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Greta Thunberg: la posta egemonica e lo scontro per il mondo

di Alessandro Visalli

ragazzinioIn fondo è una storia come tante altre, banale. Una ragazzina di quindici anni che prende una idea semplice, in bianco e nero, e la sposa con l’entusiasmo dei suoi anni. Nasce in una famiglia di professionisti dello spettacolo (una cantante ed un attore) e traduce questa idea in performance. Queste performance, nativamente preordinate nel codice della società dello spettacolo, sono utilizzate da un sistema dei media sempre alla ricerca di eventi-mondo per costruire un prodotto efficace. Questo efficace prodotto viene ripreso e rilanciato, per i più diversi scopi, dalle più diverse forze ed organizzazioni.

Stiamo facendo un esercizio di complottismo? Un’aggressione alla simpatica ragazzina?

No. Tutt’altro, Greta Thunberg ha tutta la mia simpatia, è una ragazzina sveglia ed intelligente, piena di ottimi sentimenti e impegnata per una battaglia degna.

Semplicemente il mondo ha il suo modo di funzionare, ed usa tutto.

Ma il fatto che qualcosa sia usato significa che non sia fondato? No. Io credo fermamente che il sistema ambientale sia alterato dall’uomo, ad una profondità che è difficile da definire con precisione, e che il clima venga modificato anche da questi fattori di pressione antropogenetici.

Il fatto che qualcosa sia fondato significa che altro non lo sia? No. Io credo fermamente che la questione in campo sia il potere.

Il fatto che una cosa sia usata e fondata significa che non ci sia altro da dire? No. Io credo fermamente che buona parte del degrado dell’ambiente sia determinato dalla logica dello sfruttamento della natura per il profitto e dalla sua appropriazione da parte di pochi.

Il fatto è che, anche se Greta Thunberg può pensarlo[1], il mondo non è affatto “bianco o nero”.

Quando ad agosto 2018 il curioso “sciopero”[2] (dalla scuola) della ragazzina di Stoccolma, opportunamente spettacolarizzato, in vista delle elezioni generali di settembre, e subito rilanciato da qualche interessato sito come parte di una strategia di autopromozione commerciale/ambientale[3], sfonda il muro della irrilevanza prende avvio un processo autorafforzante imponente.

Già nella prima settimana di sciopero i quotidiani svedesi, attivi sul dibattito elettorale e quindi sensibili, e la Tv locale hanno ripreso la cosa. Un fattore è stato la dissimetria tra uno stato considerato (in parte a torto) invalidante e la mobilitazione su temi complessi.

A dicembre la ragazza è intervenuta al COP24 ed ha parlato a Davos, quindi è stata inserita (giustamente) da Time tra i 25 teenager più influenti del 2018, quindi ha lanciato il “Fridays for future” che sta portando a enormi mobilitazioni in molte città del mondo.

Decisamente una buona cosa.

Ciò significa che hanno ragione i media di tutto il mondo nel dire che Greta Thunberg è la vera sfida al potere dei ‘grandi del mondo’? No, ovviamente.

Proviamo allora a prendere un poco di distanza e guardare dall’alto la cosa: il mondo è intrappolato nelle conseguenze di un modo di essere e funzionare che sacrifica buona parte dell’umanità e la natura alla creazione di valore astratto ed alla sua accumulazione come potere. Guardando la cosa a partire dalla esteriorità abbiamo una violenta polarizzazione sociale nei ‘centri’ tradizionali, dinamizzati da flussi di segni di valore che tendono ad essere accumulati da ristrettissime élite (ben concentrare tra gli interessati ascoltatori della nostra eroina), e che lasciano i più in condizioni di subalternità e degrado. Ed abbiamo un, anche più violento, sfruttamento della debolezza nelle ‘periferie’ interconnesse del “sistema mondo[4]. Ciò significa che nel “centro” prevalgono le condizioni economiche del “sottoconsumo”[5], mentre nelle “periferie”, o nei ‘centri’ sfidanti, prevale la “sovrapproduzione”[6]. Il mondo è un luogo di squilibri.

