Il 25 e 26 gennaio nasce Nuova Direzione
di Nuova Direzione
A Milano si costituisce Nuova Direzione. Approveremo le tesi politiche e lo statuto e decideremo insieme come avviare una serrata presenza sulla scena politica italiana. Chi ci conosce o approva le nostre idee può partecipare da subito, entrare nella discussione delle tesi ed aiutare a definire un nuovo modo di fare politica.
Una Nuova Direzione. Perché?
Oltre la destra, oltre la sinistra. Per il socialismo.
Questa è la nuova direzione che il paese deve scegliere. Un socialismo tutto da inventare, integralmente nuovo. Legittimato dalle diseguaglianze, dalle crisi, dal disastro ambientale e dai rischi di guerra prodotti dal capitalismo. Un socialismo necessario anche per l’Italia, perché solo un forte intervento pubblico può far rinascere il paese e aumentarne la capacità di autodeterminazione, ma solo una gestione socialista e popolare può evitare che esso funzioni come sostegno ai grandi gruppi privati.
Un socialismo che non è un modello predeterminato, da applicare ovunque, ma la ricerca dei modi più adeguati, e quindi diversi da luogo a luogo, per limitare il potere del capitale e favorire quello dei lavoratori.
Un socialismo che, così considerato, non è affatto morto nel novecento, ma si presenta in gradi diversi e con le inevitabili contraddizioni sia nell’esperienza cinese, sia in quella sudamericana, sia nei nuovi orientamenti che sorgono in Inghilterra e negli stessi Stati Uniti. E che può ripresentarsi in Italia dimostrando di saper coniugare l’interesse delle classi subalterne e l’interesse nazionale.
Destra e sinistra in Italia, due facce del liberismo
Entrambe vogliono precarizzare il lavoro (salvo inventarsi adesso correttivi di facciata). Entrambe puntano sull’immigrazione, sfruttandola in modi diversi, per indebolire i lavoratori. La destra con politiche minacciose, che avvelenano la cultura del paese, ma lasciano volutamente irrisolto un problema che è fonte perpetua di voti; la sinistra con la vantata propensione all’accoglienza illimitata, che si accompagna a goffi tentativi di limitazione dei flussi.
La verità è che gli immigrati servono, alle nostre piccole e medie imprese per avere lavoratori economici e disciplinati, ed alle nostre famiglie, per lo stesso motivo. Mentre ne ‘accogliamo’ migliaia, per sfruttarli, lasciamo che centinaia di migliaia dei nostri migliori giovani facciano il percorso opposto. E’ ora di finirla. Entrambe, destra e sinistra nazionali, sono autoritarie: la destra tenta di unire alla disciplina liberista la disciplina poliziesca sui movimenti sociali e ulteriori accentramenti del potere; la sinistra ha guidato i peggiori assalti alla Costituzione del ’48, dalla riforma del Titolo V a quella dell’articolo 81, e ha appoggiato le imposizioni dell’allora Presidenza della Repubblica a favore della guerra in Libia, del governo Monti, sui ministri sgraditi all’Ue, e inoltre è sempre più attiva nella censura di ogni idea che si discosti dal proprio canone politicamente corretto.
Si dividono solo sulla scelta della frazione del capitale da proteggere: per la destra è la piccola o media impresa, per la sinistra (si veda la gestione della crisi del 2007) è la grande impresa transnazionale. Si dividono poi sull’Europa, ma in maniera meno netta di quanto appaia. Una nuova direzione si individua solo uscendo dalla paralizzante alternativa tra i due poli liberisti.
Il fronte unito antifascista è un’illusione
La destra non è il fascismo, così come la sinistra non è democratica. Entrambe incarnano forme nuove e particolari di autoritarismo. Entrambe vanno contrastate con proposte e iniziative basate sull’idea di portare l’economia sotto il controllo della politica e la politica sotto il controllo dei cittadini. Appoggiare il Pd contro la destra significa alimentare proprio quelle politiche che hanno portato il popolo a destra. Non si batte la destra appoggiandosi al Pd, non si batte la sinistra omologandosi alla destra. Non si fa un passo avanti se si rimane inchiodati al bipolarismo ed allo schema suicida del “meno peggio”. La xenofobia si combatte eliminando le sue cause, non autonominandosi immuni e per questo superiori.
E’ necessario costruire un terzo polo
Il M5S ha in parte personificato questo terzo polo, e anche per questo ha ricevuto moltissimi voti proprio dai lavoratori. Ma lo ha fatto con incertezze e ambiguità, restando ancorato ad una riduttiva battaglia “anticasta” che gli ha impedito di sviluppare con coerenza un’efficace politica per la ripubblicizzazione di parte dell’economia.
Invece di individuare gli interessi concreti e le fratture determinate dai meccanismi produttivi delle opposte identità sociali e politiche, si sono rifugiati in una rappresentazione del tutto esteriore: un popolo sano cui si contrappone una ristretta élite estranea e parassitaria. Questa rappresentazione, strettamente populista, devia l’energia e impedisce di comprendere le cause dello stato delle cose. Ostacola l’identificazione del nemico ed impedisce la liberazione. In ultima analisi rende l’intero movimento soggetto all’azione di chi dispone di maggiore chiarezza del proprio interesse e delle forze che si attivano intorno ad esso.
L’attuale partecipazione al governo è la piena manifestazione di queste contraddizioni ed impone un forte ripensamento a tutto il corpo del M5S. Favorire questo ripensamento e dialogare con la parte critica del movimento è un tratto della nuova direzione da intraprendere.
Un autentico polo del cambiamento e della alternativa può nascere solo così.
La partecipazione all’Unione europea impone il liberismo
L’Unione è irriformabile perché il funzionamento stesso dell’euro, la libera circolazione dei capitali, l’inevitabile ricatto dello spread, il ruolo istituzionale della Bce (oltre ai Trattati ed alla volutamente complicata normativa che ne discende) impongono come forze “oggettive” ai paesi membri la reciproca concorrenza, le restrizioni di bilancio, la compressione della domanda interna, la depressione dei salari, le riduzioni del welfare, la disoccupazione. L’Unione approfondisce le diseguaglianze fra territori per approfondire quelle fra le classi.
