pubblica e nel massiccio intervento dello stato nell’economia, al punto tale da eliminare l’esercito industriale di riserva. Cosa del tutto impossibile, che non si è mai data, neanche nei momenti più “alti” di applicazione delle politiche keynesiane o socialdemocratiche. Pensiamo – è l’esempio più banale e a portata di mano che mi viene alla mente – al famoso New Deal roosveltiano che certamente è andato in quella direzione, a patto però di non dimenticare che fu la seconda guerra mondiale (in quella fase storica) a costituire il vero volano della espansione economica (e imperialista) americana.

E’ possibile, certamente, limitare quell’esercito industriale di riserva (solo in regime socialista può darsi piena occupazione) – e quindi alleggerire la pressione sui lavoratori occupati – con le politiche sociali ed economiche di cui sopra, nella stessa misura in cui è possibile limitarlo (come spiegavo nel mio articolo) attraverso il cambiamento radicale delle politiche internazionali, cioè chiudendo con le politiche neocolonialiste e con la costruzione di rapporti di cooperazione ed equo scambio con quei paesi che, obtorto collo, “esportano” (si fa per dire…) manodopera (si tratta in realtà di espulsi come ho spiegato in questo articolo: http://www.linterferenza.info/editoriali/migranti-o-espulsi/ ) a basso e a bassissimo costo. Le due cose NON possono essere separate né MAI io l’ho sostenuto; certo, ogni articolo che si scrive non può essere un’enciclopedia dove si affronta ogni aspetto (altrimenti non se ne uscirebbe più…) e non si può partire dalle origini e dalle cause prime ogniqualvolta si affronta un tema. Ho dato la cosa, forse sbagliando, per scontata…

Dove divergiamo Alessandro ed io? Naturalmente sulla risposta immediata da dare al fenomeno dell’immigrazione, sul “qui ed ora”. Lui scrive:” Per questo l’indiscriminata accoglienza, se resta sostanzialmente affidata alle sole capacità di socializzazione del mercato, in particolare nelle condizioni odierne di grande e diffusa sofferenza, si tramuta immediatamente in un fattore di aggravamento, in particolare nelle nostre tante periferie e nelle aree di abbandono. Il mercato attrarrà infatti flussi secondo il proprio principio, che è la massimizzazione del rendimento e quindi dello sfruttamento, garantendo tra l’altro la costante compressione della quota di ricchezza sociale che resta al lavoro (e determina domanda aggregata), a vantaggio di quella che viene appropriata dalla capacità di comando del capitale”. E ancora:” Ma non si può fare una cosa mentre non si fa l’altra, il rafforzamento delle capacità dei lavoratori, fornendo beni e garantendo potere, la cessazione della sostituzione guidata dal mercato, e l’interruzione delle politiche di saccheggio, vanno fatte insieme o non potranno avere alcun effetto”.

Anche in questo caso, nulla da dire. Non ho mai pensato di affidarmi alle “capacità di socializzazione del mercato” (di cui sono fiero avversario…). Al contrario. Il problema, in questo caso, è proprio quello della scansione temporale. Come ho già spiegato nel mio articolo, un ipotetico governo democratico e socialista degno di questo nome, non può porre al vertice della sua agenda politica il contenimento dell’immigrazione, se non DOPO (che non significa un’era geologica…) aver attuato quelle politiche sociali e quelle politiche internazionali (che comunque, come ho già scritto, non potranno mai eliminare completamente il fenomeno migratorio ma contenerlo entro limiti accettabili e governabili, e questo sarebbe già un risultato…) di cui sopra che lo legittimerebbero, anche sul piano etico (ma non è ora questo il punto), a porre anche la questione della regolazione dei flussi, anche per far cessare o quanto meno limitare quella “sostituzione (di manodopera, cioè di lavoratori) guidata dal mercato”.

Ma nelle attuali condizioni (che non mi sembrano proprio quelle da noi auspicate…), porre la questione del “contenimento” – come di fatto fanno (più nelle chiacchierate nei corridoi che pubblicamente) gli amici e i compagni della “sinistra sovranista”, significa di fatto attuare misure e provvedimenti repressivi e violenti (e quindi reazionari, perché attuati nei confronti di soggetti che dovrebbero essere invece oggetto di protezione e soprattutto di solidarietà di classe e internazionalista da parte di una forza Socialista né più e né meno dei ceti subalterni autoctoni) nei confronti dei soggetti più deboli dello sfruttamento capitalistico (e forse è proprio per questo che ne parlano nelle chiacchierate informali piuttosto che pubblicamente). Ed è questo che li espone alla critica di subalternità alla destra.

