Realismo utopico: un ossimoro per ricostruire la sinistra
di Alfonso Gianni
Eppur si muove! Il Dragone cinese che pareva sornionamente adagiato in disparte in attesa degli andamenti della guerra russo-ucraina, ha affondato una zampata che ha messo in agitazione il quadro politico internazionale. Il tutto a poche settimane di distanza dal Summit del G7 che si terrà ad Hiroshima il 19 maggio e che, secondo i bene informati1, si dispone a redigere un documento assai severo contro le mire di Pechino su Taiwan. Da qui anche l’importanza che viene attribuita alla missione navale italiana negli Stretti di Taiwan, chiesta dagli Usa e che il governo Meloni si sta preparando ad esaudire. “Washington chiama, Roma risponde”, scrive compiaciuto un organo online delle nostre forze armate e di polizia.2 Al contempo la scelta della sede del prossimo G7 è emblematica e testimonia quanto il pericolo di una precipitazione nucleare del conflitto in corso in Europa aleggi sopra la testa dei grandi della terra, anche se i loro atti si muovono esattamente nella direzione opposta ad evitarlo.
La mossa cinese è consistita in una telefonata definita “lunga e significativa” fra Xi Jimping e Volodymir Zelensky. L’evento era atteso e promesso. Tuttavia non ha mancato di originare reazioni irritate e sollevare diversi interrogativi. La tesi secondo la quale si sia trattato di una semplice conversazione telefonica che non si nega a nessuno non regge al più superficiale esame delle circostanze. Come è del tutto inconsistente l’interpretazione che si tratterebbe di un gesto riparatore di Pechino, dopo lo scivolone di Lu Shaye, ambasciatore cinese in Francia, il quale si sarebbe lasciato andare, durante un’intervista alla televisione francese Lci verso la fine di aprile, a dichiarazioni effettivamente imbarazzanti come sostenere che "i Paesi dell'ex Unione Sovietica non hanno uno status effettivo ai sensi del diritto internazionale, perché non esiste un accordo internazionale per concretizzare il loro status di Paese sovrano".3
Naturalmente le parole dell’ambasciatore hanno suscitato un vespaio a livello internazionale, con irate proteste da parte dei rappresentanti dei paesi baltici e della stessa Unione europea. La politica internazionale seguita dalla Cina fin dalla disgregazione dell’area di influenza dell’ex Urss è stata l’opposto di quanto dichiarato dal suo ambasciatore, avendo la Cina stabilito relazioni diplomatiche con le repubbliche baltiche dopo il 1991. In ogni caso le puntualizzazioni successive giunte da Pechino, come pure la cancellazione dell’intervista dall’account dell’Ambasciata cinese a Parigi, avevano già fatto fronte alla gaffe diplomatica, se così la si vuole considerare, per quanto enorme sia stata, senza indulgere a interpretazioni dietrologiche. Che non si sia trattato di una semplice chiacchierata per toppare una vistosa falla sul piano diplomatico, è dimostrato anche dall’impegno che Xi avrebbe preso di inviare un fiduciario del governo cinese in Ucraina per valutare la possibilità di un “cessate il fuoco” e dell’apertura di un tavolo di trattativa.
Tutti abbiamo ben presente che la Cina persegue una sua strategia geopolitica ed economica tesa a sfruttare ogni occasione e sommovimento per ampliare la propria influenza sullo scenario globale. Né si può dimenticare che il più grande partner commerciale dell’Ucraina nel 2020 è stata la Cina: il valore del commercio tra i due paesi ha raggiunto i 15,3 miliardi di dollari, più del doppio rispetto a qualsiasi altro partner commerciale. Ogni ingenuità deve essere quindi bandita. Ma si deve prendere atto che la mossa cinese si pone obiettivamente in controtendenza rispetto sia all’avanzamento e al consolidamento, su base militare, delle posizioni russe in territorio ucraino, condite con i sempre più inquietanti riferimenti al possibile ricorso alle armi atomiche – sui quali sembra essersi specializzato Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Federazione russa - sia alla annunciatissima controffensiva militare di Kiev.
L’iniziativa della Cina
La Cina non da oggi aveva fatto intendere, a chi avesse orecchie e menti disponibili a intendere, che la sua neutralità attiva non era un escamotage linguistico, ma si sostanziava di un approfondimento analitico su quello che viene definito il nuovo disordine mondiale e su proposte concrete per creare le condizioni per risolvere il più grave dei conflitti in corso prima che possa precipitare in uno scontro mondiale nucleare. Alla fine di febbraio il Ministero degli esteri cinese aveva reso disponibili tre documenti, dai quali si poteva evincere con chiarezza il punto di vista cinese sulla situazione mondiale e sullo stesso conflitto russo-ucraino. Si tratta di un paper sulla Global Security Initiative (Gsi)4, di un documento di analisi dal significativo titolo US Hegemony and its Perils,5 e dell’importante position paper sul conflitto in atto in Ucraina.
