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Bisogna finire, bisogna cominciare

Marino Badiale, Massimo Bontempelli

 Premessa.

Questo saggio è diviso in due parti. Nella prima parte, riprendendo e aggiornando analisi da noi svolte in lavori precedenti[1], sosteniamo l’esaurimento di senso politico della coppia concettuale destra/sinistra. Con questo non intendiamo dire che non esistano più destra e sinistra, ma piuttosto che tali realtà non hanno più il significato che hanno avuto fino a trent’anni fa, e che, in particolare, la sinistra non è più il luogo sociale e politico degli ideali di emancipazione, eguaglianza, giustizia sociale. Nella seconda parte mostriamo come questa nuova situazione non implichi la fine della lotta per un mondo più umano, ma implichi piuttosto che questa lotta va svolta secondo nuove idee e nuove linee di demarcazione.

 

PRIMA PARTE. FINIRE LA STORIA DELLA SINISTRA E DELLA DESTRA

 

1.Cercando una definizione.

Una discussione sull’attualità politica delle nozioni di sinistra e destra deve naturalmente partire da una definizione di cosa si intenda per sinistra e per destra. In mancanza di una tale definizione, il dibattito si blocca subito perché ognuno attribuisce a queste espressioni significati diversi.

Quando si cerca di definire cosa si intenda per sinistra o per destra la mossa più comune è quella di cercare un insieme di valori, di riferimenti ideali, di principi morali, che possano fungere da criteri di distinzione: le proposte possono allora essere molte, per esempio di caratterizzare la sinistra con l’ideale dell’uguaglianza[2] e la destra con quello della gerarchia, o la sinistra con l’ideale della democrazia radicale e la destra con quello dell’autorità politica. E’ probabile che una buona sintesi di queste proposte consista nel caratterizzare la sinistra con l’ideale dell’emancipazione dei ceti subalterni, o più in generale dei gruppi sociali oppressi e discriminati, e la destra con l’ideale di una società autoritaria in cui viene mantenuta una struttura gerarchica “naturale” e “giusta”.

Questo approccio ci sembra però troppo generico. Limitiamoci a spiegarlo in riferimento alla sinistra. Quando la sinistra è definita nel modo sopra indicato, viene a perdere le sue determinazioni storiche. E’ noto che si parla di sinistra e di destra a partire dalla Rivoluzione Francese: la coppia concettuale sinistra/destra nasce cioè con la modernità. Ma se si parla dei riferimenti ideali citati in precedenza, appare chiaro che essi si possono ritrovare nei più diversi periodi storici e nei più diversi contesti. Definire la sinistra nel modo detto equivale allora a creare una Sinistra Eterna, staccata dalle dinamiche storiche e politiche, con conseguenze paradossali: diventa infatti naturale, all’interno di questa impostazione, pensare che dovunque si possano ritrovare in qualche modo gli ideali accennati sopra, si possa parlare di sinistra, e diventano quindi ragionevoli affermazioni del tutto assurde sul piano storico, come definire Gesù o Spartaco “di sinistra”. Oltre a ciò, la definizione di un luogo politico nei termini dei suoi fini ideali non tiene conto del fatto che in politica i mezzi sono più stabili e concreti dei fini. Il comunismo novecentesco, per fare un esempio, lo si comprende realmente se si mette al centro della riflessione non il generico e maldefinito fine che si prefiggeva (il comunismo), ma piuttosto il mezzo che esso si diede, cioè il partito leninista.

Per capire cosa la sinistra è stata fino ad una trentina di anni fa occorre allora prendere in considerazione un’altra nozione tradizionalmente associata alla sinistra stessa, quella di progresso. Ma cosa vuol dire progresso? Il progresso è sempre progresso di qualcosa. Se definissimo l’identità ideale trascorsa della sinistra come “emancipazione e progresso”, il progresso sarebbe progresso dell’emancipazione, cioè passaggio da una situazione di minore emancipazione ad una di maggiore emancipazione. Lo stesso potremmo dire se definissimo l’identità ideale trascorsa della sinistra come “eguaglianza e progresso” o come “giustizia e progresso”. Queste banali osservazioni ci suggeriscono che il progresso non è un “fine ideale” come l'emancipazione o l'eguaglianza, non ha cioè valore autonomo, non è un fine perseguito come tale. Esso è piuttosto una prospettiva storica di realizzazione di fini ideali. E’ in sostanza il mezzo (in un senso molto ampio della parola “mezzo”) attraverso cui la sinistra ha pensato di realizzare i propri fini.

L’adesione al progresso può però essere intesa in molti modi diversi, ad esempio come la fede che il movimento storico porterà sicuramente alla vittoria di certi ideali, o la convinzione (legata alla precedente) che ogni novità storica in quanto tale sia positiva. Ci sembra di poter affermare che la sinistra si è definita scegliendo una accezione particolare di questa nozione non ben definita: la sinistra si è affermata ed ha avuto grande rilevanza nei due secoli della sua storia declinando la nozione di “progresso” come sviluppo economico e tecnologico. Possiamo allora stringere e affermare che la sinistra è la parte politica e culturale che negli ultimi due secoli ha pensato la realizzazione degli ideali di emancipazione dei ceti subalterni attraverso la prospettiva storica dello sviluppo economico e tecnologico. E’ evidente che da questa caratterizzazione della sinistra, se accettata, discendono conseguenze importanti per il dibattito.

 
2. Ascesa e caduta della sinistra emancipativa.

Nei due secoli della storia della sinistra questa particolare fusione dei fini ideali sopra indicati con la prospettiva storica del progresso, declinato come sviluppo sociale ed economico, è stata realmente efficace. E’ stato cioè possibile ottenere significativi progressi nella realizzazione degli ideali della sinistra grazie allo sviluppo stesso. Il punto culminante di questo successo storico della sinistra è rappresentato dal secondo dopoguerra, dal “trentennio dorato” della fase storica “keynesiano-fordista” del capitalismo occidentale. In questa fase l’accentuato ritmo dello sviluppo economico ha fornito le basi per una politica riformista che ha realmente migliorato la situazione materiale dei ceti subalterni nei paesi occidentali. Si tratta della fase di massima influenza della sinistra. L’indice più chiaro di questa influenza è il fatto che, in un certo senso, l’intero arco delle forze politiche di governo dei paesi occidentali si è mosso allora sul piano delle politiche riformiste della sinistra. Quando andavano al potere, le forze politiche di destra o di centro-destra non potevano cambiare radicalmente le politiche di tipo socialriformista, ma al massimo rallentarle o modularle diversamente.

Tutto questo finisce, come si è accennato, alla fine del “trentennio dorato”, cioè in sostanza con la crisi economica degli anni Settanta del Novecento. Gli anni Settanta sono gli anni del passaggio dal capitalismo “keynesiano-fordista” al capitalismo attuale, che è usuale (anche se un po’ impreciso) chiamare capitalismo “neoliberista” e “globalizzato”. Su tale passaggio esiste ormai una vasta letteratura, che lo ha indagato a fondo. Per chiarirne la natura, cominciamo col richiamare alcuni aspetti della fase “keynesiano-fordista” del capitalismo. Si tratta di una forma di manifestazione storica del capitalismo, nella quale la produzione standardizzata di beni di consumo rivolta alle masse trova un mercato grazie alle politiche riformiste che trasferiscono ai ceti subalterni, in forme dirette e indirette, parte dei proventi degli aumenti di produttività originati dalla nuova organizzazione del lavoro. Questo meccanismo economico è alla base delle conquiste effettive, in termini di diritti e redditi, che i ceti subalterni ottengono in questa fase. Il punto cruciale sta nel fatto che l’aumento effettivo del reddito dei lavoratori è per il capitale, all’interno della forma fordista, insieme obbligato e vantaggioso. Vediamone prima la necessità obbligante: la grande fabbrica fordista presenta una rigidità organizzativa interna (tipicamente rappresentata dalla catena di montaggio) che la rende vulnerabile ad ogni forma di lotta, anche minoritaria, dei suoi dipendenti, e questo implica la necessità, per il capitale, di un buon grado di motivazione da parte dei lavoratori. Poiché il lavoro alla catena di montaggio è altamente alienante, la motivazione a compierlo può essere soltanto di tipo salariale, ed infatti Henry Ford, l’industriale americano da cui viene la denominazione di fordismo per il sistema produttivo di un’epoca, dopo aver introdotto nel 1909 la catena di montaggio per la produzione dell’automobile, ed aver subito a partire dal 1910 abbandoni e sabotaggi da parte dei suoi operai, nel 1913 ne aumentò la paga in maniera notevolissima, da 2 a 5 dollari al giorno.

L’aumento dei salari è inoltre vantaggioso per il capitale fordista, che vi investe profitti all’epoca privi di sbocchi per l’accumulazione, ottenendone una domanda di massa per i prodotti di cui la catena di montaggio ha aumentato la scala di produzione.

Questo meccanismo, diffusosi negli Stati Uniti ed in Germania negli anni Trenta, in Giappone, Francia ed Italia negli anni Cinquanta, entra in crisi negli anni Settanta, perché da una parte la tendenziale piena occupazione origina un forte potere contrattuale del lavoro dipendente, che può quindi strappare aumenti salariali e altre concessioni che finiscono per erodere i profitti, dall’altra i mercati dei beni standardizzati di massa vengono alla fine saturati, per cui gli aumenti salariali accrescono i costi della fabbrica fordista senza più la contropartita di un aumento della domanda dei suoi prodotti.

La risposta del capitale alla crisi degli anni Settanta segna l’inizio della fase attuale del capitalismo. Il potere contrattuale dei lavoratori viene distrutto da manovre politiche (come la stretta monetaria della FED di Paul Volcker del ’79, intenzionalmente concepita per creare disoccupazione[3], o gli attacchi ai sindacati operati da Reagan e dalla Thatcher), e da manovre economiche (delocalizzazioni, automazione produttiva, concorrenza della manodopera immigrata priva di diritti). Alla saturazione dei mercati si risponde da una parte con la produzione di merci rivolte a nicchie più ristrette, la cui lavorazione richiede una sempre maggiore flessibilità dei lavoratori, e che sono caratterizzate da costi minori in termini di lavoro e sempre maggiori in termini di ricerca, pubblicità, corruzione; dall’altra, in proporzione crescente, con lo spostamento del capitale dalla produzione alla finanza. Tale spostamento viene incoraggiato dalla creazione di sempre più sofisticati strumenti finanziari, resi necessari per proteggere gli stessi investimenti produttivi volti all’esportazione dalle oscillazioni dei cambi tra le monete, cambi divenuti variabili dopo il 1971, e dal fatto che il credito al consumo diviene uno dei modi per prevenire i rischi di una carenza di domanda. La finanziarizzazione del capitale crea lo spazio di investimento entro il quale soltanto una parte via via crescente di plusvalore può essere accumulata, nella forma del capitale fittizio (nel senso marxiano del termine), cioè attraverso il ciclo denaro-denaro anziché denaro-merce-denaro.

In questa situazione la sinistra riformista non ha più nessuno spazio. Non sono più possibili politiche dei redditi che trasferiscano ai lavoratori (direttamente con aumenti salariali o indirettamente con i servizi del Welfare State) parte dei profitti in modo compatibile con l’accumulazione capitalistica. Non è più possibile una politica di tendenziale piena occupazione perché questa ridarebbe alla classe operaia un potere contrattuale incompatibile con la forma attuale di accumulazione del capitale. In mancanza di una prospettiva di superamento del capitalismo, la sinistra non ha nessuno strumento per contrastare la distruzione delle conquiste ottenute dai ceti subalterni nella fase precedente.

