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Le parole del Papa, gli atti della guerra

di Alfonso Gianni

70.jpgIl grido ‘mai più la guerra!’ dei miei predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali. Ad esempio nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale ‘sì’ alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!’.1

Leone XIV

Le guerre continuano a segnare il tempo che stiamo vivendo. Con sempre maggiore intensità e diffusione. Viviamo in un sistema di guerra, con il grave rischio di abituarcisi. Forse è per questo che le parole di papa Prevost, come quelle riportate in esergo, non hanno solo un tono messianico, come sarebbe logico aspettarsi da un’alta autorità religiosa, ma anche una dimensione politica concreta che travalica, appunto, confini e ideologie, impegnandosi a fondo in un corpo a corpo con questa drammatica modernità. Il messaggio acquista così chiarezza, semplicità, immediatezza a cui non si può sfuggire. Con diverse caratteristiche e modalità, muovendo da una differente dottrina filosofica e teologica (l’agostinismo), che valorizzano ancora di più la sostanziale convergenza, Leone XIV si muove con sempre maggiore decisione e incisività sulla strada tracciata dal suo predecessore, papa Bergoglio. Un percorso che papa Francesco volle rendere noto e tracciare fin dalle sue prime parole affacciandosi a una piazza gremita di fedeli festanti. Quel suo “sono venuti a prendermi quasi alla fine del mondo” indicava un tragitto che avrebbe percorso in direzione contraria.

Forniva da subito la cifra, il senso del suo pontificato, caratterizzato dalla consapevolezza che la Chiesa non dovesse restare eurocentrica e tantomeno rinchiusa in e su sé stessa, ma dovesse abitare il mondo, condividendone i drammi e i dolori. Ora Leone XIV continua quel cammino situandolo nelle contraddizioni più acute del mondo contemporaneo. E’ quello che emerge chiaramente dalla lettura della sua recente Enciclica Magnifica humanitas2, firmata, non a caso, il 15 maggio 2026, nel 135° anniversario della celeberrima Enciclica di Leone XIII Rerum novarum. La maggioranza dei commenti che nei primi giorni dopo la presentazione dell’Enciclica si sono avvicendati sulla stampa quotidiana ruotano tutti attorno al tema dell’intelligenza artificiale (IA). Con il risultato, più o meno voluto, di mettere in ombra la questione della guerra e il modo non convenzionale con il quale il Papa la affronta. Il silenzio della politique politicienne al riguardo è sconfortante, ma non sorprendente.

 

Il nuovo grido di Leone XIV contro la guerra

Il suo allarmato richiamo alla necessità della pace non ha niente di rituale o scontato. E’ collocato dentro l’attuale e modernissimo sistema di guerra che sconvolge il pianeta. La guerra mondiale a pezzetti di Francesco si compone in un terribile puzzle nel tempo di Leone XIV. Della guerra attuale papa Prevost coglie gli elementi di modernizzazione che la rendono ancora più invasiva e distruttiva. Sottolinea il mutamento radicale della situazione rispetto ai tempi nei quali suoi eminenti predecessori al soglio pontificio elevavano alti moniti contro il ricorso alla guerra. Fra questi viene ricordato il grido di Paolo VI nel 1965, davanti all’Assemblea dell’Onu: “Non più la guerra, non più la guerra!”. Ma “Dobbiamo riconoscere che, nonostante i desideri e i proclami di pace, gli ultimi sessant’anni sono stati attraversati da conflitti di una ferocia impressionante”. Malgrado questo “nel discorso pubblico, era comune la convinzione che la guerra dovesse restare una extrema ratio, circondata da limiti etici e giuridici rigorosi, e comunque da un orizzonte politico orientato alla pace.” (189) Ma ora i freni della morale sono stati travolti, il diritto internazionale è stato calpestato e quell’orizzonte si è rabbuiato.

E tutto è avvenuto almeno per due motivi. “Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze”(185). Infatti “nei tempi che viviamo si va consolidando una cultura della potenza” che “penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, approfittando della crisi del multilateralismo e alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono.” (188)

Oggi “assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale”. Questo “cambio di paradigma” viene insistentemente motivato e alimentato nell’opinione pubblica, “attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura.” Questo fa sì che, prosegue Leone XIV, “L’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti.” Per questa ragione “Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della ‘guerra giusta’, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto”. (192)

Non può sfuggire che quest’ultimo passaggio, in particolare, assume una rilevanza precisa rispetto ai più drammatici e distruttivi conflitti in corso, quali quello russo-ucraino, il genocidio palestinese, l’aggressione israelo-statunitense all’Iran e al Libano, ove tanto il mantra della “guerra giusta”, quanto la dilatazione impropria del principio della legittima difesa, sono stati e vengono tutt’ora profusi a piene mani.