Quest’ultimo è stato subito respinto sia dagli Usa e, guarda caso, dall’Unione europea, giudicandolo indefinito, astratto, se non ingannevole. In effetti il testo cinese non configura un piano di pace definito nei suoi dettagli. Ma ciò che pare vaghezza costituisce invece l’unica condizione per potere iniziare una discussione senza anteporvi rigidi steccati e contorni, dal momento che il problema sta a monte, cioè nel creare la volontà politica e le condizioni materiali per la costruzione di un tavolo di trattativa, prima ancora di entrare nel merito della stessa. Infatti il documento cinese, reso noto dal Ministero degli Esteri il 24 febbraio, ovvero a un anno esatto dall’invasione russa dell’Ucraina, non si rivolge particolarmente a nessuna delle parti in conflitto, ma, si può dire, al mondo intero, come ben si vede dalla lettura dei 12 punti in cui è articolato, esprimendo appieno la volontà della Cina di ergersi come attore fondamentale dei processi politici, economici e bellici in atto su scala globale.6
I tre documenti vanno valutati nel loro insieme, cogliendo tanto i riferimenti alla grave contingenza in atto, quanto la loro proiezione in un tempo più lungo, verso un nuovo ordine mondiale non più basato sull’egemonismo statunitense, ma su una nuova dimensione multipolare. In questo quadro la Cina cerca di interpretare l’aspirazione di popoli e di paesi del continente sud americano, asiatico e africano, quasi in una riedizione per quanto possibile dello spirito di Bandung del 1955. Ovviamente la situazione mondiale è radicalmente mutata rispetto a quella in cui si tenne la celebre conferenza, quando il mondo bipolare era stretto in una logica bipolare dominata dal confronto e dallo scontro fra Usa e Urss.7 Una logica contro la quale si mosse il principio e la pratica del neutralismo attivo, cui si ispirò fin dal suo sorgere il movimento dei non allineati.
La neutralità critica di Lula
Che l’iniziativa della Cina per cercare di introdurre il dialogo politico come alternativa alla strada della guerra, non sia isolata né strumentale per i propri interessi di potenza – come l’hanno definita gli osservatori mainstream8 - trova obiettivo riscontro dall’altra parte del globo. Il nuovo governo brasiliano e il presidente Lula stanno con forza e rapidità rilanciando una posizione di neutralità attiva che ha molti punti di contatto con quelli sollevati dalla leadership cinese. Lo si è visto con chiarezza anche nel viaggio di metà aprile di Lula in Cina, che non si è solo occupato degli aspetti economici e commerciali, pur essendo questi ovviamente importanti, dato che la Cina è il principale partner commerciale del Brasile, sia per l’import che per l’export. La venuta di Lula era molto attesa nel grande paese asiatico “perché – ci dice un conoscitore del mondo cinese come Simone Pieranni – l’America Latina è ormai un ‘obiettivo’ della Belt and Road Initiative”9. Durante il viaggio e nell’incontro con Xi Jimping, Lula ha più volte parlato del conflitto russo-ucraino, affermando, tra le altre cose, che “gli Usa devono smettere di incoraggiare la guerra e l’Unione europea deve iniziare a parlare di pace”10. Va naturalmente ricordato che anche il governo Bolsonaro aveva rinunciato ad allinearsi alle posizioni statunitensi in merito alle scelte di politica estera. Ma questo era dovuto a ben altri motivi, che possono essere riassunti nel fatto che Bolsonaro spiegava il suo equilibrismo fra Russia e Ucraina in base alla “sacralità” che per il Brasile ricopriva l’approvvigionamento di fertilizzanti di cui la Russia è grande esportatore. In sostanza l’ex presidente difendeva l’agrobusiness, sia per ragioni economiche, sia perché da quel mondo gli veniva un robusto consenso elettorale. La deforestazione dell’Amazzonia per fare spazio a nuovo terreno agricolo si spiega anche in questa chiave.
Le scelte di Lula in politica estera sono da subito state assai incisive e votate a dare al Brasile un ruolo di primo piano nel contesto mondiale su una posizione neutralista. La neutralità attiva, nelle azioni e nelle parole di Lula, si è arricchita di un aggettivo importante. E’ diventata cioè “neutralità critica”. La sua iniziativa non si è fermata al viaggio in Cina, ma contemporaneamente si è indirizzata verso la Russia, dove si è recentemente recato il suo consigliere per la politica estera, Celso Amorin, che aveva ricoperto la carica di Ministro degli Affari Esteri, tra il 2003 e il 2011, durante la precedente presidenza di Lula, nonché di Ministro della Difesa tra il 2011 e il 2015 sotto Dilma Roussef. Lula ha quindi riannodato le fila di quella che era già la sua politica estera, che si era manifestata lungo due assi: quello della diplomazia Sud-Sud, con la costruzione di un rapporto strategico con il Sud America e con l’Africa e quello di valorizzare al massimo l’intesa e il ruolo dei paesi facenti parte del gruppo dei Brics (ovvero, oltre al Brasile, la Russia, l’India, la Cina e il Sudafrica), per contrastare l’egemonia statunitense. Certamente la situazione mondiale ha vissuto molti cambiamenti da quando i Brics mossero i primi passi, ma chi ha dato troppo prematuramente per morto il protagonismo di questi paesi e la sua utilità, si deve oggi ricredere. Non a caso la visita in Cina di Lula è cominciata a Shanghai, dove si è tenuta la cerimonia di insediamento di Dilma Roussef, l’economista ex presidentessa del Brasile, alla guida della nuova banca di sviluppo dei Brics.