A questa difficoltà oggettiva la sinistra ha aggiunto, in tutti o quasi i paesi occidentali e nella larga maggioranza delle sue componenti, una complicità soggettiva: non solo essa non fa nulla per contrastare tali processi, ma diventa una forza che attivamente li persegue. Questa complicità ha ovviamente assunto forme diverse nei vari paesi. In Italia l’anno cruciale in cui si determina è il 1993. E’ noto come il 2 giugno 1992 il panfilo Britannia della Regina d’Inghilterra abbia raccolto un nutrito gruppo di banchieri anglosassoni e di personaggi del mondo politico ed economico italiano per progettare, sotto l’impulso e la direzione dei primi, la privatizzazione dell’economia pubblica italiana. Tale privatizzazione viene avviata l’anno successivo prima dal governo Amato, e poi dal governo Ciampi che gli succede. Il passaggio essenziale compiuto dai governi Amato e Ciampi è consistito, più che in specifiche privatizzazioni, nell’approntare la struttura giuridica necessaria alle privatizzazioni stesse, che avranno uno sviluppo imponente tra il dicembre 1993, quando viene ceduto ad un pool di banche italiane e straniere, ad un prezzo di svendita, il Credito Italiano, ed il maggio 1999, quando dal tronco delle Ferrovie dello Stato nascono Trenitalia e RFI. L’anno cruciale è il 1997, quando, sotto il governo Prodi, vengono privatizzate la Società Autostrade, Finmeccanica, e soprattutto STET e SIP, fuse in Telecom. Si tratta di un’immane trasformazione, di un mutamento epocale, che ha l’effetto di distruggere tutti quegli strumenti dell’intervento pubblico nell’economia con i quali la sinistra aveva svolto nei decenni precedenti la sua politica emancipativa. Tutto questo avviene con il sostanziale assenso della sinistra: il PDS si astiene sul governo Ciampi e, soprattutto, né il PDS né Rifondazione Comunista discutono, nel 1993, l’avvio del grande ciclo di privatizzazione dell’economia pubblica italiana e non mobilitano il loro popolo e i loro intellettuali riguardo ad una questione fondamentale come questa.

Questo silenzio ha una sola spiegazione, per la quale non abbiamo prove definitive, ma che ci sembra l’unico scenario ragionevole: vi è stato fra il ‘92 e il ‘93 una trattativa nella quale i dirigenti dell’ex-PCI hanno concesso ai poteri forti dell’economia la loro inerzia silenziosa di fronte all’avvio del ciclo delle privatizzazioni, ottenendo in cambio quella legittimazione a partecipare al governo del paese che non avevano a causa del loro passato legame con l’Unione Sovietica e il comunismo internazionale.

Ricordiamo che il governo Ciampi aveva al momento della sua formazione tre ministri provenienti dalla sinistra, immediatamente dimessisi soltanto per vicende legate alle inchieste di Mani Pulite. La sinistra è poi entrata in forze nel governo nel 1996, dopo la vittoria elettorale di Prodi, scelto da D’Alema come capo della coalizione di centro-sinistra non, come allora si disse, in quanto ex-democristiano, ma in quanto uomo della Goldman Sachs, in grado di farsi garante per una sinistra di governo presso i poteri forti dell’economia.

La fase delle grandi privatizzazioni degli anni Novanta rappresenta il passaggio dell’Italia dal capitalismo “keynesiano-fordista” all’attuale capitalismo “neoliberista-globalizzato” e, parallelamente, anche la compiuta e definitiva trasformazione della sinistra italiana in una forza de-emancipativa, trasformazione che culmina con l’aggressione alla Jugoslavia del 1999, attuata da un governo di centrosinistra con a capo Massimo D’Alema.
 

3. Esaurimento storico della sinistra emancipativa.


Riassumiamo quanto fin qui argomentato: la sinistra è stata storicamente caratterizzata dall’unione di un ideale di emancipazione dei ceti subalterni con la nozione di progresso storico declinato come sviluppo economico e tecnologico. Questa fusione è stata storicamente efficace per un’epoca intera, culminata nel “trentennio dorato” del secondo dopoguerra, ma è stata poi messa in crisi dal passaggio dal capitalismo “keynesiano-fordista” all’attuale capitalismo “neoliberista-globalizzato”.

Il passaggio dal capitalismo “fordista” a quello attuale è infatti un passaggio attraverso il quale la società va in direzione esattamente opposta a quella dei tradizionali ideali emancipativi della sinistra: il lavoro perde diritti, aumentano le disuguaglianze sociali, gli elementi di democrazia sostanziale mediati dal sistema del Welfare State (pensioni, istruzione per tutti, assistenza sanitaria per tutti) vengono erosi, i ceti subalterni vengono a poco a poco ricacciati in una condizione di insicurezza materiale. Ma questo passaggio è, contemporaneamente, un passaggio ad una nuova forma di sviluppo economico.

La forma attuale del capitalismo è la risposta alla crisi economica degli anni Settanta, cioè ad un blocco dello sviluppo economico, ed è una risposta che fa ripartire lo sviluppo economico stesso. Lo fa ad un livello minore che nella fase precedente: nei paesi occidentali i tassi di sviluppo del Pil negli ultimi trent’anni sono mediamente inferiori, anche di molto, ai tassi di sviluppo del dopoguerra. Ma anche se il tasso di sviluppo è minore, si tratta pur sempre di sviluppo.

Il capitalismo “neoliberista-globalizzato” è la risposta ad una crisi dello sviluppo che salva lo sviluppo nell’unica forma storicamente possibile nella situazione creatasi negli anni Settanta. Ma se è vero che la sinistra si è storicamente fatta definire dalla fusione di emancipazione e sviluppo, in una situazione storica nella quale lo sviluppo è de-emancipatorio, la sinistra semplicemente non può più esistere nella sua forma storica tradizionale. Emancipazione e sviluppo sono i due binari sui quali il treno della sinistra ha viaggiato per tutta una fase storica. A partire dagli anni Settanta, questi due binari si sono divaricati e sono andati in direzioni opposte: il treno non poteva che deragliare, e in tali condizioni l’unica scelta razionale, per i viaggiatori sopravvissuti, è quella di abbandonare il treno e continuare il viaggio in altro modo e su altri mezzi. La fine della sinistra emancipativa non è quindi, se non in modo derivato, un risultato degli errori politici, della pochezza intellettuale e morale, dei tradimenti dei ceti dirigenti della sinistra stessa. Tutto questo vi è stato, ma sulla base di un esaurimento storico dell’identità fondamentale della sinistra stessa. Di fronte a questo esaurimento storico i ceti dirigenti della sinistra si sono trovati a dover scegliere fra difesa degli ideali di emancipazione da una parte e sviluppo dall’altra, e in questo frangente hanno mostrato tutta la loro pochezza intellettuale e morale. La complicità soggettiva alla de-emancipazione, alla quale abbiamo accennato alla fine del precedente paragrafo, è stata cioè resa possibile dalla situazione di esaurimento storico delle ragioni fondative della sinistra emancipativa.
 

4. La sinistra emancipativa non può ricominciare.


Alla nostra tesi della fine della sinistra tradizionalmente esistita, argomentata nel paragrafo precedente, si potrebbe obiettare come segue: quella attuale non è una fine ma una eclissi. Il fatto che nell’attuale fase storica non sia possibile quella fusione di ideali emancipativi e sviluppo economico che ha caratterizzato la sinistra, non implica che essa non possa tornare ad essere possibile in futuro.

Cerchiamo allora di discutere questa obiezione e partiamo dall’elemento di verità che essa contiene: le società capitalistiche hanno talvolta conosciuto, in una certa fase storica, il ripresentarsi di alcune caratteristiche economiche e sociali presenti in fasi storiche precedenti e poi scomparse. Per esempio, molti studiosi hanno notato come il periodo storico di fine Ottocento-inizio Novecento presenti fenomeni che per molti aspetti richiamano quella che oggi viene chiamata “globalizzazione”, aspetti che scompariranno nella fase storica che inizia con la prima guerra mondiale per ricomparire appunto nel mondo contemporaneo[4]. Allo stesso modo, si potrebbe pensare in astratto alla possibilità di una fase futura del capitalismo nella quale si ripresentino gli aspetti tipici del capitalismo “keynesiano-fordista”, riaprendo quindi lo spazio per una sinistra emancipativa.

A questa obiezione si possono dare due risposte. In primo luogo, non si scorgono tracce di questa eventuale futura nuova fase del capitalismo, e quindi dal punto di vista dell’azione politica, e di una riflessione orientata a dare indicazioni all’azione politica, si tratta di obiezioni oziose. L’attuale fase capitalistica è quella nella quale una sinistra emancipativa non può esistere, e questa è la fase nella quale vivranno sia gli autori sia gli attuali[5] lettori di queste righe. In secondo luogo, occorre ricordare che se è vero il ripetersi “ciclico” di certi aspetti delle società capitalistiche, questi aspetti si inseriscono comunque in una realtà che ciclica non è ma presenta aspetti irriducibili al passato. Per quanto concerne la nostra attuale discussione, l’aspetto di novità irriducibile ai precedenti Henry-Ford-Posterandamenti ciclici del modo di produzione capitalistico è rappresentato dal problema ambientale. Una nuova fase di capitalismo “riformista” avrebbe infatti bisogno di un nuovo ciclo di prodotti con nuovi investimenti e nuovi profitti. La fase “fordista” merita questo nome proprio perché l’automobile è il migliore esempio di un prodotto di questo tipo. L’automobile è un bene non troppo costoso, così da poter diventare un bene di consumo di massa, ma sufficientemente costoso da generare, su una larga scala di produzione, alti profitti, e soprattutto è un bene che porta con sé una mole massiccia di investimenti correlati: strade, autostrade, parcheggi, campi di estrazione di petrolio, raffinerie, navi petroliere, porti. Gli investimenti creano occupazione, l’occupazione fornisce salari ai lavoratori che possono spenderli per l’acquisto delle automobili e dell’intera gamma dei beni di consumo di massa prodotti dalle industrie fordiste. L’intera vita economica dei paesi occidentali è stata modellata dal bene-simbolo dell’automobile. Ora, attualmente non è visibile nessun bene che possa rimpiazzare l’automobile in questo ruolo, ma soprattutto, ed è questo il punto decisivo, non è pensabile un ciclo di investimenti paragonabile a quello legato all’automobile, perché esso avrebbe effetti devastanti sui già precari equilibri ecologici del pianeta. Il rilancio, attualmente non all’orizzonte, di un capitalismo “socialdemocratico-riformista” permetterebbe forse di recuperare ciò che i ceti subalterni hanno perso nella fase attuale in termini di reddito monetario, ma in un contesto di collasso ambientale di cui sarebbero ovviamente i ceti subalterni a fare le spese.

Anche in questo caso sarebbe dunque impossibile difendere i ceti subalterni attraverso lo sviluppo. Non si vede quindi nessuna possibilità di recupero di un ruolo emancipatorio per la sinistra.
 

5. Un esempio.

Facciamo un esempio concreto di questa impossibilità per la sinistra di rappresentare oggi il luogo di una politica emancipatoria e di difesa dei ceti subalterni. E’ un esempio tratto dalla cronaca recente[6], ma che riveste un valore che va oltre la cronaca. Si tratta della vicenda dell’impianto FIAT di Pomigliano d’Arco. La vicenda, come è noto, consiste nel fatto che la direzione della FIAT ha chiesto ai sindacati e ai lavoratori di accettare nuove e durissime condizioni contrattuali (relative, fra l’altro, all’organizzazione del lavoro, al diritto di sciopero, al diritto alla retribuzione in caso di malattia), con la minaccia, in caso di rifiuto, di chiudere lo stabilimento trasferendo la produzione negli impianti FIAT situati in paesi stranieri. Si tratta di un caso paradigmatico di attacco ad alcuni valori storici della sinistra: la difesa del lavoro, l’estensione di diritti sociali universali. Tale attacco avviene inoltre in un contesto di crisi economica e in riferimento proprio ai lavoratori della FIAT, cioè ad una realtà operaia che ha sempre costituito in Italia uno degli indici dai quali comprendere le tendenze nei rapporti di forza fra le classi: tutti questi elementi portano facilmente ad argomentare che la vicenda di Pomigliano, oltre a rappresentare un arretramento dei diritti per i cinquemila lavoratori coinvolti, sia solo l’inizio di una fase di ulteriori attacchi ai diritti e ai redditi degli operai e, in generale, dei ceti subalterni.

Di fronte a questioni di tale portata, cosa ha da dire la sinistra? Non vogliamo presentare l’arco di tutte le posizioni espresse, ma solo offrire alcuni esempi paradigmatici, presi dalla stampa, che mostrano come, all’interno delle categorie della sinistra, sia in sostanza impossibile dare una risposta effettiva a simili problemi.

Iniziamo con una intervista di Veltroni sul Corriere della Sera. Veltroni dice l'essenziale del suo pensiero nella prima frase dell’intervista: «Questo accordo mi sembra inevitabile». Il resto dell’intervista rappresenta un commento a questa affermazione, o un accumulo di frasi retoriche e vuote. Non vogliamo qui insistere su questa retorica, ci preme solo far capire ai lettori due punti.