La (frettolosa) adesione all’euro è stata decisa dalle nostre classi dirigenti proprio perché essa imponeva, con la semplice esistenza di una moneta comune, le politiche antipopolari che nessuno sarebbe stato in grado di imporre altrimenti. Per questo motivo l’insieme dei gruppi dirigenti italiani non ha intenzione né di criticare “dall’interno” l’Unione, né di puntare all’exit.
Destra e sinistra hanno bisogno dell’Unione
La cosa è evidentissima nella sinistra, che ormai legittima la propria esistenza solo col potere che deriva dall’essere emissaria di Bruxelles. Quanto alla destra, dall’opposizione essa tuona contro l’Ue, ma quando è al governo inizia con propositi bellicosi per arrestarsi al primo refolo di spread. Ciò avviene perché la sua base di massa (gli elettori) si accresce nella retorica antieuropeista, ma la sua base sociale (i finanziatori ed i quadri) non è interessata, se non in situazioni di gravissima crisi, a una rottura che è vissuta come un rischio. Si punta piuttosto alla riduzione delle tasse e al regionalismo differenziato (peraltro insieme alla sinistra): questo può bastare e non dispiace a Bruxelles. Tutto ciò non significa che la destra non potrebbe mai rompere con l’Ue: il gioco della “faccia feroce” può scappare di mano a chiunque. Ma sarebbe una rottura occasionale, gestita in maniera contraddittoria, destinata a riprodurre un liberismo autoritario ed un’alleanza ancor più subalterna con gli Stati Uniti.
Il fatto è che, come non si può essere antiliberisti senza essere antiunionisti, così non si può essere veramente antiunionisti se non si è antiliberisti, perché il liberismo si nutre proprio delle differenze sociali e territoriali prodotte dall’Unione. Quindi, solo l’entrata in scena delle classi e dei territori che maggiormente subiscono il liberismo può mettere in crisi la dipendenza del paese da Bruxelles e da Berlino.
Restituire ai lavoratori un’autonoma rappresentanza politica
Il liberismo e l’Unione stanno in piedi solo perché i lavoratori italiani sono l’unica classe priva di partito. L’adesione dell’Italia all’Ue è servita anche ad accelerare la trasformazione del Pci in partito liberista. Il terzo polo politico ha senso se consente il riemergere di un terzo attore sociale, oltre al piccolo e al grande capitale: il vasto e maggioritario mondo del lavoro salariato e delle finte partite Iva. La costruzione di un programma che riconsegni dignità al lavoro (“nuova Iri”, piena occupazione, valorizzazione del lavoro pubblico, estensione del welfare) è condizione per ridare dignità al paese, dimostrando che gli interessi della gran parte dei cittadini sono incompatibili con la subordinazione dell’Italia. Il mondo del lavoro è molto cambiato, in questi anni. Abbiamo avuto una lunga disgregazione che ha drasticamente ridotto il peso del lavoro socialmente organizzato in grandi contenitori produttivi, esternalizzando, organizzando a rete, terziarizzando e sempre più sostituendo il principio della prossimità con quello della interdipendenza competitiva, mediata e resa possibile da tecnostrutture sempre più invisibili ed immateriali. Fino a che il capitalismo ha continuato a ‘comprare tempo’, potenziando la densità del debito, il corpaccione amorfo dei ceti intermedi e dei territori semidensi è stato in grado di fornire l’illusione di progresso. Ma quando il crollo delle piramidi del debito, attraverso l’austerità, ha dissolto questa illusione, è emersa la debolezza del mondo del lavoro e l’abbandono dei territori periferici. Sotto la spinta degli interessi dei creditori, e delle nazioni che se ne fanno interpreti, piano piano gli ambienti sociali meno densi si sono sfilacciati e le persone in essi costrette hanno avuto poca scelta, subire o andarsene. Dipendenti i cui salari sono stati sempre più erosi e sempre più precarizzati, lavoratori autonomi manuali, artigiani e piccoli professionisti, giovani, pensionati, … tutti sono stati sacrificati.
Ora che questo mondo minore è tornato ad essere maggioritario, se prende coscienza di sé, può liberarsi. Per questo ora si può e si deve coniugare l’interesse di classe con quello dei territori e della nazione.
Solo il programma politico dei lavoratori può dare forza all’exit
In questi anni gruppi minoritari ma combattivi, in gran parte provenienti dalla sinistra, hanno posto con forza la questione dell’Italexit. Ma nonostante l’evidenza del ruolo giocato dall’Unione nell’impoverire il paese, tali gruppi non sono riusciti ad uscire da una ristretta cerchia. Il persistente minoritarismo dei gruppi definiti (o autodefiniti) “sovranisti” deve essere spiegato, anche perché si è prodotto in una fase di evidente difficoltà dell’Unione. Esso dipende dal fatto che tali gruppi si sono costruiti soprattutto in negativo e non in positivo, ossia proponendo prima di tutto l’uscita da Unione ed euro e lasciando in secondo piano l’alternativa sociale al liberismo. Il “partito dell’exit”, però, può raccogliere rapidamente consensi soltanto nel corso di una precipitazione tragica della crisi, eventualità resa difficile dalla natura polimorfa e resiliente delle istituzioni europee. Nel corso di una crisi lunga, invece, le forze possono essere accumulate solo partendo dall’indicazione positiva di un programma, organizzando mobilitazioni sugli obiettivi più importanti, dimostrando l’incompatibilità fra tali obiettivi e il sistema dell’euro.
Una nuova direzione deve essere intrapresa dunque anche dall’universo dell’antiunionismo socialista, pena il restare nel cono d’ombra del sedicente sovranismo della destra.