Dal canto suo Celso Amorin, di ritorno dagli incontri al Cremlino, ha affermato: “dire che le porte dei negoziati sono aperte, sarebbe una esagerazione. Ma dire che sono totalmente chiuse, non sarebbe la verità”. Su questa base l’ex ministro ha fatto tappa a Parigi sulla strada del ritorno in patria, ove ha incontrato un delegato di Macron, a dimostrazione dell’attivismo a tutto campo esercitato dal nuovo governo brasiliano. Insomma pur restando il quadro assai fosco e non essendo affatto allontanata la terribile prospettiva di uno scontro nucleare, si può dire che qualche spiraglio per una trattativa di pace si è aperto e che diversi, quanto autorevoli, sono gli attori che si muovono in questa prospettiva. Se fino a poco tempo fa il quadro della guerra appariva senza crepe per la mancanza di interlocutori terzi di una qualche credibilità capaci di proporsi e porsi in una posizione di mediazione tra entrambe le parti in conflitto, oggi si può dire che tale assenza comincia a venire meno.
Le parole di Papa Francesco
Né va dimenticato che in tutto questo periodo l’iniziativa di Papa Francesco non ha mai smesso di tenere banco. Le recenti dichiarazioni del Papa di ritorno dalla visita in Ungheria pare non abbiano finora trovato un riscontro positivo né a Mosca né a Kiev. Entrambe le capitali hanno dichiarato che nessuna concreta missione di pace è in preparazione da parte del Vaticano e tantomeno è in atto. Dal canto suo il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin ha smentito le diplomazie russa e ucraina con parole decise: “La missione di pace si farà”, ribadendo che le informazioni al riguardo erano già giunte tanto a Kiev quanto a Mosca11. Al di là di queste schermaglie, le parole del papa non vanno lette attraverso la lente delle procedure diplomatiche. Sarebbe un errore, peggio una manifestazione di cecità. Anzi, la loro forza sta proprio nel porsi prima e al di sopra delle regole che concernono i rapporti tra gli Stati, di racchiudere ed esprimere un crescente desiderio diffuso che non rimane ancorato e limitato solo alle popolazioni, ma è presente in larga parte degli organi e dei ceti politici, anche se questi ultimi non lo possono apertamente rivelare. Quello del Papa non è solo un messaggio retto da una tensione profetica ed escatologica, un monito nei confronti della fine del mondo che deriverebbe da un conflitto nucleare, dopo avere già denunciato l’esistenza nei fatti di una terza guerra mondiale “a pezzetti” (circa 60 sono i conflitti armati attualmente in corso nel mondo), monito insistente e ripetuto in ogni possibile occasione, ma qualcosa di più. Si tratta della sottolineatura di una ininterrotta presenza, qui ed ora, di una disponibilità ad agire tra gli uomini e per gli uomini di oggi, con una vicinanza fisica e non solo spirituale e quindi in qualche modo lontana. Seguendo una linea di concretismo e nello stesso tempo di messianismo che ha contraddistinto da subito l’esercizio del suo papato, fin dalle sue primissime parole in Piazza San Pietro, con quella notazione geografica che non era una bonaria e scherzosa captatio benevolentiae – “Voi sapete che il Papa è vescovo di Roma, ma sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo…” – bensì la esternazione, espressa con naturale semplicità, della missione che voleva attribuire all’esercizio del suo pontificato.
La transizione egemonica mondiale
La più decisa entrata in scena della Cina era, a guardare bene, solo questione di tempo. Questione cui peraltro i cinesi da secoli se non da millenni, attribuiscono grande importanza. Essa disvela quali siano le cause di fondo del cosiddetto disordine mondiale fino a chiarire cosa sta sotto la “guerra per procura” che viene condotta in Ucraina. Stiamo assistendo infatti ad una nuova fase o un nuovo capitolo di quella transizione egemonica mondiale che vede lo spostamento del baricentro economico e politico da Ovest ad Est. Cioè alla fine di quello che è stato chiamato il “secolo americano”. Ed è proprio in una fase come questa, per non rinunciare ad una famosa locuzione cinese ai tempi di Mao, che si verificano i colpi di coda più pericolosi. Gli Usa, sia nella versione trumpiana, che in quella incarnata da Biden, con diverse strategie hanno cercato e cercano di impedire questa fine, o quantomeno di rallentarne il corso e posticipare l’evento. Per ora la decisiva contesa si è sviluppata sul piano economico. Il suo trasferimento su quello militare avviene appunto “per procura”, moltiplicando gli scenari di guerra e avvicinandoli sempre più ai punti strategici. Se si guardano le cose da questo punto di vista si comprende che l’ottenimento e soprattutto il mantenimento della pace non è solo legato al cessate il fuoco e all’apertura di un tavolo di trattativa e che non basterebbe neppure la convocazione di una Conferenza internazionale sul modello di Helsinki 1975, che già sarebbe un enorme passo in avanti e quindi un obiettivo comunque da perseguire. Ma servirebbe uno sguardo più lungo, capace di garantire che una simile transizione egemonica avvenga evitando uno scontro bellico diretto tra i principali protagonisti, dal quale sarebbe utopico pensare di tenere fuori il ricorso alle armi nucleari. E che l’esito di tale transizione non consista nel cambio di cavallo, ovvero, fuor di metafora, dal passaggio dall’egemonia mondiale americana a quella cinese, ma nella costruzione di un sistema di relazioni multipolari. Perché tale sistema possa avere la speranza di nascere e reggersi in equilibrio – vaste programme, si suol dire, ma indispensabile - bisogna aggredire le enormi differenze e diseguaglianze che si sono aggravate e moltiplicate nell’epoca del finanzcapitalismo e durante le sue crisi ormai diventate permanenti.