In primo luogo, questa “inevitabilità” di cui parla Veltroni implica l’accettazione della perdita di diritti dei ceti subalterni. In cambio di questa perdita Veltroni non ha altro da offrire che frasi vuote (in quanto slegate da qualsiasi seria proposta di politica economica) come «fare delle infrastrutture materiali e conoscitive e della rivoluzione ambientale i motori di una nuova stagione di crescita italiana», oppure il riconoscimento che «si parla di operai che stanno in catena di montaggio, che si vedono ridotto di dieci minuti il tempo di pausa, di persone di cui viene misurato lo spostamento del bacino per valutare la produttività»: distruzione dei diritti in cambio di parole, questo è tutto ciò che Veltroni sa prospettare ai lavoratori di Pomigliano (e agli altri).

In secondo luogo, questa sostanziale accettazione della deriva de-emancipatoria del capitalismo contemporaneo non è solo conseguenza degli evidenti limiti morali e intellettuali di Veltroni, ma è radicata in quelle caratteristiche della sinistra che abbiamo fin qui esaminato, cioè nel fatto che la nozione di “sviluppo” è per essa fondativa e irrinunciabile, come appare chiaro da tutta l’intervista[7].

Si tratta esattamente del meccanismo che abbiamo sopra esposto in astratto: la scissione fra sviluppo ed emancipazione implica che i ceti dirigenti della sinistra devono scegliere fra sostenere lo sviluppo o sostenere l’emancipazione. Chi sostiene lo sviluppo deve allora sostenere politiche de-emancipatorie, anche se questo è in contraddizione con gli ideali storici della sinistra. Veltroni rappresenta nella forma più chiara uno dei possibili esiti del nodo problematico nel quale si è trovata la sinistra.

In questo personaggio si vede con la massima chiarezza come il progressismo della sinistra, privato ormai di ogni rapporto con gli ideali di emancipazione, si riduca a culto acritico del progresso e dell’innovazione. Il progresso, che prima era un mezzo per realizzare il fine dell’emancipazione, una volta tolto tale fine dall’orizzonte, scade a innovazione e contemporaneamente diventa esso stesso un fine in sé. Se in futuro esisterà ancora una sinistra sarà appunto come sinistra dello sviluppo, dell’innovazione e del cambiamento perseguiti come valori in sé, come fini a se stessi. Per i motivi che abbiamo spiegato, una tale sinistra sarà nemica dei lavoratori e dei ceti subalterni, e dovrà essere combattuta con la massima durezza da chi voglia ancora ispirarsi agli ideali di emancipazione che furono della sinistra storica.

Esaminiamo adesso un articolo di Claudio Mezzanzanica. Siamo qui, in un certo senso, all’estremo opposto rispetto a Veltroni. Mezzanzanica non accetta infatti come inevitabile la distruzione dei diritti dei lavoratori, e propone misure per combattere il carattere de-emancipatorio dell’attuale organizzazione economica e sociale. Ma le sue proposte sono comunque interne all’orizzonte dello sviluppo e sono quindi sconfitte in partenza. Le sue proposte sono le seguenti: da una parte redistribuzione del reddito per sostenere la domanda, (cioè un approccio tipico della fase fordista[8]), dall’altra il coinvolgimento dei lavoratori per migliorare la qualità del prodotto. Ma le politiche di redistribuzione del reddito a sostegno della domanda non sono più possibili per i motivi che abbiamo sopra esposto, e questa impossibilità ha un’evidenza solare proprio nel caso in questione, quello dell’automobile: è ben noto che nei paesi avanzati vi è un enorme sovrappiù di capacità produttiva di automobili rispetto alla domanda. Se si aumentassero i redditi dei ceti subalterni, tale aumento non si riverserebbe nell’acquisto di automobili. Lo stesso discorso vale per la proposta di coinvolgimento dei lavoratori (fino all’autogestione) per migliorare la qualità del prodotto: anche migliorato, si tratta di un prodotto che non può più avere il mercato che aveva cinquant’anni fa.

Nel caso di Mezzanzanica siamo di fronte ad una sinistra che non vuole rinunciare ai propri ideali storici di emancipazione, ma, rimanendo interna all’orizzonte dello sviluppo, non riesce a enunciare un percorso credibile di difesa dei diritti dei lavoratori[9].

Esaminiamo infine un articolo di Eugenio Scalfari. Per Scalfari, come per Veltroni, l’accettazione da parte dei lavoratori delle condizioni imposte dalla FIAT è inevitabile, ma egli, a differenza di Veltroni, fa qualche proposta più concreta di aiuto ai lavoratori stessi. Dice infatti Scalfari che i lavoratori, e in generale i ceti subalterni, che devono subire condizioni sempre più dure sul lavoro, devono essere risarciti su altri piani «sgravando il peso fiscale sui redditi di lavoro dipendente e sulle famiglie» e «compensando quei sacrifici con agevolazioni massicce anche in tema di servizi pubblici efficienti e gratuiti, finanziati da chi possiede mezzi in abbondanza». Questa compensazione può essere finanziata tramite un «maggior carico tributario sulle rendite, sui patrimoni e sui consumi opulenti».

La proposta di Scalfari sembrerebbe far quadrare il cerchio: da una parte egli accetta lo sviluppo e i suoi costi per i ceti subalterni, dall’altra sembra salvare gli ideali storici della sinistra nel proporre una serie di “compensazioni” finanziate dal maggior prelievo fiscale sui ceti dominanti. Ma si tratta di un’illusione. Le “compensazioni” di Scalfari non potranno mai essere finanziate. L’attuale capitalismo “neoliberista-globalizzato” non può accettare la tassazione a fini “sociali” per le stesse ragioni per le quali non può accettare i diritti dei lavoratori, perché in entrambi i casi si tratta di un costo aggiuntivo all’interno di una spietata competizione mondiale. Il passaggio fra capitale industriale e capitale finanziario è un passaggio che si svolge continuamente, ed è una necessità all’interno dell’attuale forma del capitalismo. Lo sviluppo, non potendosi svolgere compiutamente tramite la produzione, ha bisogno di avere sempre a disposizione la possibilità del passaggio della finanza, per ritornare eventualmente alla produzione quando conveniente. Colpire rendite e patrimoni significa colpire questi meccanismi e quindi la forma stessa dello sviluppo capitalistico nella fase attuale. Se si accetta come inevitabile lo scenario dell’attuale capitalismo “neoliberista-globalizzato” e del suo sviluppo, e questo è il caso di Scalfari, le “compensazioni” che egli propone sono in realtà illusorie.

Questo esame di alcune posizioni concrete sostenute in riferimento a un problema concreto come quello di Pomigliano ci sembra confermino la nostra tesi generale: non è più possibile la difesa degli ideali storici della sinistra all’interno della logica dello sviluppo.

6. Intermezzo: sinistra riformista e sinistra comunista.

Come appare evidente dal tipo di argomentazioni da noi sviluppate, quando parliamo di “sinistra” in riferimento ai paesi occidentali e al Novecento, pensiamo soprattutto a quella sinistra che, comunque si sia denominata, ha perseguito politiche di tipo riformista e socialdemocratico. Si tratta di una realtà politica che ha segnato la storia del Novecento, e che per questo va presa in seria considerazione. La sinistra comunista, per quel tanto che nei paesi occidentali ha avuto rilevanza storica, dal punto di vista che qui ci interessa non presenta grandi differenze rispetto alla sinistra socialdemocratica: dove hanno avuto un peso significativo (per esempio in Italia o in Francia) i partiti comunisti hanno svolto una politica interna nella sostanza indistinguibile da quella riformista, mentre l’unica differenza rilevante era il sostegno all’Unione Sovietica nella politica estera. Restano fuori da questo quadro solo gli infiniti e microscopici gruppi della sinistra rivoluzionaria (trotskisti, bordighisti, maoisti eccetera). Si tratta di realtà che dagli anni Venti in poi non hanno mai avuto alcun peso nei paesi occidentali, non hanno mai inciso sulla realtà, e non vale quindi la pena di parlarne sul piano storico[10].
 

7. E la destra?

Un’altra possibile obiezione alla nostra tesi di partenza è la seguente: voi dichiarate la fine dell’opposizione destra/sinistra, ma finora avete parlato solo della sinistra. Non se ne potrebbe ricavare che quella che è finita è la sinistra, mentre la destra ha ancora un ruolo storico? Per rispondere a questa domanda dobbiamo riprendere la questione dello sviluppo, e il punto cruciale qui è se la destra sia estranea oppure no all’ideologia dello sviluppo. Ora, a noi sembra che questa estraneità sia vera solo per la destra reazionaria contemporanea alla Rivoluzione Francese o poco successiva ad essa. Se escludiamo il ritorno all’Ancien Régime dall’ambito delle opzioni politiche oggi praticabili, vediamo che le varie destre sono anch’esse interne all’ideologia dello sviluppo.

La destra liberale si differenzia dalla sinistra perché vuole lo sviluppo economico all’interno di una società gerarchica e disegualitaria, ma ne ha bisogno proprio perché lo sviluppo rende possibile concedere qualcosa alle classi popolari in termini materiali, impedendo quindi che la lotta di tali classi possa trasformarsi in rivoluzione. La destra antiliberale e reazionaria del Novecento assorbe a suo modo la retorica del futuro e dell’uomo nuovo tipica della sinistra e si crea una ideologia nella quale convivono nostalgie reazionarie e sogni ipertecnologici. In un modo o nell’altro, quindi, anche la destra accetta sostanzialmente lo sviluppo. La differenza sta nel fatto che la sinistra cerca di conciliare lo sviluppo con i propri ideali emancipativi, mentre la destra cerca di conciliarlo con la difesa di alcuni valori della propria tradizione. Ma come lo “sviluppo reale” finisce per rivolgersi contro gli ideali della sinistra, allo stesso modo distrugge gli ideali della destra. L’impegno personale, il lavoro, l’onestà, il senso di responsabilità verso la comunità vengono ridicolizzati da un capitalismo privo di radici e nel quale il denaro, in qualsiasi modo raggiunto, è l’unico metro di valutazione. La morale familiare e sessuale tradizionale è spazzata via, l’idea di nazione lentamente cancellata da varie forme di potere sopranazionale. Sembra dunque, ad un rapido esame, che la posizione storica e culturale della destra sia resa obsoleta, dagli attuali sviluppi, non diversamente da quella della sinistra.

 

PARTE SECONDA. COMINCIARE UNA NUOVA STORIA.


1. Nuove demarcazioni.

In questa seconda parte cercheremo di mostrare che la perdita di significato politico dell’opposizione di destra e sinistra non equivale alla fine della lotta per gli ideali di emancipazione che furono della sinistra. Essa corrisponde piuttosto alla nascita di nuove opposizioni, di nuove linee di demarcazione fra ipotesi differenti sulla società. Cercheremo inoltre di indicare alcune idee generali a partire dalle quali una forza politica alternativa potrebbe affrontare i problemi che la realtà contemporanea presenta. Proprio questo esame di alcuni dei problemi contemporanei mostrerà concretamente che la scelta di affrontarli secondo principi di opposizione a quelli oggi dominanti porta necessariamente al di là di destra e sinistra.

Abbiamo sopra accennato a nuove linee di demarcazione. La principale fra di esse è proprio quella che nasce attorno alla nozione di sviluppo. Ricordiamo quanto abbiamo detto nella prima parte: oggi lo sviluppo capitalistico (l’unico sviluppo che c’è) è inequivocabilmente de-emancipatorio, porta cioè la società in direzione del tutto opposta a quella della realizzazione degli ideali di emancipazione. Oggi “sviluppo” significa abbassamento dei salari per recuperare competitività, riduzione e precarizzazione dell’occupazione per lo stesso motivo, distruzione del Welfare State per favorire la finanza internazionale[11]. E significa inoltre attacco agli equilibri ecologici in forme e modi che stanno ormai cominciando ad incidere sulla qualità della vita di larghe fasce della popolazione. Lo sviluppo capitalistico attuale è possibile solo sulla base di un sostanziale ritorno ad un crudele capitalismo discriminatorio e disegualitario di tipo ottocentesco, a cui si aggiungono i problemi ecologici che nell’Ottocento ancora non c’erano.

L’unica via per costruire una alternativa al mondo attuale, che conservi gli aspetti migliori della cultura della sinistra e della destra, è quella della critica allo sviluppo. La lotta contro questo sviluppo, ormai compiutamente de-emancipatorio, è quindi il primo punto qualificante di una forza politica di alternativa al mondo attuale. Solo a partire da qui sarà possibile affrontare le tante questioni che il mondo moderno ci sottopone.