A connettere e rendere anche possibile la disgiunzione di una sovracapacità produttiva con un sottoconsumo, ovvero la globalizzazione, è la finanza. Ovvero la traduzione dei rapporti sociali di dominazione dall’una come dall’altra parte in valore che è scambiato su piattaforme estese all’intero pianeta e virtualmente prive di attriti[7].

Ma un mondo intrappolato in un’immane distruzione di energia umana e naturale, che la furia compulsiva di accumulazione di pochi mette sulla strada della sua distruzione, è come un computer perfettamente funzionante ma nero, perché il suo sistema operativo va riavviato.

Sul piano tecnico lo schema della soluzione dovrebbe essere di rimettere in attività nei “centri”, risolvendo il sottoconsumo, e avviare una necessaria distruzione controllata della sovracapacità[8], trovando, al contempo un impiego utile alla sovracapitalizzazione che ingolfa le piazze finanziarie di tutto il mondo e che alimenta un disperato gioco alla prossima ‘bolla’[9].

Il fatto è che non si può fare.

Giovanni Arrighi, nel corso del suo lavoro, ha messo a punto uno schema interpretativo potente che vede lo sviluppo del sistema di produzione ed organizzazione ‘capitalista’[10] come una successione di ‘cicli’ per successiva espansione ed incorporazione[11] in una dialettica tra “attori territoriali” e “attori economici”. Oppure, se si vuole utilizzare un linguaggio diverso, tra una “logica di potenza” ed una “logica capitalista”. Ancora in altre parole il sistema capitalistico è visto come una successione di cicli di accumulazione (ogni volta composti di una fase di espansione produttiva ed una fase terminale finanziaria) e da cicli di egemonia nei quali un “centro” si impone a molte “periferie”. Quando la fase di espansione produttiva inizia ad essere meno redditizia (perché si allenta il vantaggio monopolistico che ha all’inizio sfruttato) a causa dell’accresciuta concorrenza, allora i capitali generati vengono detenuti in forma liquida, e non più investiti in attività divenute troppo rischiose, si ha quindi una fase di espansione finanziaria che prepara il crollo. Sarà l’emergere di una nuova gerarchia, spesso dopo una fase molto turbolenta e non di rado di guerra, che determina un nuovo “centro” che riavvia il processo su basi nuove.

Arrighi sposa la tesi di Marx che nel modo di produzione capitalistico, dato che lo scopo è la produzione di capitale e non lo sviluppo delle forze produttive, il mezzo entra in conflitto [in particolare nelle fasi “finanziarie”] con il fine ristretto, la valorizzazione del capitale esistente. Quindi, scrive, “se il modo di produzione capitalistico è quindi un mezzo storico per lo sviluppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale, è al tempo stesso la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i rapporti di produzione sociali che gli corrispondono” (Marx, Il Capitale, libro III, p. 350). Il capitale entra dunque periodicamente in palese contraddizione con l’espansione materiale dell’economia-mondo, il capitale “disimpegnato” in ogni fase finanziaria dall’espansione ulteriore di produzione e commerci, è, infatti, riciclato con profitto superiore in settori non produttivi (che sono spesso le armi)[12].

Uno dei modi attraverso cui gli agenti economici reagiscono a questa tendenza è l’espansione del sistema-mondo allo scopo di trovare “terre vergini” nelle quali siano presenti opportunità più convenienti[13].

Nella dinamica che si genera tra la tendenza a ritirare il capitale dagli investimenti produttivi (di cui a tutta evidenza soffrono i ‘centri’ sovracapitalizzati, determinando sottoccupazione e quindi sottoconsumo), a causa dell’incremento della concorrenza e la relativa scarsità di occasioni sfruttabili per un ‘adeguato’ saggio di profitto[14], e la sovrabbondanza di capitale mobile che ne è l’immediata conseguenza, c’è lo spazio per numerosi equilibri dinamici. Gli equilibri sono determinati dalla dialettica tra occasioni di impiegare i capitali per investimenti e di metterli a frutto per rendite (DMD vs DD), entrambe soggette alla legge dei rendimenti decrescenti (relativa e non assoluta).