Quando Lula domanda, a se stesso e al suo eminente interlocutore cinese, come ha fatto nel suo recente viaggio: “Ogni notte mi chiedo perché tutti i paesi devono basare il loro commercio sul dollaro. Perché non possiamo commerciare con le nostre monete?”12 centra un aspetto importante e decisivo per la costruzione di un nuovo ordine economico internazionale. E soprattutto fa felici i cinesi, i quali da anni cercano di fare dello yuan – o renmimbi – una alternativa reale e quindi credibile al dollaro, ancora considerato valuta di riserva universale e soprattutto un perno dell’egemonia statunitense e viceversa. Qualche passo in questa direzione è stato compiuto e non mi pare di poco conto.
Tutti ricordano i “petrodollari”. Bene ora, anche grazie all’accorta politica estera cinese, gli Stati del Golfo sono disponibili anche a contratti in “petroyuan”. La francese Total ha chiuso il suo primo contratto in renmimbi per la fornitura alla Cina di gas liquefatto estratto dagli Emirati. A marzo per la prima volta, lo yuan ha superato il dollaro negli scambi con l’estero. Si tratta per ora di segnali o di avvenimenti legati ad accordi bilaterali. Ma sarebbe sciocco sottovalutarli. Non lo fanno, ad esempio, gli analisti di Natixis che hanno definito un indice di internazionalizzazione del renmimbi, aspettandosi la crescita dell’utilizzo della moneta cinese pur ritenendo ancora lontana una reale minaccia alla potenza del dollaro13. Cosa su cui conviene anche Paul Krugman, seppure paventando che la Camera a maggioranza repubblicana possa aumentare il tetto dell’indebitamento, mandando in default gli Usa14.
Le condizioni economiche per la pace
Sulla necessità di intervenire sugli squilibri di fondo dell’economia mondiale si è espresso un importante e significativo appello promosso da Emiliano Brancaccio e da Robert Skidelsky, il grande biografo di Keynes, che il Financial Times ha pubblicato il 17 febbraio, così come hanno fatto Le Monde e Il Sole 24 Ore, corredato da autorevoli firme di economisti della comunità economica internazionale.15Il breve ma denso testo, il cui titolo Le condizioni economiche per la pace sembra parafrasare quello del celebre libro del 1919 di John Maynard Keynes,16 si apre con una netta presa di distanza dalla tesi secondo la quale il conflitto russo-ucraino porrebbe in atto uno “scontro di civiltà” e si conclude sottolineando che “per avviare un realistico processo di pacificazione, è oggi necessaria una nuova iniziativa di politica economica internazionale. Occorre un piano per regolare gli squilibri delle partite correnti, che si ispiri al progetto di Keynes di una international clearing union17. Lo sviluppo di questo meccanismo dovrebbe partire da una duplice rinuncia: gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero abbandonare il protezionismo unilaterale del ‘friend shoring’, mentre la Cina e gli altri creditori dovrebbero abbandonare la loro adesione al libero scambio”. Gli stessi estensori dell’appello sono ben coscienti che le condizioni obiettive per mettere in atto i “dovrebbero” non ci sono. Ci vorrebbe un “capitalismo illuminato” dicono, o quantomeno quello dei trenta anni gloriosi che operò “sotto il pungolo dell’alternativa sovietica”, oggi inesistente. Al suo posto abbiamo un finanzcapitalismo aggressivo e rapace che ha reciso i rapporti anche con la democrazia formale. Eppure, se si vuole fermare le tensioni e i conflitti bellici in atto, bisogna creare le condizioni economiche per una pace duratura. Si può quindi discutere sul carattere utopico dell’appello, ma va sottolineata la radicalità dell’analisi delle cause che ci hanno portato nella attuale situazione. E’ sconsolante che simili considerazioni non abbiano suscitato un vero dibattito, quantomeno nel nostro paese, sottraendo il tema della guerra alla falsa disputa fra democrazia e autocrazia.
