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Non allontanare dalla “classe” il dibattito politico-teorico

Anche a proposito dei compiti del Centro Studi “Domenico Losurdo”

di Raffaele Gorpìa*

IMMAGINE PER HOME ARTICOLO GORPIALa prassi (praxis) per Marx è ogni forma di attività umana, teorica o pratica; è un’attività produttiva concreta che modifica l’oggetto del suo stesso produrre. Nella prassi si decide inoltre la verità: per Marx – come sostiene nella seconda tesi – infatti il dibattito tra realismo e relativismo non è una questione solo teoretica, ma soprattutto pratica. Verità, realtà e potere infatti secondo lui sono decidibili solo nella prassi, poiché ogni teoria deve essere corroborata dalle pratiche.

Ho già affrontato, se pur sommariamente, il tema dell’inchiesta come pezzo fondamentale della costruzione di una analisi unitaria che un centro studi voglia proporsi di realizzare, tuttavia non si può prescindere, nella costruzione anche solo di gruppi di studio e di ricerca, da quadri operai e da quadri di vari pezzi del panorama produttivo (logistica ad esempio) derivanti presumibilmente anche dal mondo sindacale, come elemento di metodo per la costruzione di nuclei operativi sia sul terreno della teoria che su quello della prassi, così da scongiurare il rischio dell’appiattimento solo sull’una o solo sull’altra con l’inevitabile scollamento tra i due poli. Ciò perché il rischio di creare un dibattito anche avanzato ma sostanzialmente ancora slegato dalla classe di riferimento è sempre alto, ovvero la circostanza andrebbe a creare nella migliore delle ipotesi una posizione politico-teorica avanzata su alcuni ambiti ma arretrata ad esempio sul terreno dell’analisi di fase del modo di produzione con specifico riferimento all’Italia e con specifico riferimento alla mancata produzione di un sapere scaturente dalla classe subalterna e quindi da un suo livello di coscienza determinato. Tradotto, se resta la nostra una produzione di sapere legata al nostro essere sociale collocato in una determinata posizione sociale senza la partecipazione attiva di almeno qualche pezzo di classe subalterna, allora si ritornerà sempre al punto di partenza.

Dirò di più, finanche una avanguardia di lotta sindacale che non è formata su una cultura marxista diviene anch’essa un problema politico se la questione da risolvere la si mette sul piano dell’egemonia (emblematico di recente è stato l’esempio di Puzzer dei portuali di Trieste).

Se è vero in molti casi e sempre in relazione a determinate circostanze storiche, che la coscienza di classe va in qualche modo “portata dall’esterno”, si dimentica troppo facilmente però come affermava Marx che la liberazione della classe lavoratrice avverrà per opera della classe lavoratrice stessa. Pertanto non si può prescindere anche come soggetti attivi dell’elaborazione teorica dai lavoratori sul terreno della produzione. Diversamente la cosiddetta “deviazione piccolo-borghese” diviene inevitabile. Nel corso del novecento possiamo nutrire dei dubbi rispetto a dei limiti e dei vizi su elaborazioni teoriche derivanti da aree del mondo dove non vi erano i punti alti del capitalismo, laddove non a caso Marx si attendeva scoppiasse la rivoluzione?

Gli “anelli deboli” che hanno inaugurato i processi rivoluzionari non avevano forse “bisogno” di avanguardie teoriche che si attendevano prima o poi scaturissero anche dagli anelli forti e quindi da classi operaie “marxianamente” più avanzate? Certo l’epoca degli anni ‘60- ’70 del novecento, in relazione alla classe operaia dell’Europa occidentale, pareva potesse finalmente risolvere questa contraddizione ma così non è stato. In relazione a tale tematica è ragionevole il dubbio che le teorie “eurocomuniste” siano state proprio il sintomo della crisi storica del marxismo occidentale ed in particolare proprio del marxismo-leninismo nei paesi a capitalismo avanzato che nessuna alternativa hanno saputo fornire alla mummificazione del marxismo nel blocco dell’Europa orientale.