Una nuova direzione in politica estera
Ormai lo sappiamo: non c’è politica interna senza una politica estera coerente con essa. L’Italia può prendere la strada del socialismo solo dentro un nuovo spazio geopolitico cooperativo che renda possibile il controllo dei flussi di merci e persone, ma soprattutto di capitali. Per questo bisogna rompere la doppia dipendenza da Bruxelles-Berlino e da Washington, operazione che richiederà un lungo e contraddittorio processo in cui saranno probabilmente necessarie alleanze tattiche ora con l’una ora con l’altra delle potenze in questione. Per questo bisogna, soprattutto, trovare nuovi punti di convergenza con la Cina, la Russia, i paesi mediterranei inclusi quelli del sud Europa. Proporre un’Europa pacifica, equidistante, neutrale. Sfuggire all’alternativa tra l’imperialismo economico tedesco e il bellicismo Usa. Tutto questo richiede, oltre a grande duttilità tattica, la possibilità di contare in maniera crescente sulle nostre forze, ricostruendo l’apparato industriale e statale, diminuendo, senza illusioni autarchiche, la nostra dipendenza tecnologica dall’estero, sviluppando una larga coalizione popolare a sostegno di una difficile svolta internazionale. Fino ad oggi la politica estera italiana ha servito le esigenze delle classi dominanti. Una vera nuova direzione parte dalle esigenze popolari e su di esse definisce l’interesse nazionale e il posto geopolitico dell’Italia.
Nuova Direzione vuol contribuire a questa alternativa
Lo farà dando vita a momenti pubblici di riflessione; cercando alleanze con gruppi ed individui interni ai più importanti processi sociali e istituzionali, e quindi portatori di cognizioni essenziali alla definizione di un programma credibile; sperimentando forme di intervento nei conflitti più importanti; promuovendo iniziative che evidenzino il legame tra il disagio sociale e la necessità dell’intervento pubblico, a partire dalle questioni delle crisi industriali, del regionalismo differenziato, del piano ambientale nazionale, della riqualificazione dell’apparato di stato.
Per fare tutto ciò ND il 25 e 26 gennaio a Milano, presso la Cooperativa Antonio Labriola, Via Enrico Falck 51 - Fermata metro M1 San Leonardo, si costituisce in associazione. Ha bisogno dell’impegno di tutti. Camminiamo insieme.














































Comments
La mia piccola visione del significato del comunismo, che sto cercando di sviluppare in piccolo, certamente a volte assume il volto di un "messianismo", ne sono consapevole.
Tuttavia, il comunismo non è il gestore di un capitalismo dal volto umano, è l'abolizione delle categorie che Marx ha formulato.
Dal mio punto di vista, c'è qualcosa in ognuno di noi che resiste, che è il nostro essere primordiale, che per migliaia di anni è stato il nostro modo di vivere per essere nel mondo nella sacralità dei non separati.
L'essere è il movimento di tutto d'il mondo.
Se non avessimo questo essere dentro di noi che resiste, saremmo come formiche, ognuna delle quali svolge il suo compito senza mettersi in discussione.
Perché alla fine della nostra lotta, è la rottura della reificazione e dell'alienazione e una ripresa di coscienza, abbiamo esempi, soprattutto degli anziani della guerra di Spagna, che ricordano con emozione tanti anni dopo quel momento unico.
Tradotto con www.DeepL.com/Translator (versione gratuita)
Vi auguro un felice anno nuovo e una mente sana e fertile, è un piacere leggervi.
Buon anno a tutti voi
purtroppo in Italia scontiamo ancora quella mancanza di iniziativa, da ogni punto di vista (teorico e pratico) che ci marginalizza da un lato e ci obbliga, dall'altro, a giocare di rimessa. Parlo non solo di noi comunisti, ma di tutta la sinistra in generale. Non mi far parlare di sardine perché preferisco tutta la vita i primi e i secondi di terra, e con questa battutaccia da osteria chiudo l'argomento.
Se ti/vi può servire, per quanto riguarda l'economia politica, la mia prima traduzione dal russo fu un manuale degli anni Settanta di economia politica a uso delle scuole di partito sovietiche, lo trovi "ristampato" dai compagni di resistenze.org
https://www.resistenze.org/sito/ma/di/fo/mdfojb21-021234.htm
Nulla di eccezionale, ma aiuta a inquadrare molti argomenti andando, come si suol dire, "subito al sodo". Lo terminai di tradurre quando mi accorsi che, le note a margine, stavano diventando una specie di Sapegno alla Divina commedia: tre righe di traduzione e il resto note. Chiedo scusa ancora oggi: quelle note erano necessarie a me, per capire, per approfondire, per attualizzare. Vedevo e vedo passare merce di ogni tipo sotto i miei occhi, fatture anch'esse di ogni genere, e da quell'osservatorio privilegiato avevo bisogno di unire il mio lavoro di ogni giorno con quello che andavo studiando. Alcune note (come quella della composizione del prezzo della maglietta dal Bangladesh) sono nate così.
Il testo che stai leggendo adesso, gli Appunti, sono un tentativo di attualizzazione ulteriore, che in quei 15 anni si è reso doveroso, oltre che necessario: il capitalismo globalizzato e globalizzante nelle sue sfaccettature, le sue logiche dopo la crisi del 2009, la finanziarizzazione dell'economia, ma anche la crisi ecologica e il ruolo in essa giocato dall'attuale forma merce, "a perdere" in tutti i sensi.
Se tutto questo vi può servire, fatene buon uso.