Naturalmente il Papa sa bene, e non dimentica di sottolinearlo, che la “cultura della potenza” che spinge al conflitto ha una base materiale. Infatti “Non possiamo ignorare gli enormi interessi economici che stanno dietro alla guerra. Le industrie degli armamenti e i Paesi che forniscono armi traggono profitto da un mercato che prospera proprio grazie ai conflitti. In questo senso, c’è anche una logica economica che contribuisce ad alimentare tensioni in diverse regioni del mondo.” (193)

Grazie alle analisi che andiamo conducendo, ormai da anni, nelle pagine di questa rivista, potremmo dire che non si tratta solo dell’economia di guerra in senso stretto (la produzione di armi e affini) che stimola il ricorso a conflitti sempre più gravi ed estesi, spingendo il mondo verso il baratro di una nuova guerra mondiale combattuta con armi nucleari. Ma che è la logica intrinseca a questa fase del capitalismo che spinge, se non viene fermata, in questa direzione, essendo in gioco il vecchio primato degli Usa sul e nel mondo in maniera decisiva e probabilmente irreversibile. A meno che una nuova guerra dalle proporzioni e dalla distruttività prima dette non cambi i connotati anche fisici del pianeta, oppure un processo di cambiamento rivoluzionario non rovesci gli assi portanti di questo sistema internazionalizzato.

 

Il ruolo dell’intelligenza artificiale nel sistema di guerra

Ma se ci fermassimo a questa spunto critico, pure importante, rischieremmo di non cogliere l’originalità del testo vaticano, che si manifesta con particolare forza quando affronta la seconda causa del cambio di paradigma che abbiamo di fronte e che consiste nel fatto che “La rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti”. (183)

Prima di entrare in questo argomento, Leone XIV non rinuncia a mettere in rilievo in primo luogo il pericolo rappresentato dalla sola esistenza e moltiplicazione delle armi nucleari. Ma anche questo tema, in sé non nuovo da parte vaticana, assume una curvatura coerente con i tempi e con le ancora più pericolose innovazioni intervenute nella fabbricazione e nel trasporto di questi letali armamenti. Infatti “l’evoluzione degli arsenali atomici – compresa la prospettiva di impieghi ‘tattici’ – fa apparire il ricorso a tale ordigni come una possibilità sempre meno remota. In tale contesto, l’entrata in vigore nel 2021 del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, sostenuto da oltre settanta Paesi, rappresenta un segno importante, ma rischia di restare in gran parte simbolico, poiché le principali potenze atomiche non vi aderiscono. Si è diffusa così la convinzione, errata, che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile di sicurezza, con il risultato di alimentare una nuova e poco controllabile corsa agli armamenti, accompagnata dal progressivo smantellamento degli accordi di riduzione delle armi nucleari e dallo sviluppo degli ordigni ‘miniaturizzati’, che rendono più facile considerarne l’uso come opzione praticabile”. (194)

Quindi l’Enciclica esplicita una denuncia puntuale e senza appello del ruolo che ormai ha assunto l’intelligenza artificiale nelle guerre moderne: “L’IA entra in questi processi (i conflitti e ciò che li prepara e li sostiene n.d.r.) come fattore di accelerazione, in un quadro in cui molte tecnologie sono intrinsecamente ambivalenti: ciò che nasce per difendere può essere rapidamente convertito all’offesa e il confine tra protezione ed aggressione tende a sfumare”. (183) Non solo, ma poiché “Si parla talvolta di ‘agenti morali artificiali’, come se una macchina potesse garantire, con maggiore coerenza di un essere umano, la distinzione tra bene e male” è bene precisare – e questo è un punto centrale nel ragionamento di papa Leone XIV - che “il giudizio morale non è riducibile a un calcolo: esso implica coscienza, responsabilità personale e riconoscimento dell’altro come persona. Perciò non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o comunque irreversibili. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile.” (198) Infatti – e lo vediamo negli attuali conflitti robotizzati – “ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto” (199).

 

La posizione di papa Prevost sulla IA

E qui, direi, arriviamo al cuore della posizione di Leone XIV rispetto alla IA, che non si limita alla denuncia dell’impiego che ne viene fatto nel conflitto bellico, ma contesta alla radice la possibilità – e quindi anche la desiderabilità – che le macchine, per quanto ampia sia la loro potenza di calcolo, irraggiungibile da una mente umana, per quanto siano molteplici le loro capacità e potenzialità cognitive tramite il machine learning, possano essere dotate di coscienza, desiderio, responsabilità etiche, emozioni3 (che non siano, queste ultime, la semplice riproduzione di una imitazione della espressività umana). Infatti nell’Enciclica si legge: “Non è possibile dare una definizione univoca e completa dell’IA. Ciò che possiamo affermare è che occorre evitare l’equivoco di equiparare questa ‘intelligenza’ a quella umana … le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze.” (99)