Facciamo qualche esempio. Nella discussione sui problemi energetici è ben nota la contrapposizione fra i sostenitori del nucleare e i sostenitori delle energie rinnovabili come l’eolico e il solare. Si può osservare in primo luogo che questa contrapposizione non corrisponde del tutto a quella di destra e sinistra (c’è una sinistra nuclearista come c’è una destra ecologista), e questo è un ulteriore indizio della scarsa rilevanza attuale dell’opposizione destra/sinistra. Ciò che più conta, però, è rilevare come il confronto fra le diverse opzioni di politica dell’energia appaia bloccato per via di un presupposto che quasi mai viene discusso, appunto il presupposto dello sviluppo. La discussione è allora fra due posizioni entrambe favorevoli allo sviluppo, e verte sulla questione di quale opzione energetica sia in grado di assicurare lo sviluppo preservando contemporaneamente l’ambiente. Ma la risposta a questa questione è semplice: se si accetta il presupposto dello sviluppo non c’è nessuna soluzione nota del problema energetico che sia anche rispettosa dell’ambiente; le stesse energie alternative hanno effetti negativi, per esempio nel consumo del territorio[12]. Lo sviluppo implica l’aumento dei consumi energetici, e quindi il continuo ampliamento delle strutture invasive destinate a reperire e distribuire l’energia, sia essa “pulita” oppure no. E’ evidente che occorre rifiutare il presupposto dello sviluppo e impostare il problema energetico a partire da tale rifiuto. Questa impostazione porta a privilegiare il risparmio dell’energia e le filiere corte sia per la produzione e distribuzione di energia sia per la produzione e distribuzione dei beni. Si tratta, come si vede, di una impostazione che non è né di destra né di sinistra.

Facciamo un altro esempio. Nel senso comune è dominante l'idea, non rispondente alla realtà, secondo la quale c'è una chiara distinzione fra destra e sinistra rispetto al tema dell'immigrazione: la destra vuole respingere gli immigrati, la sinistra vuole accoglierli. E’ facile però rendersi conto che tale contrapposizione, se mai vi è stata in passato, è ormai venuta meno. Le concrete prese di posizione delle due parti tendono a convergere verso una posizione mediana: accettazione di un numero limitato di immigrati regolari[13], che vengono invitati a “integrarsi” e a “rispettare le regole”. Le residue differenziazioni fra destra e sinistra consistono in sfumature di questa posizione comune: la destra è più chiusa rispetto alle diversità culturali degli immigrati e la sinistra è più aperta; entro i limiti dati, la destra tende a ridurre il numero degli immigrati da accettare e la sinistra ad ampliarlo. Le posizioni più radicali, di rifiuto totale dell’immigrazione o di tendenziale accoglienza universale, sono oggi proprie di gruppi minoritari (settori della Lega e dell’estrema destra, sinistra radicale), e anche in questi casi si tratta di slogan più che di scelte politiche concrete.

E’ facile capire come tutte le posizioni esaminate sull’immigrazione siano contraddittorie e impossibili da applicare, e come questa impossibilità discenda dalla sostanziale accettazione dei vincoli dello sviluppo capitalistico, e dal fatto che i flussi immigratori sono legati a tale meccanismo. Non si può seriamente pensare di bloccare il flusso degli immigrati, non si possono realmente attuare politiche universali di accoglienza, non si può circoscrivere l’immigrazione ai soli immigrati regolari. Perché non si possono realmente bloccare i flussi? In primo luogo la cosa è tecnicamente difficile e molto costosa. Si possono ovviamente fare molti gesti isolati, molti respingimenti che hanno effetti crudeli sulle persone coinvolte, ma rendere realmente impermeabili le frontiere è impossibile.

Ma al di là di questa considerazione c’è un fondamentale aspetto economico: l’immigrazione rappresenta, per i paesi di arrivo fra i quali l’Italia, l’acquisizione di manodopera in condizioni di quasi-schiavitù, che permettono di abbassare il costo di molte produzioni e di rendere meno traumatica le lenta distruzione del Welfare State, grazie all’offerta a basso prezzo di cure alla persona. Inoltre l’immigrazione rappresenta un aumento del numero dei lavoratori, che è fondamentale, nell’attuale organizzazione economica, per tenere in ordine i conti finanziari da vari punti di vista, per esempio quello delle pensioni.

Ma questi motivi, che impediscono di operare realmente il blocco dell’immigrazione, sono gli stessi che impediscono una autentica politica di accoglienza, universale o ristretta agli immigrati regolari. Infatti, ciò di cui ha bisogno l’economia è proprio di manodopera senza diritti, quindi ricattabile in tutti i modi. La scomparsa, in un modo o nell’altro, dell’immigrazione clandestina, priverebbe la manodopera immigrata proprio di quelle caratteristiche che la rendono preziosa all’interno dello sviluppo capitalistico attuale.

Ma allora che fare di fronte al problema dell’immigrazione? Innanzitutto occorre rendersi conto che si tratta di un problema effettivo, e quindi occorre liberarsi dalle immagini illusorie (tipiche della sinistra) di una armonica società multiculturale. In un paese come l’Italia, gravato da tanti problemi, l’immigrazione rappresenta un ulteriore elemento di tensione per il corpo sociale. D’altra parte bisogna liberarsi dalle illusioni (tipiche della destra) di soluzione del problema attraverso la riduzione dei diritti degli immigrati. E’ proprio la privazione di diritti a rendere gli immigrati carne pregiata per l’accumulazione capitalistica, e quindi oggetto di una domanda da parte dell’economia: la privazione di diritti alimenta l’immigrazione[14]. Allo stesso modo, non ha senso, nelle condizioni reali in cui si attua l’immigrazione, chiedere “il rispetto delle regole”. Le condizioni del rispetto delle regole dipendono da chi accoglie gli immigrati. Se il nostro paese non offre agli immigrati condizioni di vita decenti e in più di fatto tollera l’economia criminale e l’economia sommersa, è chiaro che crea tutte le condizioni perché non vi sia rispetto delle regole da parte degli immigrati.

Occorre rendersi conto che, nelle condizioni attuali, l’unica politica che può avere efficacia nel ridurre l’immigrazione è una politica indiretta. L’immigrazione dipende da una dinamica mondiale nella quale sono coinvolti fattori economici, ecologici, politici e militari nei confronti dei quali il nostro paese può fare ben poco. Non si può quindi pensare di eliminare il fenomeno, ma si può certamente proporre una politica che ne riduca le dimensioni e l’incidenza sulla tenuta sociale del paese. Come dicevamo, una politica di questo tipo dovrà essere una politica indiretta: occorre un percorso di ripristino della legalità, a partire dal ripristino dei diritti umani garantiti dall’articolo 2 della Costituzione, quotidianamente violati nei CIE voluti da destra e sinistra. Occorre poi una politica di contrasto generale, a tutti i livelli, nei confronti della criminalità, dell’economia sommersa, del lavoro nero e del lavoro privato di diritti, che sono gli ambiti che possono attrarre gli immigrati privi di alternative. E un tale percorso dovrebbe essere inserito all’interno di un’economia della decrescita, che rifiutando il dogma dello sviluppo rifiuti anche il lavoro semi-schiavile di cui oggi esso ha bisogno[15]. Si tratta di un percorso che ridurrebbe la domanda del lavoro semi-schiavile offerto dall’immigrazione, e in questo modo ridurrebbe le dimensioni del fenomeno. Un percorso di questo tipo, per i motivi che abbiamo spiegato, è al di là degli orizzonti di destra e sinistra.

Facciamo un ulteriore esempio, e riprendiamo la discussione sopra svolta sullo stabilimento FIAT di Pomigliano d’Arco. Abbiamo fatto vedere come alcune risposte “di sinistra” siano in realtà delle non risposte, e come sia proprio il loro essere interne all’orizzonte dello sviluppo a renderle tali. Ovviamente la destra non ha, allo stesso modo della sinistra, nulla di sostanziale da dire. Ma che fare allora? Una possibile risposta è stata delineata in un bell’articolo di Guido Viale. Si tratta della riconversione ecologica dell’economia. Il punto fondamentale è che una simile proposta è concepibile solo fuoriuscendo dall’ottica dello sviluppo. Sviluppando le considerazioni di Viale, possiamo infatti osservare che una riconversione ecologica dell’economia dovrà essere indirizzata verso il risparmio di materie prime e di energia, e quindi, pur comportando investimenti, tenderà a far diminuire il Pil. Per lo stesso motivo, una tale impostazione non può essere lasciata alle libere forze del mercato perché porterebbe ad un aumento della disoccupazione. E’ inevitabile che in una tale riconversione varie fabbriche dovranno chiudere, e bisognerà quindi trovare modi per compensare i lavoratori della perdita del posto di lavoro, modi che potranno anche essere quelli suggeriti da Scalfari nell’articolo di cui abbiamo sopra discusso, e che potranno essere realizzati solo uscendo dall’ottica dello sviluppo. Fra queste “compensazioni” dovranno essere privilegiate quelle non monetarie (per esempio: requisizione di appartamenti sfitti offerti gratuitamente ai lavoratori). Questa impostazione (riconversione ecologica finalizzata al risparmio, accettazione della chiusura di fabbriche con compensazione dei lavoratori fatta gravare sui ceti dominanti) permette di mantenere vivi gli ideali storici della sinistra ma non è né di sinistra né di destra, ed è al contrario comprensibile e accettabile per chiunque, proveniente da sinistra o da destra, abbia superato e criticato l’ottica dello sviluppo[16].
 

2. Una logica diversa dell’agire sociale e politico.

Abbiamo fin qui fatto qualche esempio su come le diversità di obiettivi specifici chiamate a segnare una convincente linea di demarcazione tra destra e sinistra si dissolvano nella loro traduzione concreta. Rispetto ai problemi economici ed ecologici posti dalla necessità di usi crescenti dell’energia, l’obiettivo di rispondervi con tecnologie pesanti e rigide come il nucleare, e quello di rispondervi con tecnologie soffici e flessibili come il pannello solare, sembrano in astratto obiettivi molti diversi, ma in concreto sono simili in quanto obiettivi di sviluppo, economicamente ed ecologicamente inadeguati. Quel che occorrerebbe in concreto non è una tecnologia ancora diversa per alimentare usi crescenti di energia, ma usi decrescenti di energia nell’ambito di una decrescita della produzione di merci. Questa decrescita non è però un obiettivo specifico misurabile nella sua particolarità concreta, e neppure una configurazione generale di funzionamento della società, ma è una nuova logica secondo la quale compiere le scelte politiche e sociali.

Generalizzando queste considerazioni, possiamo affermare che ciò di cui abbiamo bisogno, per combattere la crisi di civiltà cui l’attuale organizzazione economica e sociale ci sta portando, è una nuova forza politica che sostenga non tanto un nuovo genere di obiettivi precostituiti da opporre agli obiettivi (solo retoricamente contrapposti) della destra e della sinistra, ma sostenga piuttosto un modo nuovo di costituire di volta in volta nuovi obiettivi.

Gli obiettivi di destra e sinistra, retoricamente esibiti e contrapposti, celano una logica comune di distruzione crescente della coesione sociale, dei diritti umani, dell’identità nazionale e dell’ambiente naturale. Bisogna a questa logica contrapporre un’altra logica, del tutto incompatibile con la prima, secondo cui indicare percorsi, fissare parametri, perseguire obiettivi, adottare ragioni.

La logica delle scelte sociali da cui sono guidate destra e sinistra è la logica conseguente alle ragioni dei mercati finanziari, in cui sono incardinate le regole europee di gestione della moneta, dei bilanci e dei debiti. Abbiamo già detto del carattere distruttivo di tale logica. D’altra parte, disobbedire a ciò che i mercati impersonalmente esigono come mezzi necessari ai profitti significa subire i loro attacchi speculativi, che possono affondare monete, banche e Stati. Per contraddire la logica mortale dei mercati finanziari occorre preventivamente privarli delle armi che rendono possibili e devastanti i loro attacchi speculativi, vale a dire le enormi masse di denaro che possono spostare, e l’assoluta libertà di movimento con cui possono portarle facilmente e rapidissimamente ovunque. Una politica responsabile verso la nazione dovrebbe sottoporre i movimenti dei capitali a filtri di controllo, a condizioni limitatrici, e a secche proibizioni di formule contrattuali troppo opache e rischiose. I capitali messi in movimento speculativo, inoltre, dovrebbero venire tassati in maniera implacabile e spoliatrice.

Una politica di tal fatta, resa purtroppo finora impensabile ai livelli decisionali del paese, non sarebbe né di destra né di sinistra, dato che destra e sinistra sono entrambe identificate con la necessità di obbedire ai mercati, ma sarebbe una semplice e lineare espressione di una logica di giustizia.