A rendere complesso il quadro, però, non ci sono solo le diverse arene nelle quali le due scarsità (di occasioni di investimento e di occasioni di rendita) si contrappongono, ma anche attori ed organizzazioni non interessate al profitto, ma, dice Arrighi, a potere o prestigio[15].

In queste “biforcazioni” si creano quindi campi instabili e turbolenti nei quali “agenti” diversamente orientati concorrono l’uno a sottrarre capitali ai circuiti produttivi e commerciali per offrirli sui mercati finanziari, gli altri a impegnarli nei primi, cercando ognuno di massimizzare il proprio potere.

Si tratta anche di una lotta per l’egemonia[16].

La questione è che l’egemonia mondiale si ottiene quando alla capacità di governance delle forze sistemiche si aggiunge la leadership, che come dicono Arrighi e Silver in “Caos e governo del mondo”: “si fonda sulla capacità del gruppo dominante di presentarsi, ed essere percepito, come portatore di interessi generali” (p.30), questa capacità porta un potere “addizionale”. Gruppo dominante e gruppi subordinati in qualche modo concordano che la direzione nella quale il primo dirige le forze è a vantaggio comune. Il sistema è gestibile, dunque, senza ricorrere alla pura e semplice forza.

Questa divagazione mostra la questione in campo.

In definitiva una possibile via di uscita dalla crisi di sottoconsumo in occidente e di sovrapproduzione incipiente in oriente è di avviare una ‘distruzione controllata’ nella seconda area, per sgombrare la sovracapacità, e una serie di impieghi ‘distrattivi’ (rispetto alla logica ‘capitalista’) nella prima. Salvaguardando, ovviamente, e anzi trovando impieghi alla sovrabbondanza di capitali in modo che non rischino un crollo per carenza di fiducia e quindi illiquidità. Ma un impegno di questa portata richiede un’emergenza che metta a tacere gli ‘spiriti animali’ che guardano sempre a cortissimo raggio.

Richiede soprattutto la produzione di egemonia, perché bisogna mettere a tacere questi ‘spiriti’.

Allora la quadra, come fu negli anni cinquanta la guerra fredda, può venire dalla ‘distruzione del pianeta’. In questo modo i capitali possono forzatamente essere impiegati in investimenti guidati dallo Stato, ma salvaguardanti l'iniziativa privata. In conseguenza nella parte diffusa della ‘manutenzione territoriale’ e della ‘economia circolare’ si impiegano i ‘superflui’, combattendo il sottoconsumo occidentale, e la capacità produttiva si riconverte riducendo la sovracapacità e la sovrapproduzione. Una quadra perfetta per quello che Minsky chiamava “Keynesismo privatizzato[17].

Quindi, la riconversione ecologica e slogan come “Non c’è più tempo”, svolgerebbe questa funzione strutturale vista dal punto di vista delle élite.

Ma questo significa che noi, se non vogliamo essere quelle élite, dobbiamo essere contro la conversione ecologica ed il contrasto al cambiamento climatico? No. Sarebbe un comportamento stupidamente reattivo, e lascerebbe tutti i problemi, che sono reali, sul tavolo. Sia quelli di equilibrio di sistema sia quelli ambientali, che in parte ne sono una conseguenza.

Ciò che bisogna fare è invece porre la cosa in modo più serio e radicale di quello che, parziale e colonizzabile, viene posto dal movimento di Greta Thunberg. Essere dentro e contro.

E ciò proprio perché quello che le forze intercapitalistiche che stanno spingendo l’azione di lobby aggregata intorno alla generosa attivista svedese cercano di ottenere è un investimento egemonico in grado di ‘forzare’ un investimento di potere pubblico in grado di spostare la logica da meramente ‘capitalistica’ (volta all’accumulazione di capitale, al massimo livello possibile di redditività) ad una logica ‘territorialista’ sui generis (volta alla occupazione di ‘spazio’ strategico, in questo caso immateriale ma non solo). Questo spostamento è necessario.

La situazione attuale vede, infatti, le prospettive di profitto dei mercati finanziari, concretissime fonti di potere, soggette a rendimenti decrescenti e quindi a crescente rischio di dissoluzione. Abbiamo negli ultimi dieci anni disperatamente cercato di allontanare questo calice con forme sempre più creative di ‘allentamento monetario’, ma ogni soluzione sta raggiungendo il suo limite di redditività[18].