Il punto, ben presente nel dibattito scientifico e politico a livello mondiale sulla rivoluzione digitale, è importante per diversi motivi. Ovviamente per tagliare l’erba sotto ai piedi a tutte le teorie transumaniste e superomistiche germinate dalle pessime menti dei guru che hanno preso il sopravvento nella Silicon Valley e da lì vengono diffuse tramite i potenti mezzi di comunicazione e di manipolazione di cui dispongono in tutto il mondo, fino a costituire una sorta di background “filosofico-scientifico” di quella chi si profila come un’internazionale nera. Ma è del tutto rilevante anche per “disarmare” – una parola che “sta a cuore” al Papa per sua esplicita ammissione (110) – l’intelligenza artificiale, intendendo questo compito in senso più ampio di quello, pur quanto mai necessario e urgente, di inibire all’IA di assumere il comando delle azioni umane per spingerli alla guerra e di condurla essa stessa attraverso la robotizzazione degli strumenti di morte. L’obiettivo deve essere quello, senza alimentare alcuna forma di luddismo digitale, di “impedire che la superiorità computazionale si trasformi in superiorità antropologica”4.

Come questo sia praticamente possibile, come si possa arrivare a una sorta di umanizzazione della IA, rovesciando in formidabile risorsa il pericolo insito è appunto – o meglio dovrebbe essere – argomento e preoccupazione delle forze politiche della sinistra. Se decidessero di occuparsene seriamente. Lo sforzo di alcuni premi Nobel per la fisica, quali Giorgio Parisi e Geoffrey Hinton, va esattamente in questa direzione quando, tra le altre cose, propongono la costituzione di un Centro europeo, una sorta di nuovo Cern, per l’intelligenza artificiale, sottolineando come tale materia non possa essere affidata ad un solo paese, ma richiede la messa in moto di risorse intellettuali, fisiche ed economiche a livello internazionale, a cominciare da quello nel quale siamo più direttamente immersi, cioè l’Europa.5 E su queste tematiche sta anche convergendo la parte più riflessiva e pensosa del futuro del movimento sindacale, non limitandosi alla già drammatica e fondamentale questione della difesa dei posti di lavoro messi in pericolo dall’ingresso massiccio dell’IA nel mondo della produzione, del commercio, dei servizi, del lavoro manuale come di quello intellettuale.6

 

Il tentativo di depotenziare la critica del Papa

Ovviamente non poteva mancare il tentativo di depotenziare la forza critica del messaggio papale stabilendo un parallelismo – anche se per pudore non una identità – con valutazioni sull’IA provenienti da sponde ben diverse. Si iscrive in questo quadro, ad esempio, il commento di un abituale opinionista de Il Sole 24 Ore che sostiene possa esserci “armonia tra il miglior pensiero laico e la summa del pensiero cattolico”, ove il primo viene identificato con quello di Fabio Panetta, Governatore della Banca d’Italia7. Lascia quasi attoniti il metro con cui l’autorevole autore misura la presunta convergenza tra il pensiero del Pontefice e quello del Governatore: “Il punto di partenza è un semplice confronto sui numeri: le Considerazioni finali contengono complessivamente … ben trentasette volte l’espressione intelligenza artificiale”. Il che, come dovrebbe essere ovvio, non dimostra nulla, meno che mai l’assunto di una convergenza di pensiero o addirittura di “recondite armonie” come le definisce enfaticamente l’economista con una reminiscenza pucciniana8. Sia perché sarebbe invero strano che chi è a capo di Bankitalia non si occupasse della presenza dell’IA, ma soprattutto perché quei trentasette riferimenti (non contesto l’esattezza del computo) non valgono la forza delle parole contenute nella Enciclica papale.

Nelle conclusioni delle sue Considerazioni finali9 Panetta si occupa dell’intelligenza artificiale soprattutto dal punto di vista delle nuove occasioni che essa può fornire al sistema delle nostre imprese, infatti afferma che “L’intelligenza artificiale può divenire una leva decisiva per rilanciare la produttività dell’economia italiana”, per giungere infine a dire che comunque “La rivoluzione tecnologica non produrrà spontaneamente benessere condiviso: deve essere governata”. La necessità di stabilire regole e di governare il nuovo balzo tecnologico viene quindi invocata per attivare una positiva potenzialità che lasciata se stessa resterebbe come inerte.

Su ben altri presupposti e su un diverso asse critico si basa il modo con cui il Papa affronta la questione, ove nell’Enciclica afferma perentoriamente (l’avverbio qui non è ridondante) che “non possiamo considerare l’IA moralmente neutra.” (104) Leone XIV non si limita a riportare le parole pronunciate da Paolo VI il 16 novembre del 1970 nel Discorso in occasione del XXV anniversario della Fao: “’i progressi scientifici più straordinari, le prodezze tecniche più strabilianti, la crescita economica più prodigiosa, se non sono congiunte ad un autentico progresso sociale e morale, si rivolgono, in definitiva, contro l’uomo.’” Ma sottolinea un elemento decisivo nell’analisi dei moderni apparati tecnologici poiché “nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e delle capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione.10” (95)