Mi hai fatto venire in mente un aneddoto: un mio compagno di stanza degli anni Novanta a Venezia, Alberto Gerosa, figlio del giornalista Guido, conosceva molto, ma molto bene il tedesco, oltre che altre lingue europee nordiche che a me facevano venire in mente più che altro la biondina degli ABBA. All'epoca ero molto rifondarolo, ogni intervallo fra una lezione e l'altra era l'occasione per discutere di politica e con tutti, visto che eravamo talmente quattro gatti in Facoltà di lingue e letterature orientali a Ca' Soranzo che davvero, da Arabo a Giapponese, ci conoscevamo tutti. Cade il discorso sulla PDS tedesca, non so neanche come e io, fresco fresco dalla mia provincia, dalla mia "piccola città bastardo posto", ironizzo sul nome, in quanto mi sembrava il calco dell'omonimo partito italiano; e il buon Alberto mi fa: guarda che la PDS tedesca è più a sinistra di rifondazione! E io: mah, boh, leggo il manifesto, leggo liberazione (ancora quindicinale), da quel che leggo a me non sembra... Col senno di poi, gli devo dar ragione. Ma non tanto per rifondazione di adesso, o di dieci anni fa, bensì per QUELLA rifondazione, dove leggevo tutto quello che scrivevano, sottoscrivevo tutte le lotte, le battaglie, le campagne, ma non ho mai trovato una riga su QUEL socialismo, su quel modo di produzione nel concreto, su quello che sto approfondendo da quasi vent'anni per conto mio. Poi ti trovi, una domenica pomeriggio, con un Modrow in carne ed ossa che ti parla di Ulbricht e di Honecker come se li avesse avuti lì davanti, e capisci come l'operazione di rimozione fosse iniziata già allora: non è un caso, e torno su questo libro, che dal 1998 nessun editore italiano lo abbia voluto pubblicare fino a quest'anno.
Mi fermo qui e un grossissimo in bocca al lupo per la tua Tesi! Ciao!
Cher Patrick,
a propose de la croissance de un fertile période de révolution, j'espère vraiment que tu as raison!
Bonne Année!
Paolo
Essendo del FGC posso dirti che il problema formativo è sicuramente sentito, ma viene assorbito da problematiche molto immediate e spesso anche da difficoltà puramente amministrative, data dalla difficoltà di costruire un processo di radicamento. Spesso per esempio ci si trova a dover approfondire tematiche ovvie per noi ma che non lo sono per niente per nuovi militanti completamente digiuni da qualsiasi idea comunista e quindi a dover rimandare approfondimenti necessari su tematiche come l'Economia Politica (di cui io stesso ammetto la quasi totale ignoranza) e il Materialismo Dialettico (che invece sto approfondendo). Questo per dirti che pur con ancora gravi mancanze, non si vuole assolutamente sviare il problema.
Nel caso di Acerbo e del PRC, ti posso dire che ogni tentativo di ragionare sul merito con loro, come è stata la nostra proposta di Unità dei comunisti (accolta dalla più totale indifferenza dalle due forze politiche di cui parli, se si eccettua un unico incontro con Alboresi) è assolutamente vano e si scontra con un'ottusità inscalfibile. Per Acerbo Pannella è un grande uomo da ricordare, mentre i "rizziani" sono dei balilla para-fascisti. Se il discorso è questo, allora è chiaro che i tuoi tentativi non possono che essere vani. Rifondazione è ormai una propaggine della Sinistra Europea, del peggior opportunismo ben rappresentato dal suo esponente di spicco, Tsipras. Non stupisce quindi che sul fronte della formazione o della politica estera in quel partito regni la più totale confusione, sui curdi sicuramente ma basta anche ricordare le loro manifestazioni contro Gheddafi.
Vorrei anche io condividere un punto di perplessità con te, sulle condizioni di certa sinistra. A me per esempio sono sembrate parecchio ridicole da parte anche di chi si definisce "comunista", certe sperticate lodi per Corbyn. Voglio dire, davvero ci siamo ridotti a dover plaudire un programma di ridicolo riformismo (che non metteva neanche in discussione NATO e UE)? E non parlo di singole persone, cui errori si possono sempre perdonare, ma di intere organizzazioni. All'Assemblea delle Sinistre d'Opposizione, Cremaschi è giunto ad affermare che se ci fosse in Italia, non solo parteciperebbe a manifestazioni insieme, ma addirittura si allerebbe con Corbyn! Ricordiamo che il rinnovato Labour di Corbyn ha votato in UE per la parificazione di nazismo e comunismo, punto su cui l'intera sinistra è stata completamente silinte, limitandosi a rilevare che i parlamentari votanti erano "blairiani". Certo, ma persino Farage ha votato contro!
Fra l'altro pure io sento la necessità di "chiarirmi alcuni punti" nel mio appena iniziato percorso, infatti la mia tesi di laurea magistrale in filosofia sarà su "Il realismo in Ludovico Geymonat" proprio per meglio approfondire una concezione come quella materialista e dialettica che come dimostra Geymonat non è la caricatura dogmatica che tentano spesso di fare certi "innovatori".
Un saluto
Alessandro
Dall'inizio della rivoluzione borghese francese, il comunismo appare come il suo doppio negativo, Buonarroti, Babeuf: manifesto dei pari, e degli infuriati.
Da quel momento in poi, il movimento reale si articola in una dialettica di rivoluzione contro rivoluzione.
Nel dominio reale compiuto, il capitalismo contemporaneo liquida la sua anteriorità, liquida la politica, non ha più bisogno di una stampella, il dominio del valore attraverso il lavoro salariato generalizzato e il suo sostegno al valore d'uso, al punto di scontrarsi con il suo limite interno.
La crisi che sta minando le basi del suo dominio, e il momento essenziale dell'emergere di un fertile periodo rivoluzionario.
Tradotto con www.DeepL.com/Translator (versione gratuita)
ebbene si, quegli appunti sono farina del mio sacco. Prima di avventurarmi nell'ultima mia fatica, che penso mi porterò per tutto il 2020 almeno, volevo chiarirmi alcuni punti. Tutto il mio percorso di ricerca, a ben vedere, è un continuo "chiarirmi alcuni punti". Ancora adesso, nonostante abbia una certa idea di cosa Syroežin intenda, di dove vada a parare (e ci mancherebbe, dopo cento pagine di testo tradotto), posso dire che ogni pagina sia per me una sorpresa. E' proprio questa, unita a un contestuale spirito divulgativo (della serie, com'è stato utile a me, così potrebbe essere utile ad altri), la molla che mi spinge ad andare avanti.