Restano ormai solo due alternative, o in altre parole spazi di espansione di una logica “territorialista” in grado di assorbire il capitale in eccesso:

  • gli investimenti di potenza militari (in espansione e tradizionalmente praticati, quando dal ‘keynesismo privatizzato’ del primo tipo si passa a quello ‘finanziario’[19] e da questo, infine, terminati tutti gli escamotage, a quello “militare”);
  • la deviazione dei capitali sulla lotta a qualche ‘nemico esterno’ che giustifichi impieghi “ineconomici” (ovvero il passaggio dal “keynesismo finanziario”, cioè l’economia del debito, al “keynesismo ambientale”). Bisogna essere chiari: la cosa funziona proprio perché la riconversione ambientale è irrazionale in termini ‘ capitalistici’, ovvero non determina ritorni sul capitale investito adeguati, e dunque si presta a distruggere il capitale in eccesso.

Proprio perché la posta del gioco è il controllo del mondo, l’attrazione dei capitali mobili, che lo rendono instabile, e l’impiego per guadagnare un superiore livello di efficienza. O in altri termini, un cambiamento della ‘piattaforma tecnologica’ a sé vantaggioso.

Sotto questo profilo l’investimento egemonico in corso non potrebbe essere più serio.

Dunque cosa può fare un movimento socialista che voglia sviluppare una contro-egemonia? Questa è la vera domanda. Io credo che si debba riprendere l’agenda di Minsky, e spingere ai limiti della loro stessa logica la dinamica del “keynesismo ambientale”, ponendo, come un lottatore di Judo, la questione di “cosa” e “perché” produrre.

Per quale uomo e per quale vita.