Non è azzardato dire che qui papa Prevost fa un ulteriore passo in avanti sulla scorta di quanto già aveva affermato undici anni fa papa Bergoglio nella sua Laudato si’, quando “denunciava la crescente affermazione di un paradigma tecnocratico nel mondo globalizzato”11. (92) Proprio perché da allora “Questo paradigma si è esteso rapidamente negli ultimi anni, anche per effetto della diffusione dell’intelligenza artificiale, delle scienze cognitive, della nanotecnologia, della robotica e della biotecnologia.” (93)

 

L’esaltazione della violenza

Purtroppo, anche se dal soglio pontificio, prima con Francesco, ora con Leone XIV, si sono levate le voci più alte in favore della pace, non per questo i venti di guerra hanno cessato di imperversare. Anzi, ogni giorno assistiamo all’allargamento e all’incrudelimento dei conflitti in corso. La semina c’è stata, ma il tempo del raccolto appare lontano e incerto. Su entrambi i fronti più drammatici, quello russo-ucraino e quello mediorientale, i bilanci delle guerre si fanno sempre più pesanti, in termini umani, ambientali, economici, mentre il mito della vittoria scolora ogni giorno di più. Ormai si tratta di guerre che pur avendo una dimensione ancora circoscrivibile territorialmente, ma in continua espansione, hanno assunto una dimensione di carattere internazionale. Siamo cioè oltre la guerra mondiale a pezzetti, di cui parlava Francesco, perché questi si stanno avvicinando e componendo in un terrificante puzzle.

Ma questo non impedisce all’amministrazione Trump di fare ballare il mondo sull’orlo del burrone, attraverso una snervante tattica – anche se torna difficile gratificarla della dignità di una simile denominazione – dello stop and go, che si traduce in asserzioni sulla imminenza di una possibile fine o tregua indefinita della guerra contro l’Iran, seguite da improvvisi rilanci dell’iniziativa bellica di cui si minaccia una sempre maggiore distruttività. Con conseguenze sull’andamento dei mercati finanziari verso l’alto o verso il basso, anche se negli ultimi tempi questi sembrano avere imparato a non dare troppo retta alle esternazioni dal tycoon. Se prestiamo attenzione alle dichiarazioni presenti e passate del segretario della Difesa (pardon della Guerra, come l’ha ridenominato lo stesso Trump) Pete Hegseth vediamo come l’ideologia della violenza e dello sterminio sia consustanziale all’entourage del presidente Usa e come venga esibita senza pudore. Basta un solo esempio: in una cerimonia tenutasi subito dopo l’inizio della guerra all’Iran, Hegseth ha sostenuto che “dobbiamo usare una violenza travolgente contro coloro che non meritano pietà. Facciamo questo con l’audace fiducia nella forza e nel potente nome di Gesù Cristo”12

Nel frattempo colui che finora ha tirato i fili nel quadro mediorientale, cioè Netanyahu, persegue militarmente il suo disegno di una grande Israele, giungendo a bombardare la periferia di Beirut. Non sappiamo se la telefonata, definita molto tesa dall’establishment statunitense, fra Trump e Netanyahu abbia assunto il tono minaccioso e insolente che la solitamente ben informata Axios ha riferito, ma certamente pare che persino il tycoon cominci a percepire di non essere lui, quanto il suo sodale israeliano, ad essere quello che determina i tempi e gli obiettivi della guerra.13 Che, se sono confusi sul versante statunitense, appaiono chiarissimi su quello israeliano. E difatti l’Idf conquista sempre più territorio libanese, con l’intenzione di non mollarlo.

 

La pratica della violenza e le strategie di riarmo

Nel frattempo il genocidio del popolo palestinese continua, con un’intensità solo diluita, mentre l’aggressività dei coloni nei confronti degli abitanti della Cisgiordania è sempre più eccitata e protetta dal governo di Tel Aviv, in particolare dai ministri di estrema destra che lo compongono, come Ben Gvir che si è esibito, alla ricerca di consensi purtroppo ricevuti, nella umiliazione e nella violenza nei confronti dei partecipanti alla Flotilla. Un fatto inaudito, che ha scosso un pochino persino le cancellerie europee, ma, purtroppo, solo un esempio di quanto tocca subire in modo ancora più pesante alla popolazione palestinese.

Né si aprono prospettive serie per una pace nel conflitto russo-ucraino, giunto ormai a superare il quarto anno di belligeranza. Davvero troppo per considerarlo da parte russa una “operazione militare speciale”.

