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ilcomunista

L’economista in tuta da lavoro. Federico Caffè e il capitalismo in crisi

Postfazione ad Economia senza profeti

di Riccardo Bellofiore

tamara de lempicka03Premessa

Sono passati ormai ventisei anni da quando Federico Caffè ha deciso di scomparire: riformista solitario e sempre combattivo, ma forse anche uomo per cui i dolori privati e l’infelicità pubblica avevano superato la soglia della sopportabilità. Non è facile parlarne in modo misurato. Come recita il titolo di un libro di qualche decennio fa, sopprimere la distanza uccide. Forte la tentazione di sovrapporre le proprie preferenze e i propri giudizi su una figura che ha sempre brillato per equilibrio dottrinale nella passione conoscitiva, per volontà determinata nella battaglia riformista, per approfondimento concettuale nella costante tensione all’intervento. Un economista che non ha mai voluto farsi profeta, e che ha però saputo essere un maestro.

Ha detto Mario Draghi, nella giornata in ricordo di Caffè svoltasi a Roma il 24 maggio 2012: «Ai suoi allievi ha insegnato a pensare con la propria testa, non ha trasmesso un credo vincolante. Ha aiutato i suoi studenti – scienziati dell’economia, pensatori, servitori dello Stato e delle Istituzioni, cittadini consapevoli – a scoprire se stessi». Le due raccolte di articoli per le edizioni Studium – questo Economia senza profeti: Contributi di bibliografia economica (1977; d’ora in poi ESP, tutti i riferimenti sono da considerarsi infra e riguardanti questa edizione) e L’economia contemporanea. I protagonisti e altri saggi (1981, d’ora in poi EC, citato nella nuova edizione curata da Stefano Zamagni e uscita in questa stessa collana nel 2013): due libri che vanno letti e valutati assieme, e che congiuntamente danno un accesso privilegiato a questo economista – possono aiutarci ad andare oltre la celebrazione, e consentirci di intavolare un dialogo con Caffè una generazione dopo.

Caffè scriveva negli anni in cui si discorreva di una “crisi” della teoria economica: la seconda, a detta di Joan Robinson, in un suo famoso articolo dell’inizio degli anni Settanta. La prima era stata quella degli anni del Grande Crollo (così lo aveva denominato John Kenneth Galbraith) scoppiato nel 1929, e che aveva attraversato gli anni Trenta sino alla Seconda Guerra Mondiale. Come la prima, così la seconda crisi della teoria economica era stata coeva ad un’altra delle ricorrenti grandi crisi del capitalismo – che non preludono mai al suo crollo, ma sempre alla sua radicale mutazione – in questo caso trattandosi della Grande Stagflazione degli anni Settanta, che aveva però visto le sue origini nelle dinamiche della seconda metà degli anni Sessanta. Tra il nostro presente e i saggi contenuti nei due volumi Studium sta il pieno dispiegarsi del neoliberismo e il suo interno dissolversi, in una nuova grande crisi, la Grande Recessione (che però Bradford DeLong inizia a denominare la Depressione Minore), a cui corrisponde ancora una volta una crisi della teoria economica, la terza.

Nelle pagine che seguono richiamerò le tesi che Federico Caffè dipana nei due volumi Studium, per poi chiedermi che strada ha preso la teoria economica e il capitalismo realmente esistente, e quali siano le ragioni delle loro crisi gemelle. Tornerò quindi a Caffè, per indicarne l’inattuale attualità, come anche per valutare la sfida al suo pensiero e alla nostra azione che la realtà che abbiamo di fronte ci propone.

 

Una rilettura a ritroso: dai neoclassici a Keynes e Minsky

Federico Caffè, con buone ragioni, resisteva a una visione troppo facilmente discontinuista, che dividesse rigidamente pensiero egemone – con le sue radici del neoclassicismo marshalliano e walrasiano – e una eterodossia a tutto tondo, guastatrice o dimentica dell’evoluzione della scienza economica. Era piuttosto portato all’idea secondo cui la riflessione teorica in economia sarebbe stata caratterizzata da un andamento costante, continuo e successivo. L’attenzione equanime che dedica ai diversi autori delle varie scuole, del suo presente e del nostro comune passato, lo dimostra come meglio non si potrebbe, volendo costruire una “tuta da lavoro” e non un “vestito di Arlecchino”. Il nostro autore predilige le sintesi “fruttuose” (che non negano, cioè, gli scarti e le novità) alle fratture e agli “scavalcamenti”. Ha parole scorticanti nei confronti di chi voglia dissezionare in Keynes ciò che andrebbe mantenuto (l’insanabile conflittualità sociale in una ottica neo-ricardiana) e ciò che andrebbe invece espunto (il residuo marginalistico): e reputa improponibile un postkeynesianesimo “combinatorio” di posizione concettuali antitetiche, probabilmente riferendosi ad una sintesi Keynes-Ricardo. «La conflittualità dottrinale ha fatto perdere di vista che è preferibile sforzarsi di accendere un lume, anziché inveire contro le forze oscure del male» (EC, 92).

Il lettore non deve però lasciarsi ingannare, e pensare di trovar qui uno sguardo irenico nei confronti della teoria marginalista. Caffè guarda alle ortodossie del passato rivelandone la ricchezza, la varietà e pure le incrinature: molti dei limiti delle impostazioni tradizionali erano noti da tempo, e rivelati dall’interno, scrive, senza che la scuola neoclassica sia incasellabile nella apologetica del capitalismo. Nulla a che vedere, sia chiaro, con i cadaveri imbalsamati e malamente rappezzati, che la nuova koiné neoclassica mette in mostra nei manuali e nelle riviste, quasi novelli Frankenstein. All’economica, come uso razionale dei mezzi in condizioni di scarsità, mostra di preferire un discorso incentrato sulla critica dei fini. Di questa ricchezza è testimonianza il modo mai banalizzante, o riduttivo, con cui il nostro autore segue il percorso intellettuale di figure così diverse, e talora opposte, come Samuel-son, Friedman, Leontief, Frisch, Tinbergen, Scitovski, Arrow, Hicks, von Hayek, Kantoroviç, Koopmans, Ohlin, Meade. Caffè applica, con rigore, una rilettura a ritroso della storia del pensiero economico, come della storia stessa, che le interroga incessantemente a partire dai problemi e dalle preoccupazioni del presente. Vede in questo metodo, del tutto a ragione, una delle coordinate più valide della tradizione culturale italiana. Non cerca, dunque, sicurezze in un particolare filone, riconoscendo semmai lo stato incompiuto e problematico di tutti i filoni di pensiero: giudica tormentata, ma anche fervida, la irriducibilità ad unità del pensiero economico, sicché, citando Del Vecchio, parla di «impossibilità di pervenire a un sistema teorico chiuso e l’esigenza di accettarne un certo grado di frammentarietà» (EC, 25).

Caffè è preoccupato dello iato che si apre tra postulati teorici ed osservazioni empiriche, come pure di un eccesso di specialismo, malamente mascherato dalle tendenze imperialistiche dell’economica come logica della scelta in condizioni di scarsità. Segue per questo con estremo interesse ed apertura gli sviluppi vecchi e nuovi di correnti eretiche, come l’istituzionalismo americano (Commons, Mitchell, Means, tra gli altri: ma soprattutto Veblen), ma non solo (Hobson, Cole, i fabiani); poi il neoistituzionalismo (Ayres, Galbraith, Myrdal), sino all’economia new left e radicale, per giungere al marxismo di Sweezy, O’Connor, Offe. Più significativo ancora, il nostro autore imputa la crisi del keynesismo, forse più che a una deviazione da proposizioni specifiche dall’economista inglese, alla incapacità a evolvere pragmaticamente con i tempi: che imporrebbero di governare l’internazionalizzazione degli scambi con una moderata accettazione delle politiche protezionistiche, di manovrare attivamente il cambio, di limitare drasticamente la globalizzazione dei movimenti di capitale, di controllare gli investimenti diretti all’estero (e dall’estero). Caffè vede lucidamente come gli stati-nazione abbiano agevolato questi processi, favorendo le grandi imprese e le multinazionali, così come la grande finanza internazionale. E cita con favore quel neomarxismo che sottolinea come la crescita del settore statale e della spesa pubblica è, da un lato, funzionale alla crescita del settore monopolistico dell’economia (anche se il nostro autore non manca di far riferimento anche alle componenti “taglieggiatrici” del comparto c.d. concorrenziale), mentre dall’altro lato, contraddittoriamente, genera una tendenza alla crisi economica, sociale e politica.

Un filo conduttore tenace per Caffè è il riferimento a John Maynard Keynes e alla sua “rivoluzione”, caratterizzata da una inseparabilità di schema conoscitivo e progetto operativo. Un punto di svolta: non soltanto sul terreno dell’azione di politica economica a favore dell’intervento di politica economica contro la disoccupazione involontaria, ma anche, e soprattutto, perché quell’interventismo statale è fondato su fondamenta teoriche nuove, che rompono con la vecchia saggezza. Non si tratta di modificare il modello di base di consenso, per fare spazio a casi “speciali”: Keynes, piuttosto, invertendo la relazione di causalità tra risparmio e investimento (con il secondo che genera il primo) vede nella disoccupazione involontaria e nella povertà in mezzo all’abbondanza il risultato normale dell’operare del libero mercato. Tra chi ritiene che i mali del capitalismo siano incurabili (il marxismo crollista e meccanico, che giustamente Caffè non si stanca di criticare) e chi ritiene che quei mali si curino da soli (il liberismo ideologico, contro cui ha combattuto una vita, e che è tornato dominante prima della crisi, ma paradossalmente ancor di più durante la crisi), il nostro autore sta fermamente dal lato di una “civiltà possibile”, non accontentandosi di un mero “efficiente” neocapitalismo.