Note
[1] - Al TED di Stoccolma del 2018 lei stessa ha detto: “per quelli che come me sono aldilà dello spettro (autistico) quasi tutto è bianco o nero. Credo che sotto molti aspetti gli autistici siano normali mentre il resto delle persone molto strane. Come quando affermano che il cambiamento climatico è una minaccia seria e poi continuano a comportarsi come sempre”. Per certo versi non è necessario avere le sue caratteristiche per essere convinti che il mondo sia bianco o nero, basta avere la sua età.
[2] - Dal 20 agosto al 9 settembre resta seduta davanti al Parlamento svedese con dei cartelli, durante l’intero orario scolastico, per protestare contro la mancata applicazione de l’Accordo di Parigi, COP 21.
[3] - Precisamente via Twitter dalla società di comunicazione e start-up tecnologica “We don’t have time”.
[4] - Uso questo termine nella tradizione di ricerca della “Scuola del sistema mondo” di cui abbiamo parlato nei post su Andre Gunder Frank e in quelli su Arrighi e Amin. A questo livello di astrazione non è rilevante scegliere tra le versioni di Frank e degli altri tre della “gang”.
[5] - Effetto della carenza di domanda aggregata creata da una distribuzione delle risorse che finisce per spostarle verso la finanza interconnessa.
[6] - Un eccesso di capacità produttiva che trova senso solo nella domanda esterna, determinando gli squilibri produttivi, commerciali e quindi finanziari che stanno squassando il mondo (da ultimo determinando anche i flussi migratori).
[7] - Sul piano tecnico gli attriti sono ridotti dalla completa dematerializzazione del capitale, su quello tecnico dalla infrastruttura, enormemente energivora, della gestione dell’informazione, su quello normativo dalla deregolazione e dalla uniformazione.
[8] - La simmetrica soluzione al sottoconsumo ed alla sovracapacità (ovvero il riequilibrio della estero-flessione, come dice Rodrik) è resa necessaria dall’equilibrio contabile d’area. Altrimenti l’investimento in un’area non riassorbirebbe i sottoconsumi, traducendosi in aggravamento della crisi fiscale e ulteriore estero-flessione e ipertrofia delle “periferie”. Lo schema porterebbe solo a maggiore finanziarizzazione ed aggravamento della crisi, quindi dello “stato di consolidamento” (Streeck) nel medio periodo. In altre parole è un vincolo di “sistema mondo”.
[9] - Per una delle migliori analisi di questi fenomeni, in un quadro categoriale keynesiano, si veda Massimo Amato, Luca Fantacci, “Fine della finanza”.
[10] - Su questa caratterizzazione una delle obiezioni di Frank, che vede egualmente all’opera ‘cicli’, ma non una specificità del ‘capitalismo’ e tantomeno dell’occidente.
[11] - Questo è il secondo piano di critica, e quello fondamentale, in quanto Frank ritiene che il ‘sistema-mondo’ sia esistente da millenni, circa dal 3000 a.c., e che l’occidente ne sia stato a margine fino al 1800 inoltrato. Dunque che il movimento non sia dall’occidente industrializzato verso il resto del mondo, ma casomai dal mondo a nuovi centri che lo sfruttano e che si costituiscono come tali parassitariamente.
[12] - Alla base del modello è l’idea (di Adam Smith, prima che di Marx) che ceteris paribus la continua espansione delle attività produttive, con il crescere della competizione, debba portare ad un calo del saggio di profitto e, nella versione dell’ultimo, ad una stagnazione dei salari reali e conseguente crisi di domanda (che ostacola i rapporti di produzione sociali, generando la contraddizione essenziale).
[13] - Naturalmente anche in queste espansioni la legge dei rendimenti decrescenti resta all’opera e, pur contrastata da possibili guadagni di efficienza, riarticolazioni e ottimizzazioni tecniche, alla fine determina un “ristagno” (Hicks). Questa fase è caratterizzata da sovrabbondanza di capitali liberi (“crisi di sovraccumulazione”) ed è anche, e forse soprattutto, caratterizzata da un inasprimento della lotta concorrenziale per l’impiego del capitale mobile (e la sua attrazione). In questa fase i detentori del capitale lottano per allocarlo in usi “accettabilmente” redditivi, in condizioni di abbondanza del primo e scarsità dei secondi. D’altro lato gli utilizzatori (che sono spesso gli Stati, che ne necessitano per i loro usi acuiti dalle tensioni della fase) lottano per attrarli a condizioni meno onerose.
[14] - A sua volta determinato per via di concorrenza.
[15] - Storicamente, nei vari cicli di accumulazione caratterizzati da una successione di fasi queste “lottavano contro i rendimenti decrescenti prendendo in prestito tutto il capitale possibile, e investendolo per conquistare con la forza i mercati, territori e popolazioni”.
