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coordinamenta

Le cose dette, quelle non dette, quelle taciute e le parole vuote

di Elisabetta Teghil

che bel castello 1“Oh che bel castello marcondiro ndiro ndello,
oh che bel castello marcondiro ndiro ndà”
“Il mio è ancora più bello marcondiro ndiro ndello,
 il mio è ancora più bello marcondiro ndiro ndà”
”E noi lo ruberemo marcondiro ndiro ndello,
e noi lo ruberemo marcondiro ndiro ndà”
”E noi lo rifaremo marcondiro ndiro ndello,
e noi lo rifaremo marcondiro ndiro ndà”
Filastrocca

Nei documenti e negli appelli in vista dello sciopero delle donne chiamato per questo 8 marzo 2017 dalla socialdemocrazia femminile, vengono dette e sono state dette tante cose. Vengono dichiarate le condizioni lavorative ed economiche a cui sono sottoposte le donne, i salari ridotti in molti casi rispetto a quelli maschili, la licenziabilità, il ricatto della gravidanza, lo strumento infido del part-time, le molestie sessuali a svariatissimi livelli sul posto di lavoro e le vessazioni quotidiane, la subalternità e lo sfruttamento delle  lavoratrici migranti…

Vengono poi menzionate le carenze e la riduzione drastica dello Stato sociale a tutto campo, la mancanza di servizi e la riduzione pesante del salario indiretto, la questione abitativa con le vessazioni dei servizi sociali nei riguardi di chi occupa una casa, di chi partecipa alle lotte sociali…Viene denunciato il lavoro riproduttivo e di cura estorto alla donne a titolo gratuito… Viene messo un accento particolare sulle carenze Che bel castellodella sanità, sull’obiezione di coscienza negli ospedali che non permette di fatto l’aborto, sulla mancanza di strutture, sul boicottaggio palese e velato riguardo alla contraccezione, sulle pratiche alternative per quanto riguarda il parto, sul rapporto con la medicina. Viene denunciata la situazione delle scuole…la mancanza di un’<educazione alle differenze>. Vengono denunciate le violenze fisiche e psicologiche sulle donne, sulle lesbiche, sulle diversità sessuali, i femminicidi…Viene denunciato il sessismo nell’informazione, il sessismo nei movimenti.  Vengono chiamate in causa importanti teorizzazioni di femministe storiche a supporto di tutto ciò.

Queste sono le cose dette. E’ la variante al femminile dei programmi elettorali dei partiti in cui c’è di tutto e di più e soprattutto immancabilmente: pace, giustizia,democrazia e, siccome siamo in Italia, la questione meridionale.

Poi ci sono le cose non dette. O appena accennate. Di chi è la colpa di tutto quello che è stato elencato? Vengono ogni tanto nominati il patriarcato e il neoliberismo come se fossero entità astratte che aleggiano in questo mondo seminando violenza e brutture e una così detta “crisi” a cui imputare tutti i mali.

Ma quella neoliberista è una vera e propria ideologia del capitale transnazionale e la così detta crisi è una scelta consapevole e voluta nei confronti di vasti strati sociali  Il neoliberismo si è imposto quando ha accantonato i partiti conservatori e i settori della borghesia che a questi si richiamavano e ha optato per la socialdemocrazia  che ha occupato lo spazio del conformismo e del conservatorismo mantenendo il lessico “di sinistra” e accettando la missione di naturalizzare il neoliberismo. Questo è il senso del così detto polo progressista che deve dare consenso e base elettorale alla legittimazione del neoliberismo e al ruolo egemonico dell’iper borghesia o borghesia imperialista. Ma per trasformare in profondità il contenuto stesso della politica sociale bisognava neutralizzare le sue capacità di resistenza e di produzione di punti di riferimento non neoliberisti.

Il patriarcato è correlato funzionalmente alla società capitalista e, nell’odierna stagione, questa connessione prevede una specifica modellizzazione della società patriarcale. Ogni sistema modellizzante rispecchia una realtà oggettiva ad esso esterna ed è, di questa, segno ideologico. E così la socialdemocrazia cristallizza le regole del patriarcato negli schemi dell’emancipazione nobilitata con il principio della razionalità.

L’emancipazionismo non è liberazione, ma ne è un surrogato. E’ la donna ridotta come il maschio a consumatrice di merce e lei stessa merce.

Da tutto questo ci dobbiamo affrancare così come dall’ideologia della neutralità, del progresso, della positività, insita e data per scontata,della presenza delle donne nelle situazioni di comando, di controllo e di repressione. Oggi il sistema ha trascinato il dibattito politico sulla condanna della stessa possibilità di una via che non consideri le attuali istituzioni e situazioni come intangibili e insuperabili, che non prometta fedeltà a questo Stato e a questo sistema. In definitiva non sono in gioco le modalità dello scontro, del conflitto,ma lo scontro e il conflitto stesso.

Invece la nostra liberazione si consolida nel corso della nostra lotta contro tutte le manifestazioni del dominio del patriarcato. E’ coscienza del noi.

Allo stesso tempo, ora, ci si dimentica volutamente di cosa sia lo Stato, che non è altro che il momento organizzativo della classe dominante, e quindi il momento organizzativo delle scelte neoliberiste che vengono metabolizzate socialmente attraverso una miriade di strumenti e di soggetti che si prestano a propagandare la scala di valori del potere e si enfatizza il rapporto con le Istituzioni come portatrici di possibilità di miglioramento e modificazione di questa società. Tutto deve essere contenuto all’interno di coordinate prestabilite dentro un recinto perché all’esterno non ci sarebbe nulla. Questa sarebbe l’unica società possibile e la storia sarebbe finita.