Qui l’economista politico è inseparabile dall’uomo e dall’intellettuale: da chi infrange le regole di omertà del proprio ambiente, da chi sfugge alle secche della specializzazione. Si può solo osservare a margine, con preoccupazione, che la riforma dell’istruzione di ogni ordine e grado nel nostro paese (e non solo), invece di aiutare, costituisce un impedimento ormai quasi insuperabile a che figure del genere possano ancora vedere la luce.

Il “rivoluzionario” Keynes, sostiene Caffè, lo si capisce appieno solo se del marginalismo che lo precede e che lo segue non si dà una rappresentazione stereotipata e caricaturale: se, insomma, se ne valorizzano le precisazioni e qualificazioni, come per esempio gli sforzi incessanti di introdurre imperfezioni e indeterminazioni. È del tutto coerente che il nostro autore, sul terreno della didattica dell’economia, si dichiari favorevole a quei tentativi che, più che manuali in senso proprio, provano sin dai primi anni dell’università, non a proporre soluzioni o a solidificare certezze, ma a suggerire al lettore e allo studente «ciò che andrebbe preso in considerazione quando egli cerchi di formarsi una opinione personale sui problemi che gli vengono presentati dall’epoca cui appartiene» (ESP, 55). Dan-do sempre conto della pluralità delle teorie, del loro sfondo storico, delle loro premesse ideologiche.

Il nostro autore dedica attenzione costante alle interpretazioni del Grande Crollo degli anni Trenta, e mette in guardia dal rischio di una ricaduta in vecchi errori. Non ne trae però spunto per una applicazione immediata delle lezioni di quella vicenda storica al presente: è semmai interessato a individuare le differenze e le novità. La più recente tendenza sistematica alla inflazione, e il suo accoppiarsi al rallentamento della crescita del reddito e all’impennarsi della disoccupazione, non hanno per Caffè un legame sostanziale né con la eccessiva creazione di mezzi monetari né lo stato di pieno impiego. Al contrario, l’inflazione continua ad avere una funzione di stimolo della crescita, e ciò cui si deve porre attenzione sono le implicazioni distributive. Il nostro autore condivide, peraltro, la tesi di una difficile conciliazione dei tre obiettivi dell’aumento del salario reale, della difesa del potere d’acquisto, del pie-no impiego – problema che era ben noto a Keynes, e a cui si può porre rimedio solo per il tramite di una politica dei redditi (nell’onorato, anche se problematico significato di una epoca andata: quella di una crescita parallela di salario e produttività). Quel che è chiaro è che Caffè non si lascia in alcun modo sedurre dalle proposte di partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa, o alla sua proprietà: l’autentico potere dei lavoratori sta «nella forza della organizzazione sindacale e nella pressione che quest’ultima è in grado di esercitare in sede di negoziazione contrattuale (intesa in senso non meramente salariale)» (ESP, 86).

L’attenzione alla distribuzione si conferma nelle pagine di Caffè sulla costruzione europea. La dinamica spontanea della Comunità europea la conduce verso sperequazioni e sprechi crescenti, che si legano a enormi divari nel salario e a un allargamento crescente della diseguaglianza: «lo sperpero dell’Europa consiste, appunto, nella dissipazione delle risorse per consentire un’esistenza stentata e parassitaria ai settori ritardatari, anziché indirizzare mezzi ed energie al loro ammodernamento o per la creazione di idonee attività sostitutive» (ESP, 82). La riduzione delle disuguaglianze è «la condizione per trarre l’Europa dalla via dello sperpero su quella di un costruttivo sviluppo» (ESP, 83). Non è chi non veda il contrasto con le politiche europee di oggi, da Bruxelles a Francoforte, da Berlino a Roma; come anche la distanza dalla facile via d’uscita della dissoluzione della moneta unica all’insegna di nazionalismi e protezionismi malamente nascosti (l’apertura dei mercati, direbbe Caffè, non va di per sé scoraggiata, ma va intesa come opzione storicamente adattabile). D’altro canto, il nostro autore, nel diver-so contesto di allora, ha sempre favorito un uso accorto della politica del cambio, come anche l’impiego di ragionevoli, circoscritti, selettivi controlli diretti. Il punto, che Caffè applica anche all’Italia e al suo sviluppo contrastato è che un processo di integrazione fra disuguali non può evitare crisi e avvitamenti senza che si dia una programmazione, ma quest’ultima è inerme se la si vuole intrappolare nei meccanismi della imprenditorialità e del mercato, per di più da applicare nello stesso settore pubblico, stravolgendo la natura di quest’ultimo (come chiarisce nei suoi commenti a partire da Hotelling).

I temi della diseguaglianza e della lotta contro la povertà sono un’altra costante di Caffè, e lo conducono a posizioni dure contro il pessimismo ecologico. È giusta, afferma, la preoccupazione per l’ambiente ma può «distrarre dai reali problemi dell’umanità, che sono ancora problemi di povertà e di inadeguatezza delle condizioni elementari di vita di larga parte dell’umanità stessa» (ESP, 67): «trascurare le capacità di adattamento dei sistemi economici, le possibilità di sostituzione, gli apporti della tecnologia significa effettuare calcoli di banale estrapolazione e non razionale valutazione economica» (ESP, 66).

Di particolare interesse, anche in vista delle evoluzioni teoriche e soprattutto empiriche del successivo trentennio, è l’attenzione che il nostro autore dedica alla dinamica dei mercati finanziari, e al financial Keynesianism di Hyman P. Minsky. In L’economia contemporanea è incluso un capitolo contenente una recensione attenta e fine al primo libro di Minsky su John Maynard Keynes (nell’originale inglese), e poi un altro dedicato a dar conto di un volume sulle crisi finanziarie dove le tesi del teorico della ipotesi della instabilità finanziaria figurano in modo preminente. Caffè vede bene come per l’economista statunitense il consumo faccia parte dello scheletro passivo della macroeconomia; come l’integrazione del settore reale e monetariofinanziario tipica della IS-LM sterilizzi l’incertezza radicale in una rappresentazione di equilibrio, anziché di processo, di una economia monetaria di produzione; e come la Sintesi Neoclassica, che innesta la rigidità del salario monetario nell’equilibrio economico generale walrasiano, costituisca un ribaltamento completo della posizione di Keynes: il sistema di libero mercato è in grado di raggiungere da solo il pieno impiego, impedito in ciò da frizioni che la politica economica ha il compito di aggirare o rimuovere.

Ciò che appare meritevole di interesse al nostro au-tore è la combinazione da parte di Minsky di una lettura finanziaria del capitalismo con una ottica ciclica (che potremmo ben definire marx-schumpeteriana: dove il riferimento al secondo autore è esplicito, e al primo implicito ma non meno rilevante); così come il fatto che Minsky proceda non tanto ad una interpretazione filologica di Keynes, quanto ad una sua ricostruzione che è anche integrazione (visto che il modello originale di Keynes viene giudicato incompleto e carente in snodi cruciali). Di qui, il contributo veramente unico dell’economista di St. Louis: una visione della crisi come sotto-investimento e non come sotto-consumo, in cui si innesta in modo essenziale una disanima delle determinanti finanziarie dell’investimento. «Sono appunto le fluttuazioni degli investimenti a determinare il succedersi delle fluttuazioni in senso globale (il consumo svolgendo un ruolo passivo di amplificazione) … [dove le fluttuazioni degli investimenti vanno attribuite alle] relazioni reciproche tra le decisioni di portafoglio dei diversi operatori» (EC, 109). Segue una ricca esposizione della teoria di Minsky, sganciata da una visione meccanica e monocausale (come va oggi di moda), ma intesa come «trattazione aperta, suscettibile cioè di estensioni e completamenti». Interessante che la critica e il suggerimento che Caffè propone – la critica: Minsky si limita ad analizzare una economia chiusa, e dunque rischia di sfuggire il largo campo che un contesto aperto apre alla finanza, oltre che non potersi porre la questione dell’autonomia delle politiche economiche dagli interessi delle multinazionali e della stessa finanza; il suggerimento: analizzare le instabili forme di finanziamento collegate ai vorticosi movimenti internazionali di capitali – siano non solo preveggenti rispetto alla realtà del capitalismo del neoliberismo, ma siano anche snodi problematici su cui Minsky stesso è dovuto tornare a più riprese negli scritti successivi, proprio per la ragione indicata dall’economista italiano, perché si tratta di fenomeni che «richiedono un esame specifico e approfondito delle nuove forme di incertezza e di instabilità» (EC, 106).

Si apre qui la necessità di vedere se sia possibile un dialogo tra Caffè e Minsky sul terreno della politica economica (di cui c’è un primo abbozzo nei saggi che sto ricordando). Ma per questo devo rimandare alla conclusione di questa mia introduzione.

 

La teoria economica dagli anni Ottanta, e la sua crisi

Vale la pena di tornare al ragionamento che Joan Robinson aveva svolto all’inizio degli anni ’70 sulla “seconda crisi della teoria economica”. La teoria economica del Novecento, sosteneva, aveva vissuto due crisi. Le ragioni della prima crisi rimandavano al Grande Crollo degli anni Trenta. L’argomento di Keynes contro la vecchia teoria ortodossa era fondato sull’essenzialità della moneta in una economia in cui il futuro è radicalmente incerto, il che smentiva l’idea che l’investimento fosse governato dal risparmio, e conduceva alla direzione di causalità inversa. E, quindi, a ritenere che la situazione normale fosse quella di una disoccupazione di lavoratori e macchine per insufficienza di domanda: situazione che non può che incancrenirsi se le imprese hanno successo nell’ottenere riduzioni di salario. La seconda crisi scoppiò invece, sostiene la Robinson, non esclusivamente sull’inconsistenza logica, e la debolezza politica, della teoria della distribuzione neoclassica. C’era dell’altro e di ben più rilevante, perché la crisi nella distribuzione degli anni Sessanta-Settanta esplodeva essenzialmente per l’inaccettabilità della composizione della produzione decisa dal settore delle imprese. «La prima crisi – scriveva l’economista inglese – era nata dal crollo di una teoria che non era in grado di specificare il livello dell’occupazione. La seconda nasce da una teoria che non sa spiegare il contenuto dell’occupazione […] ora che siamo tutti d’accordo che la spesa pubblica può mantenere l’occupazione, dobbiamo discutere sulla destinazione della spesa» (La seconda crisi della teoria economica, 1972, trad. it. in La crisi post-keynesiana, a cura di Mariano D’Antonio, Boringhieri, Torino). Insomma, continuava sarcastica: «tutto il guaio nasce da una semplice distrazione: quando Keynes è entrato nell’ortodossia ci si è dimenticati di cambiare quesito, e discutere a che serve l’occupazione» (ibid., p. 111). Nel frattempo, «sono stati i cosiddetti “keynesiani” a convincere uno dopo l’altro i presidenti degli Stati Uniti che non c’è niente di male in un disavanzo del bilancio, e a permettere che il complesso militare-industriale ne traesse vantaggio» (ibid., pp. 108-109).