La giustizia non è, come ha capito per primo Platone, il contenuto normativo di una decretazione umana o divina, ma è una logica distributiva, la logica secondo cui a ciascuno spetta ricevere ciò che intrinsecamente corrisponde alla sua sapienza, al suo coraggio, ed all’attività che è chiamato a svolgere a vantaggio della società oltre che suo proprio[17]. A ciascuno il suo, rettamente e profondamente inteso, è davvero il principio della giustizia. La giustizia, dunque, non è l’eguaglianza, secondo un’identificazione sostenuta un tempo dalla sinistra (e poi da essa ripudiata in modo vergognoso). O meglio, la giustizia è anche eguaglianza, non però nel senso di un universale livellamento degli individui (che è anzi ingiustizia, perché non dà a ciascuno il suo), ma nel senso che entro uno stesso livello di espressione di doti umane (e non tra livelli diversi) le condizioni ricevute da ciascuno devono essere uguali. C’è poi un livello di espressione umana che consiste nella dignità ontologica del semplice essere uomo e donna. La giustizia, proprio perché consiste nel riconoscere a ciascuno il suo, esige dunque l’universale rispetto della dignità dell’essere umano in quanto tale. Questa dignità è calpestata quando l’individuo è privato delle risorse economiche indispensabili ad esprimerla socialmente.

La nozione di dignità umana nella sua connessione con la maniera in cui è organizzata la produzione economica compare ripetutamente nella Costituzione italiana, che è ispirata da una logica di giustizia, e che perciò è stata rinnegata di fatto dalla sinistra, con l’ipocrisia di esaltarne lo spirito sul piano puramente verbale. L’articolo 36 della Costituzione esige che la retribuzione del lavoratore sia tale da consentire “un’esistenza libera e dignitosa” non soltanto al lavoratore stesso, ma anche ai suoi familiari. L’articolo 41 riprende esplicitamente la nozione di dignità, parlando di una “dignità umana” (e di una sicurezza sul lavoro in essa inclusa), cui l’iniziativa economica privata, della quale è riconosciuta la libertà, non può in alcun caso arrecare danno. L’articolo 37 presuppone la dignità della donna lavoratrice e del minore avviato al lavoro riconoscendo loro, a parità di lavoro, retribuzione pari a quella del maschio adulto, ed esigendo limiti minimi di età e speciali forme di tutela per il lavoro dei minori. L’articolo 38 presuppone un’intatta dignità umana nelle situazioni in cui il lavoro è impedito da malattie, infortuni, vecchiaia e licenziamenti, e stabilisce che chi, in queste situazioni, manca di mezzi di sostentamento, ha un vero e proprio diritto ad essere mantenuto dallo Stato.

E’ ben noto che i governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi tre decenni, di destra e di sinistra, hanno fatto carta straccia di questi articoli della Costituzione. Basta guardare la realtà delle cose oggi in Italia per vedere come questi e tanti altri articoli della Costituzione siano totalmente disattesi: il lavoro precarizzato e talvolta, specie per gli extracomunitari, addirittura schiavile, cancella ogni progetto individuale di vita e ogni rispetto della dignità delle persone; l’iniziativa economica privata viene foraggiata con denaro pubblico e lasciata libera di creare lavori senza sicurezza né economica né fisica per i lavoratori; le donne sono sfavorite rispetto agli uomini nelle retribuzioni e nelle carriere; gli ingressi nel lavoro sono spesso sottopagati o addirittura non pagati; e una generale assenza di protezione sociale costringe ad accettare lavori senza diritti.

La ragione di tutto questo è semplice: la destra e la sinistra in politica, e naturalmente le classi dominanti nell’economia, ritengono ineludibile la logica del governo della società da parte dei mercati, che è oggi incompatibile con ogni altra logica, in particolare con quella della Costituzione e della giustizia, che viene perciò resa dalla prima totalmente inoperante[18].

Una nuova forza politica, oltre l’orizzonte dell’alternativa di destra e sinistra, dovrebbe prima di tutto individuare la necessità, per salvare l’Italia dallo sfacelo sociale e civile, di un’inversione completa delle priorità valoriali. La logica della giustizia e, sul piano giuridico, della Costituzione formalmente vigente (ma di fatto inoperante) deve essere considerata assolutamente inderogabile.
 

3. Difesa della giustizia e decrescita.

Un primo fondamentale punto di partenza per una forza politica di alternativa dovrebbe essere il seguente: occorre pretendere che nessuno in Italia, ma proprio nessuno, sia privo dei mezzi necessari per costruirsi un percorso di esistenza adeguato, secondo giustizia, alle proprie doti personali, e per viverlo serenamente, e che nessuno, ma proprio nessuno, sia costretto ad un lavoro che gli rubi il tempo e l’energia per una vita sensata e metta a repentaglio la sua sicurezza fisica. Folle utopia? No, unica alternativa realistica alla totale disarticolazione della nostra società nel caos e nella violenza diffusa. Impossibilità economica? No, come ci accingiamo a spiegare. La sola difficoltà, certo gigantesca, è quella di spazzare via l’intero ceto dirigente istituzionale, di governo e di sedicente opposizione, che ostruisce ogni possibile via d’uscita all’attuale stato di degradazione.

Sul piano economico ci sono ben quattro fonti di finanziamento dei grossi costi richiesti dall’attuazione della Costituzione per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti previsti dal titolo terzo della sua prima parte, quella relativa ai rapporti economici. Le elenchiamo in ordine decrescente rispetto all'entità delle risorse che esse renderebbero disponibili[19]:

1. Imposta ordinaria sul patrimonio complessivo delle persone fisiche e giuridiche, capace di prelevare le ricchezze là dove si sono concentrate e ingigantite negli ultimi decenni attraverso la crescita delle diseguaglianze sociali e dell’evasione fiscale. L’aliquota non dovrebbe essere alta, perché l’imposizione non dovrebbe essere straordinaria, ma permanente come quella sul reddito, in modo da assicurare regolari entrate annuali.
2. Eliminazione dei costi della corruzione, che gravano pesantemente sui bilanci pubblici, perché accrescono capillarmente in tutti i settori le spese per gli appalti e creano nuove spese per opere inutili o lasciate incompiute. L’attuazione di questo punto esige una riforma del sistema giudiziario che gli dia i mezzi per operare in modo efficace e rapido, e che ne accetti e solleciti il controllo di legalità sulla vita pubblica. Gli sprechi nella spesa pubblica, di cui tanto si parla, quando sono veramente tali non sono che il risvolto di fenomeni corruttivi.

3. Riduzione delle spese militari attraverso la fine di tutte le operazioni di guerra, disgustosamente chiamate missioni di pace, fuori dall’Italia, e la correlativa fine dell’acquisto dei sistemi d’arma ad esse necessari.

4. Riduzione del costo del ceto politico mediante la riduzione sia del numero delle cariche di elezione o nomina politica sia dell’entità dei compensi che assicurano, e mediante la soppressione di spese indirette come i rimborsi elettorali e i finanziamenti alla stampa di partito[20].

Attraverso queste quattro fonti di prelievo di ricchezza potrebbero venire mobilitate grandi risorse per finanziare un piano nazionale di piena occupazione e di rispetto del diritto della persona al riconoscimento della sua dignità sociale nel lavoro.

Eppure ciò non basterebbe, perché si tratterebbe comunque di prelievi dal Prodotto Interno Lordo, che per sua natura deriva dal valore monetario delle merci, ed è perciò alimentato dal circuito commerciale e dalla competitività aziendale che vi dà accesso. Come abbiamo spiegato nella parte iniziale di questo saggio, l’incremento del Pil, cioè lo sviluppo, implica, in un paese come l’Italia e in questa fase storica, riduzione dell’occupazione e perdita di diritti del lavoro. Una logica di rispetto della dignità del lavoro tende perciò a contrarre il Pil, contraendo, a parità di criteri di prelievo, le risorse che ne vengono tratte.

Per affrontare questo problema, guardiamo la questione da un altro punto di vista. Oggi la dignità delle persone è compromessa anche dal fatto che mancano o sono resi progressivamente meno efficienti e meno accessibili i servizi pubblici necessari a soddisfare bisogni essenziali. Gli imperativi della competitività derivanti dalla logica dei mercati fanno infatti arrivare sempre meno risorse a questi servizi, obbligando ad una loro gestione aziendalistica, che comporta minori gratuità per gli utenti e un minor numero di addetti per le prestazioni, con conseguenti riduzioni quantitative e qualitative delle prestazioni stesse. Dappertutto i servizi pubblici hanno piante organiche inferiori al passato, e quasi mai coperte per intero nonostante il minor numero di posti da coprire. Mancano così infermieri negli ospedali, con grave pregiudizio per la cura e per l’umanità nei confronti dei pazienti; mancano addetti all’assistenza domiciliare agli anziani non autosufficienti, con l'effetto o di un loro abbandono in condizioni degradanti o di un pesante onere per le famiglie; manca il personale per asili nido e scuole materne, rendendo difficile la vita alle donne lavoratrici con figli piccoli; mancano professori e custodi nelle scuole, degradandone il servizio; manca personale di sportello negli uffici, rubando alle persone tempo di vita con le lunghe code necessarie per qualsiasi adempimento burocratico; si viaggia su treni talvolta con un solo macchinista e un solo ferroviere, esposti a pericoli di vario genere, e si transita in stazioni abbandonate di notte.

Immaginiamo ora che una politica di piena occupazione porti ad immettere al lavoro, nei servizi pubblici prima menzionati e negli altri, tutto il personale necessario a garantire un loro ottimo funzionamento. Immaginiamo che, con un numero sufficiente di infermieri, alcuni di loro possano venire destinati, per una parte del loro tempo di lavoro, all’assistenza domiciliare di qualche anziano. Immaginiamo che per svolgere questo servizio abbiano a disposizione locali in cui possano vivere, individualmente o con qualche loro congiunto[21]. L’anziano non autosufficiente disporrebbe di un salario indiretto costituito dal risparmio delle spese per una badante o del tempo dei suoi familiari, l’infermiere disporrebbe di un salario indiretto costituito dal risparmio di un canone d’affitto. I rispettivi salari indiretti aumenterebbero il tenore di vita dei due soggetti persino con una qualche diminuzione dell’erogazione finanziaria nei loro confronti (ad esempio con un salario leggermente inferiore all’infermiere in presenza di un suo ben più consistente risparmio nell’affitto della casa). D’altra parte le spese risparmiate dall’anziano per una badante, sostituite da un servizio non passante per via mercantile, corrisponderebbero ad una decrescita della produzione di valori di scambio.

Oppure si pensi al salario indiretto che può offrire una scuola materna che accolga in modo gratuito i bambini, magari, in conseguenza di una politica di piena occupazione, dalle abitazioni del proprio circondario, e quindi senza costi di combustibile, e magari facendo mangiare loro i cibi del proprio orto. Chi disponesse di un salario indiretto di questo tipo risparmierebbe tempo e denaro, e potrebbe quindi godere di un più alto tenore di vita anche con un salario diretto leggermente più basso. Lo stesso lavoro di maestre e maestri di scuola materna, fornitori di questo salario indiretto, potrebbe a sua volta venire parzialmente retribuito con salario indiretto, costituito, ad esempio, dalla gratuità di servizi sanitari e servizi di trasporto.

Questi esempi servono a mostrare la possibilità logica di un miglioramento del tenore di vita individuale a Pil e spesa pubblica decrescenti.

La logica del rifiuto degli obiettivi, di destra o di sinistra, realizzabili solo attraverso lo sviluppo, e quindi insensati, vale a dire la logica della decrescita del Pil, è dunque l'unica logica di scelta sociale capace di rimuovere gli ostacoli economici ad una vita dignitosa delle persone. Occorre naturalmente che la contrazione del Pil sia una demercificazione dell'economia al di fuori dei parametri dello sviluppo, e non una crisi recessiva dello sviluppo, che avrebbe effetti sociali negativi anziché positivi. Per questo è necessario, come si evince dagli stessi esempi fatti, il contesto di una politica di piena occupazione e di intervento dello Stato nell'iniziativa economica privata e nei diritti di proprietà. L'esempio che abbiamo fatto di una scuola materna funzionale alla decrescita presuppone uno Stato in grado di assumere personale, disporre di una grande quantità di edifici pubblici, requisire terra per gli orti.

La logica della decrescita nega quindi la logica del mercato, così come la logica del mercato nega la logica della decrescita, ovvero ogni logica di giustizia e rispetto della dignità delle persone. La logica del mercato è la logica dello sviluppo perché lo sviluppo è accrescimento del Pil, vale a dire del valore complessivo delle merci di cui il prodotto interno lordo consiste, ed il valore delle merci si realizza nell'ambito del mercato, secondo la sua logica. La logica del mercato, come funzione della logica dello sviluppo, è la logica della competitività aziendale. Se un'azienda vuole stare sul mercato, riuscendo a realizzarvi il valore delle merci che vi immette, e che vanno così ad accrescere il Pil, deve essere competitiva con le altre.