[16] - “Egemonia” è il concetto chiave, senza apprezzare il quale nulla si potrebbe capire del testo. Non si tratta di descrizioni di ‘dominio’, di potenti e di subalterni e delle loro eventualmente contrapposte volontà (o “desideri”), qui è in gioco una capacità che non può essere progettata e che scaturisce dall’insieme di una situazione e di una storia, quella di unire al dominio il consenso. Di estenderlo alle menti ed ai cuori, coinvolgendo rappresentazione di sé, immagine del mondo, meccanica di valori ed obiettivi, interessi e bisogni. Quando si dà una egemonia si creano soggettività e ci si fa carico, in qualche misura, dei loro interessi (di quelli che sono entro il campo di senso definito dal blocco egemonico) e, grazie ad un coerente insieme di basi di potere e di valori, rappresentazioni, tecniche e regole, si riesce a far diventare “sistema” una porzione del mondo. In effetti, fino a che dura, facendo prevalere il momento cooperativo (ma intimamente gerarchico, anche se inavvertito) su quello competitivo. La crisi è la disgregazione e in certo misura rovesciamento di questo effetto. Dunque tra “base” (termine che viene usato per “struttura” da Marx, nell’”Ideologia tedesca”, infatti userà struktur e basis) e la “soprastruttura” (uberbau, tutte metafore architettoniche come si vede, si tratta di ciò che è edificato sopra e del fondamento), in una condizione nella quale evidentemente ci vogliono entrambe, c’è una relazione molto più stretta di quella, pur complessa, della vulgata marxista. Il concetto di egemonia è per espressa ammissione, ripreso da Gramsci (che lo rileva da Lenin, ma lo estende molto) che lo impernia in una critica della vulgata marxista del rapporto tra “struttura” e “soprastruttura” nella loro reciproca influenza. I due concetti sono una unità, in senso dialettico. Ma avviene in qualche modo in Gramsci, nell’intreccio di concetti che si rimandano, un passaggio che è colto molto più da Arrighi che da Negri: la struttura, la base, è in un rapporto con la soprastruttura che ad essa si innerva e intreccia, quasi confondendosi, in un modo che ricorda quello tra storia ed evento. Cioè quel rapporto, nella lettura storica che Gramsci compie in tutta la sua opera, tra passato e presente. Affondare le radici nella storia, che è la stessa mossa nell’interpretazione del presente che compie la tradizione delle Annales (forse non a caso avviata nel ’29 e a conoscenza del nostro), significa per Gramsci liberarsi di ogni trascendenza residuale, di ogni teologia. Il concetto compare nei primi mesi del 1930, nei Quaderni del Carcere, e precisamente nell’ambito del discorso sul risorgimento (che abbiamo letto per ora qui) e resta praticato fino alla fine, ogni volta con una qualificazione: politica, culturale, linguistica, intellettuale, morale, ... l’egemonia è in qualche modo, proverei a dire, uno strumento ed un effetto, che opera nel garantire e realizzare la prevalenza di uno verso l’altro. Sia esso una classe, o un blocco storico, una nazione (come del caso). Il concetto, per essere compreso, va connesso con la sua assenza, ovvero con il puro e semplice “dominio”. Dove il potere è nudo, privo della necessaria componente del consenso, si ha quindi solo l’esercizio brutale del “dominio”. Ma il vero potere non si limita alla costrizione; si estende alle menti ed ai cuori, si fa seguire in qualche modo volontariamente, coinvolgendo insieme: la rappresentazione di sé che si costruisce, l’immagine del mondo, e la meccanica dei valori e obiettivi, con la loro gerarchia. Si radica inoltre nella “base” degli interessi, e dei bisogni, cui in qualche modo (secondo il filtro delle rappresentazioni) l’egemone risponde, facendosene almeno in parte carico. Il vero potere è dunque egemonia. Abbiamo, ad esempio egemonia tedesca in Italia, quando volontariamente si sceglie di seguire la logica della moneta stabile e forte, della deflazione come orizzonte, dell’austerità suo mezzo. L’egemonia ha sempre un suo campo e, per chi vi appartiene, un coerente insieme di desideri, effetti di dominio (verso qualche subalterno) inseparabili da effetti identitari, e sempre risponde almeno a parte ai suoi interessi e bisogni secondo la loro percezione. Dunque le potenze realmente egemoniche, come sono state quella olandese, inglese e americana al loro meglio, quando si sono fatte carico, anche se diversamente, di produrre e distribuire beni pubblici e senso, o come la Russia sovietica, che esportava una egemonia potente, hanno riorganizzato in parte per effetto della loro base di potere, ma in parte altrettanto importante (e inseparabile) per effetto della loro struttura di valori, rappresentazioni coerenti, tecniche e regole, intorno a sé porzioni decisive del mondo, rendendolo “sistema”. Cioè rendendolo capace di funzionare insieme e creare le premesse per una accumulazione che ha anche disciplinato, in qualche modo, i capitali incorporati entro le loro strutture e quelli mobili (che fin che dura l’egemonia sono limitati). I capitali sono, infatti, una sorta di rapporto sociale. La storia che racconta Arrighi non va capita come storia del susseguirsi delle dominazioni, o del potere, ma di quel più sottile scontro per la capacità di organizzare le forze, di dargli direzione e senso, che alcune volte è emerso intorno ad un network ed una cultura. Cioè come storia delle egemonie che, quando sono state realizzate, fino a che sono durate, hanno reso parte del mondo un sistema (appunto un “sistema mondo”).
[17] - Vedi Hyman Minsky, “Keynes e l’instabilità del capitalismo”, 1975.
[18] - Esattamente come accadde negli anni settanta alle soluzioni del ‘keynesismo privatizzato’.
[19] - Per questo la classica analisi di Streeck “L’ascesa dello stato di consolidamento europeo”.
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