Il quadro fu rovesciato dalla “nuova macroeconomia classica” di Lucas e Sargent, che, al fine di radicalizzare le conclusioni del primo monetarismo di Milton Friedman, si appoggiava all’aggiornamento in termini inter-temporali dello schema di equilibrio economico generale walrasiano proposto negli anni Cinquanta-Sessanta da Arrow e Debreu. I modelli con aspettative razionali e agente rappresentativo suggerivano che il comportamento microeconomico degli agenti avrebbe garantito, a livello di sistema, il pieno impiego delle risorse produttive e dell’occupazione. La politica economica discrezionale e sistematica di tipo keynesiano veniva a questo punto proclamata inefficace, anche nel breve periodo. Insomma, l’idea era che la disoccupazione non fosse un problema serio, che l’intervento dello Stato fosse del tutto controproducente. Tutta diversa da questo filone “neo-walrasiano” la critica che veniva dai cosiddetti “austriaci”, da Hayek e dal suo mentore Mises. In questo caso l’accento era sull’inesorabile fallimento dello Stato, sulla malvagità della programmazione, sulla inaccettabilità di politiche redistributive, sull’insensatezza della categoria di giustizia sociale, sulla santificazione dell’ordine di mercato in quanto ordine spontaneo. Paradossalmente, il perno dell’intera costruzione era, per un verso, la critica proprio all’approccio walrasiano in quanto raffigurazione, in sostanza, di un’economia pianificata sotto mentite spoglie e, per l’altro verso, l’accento sulla natura incompleta e imperfetta dell’informazione in economie davvero decentrate, senza banditore. Il mercato era da vedersi innanzi tutto come una istituzione dove si cerca, ma dunque si diffonde, ma dunque ancora si crea, l’informazione stessa: non un calcolatore.

Il paradosso di cui dare conto è come mai una impostazione teorica che negli anni Sessanta e primi Settanta appariva in ritirata, se non addirittura in crisi radicale, come quella neoclassica, al punto da essere difesa da un economista come Caffè di fronte a critiche ritenute superficiali e eccessive, sia potuta riemergere indiscutibile sovrana nei decenni successivi. La risposta sta, in breve, nel fatto che il pensiero keynesiano aveva dimenticato la centralità della moneta e dell’incertezza nel pensiero di Keynes (salvo figure come Minsky, valorizzate da Caffè), e che i seguaci di Sraffa avevano privilegiato la via della critica interna alla nozione di capitale (un indirizzo rispetto a cui Caffè si mostra a più riprese antipatizzante).

Per Caffè, si deve dire, la lezione di Sraffa è di straordinario rilievo metodologico, ma «non va strumentalizzata a fini propagandistici. Non si serve né Sraffa, né la scienza, prospettando il suo apporto come distruttivo di tutto ciò che vi era stato prima (“classici esclusi”)». Per l’economista italiano l’apporto di Sraffa va inteso come mero «correttivo di incoerenze o storture di ragionamento» (Morte di un grande economista. La solitudine insidiata di Sraffa, in «il manifesto», 7 settembre 1983). Si può dissentire su un giudizio così formulato, ma si deve pur riconoscere che il pensiero eterodosso italiano degli anni Sessanta e Settanta – divaricatosi sul terreno della sola teoria del valore e della distribuzione tra un approccio del sovrappiù neoricardiano e una ripresa della teoria del valorelavoro neomarxiana – si autodistrusse, scomparendo dal gioco teorico nel corso degli anni Ottanta. Quello che contemporaneamente succede tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta è che il pensiero neoclassico si impone di nuovo per due vie. Per un verso, abbandonando le versioni ingenue della teoria marginalista della distribuzione, ma riconfermando la sovranità dell’individuo e del consumatore. Per l’altro verso, ponendo al centro della propria lettura della dinamica capitalistica quella moneta che tanto il keynesismo tradizionale quanto il filone sraffiano avevano relegato a fattore secondario, anche qui però riconfermando la sostanziale indipendenza della dinamica rea-le dal comando della moneta, che agirebbe come puro fattore di perturbazione dell’equilibrio reale.

Nel corso degli anni Ottanta poteva sembrare che la ripresa dell’impostazione neoclassica fosse riconducibile esclusivamente al primo dei due filoni che abbiamo ricordato all’inizio, la “nuova macroeconomia classica”, che riaffermava l’automatica regolazione del mercato grazie alla razionalità delle aspettative. Il se-condo filone, la teoria austriaca della moneta e della concorrenza, per quanto influente nel dibattito ideologico e politico, è sempre rimasto troppo eterodosso sul piano accademico. Non va trascurato, peraltro, che l’impatto potente di Lucas e seguaci si doveva anche alla sua ripresa dell’impostazione microeconomica tradizionale in quelle modalità che potevano apparire immuni dalla critica sraffiana, e che si erano andate consolidando già negli anni Cinquanta, ma in contributi da principio apparentemente esoterici e fuori dal fuoco delle controversie.

Si prenda la struttura del modello di equilibrio economico generale nella sua formulazione originaria. In esso vige una separazione netta tra fase delle trattative e fase degli scambi. Esiste una contrattazione tra operatori indifferenziati che, per il tramite di quell’elemento di centralizzazione costituito dal banditore, individua i prezzi di equilibrio che eguagliano le quantità domande e offerte corrispondenti alla massimizzazione dell’utilità delle famiglie e alla minimizzazione dei costi delle imprese. Solo una volta individuati questi prezzi e queste quantità gli scambi possono verificarsi davvero, simultaneamente. La definizione della posizione di equilibrio precede il verificarsi nella realtà delle transazioni sul mercato, che assume dunque l’aspetto di un grande baratto istantaneo. Il modello, dopo una lunga storia, da equilibrio temporaneo si è tramutato, con Arrow e Debreu, in equilibrio economico intertemporale. Esso viene esteso ad una successione di periodi, introducendo così una finzione di “tempo”: ma assumendo l’esistenza di mercati completi, a pronti e futuri, previsione perfetta e dunque aspettative conformi alla realtà. Non solo: i beni sono stato-contingenti: si distinguono, quindi, non soltanto per le loro caratteristiche merceologiche e per il momento in cui sono resi disponibili, ma anche per il luogo e lo stato di natura. In tal modo, in realtà, tanto il tempo quanto lo spazio sono presenti ma del tutto “neutralizzati”. Lo stesso accade alla moneta, che risulta inessenziale, visto che il coordinamento presente e futuro è garantito dall’assenza di incertezza. Nel periodo iniziale il destino del sistema è definito una volta per tutte.

Il colpo di genio di Lucas fu quello di sostenere che un modello, all’apparenza così astratto e irrealistico, avrebbe dato conto senza troppe mediazioni dell’andamento concreto delle economie capitalistiche concrete; e la sua fortuna fu quella che il model-lo keynesiano imbastardito che aveva di fronte faceva convivere una microeconomia e una macroeconomia contraddittorie, ipotizzando un agire poco razionale in quanto foriero di errori sistematici.

Il fatto è che la “nuova macroeconomia classica”, e la sua discutibile interpretazione del modello di Arrow-Debreu, è stata soltanto la testa di turco della reazione neoclassica, che non si conclude affatto con essa, o con la teoria del ciclo economico reale (che nega qualsiasi rilevanza alla moneta nelle fluttuazioni economiche), o con la teoria della crescita endogena (che dà spazio ai rendimenti di scala crescenti, e che almeno nel lungo periodo attribuisce un qualche ruolo alle politiche dello Stato di formazione del capitale umano). Il paradosso di cui dar conto, cioè, si sdoppia. Si può infatti sostenere, con qualche ragione, che il colpo veramente mortale negli ultimi trent’anni alla teoria neoclassica dell’equilibrio economico generale, se c’è stato, non è venuto tanto dalla critica degli sraffiani, quanto dagli stessi “prelati”, cioè dai cultori medesimi dell’equilibrio economico generale. Sono proprio costoro, infatti, ad aver chiarito come il modello di base, quello che dovrebbe dimostrare l’efficienza “naturale” ed “equa” del mercato di concorrenza perfetta, non serve a granché, visto che tale equilibrio può esistere, ma non è né unico né stabile. E visto che, per sovrappiù, come chiarisce il teorema di Sonnenschein-Mantel-Debreu, non regge neppure la legge della domanda secondo cui i prezzi aumentano se c’è un eccesso di domanda, riportando all’equilibrio naturale del sistema: insomma, può succedere tutto e il suo contrario. Con il che l’equilibrio generale cede anche nella sua pretesa di essere una “teoria”.