Per capire le conseguenze della logica del mercato riprendiamo ancora una volta il tema di Pomigliano e leggiamo la lettera scritta dall'amministratore delegato della FIAT Sergio Marchionne agli operai di Pomigliano per dire loro che la Panda sarà costruita nella loro fabbrica. In un brano di questa lettera scrive:

«Le regole della competitività internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilità di cambiarle. L'unica cosa che possiamo scegliere è se stare dentro o fuori dal gioco. Non c'è perciò nulla di eccezionale nelle nostre richieste. Abbiamo solo la necessità di garantire normali livelli di competitività ai nostri stabilimenti […] Non c'è niente di straordinario nel voler aggiornare il sistema di gestione, per adeguarlo a quello che succede a livello mondiale».

Anche in una lettera tutta miele quale Marchionne avrebbe inteso scrivere (vi esordisce infatti dicendo che non parla come azienda, che è un'entità astratta, né tanto meno come padrone, quale non si sente, ma come persona che vuole comunicare in modo diretto ed umano con amici con i quali va deciso un comune futuro), traspare il veleno mortale della logica di mercato. Garantire ad uno stabilimento “normali livelli di competitività”, dice infatti Marchionne, è una necessità, altrimenti esso non sopravvive. Ma cosa determina i “normali livelli di competitività”? «Quello che succede a livello mondiale», risponde giustamente Marchionne, per cui è a suo parere ovvio che “quello che succede a livello mondiale” costituisca il criterio a cui adattare il sistema di gestione di ogni stabilimento affinché sia competitivo. Il mercato mondiale spinge dunque ad innovare i sistemi di gestione in funzione dei suoi criteri di competitività, ma poi sono proprio le innovazioni accrescitive della competitività che, generalizzandosi, determinano ulteriormente quei criteri, rendendoli sempre più severi.

Ecco, chiaro davanti ai nostri occhi, il veleno: se la competitività “normale” per stare sui mercati cambia nel tempo, ovviamente in una sola direzione, cioè esigendo uno sfruttamento sempre più duro del lavoro, ed è escluso per principio un limite, appunto perché è escluso per principio non essere competitivi, cosa diremo quando per stare sui mercati occorrerà un lavoro di quindici ore giornaliere a pane e acqua? Diremo che questo è pur sempre meglio che morire proprio di fame? Accetteremo un referendum che chieda ai lavoratori: preferite quindici ore di lavoro ad acqua e pane sufficiente per voi e per le vostre famiglie, magari con l'aggiunta di un po' di buon companatico se di ore ne farete diciassette (soltanto, per carità, se deciderete voi stessi liberamente di accettare gli straordinari) oppure preferite morire fisicamente di fame, visto che l'azienda non può darvi nessun lavoro e nessun reddito in quanto ci sono polacchi disposti, pur di sopravvivere, a lavorare quindici ore al giorno a pane e acqua, ed anche ad essere frustati se non seguono i tempi giusti (e questo, pensate, non ve lo chiediamo neppure)?

Ecco: tutto il verbalismo insulso della destra e della sinistra, per cui per fare quello e quell'altro “ci vuole la crescita”, non si sente mai tenuto a rispondere a questa semplicissima obiezione: dopo l'avvento della cosiddetta globalizzazione, la crescita è impossibile senza competitività, è impossibile senza una progressiva perdita di diritti e dignità del lavoro, come è provato dai fatti stessi, perché proprio questo è avvenuto negli ultimi venti o trent’anni. Dobbiamo davvero continuare ad andare in questa direzione, fino all'avvento della schiavitù? Oppure dobbiamo uscire dai mercati?

E’ sulla risposta a questa domanda che si gioca il discrimine vero fra chi si oppone alla degradazione della società contemporanea e chi la accetta.

Destra e sinistra, con mille sfumature diverse, rispondono che non si può uscire dai mercati, il che significa che esse accettano la degradazione del lavoro, la distruzione dei diritti, il caos sociale, la violenza, la distruzione ambientale che il capitalismo attuale crea. E’ questa accettazione di fondo che rende appunto semplici sfumature le differenze che possono continuare ad esserci fra destra e sinistra. Chi voglia invece costruire una forza politica di alternativa alla crisi di civiltà che ci aspetta deve invece rispondere “sì, occorre uscire dai mercati”. Certamente uscire dai mercati non è indolore, e i danni dell'uscirne sono tanto maggiori, e persino insostenibili, quanto più la configurazione economica generale dipende dai flussi del commercio internazionale. Ma se puntassimo davvero sulla decrescita, consumando sempre più beni non in forma di merci, e sempre più merci provenienti da filiere corte e stagionali, riducendo drasticamente consumi energetici e produzione di rifiuti, ed ampliando aree di produzione economica cooperativa o statale a scapito di quelle private e commerciali, il paese potrebbe non stare sui mercati e non tributare i suoi sacrifici umani al dio della competitività. Se tutto ciò non risulta chiaro, è perché non siamo ancora usciti dal nebbioso politichese di destra e di sinistra, con i suoi luoghi comuni dementi, ma ancora influenti. Il ripristino di un linguaggio che parli della realtà è un altro dei grandi temi di una forza politica di alternativa.
 

4. Tornare ad un linguaggio che parli della realtà.

Chiunque sia interiormente orientato da una logica di ricerca della trasparenza e della verità delle cose è spinto prima di tutto da un suo istinto mentale al disgusto verso l'intero spettro della politica istituzionale segnata dalle articolazioni di destra, centro-destra, centro, sinistra moderata e sinistra cosiddetta radicale[22].

Ciò che suscita un disgusto primario, anteriore cioè alla considerazione stessa delle dinamiche di potere svolte entro quello spettro, è il verbalismo retorico vacuo e truffaldino dei loro protagonisti, con il quale essi fanno evaporare la realtà nelle parole, negano di fare ciò che fanno, si attribuiscono meriti che non hanno, e conciliano nei discorsi ciò che è inconciliabile nei fatti, in modo da dare per già fatto ciò che non hanno alcuna intenzione di fare. I politicanti dell’Italia contemporanea hanno inventato un linguaggio-argilla, che può essere manipolato in tutti i modi, e che permette loro di non essere mai vincolati a nessun impegno. L’invenzione di questo linguaggio è una conseguenza della trasformazione del ceto politico da rappresentante degli interessi dei diversi ceti sociali a ceto sociale autoreferenziale, che cura solo i propri interessi, e che lascia la società in balia dell’economica capitalistica. Il meccanismo di questa trasformazione, e lo svuotamento di destra e sinistra che essa comporta, li abbiamo descritti nella prima parte. Il fatto che destra, centro e sinistra convergano nell’uso di un linguaggio privo di qualsiasi aggancio con la realtà è un indizio in più della loro sostanziale omologazione. Così, non è importante sapere chi sia stato a inventare espressioni ignobili come “missioni di pace” per definire interventi di guerra fuori d'Italia. L’importante è capire che un ceto politico che fa proprie simili espressioni è in grado di dire qualsiasi cosa. Potrebbero dirci che sono dimagriti arrivando a pesare dieci chili più di prima, che sono saliti dalla pianura in collina percorrendo una strada sempre in discesa, che hanno spento un incendio con getti di benzina. Ed in effetti ci dicono ogni giorno cose simili. Che vogliono i CIE per gli extracomunitari, ma nel rispetto dei diritti di costoro. Che sostengono il diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato in Palestina, ma in uno spirito di amicizia e nel rispetto della cooperazione politica e militare con lo Stato di Israele (Stato nato e cresciuto come coloniale, etnico e religioso, e disposto a far nascere uno Stato palestinese come l'OAS lo sarebbe stata a far nascere uno Stato algerino). Che auspicano la costruzione di rigassificatori marini, ma sicuri e rispettosi dell'ambiente. Il vertice di questo assurdo linguaggio senza referente è stato forse toccato l'anno scorso dall'esponente del PD spezzino Moreno Veschi. Riferiscono i giornali di allora che, dopo la campagna scatenata sul suo blog da Beppe Grillo, e un’inedita mobilitazione di gruppi ambientalisti, il Consiglio regionale della Liguria ha votato l'esclusione del parco naturale di Monte Marcello dall'applicazione dell'appena annunciato piano-casa di Berlusconi, autorizzante aumenti di cubatura edilizia e cambi di destinazione d'uso di locali in deroga alle norme urbanistiche. Ebbene: subito dopo il voto il consigliere regionale Moreno Veschi si è rivolto ad una persona presente nel pubblico dicendogli: «Visto? Siamo finalmente riusciti a salvare il parco di Monte Marcello!», proprio lui, che dodici ore prima (dodici ore soltanto, neppure un giorno prima!) si era opposto ad un emendamento volto a salvare il parco dal cemento, per poi accodarsi al nuovo atteggiamento strumentalmente assunto dal suo partito[23].

Moreno Veschi può venire dunque considerato la raffigurazione stessa del linguaggio vuoto, senza verità e senza significato, adottato da tutto intero il ceto politico. Quando ad esempio, Prodi, appena tornato nel 2006 a governare l'Italia con una coalizione di centro-sinistra che lasciava qualche strapuntino di potere a Rifondazione comunista, ha predisposto una legge finanziaria che ha ritoccato qualche aliquota fiscale, la stessa Rifondazione comunista ha fatto comparire nelle città un suo manifesto in cui sotto l'immagine di un'imbarcazione di lusso campeggiava una scritta “Anche i ricchi piangono”. Forse Prodi aveva preparato un'imposta patrimoniale sulla grandi ricchezze? Oppure aveva deciso di tassare le rendite finanziarie secondo la media europea, e non meno della metà di quanto fosse tassato un povero libretto di risparmio postale? Oppure aveva riportato le aliquote fiscali sui redditi massimi a quelle che erano state vigenti nell'Italia democristiana? Nulla di tutto questo. Limitati e cervellotici cambiamenti di aliquote erano stati predisposti riguardo ai redditi di fascia media e medio-alta, tassando un po' di più i redditi medi superiori e un po' di meno i redditi medi inferiori, scontentando giustamente tutti gli interessati (i beneficiati accorgendosi che i loro benefici erano spiccioli, gli aggravati ritenendosi vittime di un'ingiustizia), senza neppure sfiorare i redditi alti e altissimi. Perché allora i ricchi avrebbero dovuto piangere? Semmai potevano ridersela. Si è trattato, è evidente, di un puro verbalismo senza contenuto, il cui scopo era di propagandare l'immagine di una Rifondazione che è entrata nel governo per togliere ai ricchi e dare ai poveri.

All’inizio del 2007 vi è in Parlamento la relazione sulla politica estera del governo Prodi. Due parlamentari della maggioranza (Turigliatto di Rifondazione e Rossi del PdCI) fanno mancare il loro voto, per esprimere la loro opposizione alla partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan, rischiando di far cadere il governo. Il mondo mediatico e intellettuale della sinistra scatena una campagna di lapidazione morale dei due, dagli attacchi diretti del segretario di Rifondazione Comunista Franco Giordano fino alle volgarità di Luciana Littizzetto durante la trasmissione Che tempo che fa, nel suo monologo comico davanti a Fabio Fazio.

Siamo anche in questo caso in presenza di un linguaggio che non tiene più conto della realtà, se si tiene presente che Rifondazione e Comunisti Italiani avevano in precedenza sempre votato contro la spedizione in Afghanistan. I dissidenti non erano dunque Turigliatto e Rossi, ma tutti gli altri parlamentari di PRC e PdCI, che avevano votato questa volta in dissidenza dalle loro prese di posizione precedenti, semplicemente perché chi li chiamava al voto era Prodi e non Berlusconi.

Ancora sul linguaggio della cosiddetta sinistra radicale: tutte le volte che, trovandosi in una maggioranza di governo, ne ha avallato, pur di non esserne estromessa, provvedimenti contro il lavoro, ha usato, con meccanica e fastidiosa ripetitività, l'espressione “macelleria sociale”, per sostenere di averla potuta evitare soltanto con quell'avallo. Il linguaggio diventa in questo modo assurdo, perché evoca l'assenza di ciò che è presente e prodotto, come se uno dicesse, mentre sta mangiando, “non sto toccando cibo”. Così nel 1997, sotto il governo Prodi, l'approvazione parlamentare del cosiddetto “pacchetto Treu”, che apriva le porte all'inferno del lavoro precario e senza prospettive per i giovani, avvenne con il voto determinante di Rifondazione comunista, e tale voto, che fu un vero atto di “macelleria sociale”, se le parole devono avere un senso, fu presentato come un atto che era servito ad impedire la “macelleria sociale”[24].