Mentre assistiamo alla solo apparente assurdità di una Ucraina diventata addirittura esportatrice di armi sofisticate verso paesi europei. A metà maggio il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha rivelato che “per quanto sia un fatto triste”, il Paese aggredito dalla Russia ha sviluppato un’enorme esperienza sul campo. E ha ammesso che la Germania sta comprando armi da Zelensky che Berlino non è ancora in grado di produrre.14 Ma non si tratta solo di acquisti una tantum per dare il là al riarmo tedesco. Già il 15 dicembre 2025 la tedesca Quantum Systems e l’ucraina Frontline Robotics avevano annunciato la creazione di "Quantum Frontline Industries" (Qfi), una joint venture tedesco-ucraina con il compito di realizzare la prima linea di produzione industriale completamente automatizzata in Europa per droni destinati alle Forze armate ucraine. Nell'ambito dell'iniziativa Build with Ukraine, la nuova impresa produrrà in serie droni multiuso, collaudati sul campo di battaglia, sviluppati dall'azienda ucraina Frontline Robotics. Il 100% dei sistemi prodotti in Germania sarà consegnato alle Forze di Difesa ucraine, in volumi definiti dal Ministero della Difesa ucraino.15

Un cambiamento non da poco: non più solo l’Ucraina che chiede sempre più armi, ma la tendenza ormai già avviata a fare di quel Paese uno degli agenti attivi nel processo di riarmo europeo, in particolare per quanto riguarda i sistemi unmanned (senza equipaggio), relativamente economici e capaci di saturare le difese aeree avversarie.16 La guerra russo-ucraina è diventata quindi un terreno non virtuale di sperimentazione di sistemi d’arma e ben si comprende perché nessuno nella Ue del riarmo, che ritiene di dovere fronteggiare una guerra con la Russia tra cinque anni, muova un dito per porre fine a quel lungo elenco di morti, sacrificati per folli progetti e interessi concreti.

 

Le trappole strategiche

Il mondo pare stretto da più trappole, quelle che derivano da modelli ricavati dallo studio del passato, come quelle che molto più concretamente si verificano nel tempo presente. Gli analisti discutono, nel primo caso, se sia effettivamente utile guardare alla cd. trappola di Tucidide o se invece è meglio considerare come riferimento quella di Kindleberger, o se dalla prima si può cadere nella seconda quando non viceversa. Anche se si tratta di modelli, quindi evocativi e semplificativi della realtà, non è un gioco alla Risiko.

La trappola di Tucidide è entrata nel dibattito internazionale grazie allo studio dello storico e politologo statunitense Graham Allison17, il quale sostiene che su 16 casi storici esaminati ben 12 si sono risolti in uno scontro bellico tra i due paesi contendenti, uno in fase emergente, l’altro in quella discendente, come successe nella guerra fra Atene e Sparta raccontata dal famoso storico greco. Nel nostro tempo i due Paesi in questione sono ovviamente la Cina e gli Usa e in base a questo modello la guerra fra di loro sarebbe inevitabile. La trappola che viene desunta dagli studi dallo storico statunitense Charles Kindleberger fa riferimento alla situazione degli anni Trenta del secolo scorso, in cui il Regno Unito aveva perso il dominio sul mondo, ma la forza emergente - gli Usa - non erano ancora pronti a prendere possesso di quel ruolo.18 Da qui una situazione di caos a livello mondiale che sfociò nella seconda grande guerra.

Più che inseguire i modelli, che peraltro in questo caso potrebbero non essere alternativi ma descrivere un succedersi di condizioni, conviene in primo luogo ribadire che quanto è avvenuto negli ultimi decenni, particolarmente dopo la crisi economico finanziaria del 2008, quindi con l’incepparsi delle magnifiche sorti progressive della globalizzazione (ove, è sempre bene ribadirlo, con questo non si intende fine tout court o inversione radicale di quel processo economico-politico) si iscrive all’interno di una complessa e non lineare transizione egemonica da ovest verso est, che certamente ha come protagonisti Usa e Cina, ma che non può essere analizzata senza guardare attentamente ai movimenti del capitale internazionale. Insomma, per dirla più semplicemente, sarebbe sbagliata una lettura solamente politicista che punta sul ruolo degli Stati, quanto una economicista che non tenga conto che i movimenti di capitale attraversano e “atterrano” su territori che hanno anche una dimensione geografico-politica. Comunque è evidente, se il punto di analisi qui offerto è giusto, che siamo di fronte a un processo di lungo periodo ove la questione principale resta quella di evitare uno scontro bellico distruttivo fra Usa e Cina e contemporaneamente preparare dal punto di vista economico e politico-istituzionale la sopravvivenza di un mondo non più uni o bipolare. Problema complesso, appunto.