Il paradosso, insomma, è che una critica interna così radicale del modello di base si è accompagnata ad un rafforzamento dell’impostazione ortodossa. Il terreno originario del contendere tra neoclassici e non – l’impossibilità di aggregare il capitale, la sua misurazione, il ritorno delle tecniche: tutti limiti di un modello che ora si riconosce “semplificato”, utile meramente a scopi “didattici” – è stato semplicemente abbandonato dalla teoria dominante. Si è partiti con il dimostrare che l’equilibrio economico generale sta perfettamente in piedi con beni capitali eterogenei, e che prezzi e distribuzione possono essere definiti in modo logicamente rigoroso, senza ricorrere a considerazioni estranee al sistema sotto esame. Ovviamente, ammettendo un’anomalia qua, un’anomalia là. Di qui le strategie che gli economisti del mainstream hanno adottato sono state, in prevalenza, tre, scivolanti progressivamente l’una dentro l’altra. Innanzi tutto, si è fatta di necessità virtù, e si è sostenuto che proprio l’implausibilità del modello di base ne fa il punto di partenza adeguato per “integrare” dentro di esso, l’uno dopo l’altro, tutto ciò che manca, con la massima parsimonia di mezzi, e mantenendo il rigore iniziale. In secondo luogo, si è preso atto di quel che quel modello irrealistico di partenza, se a qualcosa assomiglia, è a una economia collettivista dove l’ufficio del piano pretende di sostituire il banditore walrasiano. E così, ironia della sorte, le difficoltà originarie della teoria dominante sono servite a spiegare il crollo del socialismo realizzato. Infine, gli economisti neoclassici hanno saputo presentarsi loro stessi come i primi critici della “mano invisibile”, in grado di sottolineare i fallimenti del mercato puro a fianco di quelli dello Stato interventista. Accanto ai mercati tradizionali “ad asta” si fanno spazio i mercati “basati su relazioni di clientela”, dietro il mercato fa capolino l’organizzazione.

Qui si scivola nell’ultimo, più sofisticato movimento, in cui gioca il modo con cui si era nel frattempo risolto lo iato tra microeconomia e macroeconomia, e che spiega il doppio paradosso di cui si diceva. Una volta imposto l’individualismo metodologico come unico lasciapassare per essere ammessi alla “conversazione” economica, e una volta imposto che il rapporto tra i due rami dell’economia andasse ristabilito fondando il comportamento (non a caso definito) “aggregato” sul comportamento “razionale” degli agenti singoli, si è lasciato campo libero a tutte le opzioni, cercando anzi di riprodurre al proprio interno il più possibile dei temi una volta privilegio degli eretici, e sterilizzando le potenzialità dei nuovi approcci. Del capitale come fattore di produzione non si parla più, certo, ma la teoria economica non può che fondarsi sulla nuova koyné, che in fondo rimanda a quello che era il fondamento ultimo anche della vecchia teoria neoclassica, l’individualismo metodologico e la sovranità del consumatore. Il che rimane vero quali che siano le “imperfezioni” che si attribuiscono al meccanismo di mercato e lo spazio che si concede all’intervento dello Stato.

Riprendendo un giudizio di Augusto Graziani «si deve riconoscere che, esposto alla sfida della concorrenza, il paradigma neoclassico ha mostrato una voracità, una flessibilità, e una capacità di assimilazione impareggiabili. Doti queste che hanno consentito a quel paradigma di fagocitare una porzione assai larga dei nuovi apporti analitici, quale che ne fosse la culla confessionale […] Nel vecchio solco dell’impostazione individualista si trova ormai di tutto: deviazioni dalla concorrenza, incertezza, anarchia del mercato, teoria dei giochi, influsso delle istituzioni, progresso tecnologico, scorte monetarie, sfasamenti temporali, speculazione finanziaria, instabilità» (L’insegnamento universitario dell’economia politica, in Economisti allo specchio, a cura di Giacomo Becattini, Vallecchi, Firenze 1991, p. 23). Il che almeno in parte dà conto di un paio di cose altrimenti sconcertanti. Per esempio, nella discussione sul mercato del lavoro la critica della tradizione ricevuta ha ripristinato l’importanza delle istituzioni e del conflitto, e però finisce bene o male con l’attribuire di nuovo la colpa della disoccupazione supposta involontaria dei lavoratori ai loro atteggiamenti di naturale pigrizia o di innaturale conflitto o di insufficiente formazione o di inadeguata qualità (si veda l’affollata schiera della nuova modellistica, dai modelli insider-outsider ai salari di “efficienza”). O, ancora, il risorgere del fascino degli equilibri parziali, e di modelli “locali”. In questo allargamento della prospettiva (micro)economica c’è solo l’imbarazzo della scelta, appunto: dalla teoria dei giochi all’economia sperimentale, dalla teoria dei contratti alla teoria dei costi di transazione, e così via.

È su questo sfondo che si comprende l’intelligenza e il significato della risposta a Lucas di quella “nuova economia keynesiana” che ha in Stiglitz il suo esponente più lucido. In primo luogo, il modello neowalrasiano è dichiarato inaccettabile come rappresentazione delle economie concrete, per due ragioni essenzialmente: l’inesistenza di mercati completi a pronti e a termine, e la pervasività delle imperfezioni informative. Non soltanto il futuro è incerto (anche se su questo non si segue la visione estrema di Keynes di una incertezza “radicale”, non riducibile a rischio); l’informazione incompleta ha anche e soprattutto una distribuzione “asimmetrica”. L’asimmetria dell’informazione è tanto più rilevante in quei mercati cruciali del processo capitalistico che hanno a che vedere con il finanziamento della produzione o dell’investimento (credito bancario, mercato azionario) e con il mercato del lavoro. Si tratta di mercati in cui certi soggetti sono meglio informati di altri: per essere più precisi, l’acqui-rente, il “principale”, sa meno sulla qualità della “merce” acquistata, del venditore, l’“agente”. Gli azionisti hanno minori informazioni rispetto ai proprietari o ai manager sulla qualità del progetto; le banche rispetto alle imprese sulla probabilità della restituzione; le imprese rispetto ai lavoratori sullo sforzo e sulla sua qualità. Tenendo conto dell’asimmetria nella distribuzione dell’informazione, dove è normale la ricorrenza di fenomeni di “rischio morale” o di “selezione avversa”, si possono determinare razionamenti del credito bancario, limitato ricorso al mercato azionario delle imprese, rigidità reali sul salario.

Vincoli di quantità o di prezzo di questo tipo possono determinare, assieme all’avversione al rischio delle imprese e al timore della bancarotta, equilibri inefficienti e multipli (e in tal caso, se lasciata a se stessa, l’economia può facilmente finire intrappolata in quelli “sbagliati”). In particolare, può aver luogo disoccupazione persistente e involontaria, e riprodursi in modo endogeno una situazione di fragilità finanziaria. In situazioni del genere è del tutto giustificato, anzi essenziale, l’intervento dello Stato: a por riparo ai “fallimenti del mercato”, oltre che a impedire il solidificarsi di posizioni monopolistiche. Di più: visto che esiste una gerarchia delle fonti di finanziamento delle imprese, e che i flussi finanziari vincolano, e in misura rilevante determinano, l’andamento quantitativo e qualitativo della produzione, la politica monetaria si rivela strumento efficace nel determinare l’andamento reale del sistema anche quando, come di norma avviene, l’elasticità degli investimenti al tasso di interesse non è significativa, se si è in grado di influire sulla disponibilità di credito.

L’“economia dell’informazione” diviene così quel “nuovo keynesismo” che, se da un lato accetta la sfida delle aspettative razionali, dall’altro ambisce ad erodere le fondamenta della controrivoluzione antikeynesiana. La fondazione microeconomica della macroeconomia non può che essere (contro Lucas) di tipo non-walrasiano, e proprio per le ragioni che gli stessi studiosi più avvertiti dell’equilibrio economico generale, come Frank Hahn, hanno rilevato per primi. L’informazione e le sue imperfezioni sono una caratteristica cruciale dell’economia di mercato che ne spiega gli esiti sub-ottimali, e ciò impedisce (contro Hayek) ogni fondamentalismo del libero mercato. L’intervento politico nell’economia si impone come necessario a migliorare il benessere sociale.

Il problema che residua è che in questa linea di ragionamento rimane vero che il punto di riferimento, in fondo normativo, è ancora l’equilibrio di perfetta concorrenza del modello di base – se se ne ricerca una prova, si vada a leggere la manualistica che questa corrente propone. Per convincersene, basta ancora osservare che questa nuova Sintesi Neoclassica, adeguatamente microfondata, finisce con l’apparire come il negativo fotografico della vecchia: l’intervento dello Stato è innanzi tutto deputato a rimuovere il più possibile gli elementi di imperfezione del mercato e dell’informazione, sicché sul piano della politica economica diviene ora imperativo l’intervento anti-monopolistico; il fallimento macroeconomico del mercato sul piano del-la disoccupazione involontaria è dovuto primariamente a rigidità di qualche tipo, e non a forze che si farebbero valere anche in condizioni di libera concorrenza. Con ciò, siamo evidentemente alla fondazione teorica della odierna “terza via” critica del neoliberismo più estremo, ma ancora lontani dall’impostazione radicale dell’autentico messaggio keynesiano.