C'è dunque un'altra necessità, oltre quella imposta dalla logica della giustizia che abbiamo prima considerato, di andare oltre la falsa dicotomia destra-sinistra, ed è la necessità di non far morire quello che i greci chiamavano il logos, cioè un linguaggio che nel suo articolarsi sia svolgimento del pensiero, esprimendo la realtà e la verità delle cose.

Il ceto politico nella sua interezza negli ultimi decenni ha diffuso una retorica della comunicazione in cui non c'è la minima traccia di logos, perché le sue parole non aderiscono a nulla che non sia una valorizzazione pubblicitaria di chi le dice, senza alcun referente nello stato dei fatti. Questa retorica della comunicazione senza logos produce le risse televisive tra politicanti di destra e di sinistra, che cercano di sopraffarsi a vicenda senza conoscere ciò di cui parlano e senza far capire nulla al telespettatore. In questo c'è un'enorme responsabilità di quasi tutti i conduttori, che quando trattano un tema di attualità chiamano a dibatterlo, nei loro salotti televisivi, la solita platea affollata di politicanti di destra, centro e sinistra che si beccano senza costrutto come galli nel pollaio, mentre si dovrebbero far parlare soltanto persone competenti.

Il fatto che il vuoto verbalismo senza traccia di logos sia diventato bastevole alla comunicazione politica ha contribuito, accanto ai meccanismi sempre più perversi di selezione del ceto dirigente, a portare in parlamento e nel governo figure opache e senza radici culturali né consapevolezza storica, puri manichini del presente. Non dobbiamo dare più peso alle distinzioni tra destra e sinistra entro il ceto politico anche perché non dobbiamo più sopportare di essere in mano a politicanti, quali sono quelli di destra e di sinistra, per cui la cultura, le ragioni, la sostanza delle questioni, non hanno significato, non avendo essi neanche le parole per significarle.
 

5. Non consumiamo il territorio.


L'Italia è trascinata nel baratro, oltre che dall'imperativo della competitività che la spinge verso la cancellazione dei servizi sociali e la riduzione del lavoro a schiavitù, anche dagli obiettivi di uso del territorio per generare profitti privati, introiti comunali e finanziamenti politici, che la spinge al dissesto geologico, alle frane che inghiottono abitati, all'avvelenamento delle falde acquifere, alla compromissione del turismo.

Destra e sinistra mettono continuamente in campo obiettivi specifici, talora diversi talora simili o identici, di uso del territorio come mezzo di produzione di plusvalore. Per quanto riguarda gli obiettivi messi in campo dalla destra, si pensi alla grande tangenziale esterna est di Milano, voluta dal presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni, e all'espansione delle infrastrutture edilizie nel cosiddetto Parco Sud, l'unica area verde di Milano sopravvissuta, voluta dal sindaco di Milano Letizia Moratti. Per quanto riguarda gli obiettivi messi in campo dalla sinistra, si pensi ad una regione come la Liguria, negli ultimi decenni quasi continuamente amministrata dal centrosinistra, che ha accettato la costruzione di sempre nuovi porticcioli turistici, il progetto del raddoppio dell'autostrada a Genova (la cosiddetta “gronda”), la costruzione di un parcheggio sotterraneo a Genova nel sito dello storico parco dell'Acquasola. Su scala nazionale, la destra è favorevole al megaponte sullo stretto di Messina, a cui tutta la sinistra è contraria. Ma si trovano nel PD i fautori dell'alta velocità ferroviaria, come i piemontesi al seguito del sindaco di Torino Chiamparino, volutamente immemori dei disastri ambientali prodotti dai cantieri dell'alta velocità in una vasta area tosco-emiliana, fortemente voluti dagli esponenti del PD di quelle regioni, Bersani in testa.

La salvaguardia della nazione esige che agli obiettivi, differenziati o identici, della destra e della sinistra, di uso del territorio a scopo di profitto economico, una nuova forza politica contrapponga non obiettivi diversi, ritenuti più razionali e più ecocompatibili, ma una logica opposta a quella che guida la scelta di quegli obiettivi, vale a dire una logica di assoluto non ulteriore consumo del territorio. Qui è importante sottolineare l'aggettivo assoluto: il consumo del territorio deve cioè essere arrestato del tutto, senza più alcuna grande opera aggiuntiva, senza più neppure pale eoliche e sistemi fotovoltaici, ad eccezione, tra questi ultimi, di quelli impiantabili su territorio già consumato, come sui tetti degli edifici. Si tratta ora di spiegare la necessità di questa assolutezza.

La logica del consumo del territorio è imposta dalla logica della crescita. Se cioè si ritiene necessaria la crescita annuale significativa del Pil (e destra e sinistra concordano nel ritenerla assolutamente necessaria, perché entrambe non sanno concepire altre realizzazioni sociali se non mercantili, e quindi realizzabili soltanto con finanziamenti prelevati dal prodotto interno lordo), poiché manifatture e servizi generano oggi nel loro complesso ben poco plusvalore, e poiché sul terreno produttivo, a prescindere cioè dalla finanza, solo il consumo del territorio assicura un'alta redditività, per molteplici ragioni (drenaggio massiccio e nascosto di risorse pubbliche, possibilità di sfruttamento molto pesante di mano d'opera, facilità di elusione fiscale, alta domanda finale da parte di pubblici amministratori e privati speculatori), non si può far altro che promuovere il consumo del territorio.

Senonché, al punto in cui siamo giunti in Italia, il consumo del territorio è una triplice follia. È follia, in primo luogo, perché il dissesto idrogeologico del paese è tale che la sua ulteriore cementificazione non può che moltiplicare disseccamenti e avvelenamenti di corsi d'acqua, e, contemporaneamente, tracimazioni e frane, con la finanza pubblica chiamata a pagare i danni del profitto privato dissennatamente perseguito.

Il consumo del territorio è follia anche perché, al punto in cui siamo, esso non può che completare la distruzione già avanzata della bellezza dei paesaggi italiani e della straordinaria eredità storico-archeologica del paese. Si pensi che secondo l'ONU l'Italia possiede circa metà del patrimonio storico-artistico dell'umanità. Impoverire i siti archeologici, imbruttire i paesaggi naturali, alterare gli insediamenti storici, indebolisce la cultura e l'identità della nazione, cosa però di cui nulla importa ai nostri incoltissimi politicanti di destra e di sinistra. Rimane tuttavia il fatto che in questo modo non si coltiva il turismo, che difatti ha registrato già, nell'ultimo decennio, una significativa flessione, a vantaggio di altri paesi come la Spagna e la Croazia. Ora, puntare tutto sulla crescita del Pil, come fanno i nostri politicanti di destra e di sinistra, e nello stesso tempo depauperare una sorgente fondamentale di introiti mercantili, e quindi di crescita, come il turismo, non è certo sensato.

Il consumo del territorio è infine follia perché, all'intensità con cui avviene, si è calcolato che nel giro di pochi anni, forse appena una quindicina anni, non ci sarà più in Italia territorio da consumare senza spese esorbitanti. Dunque promuovere la crescita attraverso il consumo del territorio significa far correre il paese verso un arresto traumatico della crescita stessa, generando quindi non la decrescita della demercificazione, ma una grave crisi recessiva con tutti i danni economici e sociali che comporta.

Una logica di assoluto non ulteriore consumo del territorio consente invece di far convergere l'attività economica in una estesa e prolungata manutenzione dell'esistente, migliorando la qualità della vita degli abitanti, creando molti posti di lavoro, e rendendo possibile una parziale demercificazione dei loro compensi. L'assoluto non ulteriore consumo del territorio consente inoltre i necessari interventi riparativi sul territorio già consumato, valorizzando preziose competenze professionali, come ad esempio quelle dei geologi. L'assoluto non ulteriore consumo del territorio consente infine di risolvere l'emergenza abitativa che si è determinata in Italia. Uno dei pregiudizi più diffusi, ma completamente sbagliati, è che per dare casa a chi non ce l'ha occorra costruire nuove case. Si pensi che secondo le statistiche ufficiali dell'ultimo mezzo secolo (1960-2010) la popolazione italiana è cresciuta del 25%, mentre il numero delle case costruite è cresciuto nello stesso periodo del 250%. Non dovrebbe quindi esserci nessuno senza casa. Invece, dopo il rifiuto democristiano, nel 1964, di accettare la posizione di Riccardo Lombardi secondo cui a quel punto la cosa più urgente da fare per l'Italia era una legge urbanistica che abolisse la proprietà privata dei suoli e riconoscesse ai privati solo un diritto di edificabilità su concessione pubblica, e di dar corso ad un progetto di legge del genere predisposto da un ministro democristiano, Fiorentino Sullo, l'edilizia pubblica è diminuita decennio dopo decennio. Le case le hanno costruite sempre più soltanto i privati, in un'ottica di sfruttamento selvaggio, e perciò redditizio, del territorio, ma proprio per questo si è trattato in larga parte di ville per ricchissimi, di seconde e terze case di villeggiatura per i ceti medio-alti, e di case per grandi società immobiliari intenzionate a lasciarle sfitte per innestarvi circuiti di compravendite speculative, come se si trattasse di azioni (si pensi ad un Ricucci). Promuovere il consumo del territorio significa dunque bensì costruire, ma non dare casa a chi ne ha bisogno. Non consumare territorio significa invece spezzare una crescita speculativa e malata dell'edilizia (fonte, ma questo richiederebbe un altro lungo discorso, di uno sfruttamento brutale del lavoro che ne fa luogo di incidenti mortali, e di grandi investimenti e guadagni per mafie di ogni genere) e rendere così possibile la destinazione delle case già pronte per essere abitate, e di quelle che potrebbero esserlo con lavoro di manutenzione della mano pubblica, a quanti sono oggi senza casa.

Un altro aspetto del consumo del territorio è l'invasione degli spazi pubblici da parte della pubblicità. I luoghi di sosta dei cittadini (uffici postali, stazioni) sono invasi dalla pubblicità e da luoghi di vendita dei più diversi tipi. In questo modo tali luoghi pubblici accentuano il loro carattere di non-luoghi, meri supporti del flusso delle merci, e il cittadino, che vi si reca non per acquistare ma per altre esigenze, è così spinto all'acquisto inutile. Anche questo è un consumo del territorio da combattere.
 

6. Ripristino della legalità.

Abbiamo fin qui spiegato che una forza politica alternativa dovrebbe rifiutare la competitività mercantile per la dignità della persona, rifiutare la crescita del prodotto interno lordo per una decrescita delle merci migliorativa della qualità della vita, rifiutare il consumo economico del territorio per un suo reintegro sociale, rifiutare il verbalismo retorico privo di realtà per un linguaggio espressivo della verità delle cose.

Dovrebbe anche, però, perseguire una logica di legalità. La legalità, oggi, è disprezzata, a destra, per non mettere in questione il malaffare, e, a sinistra, per mantenere il primato della politica anche quando non è più vera politica ma pura lotta per le poltrone. Non c’è qui materia per una discussione razionale, perché le motivazioni in questi casi nascondono malamente gli sporchi interessi della casta politica.

L’unica critica al principio di legalità che abbia una dignità culturale è quella che viene dall'estrema sinistra, con l’argomento che la legge vigente è sempre quella delle classi dominanti, per cui il legalitarismo è contrario agli interessi delle classi subalterne. A questa obiezione si può rispondere che la realtà è più complicata, perché le leggi riflettono anche momenti di tregua nei conflitti di classe non svantaggiosi per le classi subalterne, e che le leggi che svolgono una certa funzione in una certa fase storica possono svolgerne un'altra in una fase successiva in cui sono rimaste vigenti. In Italia, in particolare, il principio di legalità rettamente inteso legittima, o addirittura impone, il rifiuto di leggi ordinarie alla luce di quella suprema fonte di legalità che è la Costituzione, e il punto decisivo è che il concreto percorso storico ha reso oggi la Costituzione stessa una trincea avanzata proprio nella lotta contro le classi dominanti (i cui esponenti non a caso ne chiedono spesso cancellazioni). Occorre quindi che forze nuove e fresche vadano a presidiare la trincea della Costituzione, per dare all'Italia l'unica rivoluzione al momento scritta nelle cose, una rivoluzione che spazzi via senza compromessi l'attuale ceto dirigente politico ed economico, per imboccare una nuova strada di civiltà dal percorso e dall'esito sociale non prefigurabile.