 

I “colli di bottiglia”

Conviene, quindi, soffermarsi per ora sul secondo tipo di trappole, quelle fisiche, che si sono manifestate con clamorosa evidenza in questi ultimi tempi, dentro e a causa delle guerre in corso. Mi riferisco in primo luogo al nodo strategico rappresentato dallo stretto di Hormuz, cui si è aggiunto negli ultimi giorni quello di Bab al-Mandab, che separa lo Yemen dalla costa africana, mentre potrebbe diventare delicata anche la situazione che riguarda lo stretto di Malacca nel Sud-Est asiatico, fra la costa malese e l’isola di Sumatra, se dovessero crescere le tensioni che vedrebbero come protagonista la Cina.19

La indispensabilità di mantenere aperti questi “colli di bottiglia” dimostrano in modo immediato e lampante la bontà di diverse analisi che sono comparse negli ultimi decenni in ambito marxista, ma non solo, che hanno sottolineano, nell’esaminare le trasformazioni intercorse nel sistema di produzione capitalistico, l’importanza della logistica, dei flussi materiali delle materie prime, dei semilavorati, delle merci e dei fattori energetici. Chi controlla quegli snodi può determinare lo stato di salute del sistema capitalistico internazionale, l’andamento dei prezzi e soprattutto influire direttamente sull’andamento dei titoli finanziari.

Se leggiamo da questa angolazione le guerre in corso, con particolare riguardo in questo caso a quella scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, se ne misura tutta la loro inutilità, anzi negatività, rispetto alle stesse attese di coloro che hanno messo in moto la macchina bellica. L’agitarsi scomposto di Trump, fino al duro monito lanciato a Netanyahu non si comprenderebbe se non si pensa alla sua necessità di chiudere in un modo che gli permetta di dichiarare vittoria la guerra da lui stesso aperta, con l’interessato incoraggiamento del leader di Tel Aviv. Questo non solo perché la popolarità del presidente statunitense è in forte ribasso e le elezioni di mid-term sono ormai vicine, ma soprattutto perché l’assenza di una vera strategia, persino l’incapacità di tenere fermi degli obiettivi per ancorare al loro raggiungimento la fine del conflitto, è ormai evidente. Anzi quello che accade è esattamente il contrario di quello desiderato. C’era chi, nelle alte sfere militari statunitensi, aveva avvertito Trump che la soluzione militare contro l’Iran non era praticabile. Ma è stato messo a tacere.

 

Le disastrose conseguenze per gli Usa della guerra all’Iran

Le conseguenze di una guerra intrapresa senza strategia sono ora evidenti: tutti gli obiettivi veri o farlocchi che fossero, si sono rovesciati nel loro contrario, come sostiene l’autorevole politologo John J. Mearsheimer.20 Lo stretto di Hormuz che prima era navigabile ora è una distesa di mine e la sua eventuale riapertura non produrrà nei tempi brevi il riequilibrio dei flussi commerciali. Il prezzo del petrolio è salito e le conseguenze si abbattono anche sul consumatore americano, perché il greggio determina il costo della benzina alla pompa, un fattore che lo shale gas non può influenzare o sostituire nel breve periodo. Nonostante gli Stati Uniti siano diventati i maggiori produttori ed esportatori mondiali di petrolio e gas naturale, l'economia statunitense e i portafogli dei cittadini rimangono fortemente esposti alle fluttuazioni dei mercati energetici globali. Ne risentono ovviamente i titoli finanziari legati al petrolio, perché, come giustamente osserva Alessandro Volpi, “speculare sui titoli che operano sul petrolio quando il petrolio è talmente scarso (a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui passa un quinto del petrolio trasportato via mare, il che ne fa il corridoio marittimo più importante del pianeta n.d.r.) da generare una recessione globale non genera effetti significativi”.21 Il colpo per la credibilità degli Usa a livello mondiale è forte e non bastano i tentativi sempre più ridicoli di Trump per rovesciare la percezione della realtà. Basta guardare ai rendimenti dei titoli di Stato: il treasury decennale Usa oscilla ormai attorno alla soglia psicologica del 5%.

Gli amorosi rapporti con i paesi del Golfo si sono alquanto raffreddati, dal momento che questi non si sono affatto sentiti difesi dagli Usa rispetto ai bombardamenti iraniani, destinati peraltro ad aumentare se la guerra riprendesse vigore. L’ipotesi di un cambio di regime interno all’Iran ha fatto passi indietro, malgrado i numerosi assassinii mirati nei confronti dell’elite iraniana a cominciare dalla Guida suprema Kamenei. Come è ovvio l’opposizione interna, che aveva pagato con molto sangue la sua lotta al regime, si trova ora nella condizione di dovere tacere avendo di fronte un’aggressione dall’esterno, il cui effetto è quello di ricompattare le fila, con l’aggravante dell’assenza di una solida guida politica. Mentre l’ala più intransigente ai vertici dell’Iran pare avere trovato un maggior peso. Tutte cose in fondo prevedibili. Non solo, ma l’Iran ha migliorato i propri rapporti nel quadro internazionale, in particolare con il Pakistan (d’altro canto fu l’Iran nel 1947 il primo paese al mondo a riconoscere Islamabad).