Capisco il tuo spirito e il tuo disappunto circa un certo modo di sentirsi "comunisti" in voga da un po' di tempo a questa parte: lotta di classe in secondo piano, transizione al socialismo vissuta "di rimessa", dallo zapatismo subcomandante Marcos ai giorni nostri, oppure semplicemente ignorata, temi secondari, che dovrebbero essere scontati (antirazzismo, antifascismo, pari dignità fra sessi, orentamenti, etnie ecc.) SE si parte da quell'impianto e ridotti invece a battaglie di bandiera SENZA quell'impianto, fino che la parte è diventata il tutto. Peraltro, in questo passaggio, la parte per il tutto, mi limito a notare come questo passaggio dia luogo ad aberrazioni, a volte anche fatali, perché foriere di prese di posizione nette da cui poi districarsi, una volta capita la fregatura, diventa impossibile a meno di mettere a nudo la propria incoerenza e inconsistenza.
Un piccolo esempio: prima di avventurarmi in quegli appunti, due argomenti di esteri costituirono la mia prima uscita pubblica con degli elaborati dopo la fatica abnorme del dottorato prima e dopo l'orario di lavoro e, soprattutto, dopo la nascita di nostra figlia: la guerra nel Donbass e il conflitto siriano. Qualcosa troverai ancora in rete, all'epoca mi muovevo un po' in maniera estemporanea, scrivendo sulle mailing list che mi ero costruito all'epoca del centro studi sulla transizione al socialismo, con compagni con cui ero rimasto in contatto (e con cui sono ancora in contatto) e venendo da essi rilanciato sui loro siti. In entrambi i casi si trattava di lavori su fonti di prima mano (Donbass) o comunque massimo di seconda (traduzione diretta arabo-russo) come nel caso della traduzione della ri-presa di Palmira da parte dell'Isis. Oltre a quello, "analitika", editoriali puntuali e costanti nel flusso di informazioni contribuivano a fornire non la verità, per l'amor del cielo, ma una visione più a tutto tondo dello svolgimento di quegli eventi e della dislocazione delle forze in campo. In particolare, la questione curda cominciava già allora a costituire un motivo di perplessità, di conti che non tornavano, premesso che chi ti scrive è stato ed è strenuo propugnatore della loro causa. In particolare, quando le basi USA nel territorio siriano controllato dalle formazioni dell'YPG arrivarono a 11, quando i curdi si spinsero ben oltre i confini dei loro insediamenti per occupare zone arabe, fino a spingersi ad occupare i pozzi petroliferi a oriente dell'Eufrate, oltre a scrivere nel dettaglio di questi argomenti, ebbi modo di discuterne, in maniera epistolare, con l'allora segretario di Rifondazione. Nulla da fare: alle mie obiezioni a un appoggio senza se e senza ma alla "causa curda" (ritengo d'obbligo le virgolette, in quanto non ritengo la vicenda di Rojava, in particolar modo in virtù del penoso epilogo che ne è seguito, di alcun aiuto alla causa curda, questo senza virgolette), non seguì alcuna risposta. Così come aspetto ancora da Acerbo un commento sul mio lavoro su Syroežin, che mi ha confermato di stare leggendo ma di cui non vedo traccia nei momenti di "formazione politica" del partito, così come non vedo traccia di alcuno studio sull'economia politica del socialismo. Giusto per non infierire su un solo partito comunista, anche l'altro non perde occasione di smentirsi. Questa disarmante "recensione" del libro di Modrow (https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/16378-marco-paciotti-la-perestrojka-e-la-fine-della-ddr-ricostruite-da-un-testimone-d-eccezione.html?highlight=WyJkZHIiXQ==) ne costituisce un esempio abbastanza lampante. Peraltro, alla presentazione di quel libro a Milano, Rizzo (l'unico personaggio politico presente quel giorno) non è che abbia brillato particolarmente con interventi di ampio respiro su cosa fosse il socialismo nella DDR, limitandosi a sottolineature che sembravano più rivolte agli altri due partiti comunisti (per inciso, "non pervenuti" in quella piovosa domenica pomeriggio) che al povero Modrow, seduto di fianco e spero graziato da un traduttore che non gli abbia tradotto "tutto proprio tutto tutto".
Quindi capisco appieno il tuo disappunto, e tutto ciò che ne consegue. Passerà la nottata... ha da passare e passerà!
Ciao
Paolo
Innanzitutto, io, pur volendo portare la discussione su un piano diverso, non nego che nelle parole di quel testo ci siano confusioni nazionalistiche e idee che potrebbero anche portare a contrapposizioni tra poveri, anche se non mi sbilancio e vorrei vedere chi c'è dietro e come si sostanzia quella proposta (che comunque ritengo negativa e limitata). La cosa che invece volevo sottolineare è che l'essere contrari agli immigrati e porsi a favore della guerra tra poveri non implica necessariamente essere di destra e reazionari. Ciò è possibile anche da un punto di vista semplicemente socialdemocratico. Infatti l'unico modo per far finire l'immigrazione è spezzare il sistema del capitalismo-imperialismo, chi si pone da un punto di vista riformista nei confronti del capitale non può che scegliere tra due soluzioni:
1) Un'idea compassionevole tratta dalla Chiesa Cattolica. 2) Bloccare l'immigrazione.
E ciò non avviene perché si sono sposate idee di destra, ma semplicemente perché si è accettato in toto il capitalismo e non si è minimamente in grado di uscire da questo orizzonte. Basta vedere cosa si nasconda dietro la retorica umanitaria sui migranti del PD, un securitarismo che non ha nulla da invidiare a quello della Lega.