Questo sia pur breve schizzo dell’evoluzione teorica degli ultimi decenni si comprende bene a partire da due punti su cui Federico Caffè pone esplicitamente l’attenzione nei volumi editi da Studium: il primo è l’apertura possibile del modello neoclassico alle “imperfezioni”, il secondo è la necessità di includere moneta e finanza nel quadro interpretativo di una economia capitalistica. La circostanza inattesa (anche, si deve dire, dallo stesso Caffè) e di cui prendere atto è però che il filone imperfezionistico, che è stato sviluppato dai più avveduti tra gli autori che si sono mossi nell’orizzonte neoclassico, non ha affatto costituito una efficace barriera a quel neoliberismo così contrastato dal nostro autore. Prendere sul serio la moneta e la finanza – tanto più se si vuole, con Caffè, leggere la Teoria Generale a partire dal Trattato sulla moneta, come gli insegnarono i suoi maestri (per citarne solo due, Gustavo Del Vecchio e Guglielmo Masci) comporta proprio riproporre una frattura tra ortodossia ed eterodossia, quella “scissione” nella teoria economica tra economica mainstream (ora sdoppiata tra approcci walrasiani e approcci imperfezionisti) ed economia politica critica su cui Caffè, abbiamo visto, nutriva delle perplessità. Caffè obiettava, e con ragione, ad una visione assiomaticodeduttiva del pensiero economico in base alla quale le teorie sono o vere o false. È una obiezione di metodo, più che di contenuto. Quella scissione, però, a me pare ineludibile se si vuole fornire una analisi della dinamica ciclica, dell’ascesa e della crisi, che caratterizza una economia monetaria di produzione. Non si tratta di riproporre una dubbia distinzione tra teorie “buone” e “cattive” ma di diversi approcci alla realtà economica, che sono al fondo inconciliabili. Un discrimine, d’altra parte, che non si riduce alla dimensione troppo semplice (“riduttiva”, direbbe il nostro autore) della teoria del valore e della distribuzione, ma che deve al tempo stesso attraversare anche la dimensione della moneta e dell’equilibrio. Una teoria monetaria del processo capitalistico, in fondo, recupera molto dalle dissidenze interne al pensiero neoclassico così apprezzate da Caffè (basti qui richiamare in Italia la riflessione di Augusto Graziani).

Se ci si chiede infatti quale sia il contrasto di base che oppone un approccio alternativo alle teorizzazioni mainstream, si tratta di ciò: di contrapporre, a chi reintroduce le dimensioni storiche e istituzionali dentro un’analisi che inizia da un quadro dell’economia come grande baratto di fatto atemporale, un’analisi che all’opposto si voglia, dalle fondamenta, monetaria e attenta alla successione delle fasi capitalistiche come all’evoluzione del tempo storico. Dunque, una teoria della moneta (e, per chi scrive, una teoria del valore) che non si riducano alla dimensione dell’equilibrio, ma che incorporino al proprio interno, come dimensione altrettanto ineliminabile, l’antagonismo sociale e la crisi. Il valore come categoria che si definisce dentro il processo capitalistico come sequenza essenzialmente monetaria; una sequenza dove la moneta “conta” anche fuori dall’equilibrio, per il suo legame con la produzione.

Non si parte da zero, come ben sapeva Caffè. Il paradigma dominante non è in realtà riuscito a digerire tutto. La teoria monetaria della produzione che da Wicksell, attraverso Schumpeter, giunge al Keynes del Trattato sulla moneta, rimane inaccettabile, proprio perché parte da grandezze “macro-sociali” e da flussi immediatamente monetari, che governano la produzione e l’allocazione dei beni. Analogamente, e ancor più ovviamente, incomprensibile risulta all’economia di oggi la centralità del conflitto di classe nella produzione come sorgente ultima delle trasformazioni tecnologiche e organizzative del capitalismo nell’ottica marxiana. È indubitabile che dall’inizio degli anni Ottanta queste due sono state le gambe su cui si è mossa la dinamica capitalistica e lo stesso intervento di politica economica: la politica monetaria come strumento della redistribuzione del reddito e della gestione politica della domanda; e la metamorfosi dell’impresa nelle nuove condizioni del mercato, che ha finito con il ridefinire la natura e la qualità del lavoro. È alla dinamica reale del capitalismo, e alla sua crisi, che dedicheremo attenzione nella prossima sezione di questa introduzione, perché è il crollo del neoliberismo a riaprire una “terza crisi della teoria economica”, e a dare rinnovata attualità ad alcune considerazioni di politica economica, convergenti con il discorso di Minsky (e di Caffè).

 

Ascesa e collasso del neoliberalismo, e la terza crisi della teoria economica

Gli inizi del nuovo secolo hanno visto riemergere, a partire dalla crisi dei subprime, lo spettro del Grande Crollo. La crisi sistemica si è per ora mutata in una Grande Recessione, o Depressione Minore: ma essa già promette di essere uno spartiacque altrettanto significativo della crisi degli anni Trenta e della crisi degli anni Settanta, e ad essa corrisponde una vera e propria “terza” crisi della teoria economica. Le teorie economiche a disposizione non paiono infatti in grado di dare conto adeguato di come finanziarizzazione e precarizzazione si siano rinforzate l’un l’altra: prima destrutturando il mondo del lavoro, poi dando vita a un “nuovo” capitalismo e a una “nuova” politica economica in grado di battere la tendenza stagnazionistica. Dentro la nuova morfologia capitalistica è risuscitata in altra forma l’instabilità finanziaria, degenerando al punto che i nuovi processi si sono alla fine rivelati insostenibili. La comprensione di questa realtà sfugge non soltanto agli approcci del mainstream a cui abbiamo fatto riferimento nella sezione precedente di questa introduzione, ma – dando ancora una volta ragione a Caffè – sfugge anche alla variegata galassia degli approcci eterodossi. Così come la risposta alla crisi non può consistere nel far risorgere l’armamentario classico del keynesismo – un punto su cui convergevano sia Caffè che Minsky, e su cui torneremo in conclusione.

Non che gli esponenti del mainstream più attenti alle “imperfezioni” (due nomi per tutti: Krugman e Stiglitz) non possano essere molto radicali di questi tempi, nei loro suggerimenti di politica economica nel breve e nel medio periodo, sino a sostenere un massiccio intervento pubblico in disavanzo, e persino una nazionalizzazione del sistema bancario per un arco esteso di tempo. La Grande Recessione continua però ad essere intesa pur sempre come una “eccezione”, sia pure gigantesca. La loro griglia teorica è sostanzialmente una riedizione riveduta e corretta della vecchia Sintesi Neoclassica. In questo modo resta del tutto fuori dal loro orizzonte l’intelligenza delle novità del capitalismo contemporaneo, di cui Caffè ha potuto vedere solo la preistoria: ci riferiamo a quei fenomeni che gli economisti definiscono come l’appiattimento della curva di Phillips (il fatto che la minore disoccupazione non crea tensioni sul salario o sulla produttività), l’orizzontalismo dell’offerta di moneta per il tramite della regola di Taylor (il fatto che la Banca Centrale fissa il tasso di interesse di riferimento offrendo la quantità di moneta richiesta dall’economia), l’inflazione dei capital asset (il fatto che le bolle finanziarie o edilizie compensano gli squilibri delle bilance dei pagamenti, e hanno effetti positivi sulla domanda). Ma ci riferiamo anche al ruolo estremamente attivo della politica monetaria dentro lo stesso neoliberismo, che sta dietro i tre fenomeni appena ricordati.

Le interpretazioni eterodosse spesso resuscitano gli aspetti più obsoleti del keynesismo, del ricardismo e del marxismo. La lettura probabilmente più diffusa della crisi la riconduce a una versione del sottoconsumismo (quando Marx, Keynes e la stessa Luxemburg sono, come Minsky, teorici del sotto-investimento come forza determinante la recessione e depressione, e certo non teorici di una crisi da bassi salari). In ambito marxista ortodosso si resuscita la caduta tendenziale del saggio del profitto. Nel primo caso, si riconduce la crisi di oggi agli anni Ottanta, nel secondo (almeno) agli anni Sessanta. Tutto ciò non può spiegare in un colpo solo la bassa crescita dopo la controrivoluzione neoconservatrice di Thatcher e Reagan, il “nuovo” capitalismo dei Novanta, il ritorno della instabilità finanziaria nel centro capitalistico dell’ultimo decennio, la crisi sistemica di oggi. E certo non tiene conto di quello che è stato nei fatti il neoliberismo. Occorre invece mobilitare un’analisi che parta non dal sottoconsumo e dalla distribuzione ma dalla finanza e dalla produzione (non solo nella loro contraddittorietà ma nella reciproca funzionalità). Un’interpretazione unitaria che sia in grado di dar conto tanto della ascesa quanto del crollo del “nuovo” capitalismo: qualcosa che sia in continuità con le osservazioni di Caffè su Minsky. E, che sia pure incompiutamente e limitatamente, il nostro economista seppe cogliere: «La forza contaminante del denaro e del potere non crea meramente problemi di “imperfezioni” del mercato, ma ne influenza l’intero funzionamento» (Problemi controversi sull’intervento pubblico nell’economia, in «Note Economiche», n. 6, 1979).

Vediamo meglio. Per Minsky il capitalismo tende a far degenerare la stabilità in instabilità. Quando la prosperità va avanti da un po’ di tempo, le posizioni degli operatori da coperte si fanno più coraggiose, e divengono speculative. Al rischio economico si affianca così il rischio finanziario, che può concretizzarsi nell’aumento dei tassi di interesse o nella riduzione dei prezzi delle attività. Quando il boom degenera in bolla e l’euforia diviene irrazionale, si intrattengono posizioni ultraspeculative e ci si indebita nella speranza di guadagni eccezionali (aumento del corso delle azioni, rivalutazioni degli immobili, ecc.) che soli possono giustificare l’investimento. Quando la crisi scoppia l’alternativa è secca: o deflazione da debiti, che dà vita ad un Grande Crollo come nel 1929-1933, o intervento della Banca Centrale come prestatore di ultima istanza, affiancato da un intervento di spesa pubblica in disavanzo che sostiene i profitti monetari.