La “autocritica” del Fondo monetario internazionale
Eppure spunti per una critica radicale al sistema capitalista e al contempo cenni di ripensamento da parte degli organi di governo dell’economia su scala mondiale emergono persino dall’ultimo outlook, aprile 2023, del Fondo monetario internazionale.18 Li mette in evidenza, in una recente intervista a un giornale italiano,19 Jayati Ghosh - ora docente di economia all’Università del Massachusets di Amherst, dopo avere insegnato per 35 anni a New Dehli - considerata una delle più influenti economiste della “scuola indiana” creata dal premio Nobel Amartya Sen. In un capitolo dal titolo significativo (“Coming down to earth”, ovvero “scendendo sulla terra”) “si riconosce – dice Jayati Gosh - che le terapie fatte di austerity, tagli alle spese pubbliche, imposizione del libero mercato anche sui cambi con i conseguenti crolli della valuta locale, di privatizzazioni selvagge, addirittura di accentuazione della tassazione regressiva, piuttosto, chissà perché, di quella sui ricchi, ecco tutte queste ricette imposte dal Fmi hanno provocato disastri e tragedie umane immense”.
È difficile tratteggiare una più cruda descrizione dell’economia del disastro (come la chiamava Hyman Minsky). Ma, aggiunge Jayati Ghosh, un conto sono le parole e le stime degli analisti, un altro sono le misure dei decisori politici. La conseguenza è che ”siamo sull’orlo di una disastrosa crisi debitoria” entro un mix micidiale in cui si sommano senza soluzione di continuità gli effetti della pandemia da Covid, la guerra in Ucraina, siccità e inondazioni frutto del cambiamento climatico, mentre 172 paesi emergenti sono “in cura” presso il Fmi, sulla base di quelle terapie disastranti, e nove di questi sono ormai in default. Per tutte queste ragioni l’economista indiana vorrebbe che il Fmi si smarcasse dalla sudditanza agli interessi statunitensi, assumendo un ruolo di finanziatore internazionale e imparziale, recuperando lo spirito di Bretton Woods. Il dollaro è stato usato come “arma impropria”, conclude l’economista, per fare valere l’egemonia americana sul mondo, per questo sempre più spesso interi Paesi “stanno sviluppando strade commerciali che bypassino la valuta americana”. E qui torniamo, quindi, al realismo e alla concretezza del discorso di Lula sulla necessità di abbandonare il dollaro come moneta di scambio internazionale. Ciò che a prima vista può apparire utopico, in realtà ci indica con realismo la strada, per quanto difficile, per portare il mondo fuori dalla crisi e dalla guerra. Realismo utopico, si potrebbe dire usando l’artificio verbale dell’ossimoro. Un realismo, cioè, che non abbandona il qui ed ora, ma li illumina con una capacità di visione di dove si vuole arrivare. “Uscire dalla crisi o dal capitalismo in crisi?” era la domanda che si poneva Samir Amin e già a quel tempo pareva una alternativa retorica.20 Oggi i corni del dilemma combaciano. Uscire dalla permacrisis, la parola dell’anno 2022 secondo il Collins dictionary, non è che una tappa del processo di fuoriuscita dal sistema capitalista.
La stretta monetaria delle banche centrali
L’Outlook di aprile del Fmi avverte che le economie avanzate dovrebbero registrare un rallentamento della crescita particolarmente pronunciato, dal 2,7% nel 2022 all’1,3% nel 2023. Ma potrebbe andare peggio – e molto ovviamente dipende dal prolungamento della guerra – con una crescita globale ferma al 2,5% nel 2023, con le economie avanzate sotto l’1%. L’inflazione globale complessiva dovrebbe scendere dall’8,7% nel 2022 al 7,0% nel 2023 grazie al calo dei prezzi delle materie prime – cosa, peraltro, tutta da verificare – ma senza portare grandi benefici all’inflazione core, assai più vischiosa.
Le previsioni sull’andamento dell’inflazione hanno rafforzato le scelte restrittive nel campo della politica monetaria propugnate dai “falchi” che puntano ad un incremento dei tassi. Così è successo per la Federal Reserve, che ha fatto scattare il decimo rialzo consecutivo del costo del denaro di un quarto di punto, avvertendo però contemporaneamente che potrebbe trattarsi dell’ultimo. Ma non è detto, visto che delle dieci svolte monetarie effettuate dalla Fed, tra il 1946 e il 2016, una sola è stata di tipo espansivo.
Naturalmente la Bce ha fatto altrettanto. Si temeva che il rialzo potesse essere dello 0,50%, è stato, bontà sua, “solo” dello 0,25%, portando comunque il costo del denaro a livelli che non si vedevano dal 2008, ma con la previsione di nuovi incrementi dei tassi a breve. Con la conseguenza, secondo gli esperti del settore, di provocare, ad esempio, un incremento medio dei mutui variabili di 233 euro annui, oltre che un rialzo al 13% degli interessi sugli acquisti a rate. Non solo: la Bce ha deciso di anticipare la fine dei reinvestimenti dei titoli di Stato al prossimo luglio, il che peserà negativamente non poco sull’allargamento dello spread. In sostanza, la paura dell’inflazione porta ad un rallentamento di una crescita già asfittica per almeno due anni, visto che le migliori previsioni, quelle della Lagarde, ritengono impossibile centrare il mitico obiettivo del 2% di inflazione prima del 2025.