Oggi non possiamo immaginare di affrontare l’arretramento subìto dalla classe prescindendo da essa anche solo nelle fasi iniziali della costruzione del soggetto politico, diversamente si rimarrebbe nel solco dei partitini autoreferenziali o fintamente “unitari nell’azione” di questi ultimi mesi. Rendiamoci ben conto che si sono ad esempio fatti tavoli di raccolta firme contro l’invio di armi in Ucraina boicottati ad esempio da pezzi dell’area comunista “rifondazionista” che però allo stesso tempo costituisce banchetti per la proposta di legge sul salario minimo a 10 euro. Si continua imperturbabilmente a procedere in ordine sparso per miserevoli questioni di “intestazioni” del merito sulla singola iniziativa o talvolta anche per divergenze di concezione per cui ad esempio lo stesso presidio di Rifondazione Comunista in una fabbrica in crisi può determinare che si spieghi agli operai interessati alla vertenza che Putin è un imperialista al pari degli americani e che l’Ucraina in quanto paese aggredito debba difendersi armandosi fino ai denti (salvo poi chiedere velleitariamente il disarmo generale tra i contendenti). Anche di questo si parla quando si fa riferimento all’egemonia. Pensiamo davvero che stando così le cose si possa proporre una unità d’azione talvolta con gli uni tal altra con altri a seconda dei temi senza curarsi dei danni che può produrre verso la classe una concezione diversa delle questioni geopolitiche?

Così non si farebbe altro che assecondare la confusione pensando che la Babele presente, soprattutto in materia geopolitica, sia una ricchezza. Per tornare a cose più serie, ribadiamo che appunto Gramsci pone attenzione sulla necessità di creare una nuova unità fra teoria e prassi. Tale scopo non è esente da difficoltà: bisogna tener conto di una tradizione filosofica nazionale ed internazionale del marxismo, la prima pesantemente influenzata dalla seconda. Ridefinire i rapporti fra struttura e sovrastruttura (il così detto blocco storico), è prioritario come lo è comprendere quale ruolo ha la filosofia ed in cosa essa si distingue dalle altre categorie sovrastrutturali. Può essa distinguersi in gradi? Sono quesiti che richiedono un’attenta meditazione, e a cui Gramsci tenderà di rispondere con il massimo delle sue potenzialità. La filosofia è presente in un certo grado in tutti gli uomini; è tuttavia necessario distinguere da quel che è il senso comune (una filosofia incoerente, non sistematica e acritica), da quella propriamente organica e critica, a cui spetta la trasformazione del senso comune in buon senso ovvero filosofia consapevole. In questo quadro si inseriscono le digressioni sulla necessità delle scienze empiriche e il compito cardine della filosofia della praxis: eliminare le contraddizioni sul piano storico-sociale che nel regno della necessità-libertà saranno inesistenti e saranno trasferite sul piano ideale. Il criterio dell’unità della praxis come agire ideologico e come processo di costituzione della verità è definito nel concetto di «egemonia» teorizzato e realizzato inizialmente proprio da Lenin, pertanto la sua stessa riflessione teorica ha condotto il concetto sul terreno e con linguaggio politico.

Gramsci invece vuole darne una riflessione sul terreno e con linguaggio filosofico. In quanto concetto filosofico, l’egemonia è la teoria dell’unità dell’umano, cioè dell’unificazione dell’umanità, come processo pratico di soppressione delle contraddizioni nella concreta dinamica politica (associazioni, Stato, mondo), dinamica che è sempre lotta che, come tale, interpreta la contraddizione fondamentale della società divisa in classi. Per il pensatore sardo le «uguaglianze e disuguaglianze valgono in quanto se ne abbia coscienza individualmente e come gruppo»: questa affermazione è tutto il contrario del pragmatismo, perché non istituisce un circolo tra prassi e credenza, ma tra prassi e conoscenza, nel senso che le uguaglianze e disuguaglianze vengono concretamente conosciute nella lotta (di qui la necessità di un ancoraggio concreto alla classe); e vengono concretamente conosciute, perché la lotta è sempre, al contempo, convinzione nell’unità della propria parte e relazione con le altre parti in conflitto.