Ho voluto discutere di questa cosa perché a me sembra che spesso si trascurino le origini di queste fenomeni e si traggano conclusioni sbagliate sulle origini degli stessi, così che abbiamo una deriva reazionaria che sembra quasi derivare inspiegabilmente dal cielo e non si comprende come invece derivi dall'arretratezza dell'attuale condizione, sia a livello culturale che politico.
Ma vedo che nel tuo caso questa problema non si pone...
Sulla dicotomia desta-sinistra, io sostengo che i comunisti non siano di sinistra e che l'idea di sinistra abbia fatto il suo tempo da quando gli spazi del riformismo in Europa si sono chiusi. Non sostengo che destra e sinistra in sé non esistano, soprattutto per quanto riguarda il Sud America. Ma anche in quel caso si tratta di esperienze piene di forti limiti da cui anche molti comunisti locali stanno iniziando a prendere le dovute distanze critiche. Più che di disintegrazione della sinistra, bisogna parlare di disintegrazione opportunistica del comunismo, che ha poi portato le sinistre socialdemocratiche a dimostrare tutta la loro insipienza e tutti i loro limiti servili, fino ad abbandonare addirittura qualsiasi proposito riformista, per poi arrivare a quella vergognosa pantomima al Parlamento Europeo di cui tu giustamente cogli la gravità. Ma questo non riguarda un semplice cattivo utilizzo della parola, ma una vaghezza ed eccessiva elasticità della definizione, che riunisce fenomeni talmente diversi ed opposti che farla propria comporta già di per sé un rischio.
Per quanto riguarda l'anti-fascismo, la questione è diversa. Io faccio mia qualsiasi battaglia realmente anti-fascista, ritengo giusta la Resistenza, falsa la propaganda fascista sulle Foibe. E soprattutto non ritengo democratica l'esistenza di organizzazioni fasciste. Non per questo ritengo determinante la dicotomia fascismo-anti-fascismo. Per me fascista è il capitale stesso nella sua forma più repressiva e tirannica.
Lo svantaggio di queste dicotomie è che attribuiscono tutte queste colpe ad una parte ben precisa, salvandone un'altra. Estendere ad altre forze politiche il termine "destra" non può aiutarci in questo senso a capirci molto, mentre identificare il centro operativo dal quale partono le politiche reazionarie, anti-comuniste e anti-popolari e fare dell'opposizione popolare a queste politiche la vera dicotomia, questa ritengo essere la cosa corretta da fare.
Ciò, chiaramente, non deve impedire di esercitare egemonia all'interno di determinate forze sociali e della società civile che hanno ancora queste idee. Ti dirò di più, ciò non ci deve impedire di fare dell'anti-fascismo e esagero, fare dell'anti-razzismo e dell'anti-sessismo (termini abusati e rovinati da certa sinistra radicale). Queste sono ad esempio alcune cose che tu hai citato come parte della tua sicuramente meritoria attività. Ma ciò è ben diverso dal fare di questi termini il perno e il centro della nostra identità e della nostra attività, come invece accade in certa sinistra radicale confusa.
Spero di essere stato chiaro e non eccessivamente arido e "speculativo". Ricambio l'abbraccio e gli auguri per il nuovo anno! ;)
anche a te tanti auguri. Ho colto appieno il senso della tua critica, o perplessità, e la faccio mia. Ovviamente il brano citato era stato scelto più per il senso, per il contenuto, piuttosto che per l'estensore dello stesso: da essere "garanti" del capitale a fare i "cani da guardia" dello stesso il passo è breve. Inoltre, quando dopo e oltre a qualche espressione "sfortunata", mettiamola così, abbiamo tutta una serie di "coincidenze", ovvero quei ragionamenti a cascata che discendono da quello che riconosci essere la maggiore contraddizione di questi punti programmatici, e che rimandano a logiche contro cui mi scontro da trent'anni, ecco che la tragedia si ripete in farsa, con gli autoctoni contro i veneti, i veneti contro i meridionali, i meridionali contro gli immigrati dell’est, quelli dell’est contro i cinesi, i cinesi contro i maghrebini, i maghrebini contro i sub-sahariani, i sub-sahariani contro gli indiani e così via... in quarant’anni ho visto cambiare solo gli attori, gli inquilini di questo supercondominio da tremila famiglie dove ho vissuto per trent’anni e dove abitano ancora i miei, ma le logiche non sono cambiate.
Quel brano riassumeva abbastanza bene tali logiche, e il pericolo di una deriva reazionaria, oltre che antidemocratica in tale senso, da qui la scelta. Accolgo però l’invito ora a ragionare di dicotomie: se esiste una discreta ambiguità fra diverse nozioni di socialismo, che pure dovrebbe essere abbastanza chiaro, almeno per chi si richiama al pensiero di Marx (l’assassino è il maggiordomo e io sono marxista-leninista, ma fermiamoci un attimo a metà del primo tempo, anzi, a inizio film proprio perché sulla definizione marxiana di socialismo non dovrebbero esserci spazi di ambiguità), non entriamo neppure nelle diverse interpretazioni di cosa sia destra e cosa sia sinistra.