Nell’impostazione originale di Minsky le variabili chiave sono la domanda di investimenti privati in capitale fisso e il suo finanziamento da parte di banche e intermediari finanziari. Qui iniziano però i problemi. Se dal punto di vista della singola impresa l’investimento può richiedere un indebitamento crescente, l’investimento aggregato darà luogo a profitti corrispondenti. Non è affatto detto, dunque, che il leverage del set-tore delle imprese non finanziarie aumenti. È questo un punto che discende dall’insegnamento di Kalecki, autore che lo stesso Minsky include nelle sue riflessioni nel corso degli anni Settanta, quando il suo schema di ragionamento è ormai definito. L’indebitamento negli anni del neoliberismo è stato sempre più delle famiglie e delle imprese finanziarie, non delle imprese “produttive”, almeno se guardiamo al capitalismo anglosassone e al suo centro, gli Stati Uniti. È questo un punto su cui Sweezy (con Magdoff) è stato più preveggente di Minsky, anche se le riflessioni di quest’ultimo sul money manager capitalism e sulla securitisation sono tasselli importanti della comprensione della nuova realtà. A ciò si deve aggiungere che la stessa capital asset inflation tipica del “capitalismo dei fondi” a cui da noi ha dedicato particolare attenzione Luciano Gallino è stata per lungo tempo un elemento stabilizzante della posizione debitoria delle imprese non finanziarie. Lo stesso “nuovo” capitalismo ha visto mutare radical-mente la natura della banca, svanire la tendenza alla stagflazione per la pressione dei salari, emergere un ruolo attivo della politica monetaria nella gestione del-la domanda. Siamo, insomma, in un mondo che non comprenderemmo senza Minsky, come aveva intuito Caffè, ma che è ormai oltre Minsky.

La grande crisi capitalistica che stiamo vivendo è scoppiata come crisi di un segmento del mercato finanziario statunitense, quello dei subprime, nell’estate dei 2007. Si era all’apogeo del neoliberismo, ma quest’ultimo non può in alcun modo essere accreditato (come forse Caffè in qualche modo pensò) a un ritorno del vecchio laisser faire. Di che si trattava, allora? All’inizio degli anni Ottanta, reagendo alla Grande Stagflazione degli anni Settanta, era stata attuata una svolta ad U della politica economica, con l’avvento delle politiche “monetariste”. Controllando rigidamente l’offerta di moneta, e facendo schizzare verso l’alto i tassi di interesse nominali e reali (cioè depurati dal tasso d’inflazione), si pensava di porre un freno all’aumento dei prezzi. Il risultato venne in effetti ottenuto, ma l’alto costo del denaro fece sì che crollassero gli investimenti privati. Intanto, la spesa pubblica, soprattutto sociale, veniva compressa, le condizioni del lavoro peggioravano, cadevano salari e domanda di consumi. Tornava lo spettro di una grande crisi per insufficienza di domanda effettiva, come negli anni Trenta. Con il paradosso che intanto gli alti tassi di interesse iniziavano a far esplodere l’indebitamento pubblico, visto che i governi erano costretti a trovare i fondi per la propria spesa in disavanzo emettendo titoli sul mercato.

Lo stesso Reagan, nel secondo mandato della sua presidenza, provvide a bloccare questa deriva fornendo domanda all’interno grazie a un balzo verso l’alto della spesa militare, il che produsse un aumento del disavanzo dello Stato. Intanto, la bilancia commerciale degli Stati andava in passivo nei confronti del resto del mondo, fornendo così domanda a quei paesi neomercantilisti che – come Giappone, Est Asia, Germania e Nord Europa – ottenevano profitti grazie a esportazioni di merci in eccesso rispetto alle importazioni (a questi paesi si è oggi aggiunta la Cina). Il monetarismo duro dei primi tempi si andava mutando in una sorta di paradossale “keynesismo militarizzato”. Pochi anni dopo, dal 1987, quando Greenspan sostituisce Volcker alla testa della Fed, le cose cambiano ancora. Sui mercati finanziari inizia una lunga corsa verso l’alto dei prezzi delle attività finanziarie. Le famiglie venivano incluse in modo subordinato nei mercati finanziari, i loro risparmi venivano affidati a dei gestori dei “soldi degli altri”, che imponevano alle imprese rendimenti elevati nel breve termine, e dunque una ristrutturazione continua. Le condizioni del lavoro peggioravano (si costituiva la figura del “lavoratore traumatizzato”) e la grande impresa verticalmente integrata veniva sostituita da unità produttive connesse in rete. I risparmiatori vedevano crescere, apparentemente senza limiti, il valore della loro ricchezza. Questa fase “maniacale” del risparmiatore consentiva alle famiglie di indebitarsi con le banche: la figura del “consumatore indebitato” spiega molto della crescita del capitalismo degli anni Novanta e degli anni Duemila.

Parte dell’Europa (in cui potremmo includere alcune regioni italiane) procedeva secondo un diverso modello. La Germania e i suoi “satelliti” (essenzialmente, Olanda, Belgio, Austria, Svizzera, Finlandia) godevano di esportazioni nette, in gran parte verso il Sud Europa. Negli anni recenti questa dinamica si è rinforzata, e ha consentito di superare un disavanzo strutturale nei confronti della Cina e il ridursi degli sbocchi negli Stati Uniti. Ciò ha richiesto che gli altri paesi europei fossero “legati” o da un accordo di cambio che impedisse svalutazioni competitive (il Sistema Monetario Europeo) o la partecipazione alla moneta unica. Le aree del Sud-Europa hanno visto aumentare i disavanzi pubblici per sostenere il reddito e l’occupazione.

La crescita trainata dalle bolle finanziarie si è rivelata insostenibile. Una prima grave crisi è scoppiata nel 2000 quando si è sgonfiata la internet economy. Nel 2007 veniva a termine la bolla del mercato immobiliare americano. Dalla metà del 2007 alla metà del 2008 la crisi globale è finanziaria, mentre la crisi reale colpisce solo alcuni paesi. Ma la crisi reale rapidamente diviene universale nel corso del 2008: crolla l’attività produttiva, dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Germania all’Italia, e così via. Lo spettro del Grande Crollo degli anni Trenta spinge dapprima a politiche “keynesiane”, sia pure in un senso limitato e meccanico: le banche centrali inondano le economie di liquidità, quasi ovunque i bilanci dello Stato vanno sempre più in rosso, spesso in forza degli stabilizzatori automatici.

Questa fase “keynesiana” termina a metà 2009, quando si intravedono “germogli di ripresa”. La priorità diviene ora la stretta fiscale. È una scelta suicida. Quando la crisi scoppia, il risparmiatore passa dalla fase “maniacale” a quella “depressiva”, deve spendere meno per uscire dal debito. Lo stesso fanno le imprese, che si sono trovate all’improvviso anch’esse indebitate. È la deflazione da debiti, di cui già discorreva Irving Fisher: nessuno spende, dunque i redditi cadono, e l’atteso risparmio non si materializza. Lo Stato potrebbe evitare questo destino, ma invece di stimolare l’economia con disavanzi “buoni” che producono valori d’uso per la collettività e aumento dei salari, contribuisce alla depressione con l’austerità. È una crisi che investe con violenza il mondo del lavoro, e prelude a un attacco particolarmente violento all’occupazione e alle condizioni di lavoro nel settore pubblico. Ma ha anche una chiara dimensione di genere: benché la crisi abbia dato l’impressione di favorire le donne (i settori più colpiti erano all’inizio a occupazione prevalentemente maschile), è sempre più chiaro che gli impieghi che si aprono sono poco qualificati, precari o part-time. Sulle donne si scaricheranno anche i costi della riduzione del welfare e della ristrutturazione del pubblico impiego.

In Europa la crisi è venuta dall’esterno. Il debito privato si è trasformato in debito pubblico. Lo stato della finanza pubblica europea non è certo più preoccupante di quella statunitense, inglese o giapponese. L’unico paese che avesse dei seri problemi di finanza pubblica prima della crisi era la Grecia. Negli anni della bolla immobiliare, Irlanda e Spagna erano modelli di finanza “sana”. Sono state le politiche europee, i vincoli arbitrari di Maastricht e la resistenza (sinora) della Banca Centrale Europea ad agire pienamente e senza condizionalità quale prestatore di ultima istanza dei governi a impedire di bloccare la spirale depressiva. Trattare la propria moneta come se fosse una valuta straniera, regolata da poteri esterni, o pretendere che tra le regioni di una medesima area monetaria (dove gli squilibri non possono che essere la norma) non vi siano trasferimenti compensativi, non può che preludere al disastro. L’esistenza della moneta unica è in dubbio, e la sua sopravvivenza rischia di essere conquistata nel segno di una stagnazione permanente.

 

L’Italia dentro la crisi

Se volgiamo lo sguardo al nostro paese, sappiamo bene che l’Italia è spesso, e con molte ragioni, raffigurata come il malato d’Europa. Le ragioni principali che vengono addotte riguardano quattro dimensioni. La prima è la finanza pubblica. La seconda è l’andamento del reddito pro-capite e della produttività per addetto. Il terzo è il declino produttivo. Il quarto la perdita di competitività e il rosso nei conti con l’estero.