Su queste pessime premesse si stanno muovendo i primi passi della discussione sulle nuove regole su cui dovrebbe fondarsi il Patto di stabilità e crescita europeo, la cui operatività è stata sospesa durante il periodo pandemico. La proposta presentata dalla Commissione appare come un compromesso tra le posizioni più consapevoli dell’improponibilità del “tutto deve tornare come prima” e il fronte dei paesi frugali e rigoristi. Ma i parametri restano, quelli del deficit non superiore al 3% e del rapporto debito/pil al 60%. Il periodo più lungo (4 o 7anni) concesso alla riduzione di quest’ultimo rapporto – vista la palese inapplicabilità del vecchio criterio della riduzione di un ventesimo all’anno – non fa altro che rendere semplicemente un poco più realistico ciò che prima non lo era. A questo si accompagna la possibilità di trattare le condizioni di questo rientro da parte di ogni singolo paese con la Commissione. Ma tutto ciò non fa che addolcire di una inezia l’amara medicina o addirittura, per alcuni aspetti, peggiora le condizioni precedenti. Perché mai dei parametri considerati stupidi dallo stesso Prodi, nella sua famosa esternazione, dovrebbero diventare intelligenti semplicemente perché viene flessibilizzato e “personalizzato” il percorso di rientro?
Peraltro la Germania, forte di un rapporto debito/pil che si è mantenuto relativamente basso, a differenza della Francia che ha splafonato di parecchio anche se non come l’Italia, insiste nell’introdurre dei paletti numerici e quantitativi per rendere meno aleatoria questa flessibilità. Resterebbero comunque i parametri aritmetici muti e sordi. Essendo quello del 60% corrispondente alla media europea di trent’anni fa, mentre quello del 3% fu inventato all’ultimo momento da un solerte funzionario francese. Il problema non sta solo nella distinzione fra spesa corrente e investimenti pubblici, su cui anche il governo Meloni cerca di impostare una trattativa, tenendo in stallo, come possibile merce di scambio, la ratifica del Mes, ma sta nella natura degli investimenti, alla loro qualità, se essi siano finalizzati o no a quella transizione energetica-ecologica e digitale di cui tanto si parla ma che è ormai diventata più retorica che progetto. Una volta concordato il tempo, i ritmi e l’entità della riduzione del debito, i singoli paesi sarebbero poi sottoposti a un controllo assai pervasivo sulle loro politiche di bilancio. Verrebbero di fatto commissariati, anche senza la troika, ma con gli stessi fini.
Guerra commerciale e nazionalizzazioni
Per quanto stiamo ballando sull’orlo di una catastrofe, non tutto il mondo segue le ricette malsane prima descritte. Lo scontro sulle materie prime strategiche, tanto per la transizione energetica quanto per quella digitale, non è soltanto alla base del crescente conflitto fra Usa e Cina, quindi una delle cause che potrebbero portarci allo scontro fatale, ma anche l’occasione per i governi dei paesi ricchi di tali minerali per agire in controtendenza rispetto alla logica delle privatizzazioni. Secondo diverse stime, per quanto possibile attendibili e convergenti, la Cina dovrebbe controllare il 90% della produzione e un terzo delle riserve mondiali delle terre rare (i 17 elementi che vanno dal lutezio al lantanio) e degli altri minerali strategici. La Cina raffina il 68% del nichel, il 40% del rame, il 59% del litio (fondamentale per il funzionamento delle batterie elettriche, il che ha determinato una enorme crescita della domanda). Inoltre il Dragone, controlla interi giacimenti di queste materie, fra cui il cobalto, dislocate in Africa, grazie ad una politica che, pur non riuscendo ad evitare difficoltà e asperità, si è ben distinta dal colonialismo europeo di vecchio stampo.21 Nel carnet delle misure che il Dragone può adottare nella guerra commerciale da tempo in corso vi è anche la possibilità di vietare l’esportazione della tecnologia indispensabile per l’utilizzo industriale delle terre rare, vanificando così i propositi occidentali di procedere alla ricerca di quei preziosi minerali entro i propri territori.
Ma le misure che si stanno adottando in diversi paesi dell’America Latina vanno ben al di là delle schermaglie, per quanto potenti, della guerra commerciale. La posta in gioco è il litio. Non rientra tra le terre rare, ma tra le materie strategiche sì, dove occupa una posizione rilevantissima. Il Cile, tramite la voce del suo Presidente Gabriel Boric, ha annunciato lo scorso 20 aprile la creazione della “Empresa Nacional del litio”. Il Cile è al terzo posto nel mondo per riserve di litio. Questo progetto di nazionalizzazione colpisce in modo consistente gli interessi delle multinazionali del capitalismo estrattivo. Al contempo, a dimostrazione di quanto sia complesso e difficile attuare una politica economica e produttiva che non comporti il rischio di ricadute negative sull’ambiente, la scelta di Boric genera anche preoccupazione nel mondo ambientalista, poiché giudicata poco coerente con l’impegno a preservare le risorse idriche del Cile. Sarà molto interessante quindi seguire con attenzione il prosieguo dell’attuazione di questo progetto. Anche perché interessa altri stati del continente americano.