Ti scrivevo che le logiche non sono cambiate... ma il quadro politico si. In quel supercondominio di tremila famiglie c’era tanta sinistra. Anzi, molti di loro, molti papà dei miei amici, diventavo matto quando li vedevo in piazza alle manifestazioni, oppure quando li sentivo discutere animatamente nei portici e nei sottoscala. Crescevo e imparavo a “ri-conoscere”, anche da un punto di vista politico, quelli che vivevano intorno a me e che, fino ad allora, erano il papà di tizio, lo zio di caio, ecc. A un certo punto avevo la mappa quasi completa del supercondominio: alla scala x erano tutti dei nostri, alla scala y no, la scala z invece era metà e metà, là erano tutti fasci, ecc. Alla fine, tuttavia, la cosa che più mi colpiva è che quando si parlava di quartiere, del centro sportivo da far nascere per non far finire noi del tutto su una strada, del doposcuola, in quei pochi momenti non c’erano più né autoctoni né immigrati, né “destra” né “sinistra”, e nel collaborare alla riuscita di una festa di quartiere per tirar su quattro soldi per palloni, magliette e gesso per segnare il campo, tutti partecipavano. E’ stata per me un’esperienza indelebile di comunità, noi di Via Pradisera (già il nome era una garanzia) e che insieme a Via Curtatone e Via Puglia eravamo i reietti di Gallarate, e che dimostravamo che non eravamo solo quello per cui gli altri ci mis-conoscevano: esperienza che porto con me con orgoglio anche oggi che ho cambiato paese. Oggi, quei papà e quelle mamme se ne stanno andando tutti uno dopo l’altro. I loro appartamenti vuoti sono stati riempiti da inquilini che a malapena si guardano, perlopiù in cagnesco, il quartiere è politicamente orientato a destra, più o meno estrema, laddove certe logiche oggi hanno occupato gli appartamenti lasciati vuoti dalla sinistra di allora. Vogliamo usare l’immagine degli appartamenti vuoti delle parole d’ordine storiche della sinistra e del movimento operaio? Ci potrebbe stare, facciamolo: siamo arrivati alla risoluzione vergognosa dell’UE di qualche mese fa sul patto Molotov-Ribbentrop, doppiata da quella del parlamento francese che equipara antisionismo e antisemitismo, attirandosi peraltro le critiche di ebrei antisionisti che, a questo punto, sentono sulla loro pelle l’amaro sapore della beffa ipocrita di questi personaggi.
Ma questa non è sinistra. Pisapia (tra i firmatari della prima risoluzione) non è sinistra. Il PD non è sinistra. Non lo è mai stato. La sinistra del dopo PCI si è disintegrata cammin facendo, fino all’attuale, desolante, scissione dell’atomo. E molti usano le parole, quelle parole d’ordine, ci giocano, le strumentalizzano, le accostano ad altre parole, creano nuovi tabù e restrizioni antidemocratiche, cancellano diritti, modificano la nozione stessa di diritto scambiandola con un gioco di prestigio con quella di opportunità, per sempre meno peraltro. Ecco quindi che la dicotomia diviene sempre più una falsa dicotomia, fra una vera destra e un centrodestra mascherato da sinistra: poliziotto buono e poliziotto cattivo. Ma questo non deve essere il pretesto per discorsi “né di destra né di sinistra” che si sa poi dove vanno a finire. Così come il socialismo è un’altra cosa, anche la sinistra è un’altra cosa.
Premesso questo, permettimi una battuta: non chiamiamola “sinistra” ed eliminiamo pure uno svantaggio semantico-lessicale. Viviamo in un mondo antropologicamente destro-centrico, diceva venticinque anni fa il mio prof. di Re.Fil.A.O. Massimo Raveri: i cinesi (e fino a poco fa anche i giapponesi) obbligano i loro bimbi mancini a scrivere con la destra, noi associamo una visione “sinistra” del mondo a concetti negativi, malvagi, quando uno ha ragione nei paesi anglofoni è “right”, così come “droit” è una parola che in francese ha già un vantaggio che pone i nostri nemici di classe come “braccio destro” “alla destra del Padre”... giochi di parole che, tuttavia, evidenziano uno svantaggio inconscio, antropologico, che dobbiamo superare... e perché dobbiamo superare? Chiamiamoci comunisti, socialisti, laburisti, ecc. ed eliminiamo questo svantaggio semantico-lessicale che ci colloca sempre dalla parte sfigata. :-)
Ragioniamo, però, anche da comunisti, socialisti, laburisti, ecc. Ecco che allora, come ben sottolinei, l’antifascismo lo costruiamo sul campo di battaglia, contro un’amministrazione comunale che toglie i buoni pasto della mensa scolastica ai figli degli immigrati, contro un padrone che lascia a casa i suoi magazzinieri per appoggiarsi a una “cooperativa”, contro caporali che caricano loro esseri umani su un ducato stipato manco fosse un carro bestiame per portarli nei campi, ma anche contro gli “imprenditori” che sfruttano i loro stessi connazionali. In una vita precedente ho servito per tre anni consecutivi in CdL a Milano come mediatore culturale e responsabile di uno sportello per lavoratori cinesi. Lo scopo del mio sforzo volontario era quello di fornire assistenza, da un lato,e fare uscire allo scoperto dinamiche che sono tuttora sommerse: il risultato lo puoi vedere qui. https://www.academia.edu/27944411/Laltra_met%C3%A0_del_cielo_%D0%9F%D0%BE%D0%BB%D0%BE%D0%B2%D0%B8%D0%BD%D0%B0_%D0%BD%D0%B5%D0%B1%D0%B0_Half_the_sky_%E5%8D%8A%E9%82%8A%E5%A4%A9._Rapporto_sulla_comunit%C3%A0_cinese_di_Milano_e_sullo_sportello_di_Assistenza_ai_lavoratori_cinesi_2000_
Essere antifascisti, in questo senso, non sarà SOLTANTO fossilizzarci su teste più o meno rasate. Il nostro non è e non sarà un antifascismo di maniera, quello che, nelle mani sbagliate e sulla falsariga della risoluzione francese di cui sopra, magari un domani mi equiparerà a un nazista perché mi rifiuto di accettare che un insediamento israeliano in Cisgiordania sia una cosa legittima: al contrario, dovrà essere il nostro antifascismo, vero, autentico, perché frutto delle lotte dei nostri nonni e, per chi è più grande di me, dei nostri padri, a rispedire al mittente e smascherare questi tentativi di occupare stanze e appartamenti vuoti di una sinistra in cerca d’autore (o di poltrone).