In Italia, come e più che altrove, i problemi del-la finanza pubblica emergono davvero soltanto con la svolta neoliberista, a inizio anni Ottanta, e il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. I disavanzi nel bilancio statale vengono finanziati collocando presso i risparmiatori titoli a tassi di interesse crescenti. Non si deve peraltro dimenticare che il rapporto debito pubblico/ PIL dipende dalla dinamica del denominatore, e quindi patisce la diminuzione dei tassi di crescita, che si abbassano continuamente un decennio dopo l’altro. Gli anni Novanta, caratterizzati dall’accumulo costante di un avanzo primario, vedono prevalere questi due fat-tori: il crescere del debito pubblico per il gonfiamento continuo della spesa per interessi pregressi, e la caduta del PIL. Una situazione che fu presa a pretesto per una ondata di privatizzazioni che non ha avuto eguali negli altri paesi avanzati. L’Italia, fino a metà del 2011, non dava comunque particolari preoccupazioni sul fronte della finanza pubblica. È senz’altro il paese europeo che meno di altri si è impegnato in politiche attive anticicliche durante la crisi, e che meno di altri ha visto crescere i disavanzi. Ed è il paese che nel mondo, da vent’anni, ha maturato il più alto avanzo primario cumulato nel bilancio dello stato. Eppure, ciò non è bastato a impedire di finire nella tormenta della speculazione. In questo caso, non ha senso prendersela con le agenzie di rating, o con i “mercati”. Il punto è che, come l’Europa è entrata in crisi per una crisi importata, lo stesso si può dire per l’Italia. L’incapacità europea di gestire la crisi greca – una iniziale remissione del debito avrebbe avuto costi ridotti anche se avrebbe comportato un problema serio, ma gestibile, di contagio; invece l’atteggiamento punitivo ha incancrenito le difficoltà greche e propagato le difficoltà dall’Irlanda al Portogallo, dalla Spagna all’Italia – e la svolta verso una generalizzata politica di austerità hanno condotto all’abbattimento ovunque del tasso di crescita del reddito nazionale, sino a toccare la stessa Germania. Se è vero che dal lato dei flussi il bilancio pubblico italiano non destava preoccupazioni, lo stock rimaneva significativo. Le aspettative di deterioramento dell’intero scenario europeo hanno spinto verso l’alto lo spread dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico, dun-que anche quelli dei BOT rispetto ai Bund. Ciò era a sua volta aggravato dalla fuga dei capitali e dei depositi bancari, che abbandonavano le aree periferiche per quelle centrali dell’eurozona, in primis la Germania. Riappariva per questa via il rischio di convertibilità, nel caso di una dissoluzione dell’unione monetaria, che ormai non era possibile escludere. Con tassi di interesse che minacciavano di superare il 7%, diveniva del tutto comprensibile il calcolo che nel giro di un paio d’anni (con uno scarto enorme tra tasso di interesse e tasso di crescita, e con la necessità di rifinanziare ingenti ammontare di titoli nelle aste successive) il debito pubblico italiano divenisse insostenibile. In questi casi, come è noto, l’evento futuro viene anticipato dai mercati, e il pericolo si concretizza nell’immediato.

I veri problemi italiani stanno nella bassa crescita, più che nella finanza pubblica. Semmai, le politiche per abbattere il debito pubblico si rivelano controproducenti. Negli ultimi due anni la crisi italiana si presenta di particolare gravità nel contesto europeo perché è l’Italia il paese che – con l’ultimissima fase del governo Berlusconi, prima, e il governo di Mario Monti, poi – ha fatto uno sforzo di restrizione fiscale tra i più drastici in Europa, frenando la domanda interna, e affidandosi esclusivamente (nel bel mezzo di una crisi generale) al contributo della domanda estera netta. Se guardiamo al primo decennio degli anni Duemila, vediamo che la dinamica del PIL italiano è stata praticamente nulla, a fronte di una bassa crescita francese e tedesca (salvo negli ultimissimi anni, prima di una ricaduta della stessa Germania nella recessione), e di una crescita ben più sostenuta della periferia prima della crisi. La crescita italiana aveva iniziato a essere più bas-sa della media europea già dagli anni Novanta; media europea che a sua volta era sopravanzata nettamente dalla velocità di sviluppo degli Stati Uniti (per non dire della Cina e di gran parte dei paesi asiatici). Un destino di stagnazione che accomuna l’Italia al Giappone. Ancora peggio vanno le cose per quel che riguarda la produttività per addetto, che sempre nel primo decennio del nuovo millennio è stata addirittura negativa.

I fattori che hanno condotto a questo esito sono noti. L’Italia ha vissuto una tendenza di lungo periodo alla riduzione dell’occupazione nell’industria manifatturiera, con un crollo in particolare nelle imprese di grandi dimensioni. La grande industria è quasi scomparsa, a parte la Fiat, in crisi sul mercato interno ed europeo. Ciò ha significato l’abbandono, o la marginalizzazione, di numerosi settori (elettronica, telecomunicazioni, chimica e petrolchimica, farmaceutica, macchine per uffici, mezzi di trasporto). L’ondata di privatizzazioni ha trasformato molte concentrazioni pubbliche in imprese private collettrici di rendite. Predomina la dimensione piccola e piccolissima delle unità produttive, il cosiddetto “nanismo”. I distretti industriali, una volta fiorenti, sono in molte zone in crisi. La specializzazione dei produttori italiani è per lo più in settori tradizionali. Basso è l’impegno nella ricerca e sviluppo o nell’innovazione di prodotto. Gli investimenti sono stati adattivi, e la domanda di nuovi beni capitali si traduce sovente nell’importazione di macchinari dall’estero.

Tutto ciò non stupisce. Non stupisce perché (come si è ricordato) la bassa produttività è la naturale conseguenza, innanzi tutto, di una massiccia ondata di privatizzazioni. Non stupisce, poi, perché alla carenza di innovazione e politiche industriali si è sopperito con una continua deregolamentazione del mercato del lavoro, quale che fosse il colore dei governi, che pretendendo di aumentare la flessibilità del lavoro ne produceva invece una vistosa precarizzazione. Non stupisce, infine, perché quanto precede si traduceva in una dinamica ridotta dei salari unitari (anche se il costo del lavoro unitario poteva nondimeno aumentare, vista appunto la bassa produttività per lavoratore). Diveniva quindi possibile ottenere profitti o sopravvivere sui mercati senza rinnovare gli impianti, ma sfruttando di più la forza-lavoro, lungo la via bassa di una più intensa e lunga durata del tempo di lavoro. Sono i bassi salari e la precarizzazione del lavoro a dare conto di un dato che altrimenti potrebbe stupire: che questa realtà produttiva declinante si sia accompagnata per molto tempo a una significativa riduzione della disoccupazione.

A questo punto pare trovare spiegazione il crescente disavanzo della bilancia di conto corrente. In un contesto di investimenti non particolarmente dinamici, di bassi salari, di disavanzi pubblici tenuti sotto controllo, la spinta a trovare domanda nei mercati esteri si è scontrata con il problema della ridotta competitività (dovuta alla bassa innovazione, alla precarietà, alla dimensione d’impresa, alla specializzazione settoriale). Ciò si è accoppiato al fatto che nell’UME l’Italia ha subito il cambio ormai irrevocabilmente fisso: la sua inflazione più elevata e la sua produttività azzerata hanno determinato l’ascesa relativa del costo del lavoro per unità di prodotto. Dentro l’area dell’euro, la possibilità della svalutazione competitiva è stata cancellata, e si è rimasti disarmati rispetto alla deflazione competitiva. Le difficoltà sempre più gravi nella bilancia delle partite correnti si riflettevano in un forte indebitamento con l’estero, e in una crescente quota del capitale straniero nel rifinanziamento del debito pubblico – quest’ultima circostanza, se all’inizio ne riduceva i costi, nel lungo periodo accresceva la vulnerabilità dell’Italia alle fughe dei fondi e agli attacchi della speculazione.

Il quadro negativo sulla produttività e sulla bilancia commerciale va peraltro qualificato. Qui ancora una volta si conferma la correttezza dell’atteggiamento di Caffè: che non ha mai tessuto lodi di presunti “miracoli” italiani («non ho mai condiviso l’abbaglio del “miracolo economico” proprio per la costatazione quotidiana delle carenze che si venivano determinando in uno sviluppo trainato unicamente dal “mercato” e per l’assenza di una coerente politica dell’occupazione», in ESP, 113), ma si è altrettanto guardato dal levare alti lai su un ineluttabile declino («non ritengo d’altra parte che colgano nel segno le visioni pessimistiche sul futuro del paese», in ESP, 113), semmai sottolineando gli aspetti di adattamento e di vitalità.

Per quanto riguarda la produttività, il suo basso livello è dovuto, oltre che alle carenze strutturali che ho ricordato, alla bassa produzione legata alla bassa domanda. Prima della crisi, l’Italia cresceva sì poco, ma più della Germania; e le aree che crescevano di più lo facevano sulla spinta del debito privato, che si è rivelato insostenibile. Per quanto riguarda la bilancia commerciale, basti segnalare che l’Italia è pur sempre il secondo esportatore manifatturiero d’Europa, e che il suo passivo scompare se si escludono le importazioni legate alla dipendenza energetica. In particolare, si riscontra un surplus manifatturiero in settori come l’abbigliamento, la moda, il vino, l’automazione e la meccanica non elettronica: ovvero il made in Italy di qualità, e la subfornitura dell’apparato produttivo del centro-Europa.

Già nella crisi del 2000-2003 l’Italia ha visto una sorta di selezione forzata all’interno dell’universo delle piccole e medie industrie: da un lato, vedendo andare in crisi o esternalizzare ad Est i segmenti più poveri; e, dall’altro lato, vedendo ridurre le quantità prodotte ma crescere la qualità e il valore aggiunto per quel che riguarda le imprese più dinamiche. In questa parte dell’apparato industriale italiano la produttività oraria è significativa (e certo i salari non ne tengono il passo).

Il declino dei vecchi distretti industriali si accompagna al parto di quello che viene chiamato il “quarto capitalismo”: le c.d. multinazionali tascabili, forti nell’innovazione e nel marketing, capaci di penetrare i mercati d’oltrefrontiera e di effettuare investimenti diretti all’estero. Il limite di questo fenomeno, come già era stato nel caso dei distretti, è che non può esaurirsi in queste imprese la presenza industriale di un paese avanzato come l’Italia. È una configurazione fragile: le piccole e medie imprese sono incapaci di raggiungere autonomamente una massa critica nella ricerca e sviluppo; la crescita dipende dalle alterne vicende della domanda estera; non si costruisce una coerenza e completezza della struttura intersettoriale dell’economia. Ciò obbliga, per sopravvivere, a una ristrutturazione continua e, in molti casi, a un peggioramento progressivo delle condizioni del lavoro, quanto più migliora la qualità della concorrenza della Cina e dei paesi emergenti.

Il caso italiano mantiene una sua eccezionalità esemplare, anche dopo l’esaurirsi prima dello sviluppo economico dentro la c.d. golden age del secondo dopoguerra (gli anni Cinquanta e primi Sessanta), poi la crisi capitalistica della fine dei Sessanta e Settanta. Dagli anni Ottanta, il declino relativo dell’economia italiana ha assunto caratteri contraddittori, presentandosi progressivamente come il negativo fotografico della dinamica capitalistica mondiale nell’era del neoliberismo, e come paradigmatico del possibile destino della stagnazione europea esito del neomercantilismo. In Italia, come altrove, una possibile via di uscita sarebbe possibile solo a condizione di procedere su vie radicalmente nuove, che coniughino politiche attive dal lato della domanda ad una ridefinizione strutturale dal lato dell’offerta.