Anche Argentina e Bolivia sono ricche di litio ma i giacimenti sono perlopiù in gestione a società americane e australiane. A Sonora, nel Messico, al confine con gli Stati Uniti vi è la miniera di litio più estesa al mondo e dove l’opera di nazionalizzazione è già in atto, essendo cominciata nel febbraio 2022. In Bolivia il controllo statale sull’estrazione del litio esiste da tempo, avviato da Evo Morales e non contraddetto dall’attuale presidente Luis Arce. Per gli investitori internazionali resta quindi l’Argentina. Ma anche lì l’idea della nazionalizzazione dell’estrazione del litio comincia ad aleggiare. Non poco dipenderà dall’esito delle prossime elezioni. Anche il Perù è tentato di muoversi nella stessa direzione. In altre parole il progresso tecnologico potrebbe diventare da alleato e strumento dello sviluppo e dello sfruttamento capitalistico a mezzo per combatterlo e per favorire la transizione energetica. Anche qui concretezza, efficacia nel perseguire gli obiettivi e la loro potenzialità trasformativa, si tengono per mano.
E l’Europa?
Resta quindi da chiedersi quale è il ruolo dell’Unione europea. La risposta non può che essere sconsolante. Sul fronte dei tentativi di costruire le condizioni per la pace la Ue non solo è assente, ma, china alle volontà degli Usa e della Nato, sta nel campo della soluzione militare, del prolungamento della guerra fino alla vittoria dell’Ucraina. Fingendo di non comprendere che questa è una guerra perdente per tutti. Chiudendo gli occhi davanti al fatto che una potenza nucleare, posta di fronte alla prospettiva di una sconfitta, non resisterebbe alla tentazione di utilizzare le sue armi micidiali. E questo non perché ce lo ripete Medvedev a ogni piè sospinto, ma perché ce lo suggerisce la logica della guerra, anche se perversa, e soprattutto la storia. Altri - do you remember Hiroshima e Nagasaki? – lo hanno fatto per molto meno e da una posizione già vincente.
Eppure siamo arrivati a ciò che fino a poco tempo fa poteva parere incredibile. La Ue, per bocca di Thierry Breton, commissario al mercato unico, presentando a Bruxelles il 3 maggio l’Asap (Act to Support Ammunition Production, ovvero le azioni per sostenere la produzione di munizioni) si è spinto fino ad includere i fondi stanziati per il Piano di Rilancio NextGenerationEu tra quelli utilizzabili per incrementare la produzione di munizioni e l’industria bellica in generale. Non contento di ciò ha richiamato alla massima attività le industrie italiane, suggerendo di stabilire deroghe al lavoro notturno, affinché la produzione di munizioni avvenga a pieno ritmo. Al posto della transizione ecologica, energetica e digitale, quella bellica!
La guerra in atto sta travolgendo ogni barriera e ogni remora. Sta cambiando nel profondo le culture. Sta spostando a destra l’asse su cui, in un fragile equilibrio, si reggeva la costruzione europea. Il fronte baltico sta acquistando peso e considerazione, ponendosi addirittura come alternativa a quello franco-tedesco. La lettura integrale del discorso tenuto il 20 marzo a Heidelberg dal premier polacco Mateusz Morawiecki non può che destare serie preoccupazioni. I tempi nei quali si temeva che l’idraulico polacco potesse rubare il lavoro, in virtù dei prezzi stracciati che praticava, a quelli dei paesi dell’Ovest europeo, paiono davvero lontani. La Polonia appare oggi come la punta di diamante della Nato, impegnata com’è ad arrivare al 4% del proprio pil in spese militari, il doppio di quanto richiesto dall’Alleanza atlantica.