Mi si risponde, spesso, che organizzare politicamente delle persone che provengono da altre culture e contesti e animate dal desiderio (umano e legittimo) di integrarsi e magari anche di affermarsi socialmente, sarebbe difficilissimo se non impossibile. E’ vero e nessuno lo nega, ma solo in parte, perché sappiamo perfettamente che proprio nei luoghi di lavoro, dove cioè si creano delle condizioni oggettive di relazione e di condivisione fra le persone, i lavoratori immigrati sono spesso i più combattivi e sindacalizzati. Valeva ieri (pensiamo alle grandi fabbriche del nord) e vale per l’oggi dove, ad esempio nella logistica, i lavoratori immigrati sono in prima fila nelle lotte e nelle rivendicazioni sindacali. Forse che oggi è più facile ricostruire una rinnovata coscienza politica e di classe nelle masse popolari autoctone, da tempo ideologicamente e psicologicamente spappolate da un sistema ideologico-mediatico altamente pervasivo? Personalmente, credo che la difficoltà sia esattamente la stessa. A meno di non pensare che l’adesione alla “variante populista” da parte di tanta gente significhi automaticamente l’acquisizione di una coscienza di classe. Può essere vero (per lo più a livello inconscio), e lo è, in parte, ma può anche essere – come a mio parere è, anche in questo caso in parte – l’adesione (sia pure inconsapevole o a metà fra il consapevole e l’inconsapevole) ad una risposta reazionaria (e, ovviamente, niente affatto anti liberista) alla crisi del modello neoliberista tuttora dominante. Ciò significa che bisogna mollare l’osso? Ma neanche per sogno. Bisogna anzi “rompersi la testa”, metaforicamente parlando, che non significa affatto suicidarsi o assumere atteggiamenti stoici o “religiosi” bensì semplicemente avere la consapevolezza che ci sono stati momenti e fasi storiche assai più difficili per i comunisti e per i socialisti, dal momento che oggi, per lo meno in questo angolo di mondo, per tutta una serie di ragioni, non rischiamo o non rischiamo ancora nessuna conseguenza drammatica sulle nostre vite e sui nostri corpi che non siano l’emarginazione, l’ostracismo, la scomunica, l’isolamento e l’esposizione al pubblico ludibrio; tutte cose sopportabili e superabili per chi sia animato da quel gramsciano ottimismo della volontà senza del quale non si va da nessuna parte, né sarebbe possibile dare vita ad alcunchè, tanto meno ad un soggetto politico. E non mi si venga a dire che questo è un atteggiamento “religioso”, perché è soltanto la consapevolezza di stare al mondo con le proprie idee e portarle avanti con convinzione, come del resto fa in primis anche Alessandro Visalli. E meno male che lo fa.

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#2 daniele benzi 2019-03-17 12:06
https://www.rebelion.org/noticia.php?id=253666
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#1 gianmarco martignoni 2019-03-16 21:21
Con tutta la stima che posso avere per gli stimolanti interventi di Alessandro Visalli, non condivido in questo caso il ragionamento che sviluppa a partire ” dall’indiscriminata accoglienza…”, in quanto pecca da un lato di astrazione dalla realtà concreta, mentre dall’altro lato subisce di fatto la manipolazione ideologica dettata dalla presunta invasione ….Se guardiamo il mondo senza le lenti eurocentriche, verremmo a sapere che dei 16 milioni di rifugiati complessivi formalmente riconosciuti dall’Unhcr ,solo poco più di 2 milioni sono ospitati nei 28 paesi dellìUnione Europea.Solo per fare l’esempio della tragedia siriana, è noto che alcuni milioni di rifugiati vivono nei campi profughi allestiti in Giordania, Libano e Turchia.Il libro di Valerio Calzolaio e Telmo Pievani “Libertà di migrare ” rappresenta un contributo fondamentale per inquadrare il fenomeno migratorio attraverso la lettura del passato, del presente e del futuro, facendo inoltre i conti con la variabile tragicamente devastante dei cambiamenti climatici.
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