Arriviamo così alle cose taciute. E qui entrano in gioco le patriarche adepte della cultura neoliberista, che hanno interiorizzato i valori di questa società e sono tutte coinvolte nel loro ruolo e tutte tese a rendere redditizio il loro addestramento. Hanno ridotto il femminismo ad una dimensione femminile perché l’hanno chiuso in rivendicazioni corporative e lo hanno regalato al capitale perché del capitale ne hanno fatto un fiore all’occhiello contrabbandando il principio che lo Stato sarebbe attento alla richieste, alle problematiche, alle istanze delle donne, basta solo fargliele presenti e collaborare alla costruzione di una società migliore e migliorata. D’altra parte è una delle caratteristiche proprie del neoliberismo quella di appropriarsi delle istanze delle diversità sessuali, delle donne, dei/delle migranti,delle minoranze oppresse, di appropriarsi dei diritti civili,  per instaurare un controllo violentissimo sul fronte interno e per portare le guerre neocoloniali sul fronte esterno. E tutto questo con il supporto di una pletora di associazioni e di ong che non sono altro che il contraltare della pletora di associazioni contro la violenza sulle donne che chiedono finanziamenti e propongono progetti. E, ultima chicca, non poteva mancare  l’appello alla triplice sindacale che lungi dal venire riconosciuta come responsabile diretta della realizzazione del neoliberismo nel nostro paese, viene considerata un interlocutore fattivo.

Nonostante l’oppressione di genere sia trasversale, non è più possibile chiamare tutte le donne insieme a lottare contro l’oppressione patriarcale senza rendere esplicito e apertamente manifesto l’abisso che ormai divide le donne che lavorano fattivamente e attivamente per portare avanti i principi capitalisti/neoliberisti e le donne che li subiscono.

Così si chiude il cerchio. Le donne vengono spinte al collaborazionismo, alla richiesta di riconoscimento allo Stato che non è altro che l’artefice diretto della loro miseria, della loro sottomissione, della loro subalternità, del loro dolore e tutto questo anche attraverso le donne che si sono prestate e che si prestano ancora.

E così succede che questo sciopero delle donne dell’8 marzo  usi, continuamente, parole come “autodeterminazione” e concetti come “la violenza sulle donne è strutturale”. Ma sono parole vuote, suonano come un coccio rotto. Come la parola “pace” di chi fa le guerre umanitarie.

Eppure un contributo concreto e molto importante, e di ben altro tipo, in questo momento storico, la lotta femminista potrebbe portarlo.

La femminilizzazione del lavoro investe ormai la società tutta. Femminilizzazione intesa non come lavoro delle donne nella società, ma come trasferimento delle impostazioni che riguardano il lavoro di cura e riproduttivo, che è portato avanti dalle donne, a tutto il mondo del lavoro. Alle donne questa società richiede la gratuità del lavoro di cura e riproduttivo, richiede la dedizione  alle sorti della famiglia e/o della prole a tutto campo, cancella la divisione tra il tempo del lavoro e quello  libero, pretende la reperibilità in ogni momento della giornata, spinge alla riproduzione e alla famiglia, di qualsiasi tipo, con la costruzione dell’amore romantico e, in nome dell’emancipazione, costringe di fatto le donne al doppio lavoro. Questa impostazione è stata ora trasferitra alla società tutta. Da chi lavora si pretende dedizione a tutto campo, annullamento della differenza tra la sfera privata e quella lavorativa, partecipazione anche emotiva alle sorti dell’azienda, continua reperibilità, disponibilità alla precarietà contrabbandata con l’autorealizzazione che viene presentata come continua valorizzazione personale, esaltazione della meritocrazia e della gerarchia per cui, come succede da sempre alle donne, si deve continuamente dimostrare di essere brave, efficienti, migliori ogni giorno di più per ottenere un posto della società. All’etica del lavoro, già di per sé ambiguamente classista, si è sostituita l’etica della dedizione, esaltata anche dal così detto volontariato che è costantemente propagandato.

Le donne sanno fin troppo bene cosa significhi tutto questo e dovrebbero denunciarlo con forza in tutto l’insieme sociale. Dovrebbero spingere al rifiuto del lavoro, forti della loro secolare esperienza, rifiuto del lavoro che non significa non lavorare, tutti e tutte siamo costrette/i al lavoro per vivere, ma denunciare la società lavorista, i valori neoliberisti meritocratici, gerarchici, autoritari, spingere alla presa di distanza da quelle/i che questi valori supportano e fanno propri. La liberazione non è un percorso corporativo, non ci sono compartimenti stagni.

Proprio perché l’arma strategica del controllo sociale utilizzata dall’iper borghesia in questa fase storica è la socialdemocrazia, questa avrebbe la pretesa, attraverso l’informazione e la ricostruzione avvelenata e la trasformazione dell’emancipazione da strumento, da mezzo, a fine, di gettare nell’oblio il femminismo che ha violato il suo spazio ideologico.

Perciò il nostro compito è gridare che il re è nudo, che falso è il mito che la socialdemocrazia emancipatoria ha costruito di se stessa, è rivendicare il carattere trasgressivo del femminismo che ha violato le norme in cui ci vogliono tenere legate.. E’ rifiutare quell’insieme di codici funzionali alla riproduzione dei rapporti sociali patriarcali e alla loro traduzione in metabolismo sociale. Compito tanto importante quanta è l’importanza che a questa operazione attribuisce la classe dominante.

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