Nel suo discorso, intriso di violento anticomunismo, il premier polacco insistite sul ruolo secondo lui insostituibile dello Stato-Nazione: “la lotta delle nazioni schiavizzate dell’Europa centrale era, fondamentalmente, una lotta per la sovranità nazionale. Questa questione ha unito i patrioti in tutto lo spettro politico…”. La vicenda greca viene strumentalizzata quale esempio di sopraffazione da parte della governance delle elite europee. Morawieski accusa i paesi dell’Europa occidentale, in particolare l’asse franco tedesco, di cecità di fronte alla pericolosità della Russia e quindi in pratica di essere corresponsabili dell’invasione dell’Ucraina. Respinge ogni ipotesi di federalismo, negando persino l’importanza dei fondi comuni europei per lenire le conseguenze economiche della pandemia. Mette Putin, Hitler e Stalin sulla stessa riga, facendo riecheggiare, pur senza nominarlo direttamente, il ricordo del “tradimento di Yalta”, quando le potenze occidentali avrebbero consegnato ai sovietici l’est dell’Europa. Ribadisce che la Polonia è uno Stato di diritto al pari di quelli occidentali, i quali la vorrebbero invece discriminare non comprendendo la necessità polacca di liberarsi dell’eredità del comunismo. Cita due papi, naturalmente Wojtyla e Ratzinger, tacendo su Francesco. Riprende il mantra delle radici cristiane dell’Europa e conclude in nome di un futuro puramente intergovernativo, contro ogni seppur timido accenno federalista, quale unica garanzia della sopravvivenza dell’Unione europea.22 E’ quindi evidente che Morawieski candidi il suo paese, se non se stesso, a capofila di una svolta a destra dell’Unione europea, sul piano culturale e politico, potenziato da uno spirito bellico tutt’altro che metaforico.
La necessità dello sviluppo di un movimento per la pace
Come opporsi a tutto ciò? È bene non farsi illusioni e guardare in faccia la realtà. Stiamo attraversando un periodo terribile, irto di pericoli per la sopravvivenza del vivente umano e non umano, del pianeta in quanto abitabile. Dobbiamo fermare una guerra che, se prosegue nel mito della vittoria di una delle due parti, ci può portare alla catastrofe nucleare. Altro che sconto fra democrazia e autocrazia o fra civiltà. Lo scontro è fra la civiltà e la barbarie, per parafrasare una celebre alternativa posta dal movimento operaio internazionale.
Abbiamo visto e partecipato a proteste e manifestazioni, per non parlare dei convegni, all’insegna della pace e dell’apertura di un tavolo di trattativa per interrompere con una soluzione negoziata la guerra russo-ucraina. Abbiamo indicato la conferenza di Helsinki del 1975 come un possibile modello da adattare alle condizioni odierne. Abbiamo cercato di applicare il realismo utopico al campo della lotta per la pace. Ma non possiamo dire di avere ottenuto risultati neppure minimamente soddisfacenti.
Certo, anche il grande movimento mondiale – la seconda potenza nel mondo secondo il New York Times – non riuscì ad impedire la guerra a tutti i costi voluta dagli Usa contro l’Iraq. Ma non fu uno sforzo inutile, perché ha sedimentato una coscienza della necessità della pace e del protagonismo popolare, di cui la generazione successiva si è avvalsa nei vari movimenti cui ha dato origine. La lotta ha pagato, anche se non nell’immediato e nel raggiungimento di un obiettivo concreto.
Ma purtroppo oggi non siamo di fronte a un movimento per la pace di tali proporzioni. La ragione mi pare evidente. Almeno quella prevalente. Che il responsabile dell’aggressione all’Ucraina sia il governo russo con una palese violazione del diritto internazionale è fuori di dubbio. Un errore che è peggio di un delitto, secondo la celebre locuzione. Ma il conflitto russo-ucraino nasconde una complessità di contraddizioni, dal terreno economico a quello geopolitico che rimangono compresse dalla contrapposizione fra aggressore e aggredito. E non è facile farle emergere. Non c’è da stupirsi perciò che anche posizioni apertamente pacifiste si siano divise in questa circostanza, a volte paralizzando una capacità di risposta di massa Che però resta indispensabile. Quello che non può essere mai separato è il pacifismo dalla ricerca di concrete soluzioni, ovvero vi è bisogno di un pacifismo critico e concreto, capace di fare leva su tutte le forze in campo, nonché sulle contraddizioni che si aprono in campo avverso per aprire spiragli a un percorso di pace. È difficile, non impossibile.
In campo sociale assistiamo a una ripresa vigorosa dei movimenti in Europa, per fermarci al nostro continente Dagli scioperi più tradizionali alle forme di rivolta, i riot, per usare un termine diventato comune, i movimenti sociali si affermano in più parti d’Europa. E non si tratta di fiammate, come è evidente nel caso francese. In sostanza questi movimenti mettono in luce la crisi profonda della legittimità delle politiche neoliberiste. Smascherano il divorzio ormai avvenuto da tempo tra il capitalismo e la democrazia. Ne abbiamo parlato in molti numeri di questa rivista, si può dire fin dal suo sorgere.23 Come ha affermato il sociologo francese Ugo Pahleta “le nozze tra la democrazia e il capitalismo sono state una parentesi”24. Nel nostro paese non vediamo per ora un simile rigoglio dell’opposizione dal basso. Del resto non esiste neppure una sinistra che abbia sufficiente credibilità e massa critica per diventare un punto di riferimento. Fermo restando che i movimenti non si creano, ma si riconoscono, si capiscono e si partecipa alla loro vita. Questa dovrebbe essere la politica, quella che da noi in particolare manca. Come ha detto Pablo Iglesias “La politica è la disciplina del conflitto”25 non degli accordi, e ad esso non si può sostituire né farne a meno.














































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