L’agire si accompagna sempre a una qualche forma di consapevolezza concreta, perché investendosi nel conflitto, essendo disposto in uno dei termini della contraddizione, trasforma la realtà a partire dalla divisione, e quindi la conosce come divisa, facendo ad esempio esperienza dello sfruttamento, ma allo stesso tempo come avente in sé le potenzialità della propria unificazione. Tale conoscenza non è astratta, non è mera virtualità individuale, essa è al contrario fino in fondo politica, perché assume la forma concreta di rapporto tra la propria «associazione» e le altre «associazioni», assume cioè la forma della dinamica politica entro la società civile. Sempre secondo Gramsci “il marxismo aveva due compiti: combattere le ideologie moderne nella loro forma più raffinata e rischiarare le masse popolari, la cui cultura era medioevale.

Questo secondo compito, che era fondamentale, ha assorbito tutte le forze, non solo «quantitativamente», ma «qualitativamente»; per ragioni «didattiche» il marxismo si è confuso con una forma di cultura un po’ superiore alla mentalità popolare, ma inadeguata per combattere le altre ideologie delle classi colte, mentre il marxismo originario era proprio il superamento della più alta manifestazione culturale del suo tempo, la filosofia classica tedesca” [Q 422 s.].11. Tale superamento era però realmente avvenuto sul terreno pratico laddove si è verificato che il proletariato russo (non quello tedesco che ci si aspettava) è divenuto per la filosofia marxiana “l’ufficio storico” della sua filosofia divenuta teoria di una classe che sarebbe diventata Stato. In definitiva si è volutamente sottolineata la dimensione del conflitto sociale affinché si tenga nel dovuto conto la necessità che una concezione del mondo debba per forza di cose incarnarsi nel proletariato mediante il lavoro di formazione mediato dagli intellettuali organici ma senza prescindere mai dal conflitto sociale stesso che è altrettanto indispensabile all’elaborazione di una coscienza di classe diffusa fra gli sfruttati. L’interrogativo è allora formare i quadri capaci di relazionarsi con la classe, capaci di fare ricerca con e per la classe e quindi buona parte di essi dovrà necessariamente provenire direttamente dai luoghi produttivi strategici e da quelli dove lo sfruttamento è più intensivo. Banalità se vogliamo ma in questi anni sono banalità difficili da realizzare.

Scrive Mao Tse Tung: «Il materialismo premarxista esaminava il problema della conoscenza senza tener conto della natura sociale dell’uomo e dello sviluppo storico dell’umanità, e perciò non poteva comprendere che la conoscenza dipende dalla pratica sociale, cioè dalla produzione e dalla lotta di classe. I marxisti ritengono, innanzi tutto, che l’attività produttiva dell’uomo sia l’attività pratica fondamentale e che essa determini ogni altra forma di attività. La conoscenza umana dipende soprattutto dall’attività produttiva materiale: attraverso di essa l’uomo riesce a comprendere grado a grado i fenomeni, le proprietà e le leggi della natura, come pure i propri rapporti con la natura; inoltre, attraverso l’attività produttiva, a poco a poco giunge a diversi gradi di comprensione di certi rapporti reciproci fra gli uomini. Tutte queste conoscenze non possono essere acquisite al di fuori dell’attività produttiva. Nella società senza classi, ogni uomo, come membro della società, collabora con gli altri membri della società, entra con essi in determinati rapporti di produzione e s’impegna nell’attività produttiva per risolvere i problemi della vita materiale. Anche nella società divisa in classi, i membri delle varie classi sociali entrano, in varie forme, in determinati rapporti di produzione e s’impegnano nell’attività produttiva per risolvere i problemi della vita materiale. Questa è la principale fonte di sviluppo della conoscenza umana. La pratica sociale degli uomini non si limita alla sola attività produttiva, ma ha molte altre forme: lotta di classe, vita politica, attività scientifica e artistica; in breve, gli uomini, in quanto esseri sociali, partecipano a tutti i campi della vita pratica della società e così conoscono, a gradi differenti, i vari rapporti che esistono tra gli uomini, non soltanto attraverso la vita materiale, ma anche attraverso la vita politica e culturale (che è strettamente legata alla vita materiale). Fra queste altre forme di pratica sociale, è in particolare la lotta di classe, nelle sue diverse forme, a esercitare una profonda influenza sullo sviluppo della conoscenza umana. Nella società divisa in classi, ogni individuo vive come membro di una determinata classe e ogni pensiero, senza eccezione, porta un’impronta di classe».


* Sociologo, Potenza. Del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”
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