Nel contempo gli avversari storici degli Usa ne traggono vantaggio. La Russia ha tutto da guadagnare dall’impresa bellica americana in Iran. Gas e petrolio russi sono diventati merce ambita, contro cui possono ben poco dazi e sanzioni. Lo spostamento di risorse belliche dall’Asia orientale e dal quadro europeo verso il Medio Oriente non può che fare comodo a chi se ne sente minacciato. La visita di Putin a Pechino, a distanza di pochi giorni da quella di Trump, non avrà forse portato a risultati concreti clamorosi – che non siano il consolidamento del già esistente - ma certamente ha rafforzato l’immagine della Cina come passaggio obbligato per la diplomazia mondiale ed ha distrutto ogni possibile figurazione propagandistica che sia basata sull’isolamento della Russia. Una vera e propria eterogenesi dei fini per l’amministrazione Trump.

 

La crescita del ruolo della Cina

Di solito quando si parla della Cina si fa riferimento alla sua consacrata capacità di competizione ai massimi livelli in campo tecnologico. Il Dragone da fabbrica del mondo è diventato il laboratorio del mondo. Verissimo, Ma ora c’è una novità che non può essere sottovalutata. In questi ultimi mesi la Cina ha accresciuto enormemente la sua autorevolezza politica su scala mondiale. E questo senza ricorrere ad avventure militari né a improvvise modificazioni del suo posizionamento. Ha rafforzato lo schieramento dei Brics+, contenendone anche le inevitabili tensioni che si sono manifestate al loro interno, come riflesso delle guerre in corso. Ha agito con proverbiale prudenza in ogni circostanza, senza mai venire meno alle sue storiche rivendicazioni (vedi la questione di Taiwan). Non si è sbilanciata in un appoggio apertis verbis alla Russia, anzi ha fatto intendere di auspicare una conclusione del conflitto russo-ucraino. Nei confronti dell’Iran, la Cina ha evitato un'esposizione diretta o la firma di alleanze di mutua difesa, ma, come diverse inchieste internazionali e analisi evidenziano, non è venuto meno un supporto indiretto che si traduce nell'acquisto di greggio iraniano, nella condivisione di intelligence satellitare e nella fornitura di tecnologie. Se è forse esagerato attribuire all’incontro Trump – Xi a Pechino, la fotografia della fine del secolo americano, come se fosse un evento già del tutto compiuto, non c’è dubbio che la tracotanza di Trump ha trovato un argine insormontabile, seppure espresso con orientale gentilezza, evidente a tutti e così da tutti percepito. Non possiamo prevedere quale sarà l’evoluzione di questo rapporto. Molto dipende soprattutto da cosa avverrà negli Usa nei prossimi mesi. Quello che è chiaro è che i due inevitabili avversari del XXI secolo hanno registrato le loro rispettive posizioni e distanze e la Cina ne è uscita, per ora, nel modo migliore. Un nuovo passo nella transizione egemonica mondiale da ovest ad est è stato compiuto.

 

La vera trappola è la guerra in quanto tale

Quale sarà il seguito dipende in primo luogo dalla possibilità di evitare uno scontro bellico mondiale. Questa è la vera trappola per l’umanità. Mentre il nucleare torna a ripresentarsi sullo scenario mondiale, sia nella sua dimensione civile, che in quella direttamente militare. Chi e coloro che pretendono che l’Iran abbandoni ogni velleità di possedere una bomba atomica e che smantelli il programma di arricchimento dell’uranio, consegnando i 440 chilogrammi di quello già arricchito al 60%, sono gli stessi che posseggono migliaia di testate nucleari. Mentre il New Strategic Arms Reduction Treaty (meglio noto con l’acronimo New Start) è scaduto il 5 febbraio scorso e i contraenti Usa e Russia non hanno ancora provveduto a rinnovarlo o rinegoziarlo. Né si sa se lo faranno.

Intanto il possibile ricorso al nucleare per chi si sente con le “spalle al muro” viene fatto balenare qua e là, anche in dichiarazioni che per la loro presunta autorevolezza richiederebbero ben maggiore senso di responsabilità. E ciò avviene anche entro i confini dell’Unione europea, dal momento che alcuni Paesi, sentendosi orfani dell’ombrello atomico americano, vorrebbero che i Paesi che dispongono di armi nucleari (come Francia e Regno Unito) si impegnassero a usarle in loro difesa “dimenticando tuttavia un principio cardine della deterrenza nucleare; e cioè che in caso di conflitto nucleare il primo a essere colpito è il paese che dispone di armi atomiche” e che quindi “questi sarà restio ad usarle nel caso di un attacco convenzionale nei confronti di un proprio alleato perché provocherebbe su se stesso e non sul Paese aggredito la rappresaglia atomica del nemico.”22

Bisogna liquidare il mito della vittoria. Come si è visto nelle precedenti guerre moderne e si continua a vedere con quelle attuali non è la vittoria che si ottiene, ma la distruzione e l’imbarbarimento. La guerra è la vera trappola. Sono quindi i movimenti, le azioni, le donne e gli uomini che attivano le loro menti e muovono i loro corpi alla ricerca della pace i veri protagonisti di questo XXI secolo.