 

La socializzazione dell’economia, i disavanzi buoni, e il piano del lavoro

È qui che l’insegnamento di Caffè torna ad esse-re prezioso, “inattuale” nel senso di Nietzsche – fonte fertile di una riflessione e di un agire contro il tempo, e in tal modo sul tempo, a favore di un tempo venturo. È un altro punto di convergenza con Minsky. Per approfondire questo punto, è bene tornare ad alcuni saggi contenuti nei volumi Studium. In un saggio di “reminiscenze” sul Piano del Lavoro della CGIL, Caffè osserva che «all’epoca del Piano i giochi erano fatti in tutti i sensi» (ESP, 94), economico e politico: la scelta irreversibile verso una economia aperta non era capace di erodere le posizioni monopolistiche e parassitarie, né conduceva a contrastare le esportazioni illegali di capitali; l’emarginazione delle forze politiche progressiste frustrava la partecipazione popolare e le potenzialità di rinnovamento. Ciò, peraltro, non significava che non vi fosse un fondamentale insegnamento valido nel Piano del Lavoro: il «collegare l’obiettivo dell’occupazione con un programma di “cose da fare”, senza condizionare l’attesa drammatica del posto di lavoro all’aspettativa inconcludente del crollo del sistema capitalistico» (ESP, 96). Caffè qualifica questa prospettiva come «riformismo gradualistico», ma non si vede proprio cosa vi sia di moderato in tutto ciò, tant’è che lui stesso rimanda a Gramsci che scrive che si tratta di «proporre fini discreti, raggiungibili pur nell’intento di approfondirli ed estenderli» (ESP, 97).

È questo lo stesso Caffè che poche pagine dopo, citando Franco Fortini, pare intendere con trent’anni di anticipo il senso dell’ascesa e del crollo del neoliberismo come si è davvero dato: è «la conferma che lo sviluppo capitalistico, grazie alle sue crisi e ai suoi ritorni, drena sempre nuovi strati sociali, produce anzi sempre nuovi colonizzati interni, almeno da noi, da usare come deterrente nei confronti del lavoro comunque privilegiato» (ESP, 115). L’alternativa è una economia di piena occupazione, ma questa richiede una riforma fondamentale del contesto istituzionale, e richiede verosimilmente «controlli sul commercio con l’estero, controlli sui prezzi, controlli sulla localizzazione delle industrie, estensione dell’azione dello Stato anche ai fini della regolamentazione complessiva dell’investimento privato» (EC, 174). Una vera e propria «economia dei controlli» (EC, 176), o ancora una «amministrazione globale della offerta» (EC, 185). Siamo non lontani dal cuore della riflessione di Min-sky, per quel che riguarda la sua proposta di politica economica (e di politica tout court) negli stessi anni, nel John Maynard Keynes recensito da Caffè. L’orizzonte è quello di una socializzazione industriale e della struttura produttiva, una socializzazione della banca e della finanza, una socializzazione dell’occupazione: di fatto, della rimessa in questione del che cosa, quanto e come produrre. Un punto di vista che va ben oltre il keynesismo che ora torna di moda, come dimostrano queste frasi dell’economista statunitense:

«Siamo quindi costretti a ritornare alla questione normativa di fondo: per chi deve essere fissato il gioco e a che tipo di produzione dobbiamo dar vita? Se il fine perseguito è il raggiungimento di uno stato vicino alla piena occupazione, allora possiamo dire che, finora, il sistema della rincorsa tra bisogni e sprechi si è dimostrato efficace. Grazie a investimenti che non hanno apportato incremento alcuno (o quasi) a un capitale utile, grazie a costanti preparativi bellici e grazie a un consumismo sfrenato si è riusciti a mantenere la piena occupazione. Risolto così il problema della disoccupazione e del ristagno, il risultato però non è stato un senso di miglioramento del benessere degli individui. Ricchi e poveri si sentono al centro di un insensato vortice inflazionistico, mentre tutt’intorno l’ambiente biologico e sociale si inquina. Inoltre, siccome livelli elevati e sostenuti di investimenti e profitti dipendono da, e favoriscono, la speculazione sulle strutture delle passività, le fasi espansive diventano sempre più difficili da controllare; l’unica alternativa sembra essere quella di far galoppare l’inflazione o provocare un processo di deflazione da debiti che potrebbe concludersi in una grave depressione economica» (Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Boringhieri, Torino 2009, pp. 215-216, traduzione leggermente modificata).

Si potrebbe chiedere: dov’è la novità? Non era stato Keynes stesso a parlare di socializzazione degli investimenti? Le cose stanno diversamente, a chi abbia pazienza di leggere davvero le pagine di Minsky. La Teoria Generale è stato il prodotto degli anni “rossi”, e Keynes ne sottolineava piuttosto le implicazioni conservatrici, dove Minsky invece è alla ricerca di una virtuosa combinazione di capitalismo e socialismo. Per il keynesismo “bastardo” (per impiegare il termine reso famoso da Joan Robinson), una volta raggiunto il pieno impiego grazie ad adeguate politiche di stimolo a un elevato investimento privato, non vi sarebbe ragione di criticare l’allocazione di mercato delle risorse. Queste tesi hanno, secondo Minsky, la loro radice nelle ambiguità dello stesso Keynes.

Minsky (come probabilmente lo stesso Caffè) obietterebbe a un mero “ritorno” al keynesismo, un approccio che a suo parere non è mai stato adeguato.

Ha prodotto una forma di capitalismo dove la tassazione e i trasferimenti governavano il consumo privato, la politica monetaria regolava l’investimento privato, la spesa pubblica portava con sé spreco e armamenti, le rendite di posizione venivano favorite, la finanza tornava in posizione di comando. Una strategia “alti profitti-alti investimenti” [privati], che portava con sé consumi artificiali e metteva a rischio l’equilibrio ambientale e sociale. Per questo, insiste Minsky, occorre tornare alla prima casella, al 1933: pensare per la prima volta davvero un New Deal keynesiano che dia risposta alle domande cruciali: per chi è condotto il gioco? che tipo di prodotto vogliamo, come società? Per Minsky, come per il Caffè di queste pagine, la struttura reale del consumo va in fondo determinata dalla domanda dello Stato, e più in generale del “pubblico”, in quanto spesa per investimenti (che può perciò essere permanentemente in disavanzo).

Una socializzazione dei settori guida dell’economia (dei towering heights), un consumo collettivo (communal), con controlli di capitale, finanza regolata, banche come public utilities, lo Stato quale creatore diretto di occupazione, e così via. Non è Lenin: è la tradizione di Paolo Sylos Labini, Ernesto Rossi, di Alberto Breglia così amato da Caffè (cfr. ESP, 93). Trova qui spazio – come ci ricorda Alain Parguez – una politica di disavanzi “buoni” dello Stato: pianificati ex ante, per dar vita a, e ampliare costantemente, una quantità e qualità crescente di risorse produttive utili al fine del benessere collettivo, ovvero investimenti di lungo periodo in beni tangibili (infrastrutture, trasporti, ambiente, etc.) e intangibili (salute, ricerca, educazione, etc.).

Residua evidentemente un problema, che noi abbiamo squadernato davanti ai nostri occhi, ma che già percepiva Caffè. L’insegnamento keynesiano non è apologetico del capitalismo, ma si colloca all’interno del sistema capitalistico, di cui vuole solo correggere i difetti più evidenti; ma l’attuazione «necessariamente gradualistica» (ESP, 117) delle riforme correttive spetta alle persone poste in posizione di responsabilità. Possiamo contarci? Nelle pagine dei due volumi Studium è evidente che Caffè sfugge a un confronto in profondità con un autore che pure stima profondamente, e che al tempo stesso lo inquieta: Michał Kalecki («uno studioso di straordinaria levatura, ma la cui del tutto inappropriata strumentalizzazione finisce per dar giustificazione persino alle pesanti annotazioni sul filo della memoria di Harry G. Johnson», EC, 91). In Kalecki abbiamo a che fare con un economista da cui per molti versi si possono derivare conclusioni analitiche vicine al Keynes del Trattato sulla moneta e della Teoria Generale, ma in un’ottica dichiaratamente di classe, e che (forse per questo?) è in grado di individuare i limiti sociali e politici di Keynes e del keynesismo. Un autore che a differenza di Caffè (che se la sbriga riducendo a «suggestive espressioni letterarie» le proposizioni profetiche dell’economista polacco), e forse dello stesso Minsky, non cade nella illusione di ritenere che il capitalismo sia compatibile con una piena occupazione (con lavori e salari “decenti”) che sia duratura.

Potrebbe non aver torto il Paul M. Sweezy citato dallo stesso Caffè, che con tutta evidenza rispetta il marxista americano, ma che chiaramente non condivide questa sua conclusione, che invece a me pare di permanente attualità (ESP, 51): «parlare di riformare il capitalismo significa peccare di ingenuità o di doppiezza. Ricchezza, privilegio, potere vanno insieme ed appartengono ad una classe che combatterà sino in fondo per preservare il loro monopolio, consentendo soltanto quelle riforme e quel margine di libertà ai riformatori che rispondano ai loro interessi». D’altra parte, quella realtà paradossale che è il capitalismo è tale che forse proprio soltanto se si è radicali, e persino rivoluzionari, e in questo lontani dal “gradualismo” tanto caro a Caffè, si è in grado di strappare quelle riforme che tornino al significato originario del termini, che siano cioè avanzamenti significativi nel benessere e nella civiltà, e non invece lo strumento di un loro drastico (e per certi versi barbarico) ridimensionamento. Da che parte penderà la storia è un compito lasciato alla nostra responsabilità.

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