A quel punto QUESTO antifascismo potrebbe anche costituire veramente un collante democratico forte, che possa unire sempre più forze anche politicamente distinte che però, su certi temi, si trovano unite. Al contempo noi dovremmo essere anche più politicamente consapevoli del nostro progetto politico, della nostra storia, di quali potrebbero essere i passi di una possibile transizione al socialismo, partendo dal qui ed ora, dalle forze disponibili, da chi è disposto a fare con noi un pezzo di strada e fino a che punto è disposto a farlo, per spostare l’asticella sempre più in alto e coinvolgere un numero sempre maggiore di forze ed energie nel nostro progetto. E alla fine, forse accadrà l’imprevedibile.
Come nella finale olimpica di basket a Monaco 72 (USA-URSS: 49-51). Gli ultimi tre secondi decisero tutto. Ti lascio col finale del film Dvizhenie Vverch (2017), che per ovvi motivi non sarà mai proiettato in Italia: https://www.youtube.com/watch?v=qMS5TYeF1Oo&list=PL3fsiSsXNab5Nc-R0tcP1cZBWxdtNutuZ&index=28
Gustatelo, ti direi gustati tutto il film ma, purtroppo, non lo trovo sottotitolato in inglese da nessuna parte. E’ davvero un bel film.
Un abbraccio e
buon anno!
Paolo Selmi
Caro Paolo, meglio non andare dietro ai Wuminkia che se no non ci capiamo niente. Condivido sicuramente la tua introduzione sulle confusioni del testo riguardo al socialismo, che deve essere inteso invece come sostituzione di un'economia pianificata controllata dai lavoratori rispetto all'anarchia della produzione gestita dai capitalisti. E' sicuramente questo il punto più dirimente, dalla quale derivano tutte le confusioni seguenti. Il problema invece non è secondo me da rintracciare dalla dicotomia destra-sinistra o fascismo-antifascismo. Chi pensa che la deriva reazionaria derivi dalla mancata difesa di queste dicotomie secondo me prende un granchio. Il problema è semmai quale dicotomia sostituire. Io da parte mia ho deciso di sostituire a queste fallimentari divisioni quella classica di capitale-lavoro, borghesia-proletariato, socialismo-capitalismo (così si evitano certi risultati maldestri alla Preve). Da queste divisoni ne consegue necessariamente l'anti-fascismo, in quanto il fascismo è un regime padronale, mentre la dicotomia destra e sinistra secondo me definisce semplicemente un campo interamente padronale che magari ha qualche ragion d'essere, pur con tutti i suoi limiti, in posti come l'America Latina, non certo da noi. Chi per esempio usa il termine sinistra, spesso lo utilizza per non definirsi comunista ma coprire così i suoi intenti riformisti e socialdemocratici. Per non parlare dell'anti-fascismo, che posto in altro contesto copre intenti addirittura liberali e padronali, che sono totalmente l'opposto dei valori della Resistenza. Per quanto riguarda certe confusioni nazionaliste del testo, chiaro che ci siano, e io infatti non metto in discussione la giusta critica di questi tentativi maldestri di portare avanti idee arretrate che però in realtà sembrano "nuove". L'unica cosa su cui volevo porre l'accento era il farlo ponendo al centro una concezione chiaramente leninista, senza sostituire le confusioni teoriche dei vari "populisti di sinistra" con quelle di trotskisti e opportunisti vari, concezioni ecclettiche basate su una definizione errata di fascismo (il famoso "Fascismo Eterno" di Eco).
Per il resto, ti auguro anche io buone feste ;)
Alessandro.
Con la fine del Capitale, sarà la fine della democrazia, la fine della politica e del suo contenuto ultimo: lo spettacolo.
BONNES FETES
Tradotto con www.DeepL.com/Translator (versione gratuita)
Questo, purtroppo, non è socialismo: il socialismo è un modo di produzione totalmente diverso da quello dove un ente terzo, un partito immagino, si frappone "per limitare il potere del capitale e favorire quello dei lavoratori".
Un approccio quasi sindacalistico, verrebbe da dire. Il prosieguo non lascia invece adito ad alcun dubbio: nel calderone del "lavoro" ci mettiamo tutti, eccetto i plutocrati e i loro lacché di destra e di "sinistra": definire il PD di sinistra è necessario per delegittimare non il PD, che ci pensa già da solo a farlo, ma l'idea stessa di una sinistra opposta allo strapotere della destra. Passata l'equazione, il resto dei sillogismi viene da sé, come accaduto non molto tempo fa, proprio nel nostro belpaese.
La storia si ripete, con la differenza che la prima volta accade come tragedia, la seconda come farsa ("das eine Mal als Tragödie, das andere Mal als Farce") come nota argutamente Marx. Noto, per inciso, come un articoletto di Wu Ming di 2 anni fa scrivesse, a tale proposito e parlando degli attuali rigurgiti:
"Riempiendosi la bocca di “rivoluzione”, i fascisti distrussero ogni organizzazione rivoluzionaria, uccidendone i membri o costringendoli all’esilio, facendo piazza pulita per conto dei poteri costituiti. Parlando del «popolo lavoratore» e ostentando pose “antiborghesi”, si fecero pagare dalla grande borghesia per colpire, sovente uccidere, i rappresentanti dei lavoratori. Cialtroni in ogni fibra del loro essere, continuarono a baloccarsi con vuoti proclami “anticapitalistici” anche molto dopo la presa del potere, a regime consolidato, quando il fascismo era ormai la forma politica del capitalismo italiano e il braccio politico di Confindustria." (https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/11/antifascismo-oggi/)
Non è un caso che la legittimazione del fascismo, di questo fascismo, passi attraverso la delegittimazione dell'antifascismo. Così come tutta l'analisi parta da una nozione di intervento statale nell'economia capitalistica e di calmieramento dei suoi effetti nefasti neanche come momento, sia pur criticabile, di una transizione, ma come "socialismo" tout court. Come dire: alla fine è solo un problema di "nomi" e parole... nomi che mascherano la lotta dei penultimi contro gli ultimi, in una cronica guerra fra poveri.
Buone feste a tutti.
Paolo