Note

1 Queste parole sono state pronunciate da papa Prevost in visita all’Università La Sapienza di Roma il 14 maggio 2026, rivolgendosi, oltre che alle autorità e al corpo accademico, “soprattutto”, come lui stesso ha sottolineato, alle studentesse e agli studenti. Per leggere il discorso integrale:

https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/may/documents/20260514-visita-pastorale-sapienza.html

2 Leone XIV Magnifica humanitas. Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2026, pp. 240

I numeri dei paragrafi che compongono l’Enciclica, in tutto 245, sono citati tra parentesi nel testo del presente articolo laddove compaiono citazioni tratte dagli stessi.

3 Lo studio a livello cerebrale delle emozioni, insieme alle loro implicazioni per i processi decisionali in genere e il comportamento sociale in particolare, trova un punto di riferimento nel saggio seminale di Antonio Damasio L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, (prima ediz.1994), Adelphi, Milano 2025, pp. 404

4 Vedi al riguardo Giuliano Noci “Il punto non è fermare la tecnologia ma governarla” in Il Sole 24 Ore di martedì 26 maggio 2026.

5 Vedi l’articolo di Giorgio Parisi a pag. ???

6 Vedi, ad esempio, “L’intelligenza artificiale al lavoro” a cura di Eliano Como, in Quaderni di rassegna sindacale maggio-agosto 2025, Futura editrice, Roma

7 Ci si riferisce a Donato Masciandaro “Efficienza e giustizia, due bussole per l’AI” in Il Sole 24 Ore del 30 maggio 2026, da cui sono tratte le citazioni virgolettate.

8 “Recondita armonia” è la celebre aria tratta dal primo atto della Tosca di Giacomo Puccini

9 Vedi https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2026/20260529-panetta/cf_2025.pdf

10 Su questo punto torna utile riportare un’osservazione che Fabio Pametta inserisce nelle sue Conclusioni finali a proposito dei processi di concentrazione in campo tecnologico e cognitivo nelle mani dei privati: “Cinque grandi aziende statunitensi detengono circa tre quarti della capacità di calcolo mondiale”. Anche se subito dopo sostiene che “la concentrazione non preclude benefici diffusi” in quanto “nelle grandi trasformazioni tecnologiche i guadagni maggiori sono spesso andati non a chi le ha originate ma a chi ha saputo cogliere al meglio opportunità del genere”. L’identificazione del beneficio con il guadagno è direi sintomatica e rivelatrice

11 Cfr. Francesco, Lett. enc. Laudato si’ (106-109) 24 maggio 2015

12 Citato in Sergio Fabbrini “Guerra in Iran, tutti gli effetti indesiderati” in Il Sole 24 Ore del 24 maggio 2026

13 Stando a quanto ha riferito Barak Ravid di Axios, considerato persona informata e credibile, Trump avrebbe letteralmente accusato Netanyahu di essere “fuori di testa”, aggiungendo che “tutti odiano Israele per questa storia”, e, per stare leggero, avrebbe concluso con “Se non fosse per me, saresti già in galera. Ti sto salvando il culo!” Il linguaggio non è certamente diplomatico, ma la sostanza risponde a una verità di fatto. Vedi Anna Lombardi “L’ira di Donald al telefono ‘Bibi, tutti odiano te e Israele, senza di me saresti in galera’” in la Repubblica del 3 giugno 2026

14 Vedi Tonia Tornabuoni “Il paradosso della Germania: ora Berlino valuta se comprare missili e droni dall’Ucraina” in la Repubblica del 16 maggio 2026

15 https://quantum-systems.com/news/first-joint-co-production-of-ukrainian-drones-in-europe-launched-by-quantum-systems-and-frontline-robotics/

16 Vedi Cristina Martinengo e Lorenzo Ghidini La guerra dei droni dopo l’Ucraina e l’adattamento occidentale in geopolitica.info/guerra-dei-droni-ucraina

17 Vedi Graham Allison Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?, Fazi, Roma 2018

18 Charles Kindleberger (1910-2003) scrisse una trentina di libri, fra i quali per l’argomento citato assume una particolare rilevanza The World in Depression 1929-1939 tradotto in italiano (La grande depressione nel mondo 1929-1939) e pubblicato da Etas Libri nel 1989 con la introduzione di Federico Caffé

19 Su quest’ultimo aspetto vedi Ian Bremmer “Il nuovo disordine mondiale” in il Corriere della Sera del 12 maggio 2026

20 https://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/32576-giuseppe-gagliano-gli-stati-uniti-hanno-gia-perso-la-guerra-contro-l-iran-parola-di-john-mearsheimer.html

21 Vedi Alessandro Volpi “quando crollano i padroni del mondo: la guerra non basta più a salvare il capitalismo finanziario” in Mega chip. Democrazia nella comunicazione, 10 maggio 2026

22 Come osserva giustamente Stefano Rizzo: “Il garbuglio del nucleare” in Ytali. online, 8 maggio 2026
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