Chi pensa che lottare per imporre al paese una logica di legalità fondata sui principi della Costituzione sia poca cosa dovrebbe meditare su una considerazione fatta l'anno scorso dal procuratore Vito Zancani. Questi, parlando della realtà non di Corleone o di Casal di Principe, ma della padana Modena, ha affermato che se, magicamente dotato di poteri miracolosi, potesse far sì che nella città emiliana non andasse più a buon fine alcun reato, ne distruggerebbe l'economia, e non avrebbe il plauso di una popolazione ridotta in miseria.

Non si tratta di una battuta, ma della pura verità, perché oggi l'economia autoreferenziale del plusvalore, alimentata dalla crescita del Pil attraverso la crescita dello sfruttamento del lavoro e del consumo del territorio, può andare avanti solo violando continuamente ed estesamente le stesse leggi borghesi. Battersi per la legalità significa dunque oggi spingere al deragliamento l'economia del plusvalore, ed allo sfaldamento le basi di potere del ceto politico, mettendo in difficoltà anche d'immagine le classi dominanti, che non possono rivendicare apertamente per se stesse la libertà di delinquere per svolgere le loro attività.

Una nuova forza politica oltre la destra e la sinistra deve dunque saper convincentemente proporre una politica della legalità, che deve partire dalla piena applicazione dell'articolo 104 della Costituzione, secondo cui la magistratura è un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere. Sappiamo come in determinate situazioni, e con determinati soggetti, il potere indipendente della magistratura abbia dato luogo ad inconvenienti ed arbitrii. Ma, nella situazione odierna, non c'è cosa più importante che garantire la possibilità di un controllo di legalità della magistratura sull'attività economica e politica, quali che ne siano in pratica i limiti. Per contrastare questi limiti occorre promuovere trasparenza e velocità dei processi. Cosa che né destra né sinistra hanno mai fatto, né mai faranno, perché proprio i dispositivi costituzionali dell'indipendenza della magistratura, dell’inamovibilità dei giudici da parte del potere politico, dell'obbligatorietà dell'azione penale, fanno temere l'efficienza della giustizia, spingendo la casta politica a favorire l'inefficienza come unico mezzo per sottrarre il potere politico e quello economico ad ogni controllo di legalità. Le statistiche dicono del resto che la lentezza dei processi è costantemente aumentata sotto i governi indifferentemente di Berlusconi e di Prodi: entrambi hanno fatto mancare al sistema giudiziario i mezzi per funzionare[25].
 

7. Per una economia del bene comune.


Destra e sinistra hanno abbandonato ormai da trent'anni l'idea che uno Stato civile debba poter disporre di una sfera pubblica dell'economia per essere in grado di assicurare gratuitamente alcuni servizi essenziali e di compiere interventi strategici di indirizzo nei mercati. L'unica economia ritenuta accettabile è oggi quella mercantile, naturalmente con forme residuali di partecipazione pubblica volte a garantire che col mercato e con la corruzione che lo alimenta ingrassino non soltanto azionisti e manager privati, ma anche pezzi del ceto politico.

La scomparsa di un'economia pubblica non ha prodotto soltanto crescenti diseguaglianze sociali, nuova povertà, distorsioni dei consumi e fattori di crisi finanziaria, ma ha avuto anche effetti culturalmente e moralmente devastanti sul piano della mentalità collettiva. Il messaggio, ossessivamente ripetuto, che il pubblico sia di per se stesso inefficiente, che il privato sia di per se stesso efficiente, e che le privatizzazioni introducano dinamismo e meritocrazia nella società, ha legittimato, con il favore di un ceto politico fradicio di corruzione in tutte le sue componenti, il perseguimento dell'utile privato al di fuori di ogni regola. Non sono forse il dinamismo e la meritocrazia socialmente più utili di qualsiasi regola?

Il fatto è che il postulato di base sulla maggiore utilità sociale del privato sganciato dal pubblico è quanto di più falso ci possa essere. Quel che la legittimazione dell'utile privato comunque perseguito produce è dunque semplicemente la diffusione universale e coatta dell'avidità come regola di comportamento.

La società ne è devastata come da una metastasi cancerosa. La soluzione di ogni problema sociale viene fatta passare attraverso attività private (non importa se formalmente del tutto tali, o come forma di gestione privata del pubblico), e le attività private passano soltanto attraverso l'avidità di guadagno. L'avidità, da elemento soggettivamente motivante di una realizzazione socialmente utile, diventa di fatto l'unico fine da realizzare. Non vengono dati appalti per compiere un'opera, ma è l'opera che viene compiuta per dare appalti. Così ogni opera costa tre o quattro volte quello che dovrebbe costare, e spesso, quando sono già state incassate le prebende dei privati e le tangenti dei politici, non viene portata a compimento. Le cosiddette grandi opere non sono messe in cantiere per la loro utilità, neanche per la loro utilità strettamente economica, ma per il giro d'affari che mettono in movimento con la corruzione e le tangenti. Tutto ruota attorno all'avidità, e l'idea stessa di un bene comune scompare. Il mercato compie una selezione meritocratica a rovescio, nel senso che le aziende che sanno come manovrare gli appalti e farseli pagare, perché collegate o alla malavita o al ceto politico o a entrambi, prosperano e si allargano, mentre le aziende fondate sul talento di imprenditori e operai, se fuori dal giro della corruzione, non ottengono appalti e si vedono negare o ritardare i pagamenti per i lavori fatti, finendo così fuori mercato.

Gli apologeti del mercato, di fronte a queste evidenze, ribattono in genere che quello che abbiamo appena descritto non è il Vero Mercato. Ma si tratta dello stesso atto di fede di chi si appellava al Vero Comunismo per rendere inoffensive le critiche all’ideologia comunista basate sulla realtà dei paesi socialisti. L’evidenza pratica e le riflessioni teoriche degli studiosi non appiattiti sull’apologia dell’esistente mostrano che il mercato reale è sempre stato attraversato e strutturato da brutali rapporti di forza esterni alla pura concorrenza su costi e prezzi, e questi rapporti di forza sono nell'Italia di oggi determinati dalla malavita organizzata e dalla corruzione politica interna, oltre che dalle pressioni finanziarie esterne.

Il mercato reale è questo, non quello astrattamente pensato da Walras e mai realizzatosi nella storia, proprio come il comunismo reale è stato quello dell'Unione Sovietica e dei paesi satelliti, e non quello astrattamente pensato da Marx e mai realizzatosi nella storia.

Se si capisce questo si capisce come oggi occorra combattere con la massima durezza i privilegi del ceto politico per il costo che fanno gravare sull'Italia non tanto in termini economici, quanto in termini culturali e sociali. L'autoreferenzialità privilegiata del ceto politico ne fa infatti il perno dell'asocialità, dell'antimeritocrazia e della criminalità dell'attuale economia di mercato, e della diffusione universale dell'avidità come unico criterio comportamentale. Siamo tutti lesi, nella nostra vita quotidiana, da rapporti sociali posti in essere soltanto dall'avidità.

Una nuova forza politica, capace di andare altre l'orizzonte della destra e della sinistra, dovrebbe imporre la competenza e la disposizione alla solidarietà come criteri ineludibili di carriera, e nuove regole che stronchino sul nascere, con la massima durezza, ogni avanzamento di chi, anche senza commettere reati specifici, abbia mostrato, da comportamenti oggettivamente rilevabili, di essere mosso soltanto dall'avidità. Ricordiamo Piscicelli, l'imprenditore che esulta la notte del terremoto a l'Aquila per gli affari che gli farà fare. È reato ridersela alle tre di notte, al telefono con un socio d'affari, dei morti di un terremoto? No, non è un reato. Ma dovrebbe bastare ad escludere per sempre il figuro da ogni affare in cui metta soldi lo Stato.

Oppure ricordiamo D'Alema e Fassino che esultano, perché, grazie a Consorte, “abbiamo una banca”. È reato esultare perché il proprio partito fa buoni affari economici? No, non è reato. Ma comportamenti simili dovrebbero escludere da ogni carica politica.

L'Italia ha disperato bisogno, per non sprofondare sempre più nella melma, di una soluzione radicale: occorre cacciare via non soltanto tutti i politici visibilmente corrotti, ma anche quelli che sono stati in partiti che non hanno individuato i corrotti prima dei giudici e non li hanno espulsi, e che non hanno rinunciato al sostegno di sistemi corruttivi. Si tratta, è evidente, di una rivoluzione, e certo una rivoluzione autentica non può essere fatta per via giudiziaria, ma ha bisogno di una forza politica. Si tratta di crearla.

Una nuova forza politica, capace di andare oltre l'orizzonte della destra e della sinistra dovrebbe battersi per togliere al ceto politico, di destra e di sinistra, ogni status differenziato da quello della popolazione comune che esso concordemente si autoattribuisce. Non si tratta di una rivendicazione da perseguire per un suo supposto valore generale. Se i politici del dopoguerra (De Gasperi, Togliatti, Nenni, La Malfa, Almirante) avevano uno status differenziato, esso era loro in qualche misura dovuto per le funzioni politiche che svolgevano. Ma oggi la politica non svolge più alcuna funzione, se non quella di lasciar dettare dall'economia le sue leggi e di non interferirvi se non come mediatrice d'affari, per lucrarne finanziamenti. I politicanti di oggi non meritano quindi alcuno status differenziato. Quello che si danno ha l'effetto di far loro subordinare ancora di più la politica agli affari, e ad allontanarli ancora di più non si dice dal risolvere, ma anche soltanto dal pensare di dover affrontare, i problemi della società.

Pensiamo al drammatico problema sociale della difficoltà, quasi proibitiva per i giovani, di trovare un posto di lavoro sensato e sensatamente retribuito, anche quando avrebbero il talento per svolgerlo. I politici non conoscono questo problema, e non lo conoscono i loro figli, parenti, amici, i quali, anche quando sono desolatamente privi di capacità e meriti, ottengono sempre ottimi e ottimamente retribuiti posti di lavoro, preesistenti o appositamente inventati. Vogliamo un ceto politico che possa assaggiare il sapore amaro della mancanza di un posto di lavoro, e sia quindi motivato a visualizzare il problema nella società? Battiamoci per diminuire i posti di lavoro a disposizione dei politici: per abolire, quindi, consigli ed assessorati provinciali, del tutto inutili; per dimezzare il numero dei parlamentari, dei ministri (che non dovrebbero essere più di dodici-quindici, più che sufficienti per ogni compito possibile), dei consiglieri regionali e degli assessori regionali; per limitare per legge il numero degli incarichi assegnabili da ministri, governatori regionali ed altre figure politiche, e via dicendo. Chi non trova posto rimanga disoccupato e senza trattamento pensionistico, e si arrangi come gli altri comuni mortali.

Pensiamo al drammatico problema della casa. Occorrerebbe un divieto esplicito, per conflitto di interessi, di dare in affitto ai politici edifici di proprietà pubblica, ed occorrerebbe un apposito, severo monitoraggio degli affitti privati, per evitare che nascondano scambi di favori. Che anche il ceto politico abbia da pensare al problema della casa.

Questo ed altri provvedimenti dovrebbero servire, più che a moralizzare un ceto politico ormai irrecuperabile, in ragione del modo in cui è stato selezionato, a favorire la sua cacciata e l'ascesa di politici nuovi, disposti da accettare nuove regole di condotta per la loro funzione. Una nuova cerchia di politici, che sappia mettere al passo un ceto capitalistico anch'esso corrotto, capace di far soldi solo sfruttando in modo brutale il lavoro e usando quel denaro pubblico (ed altri tipi di favori) che non vuole venga dato in servizi sociali[26].

Una nuova forza politica dovrebbe cercare spasmodicamente di aprire le menti degli italiani su quali classi non dirigenti, ma “digerenti”, hanno sulle spalle nell'economia e nella politica, e delle quali non sono per nulla migliori, se le accettano. C'è una recente, splendida vignetta di Massimo Bucchi che dice a questo proposito la verità: si vede una persona reclinata in atteggiamento disperato su una poltrona che dice: “sono senza lavoro e con una classe dirigente da mantenere”.

La prima cosa che dovrebbe essere chiesta ai politici, e di cui essi mancano del tutto a destra, al centro e a sinistra, suscitando ciò nonostante una indignazione molto inferiore a quella che sarebbe naturale, è l'attenzione verso ogni grave fattore di disagio a cui vengono richiamati dalle persone. Faccia il lettore un esperimento mentale. Immagini che in una qualsiasi città (escludendo quindi i piccoli borghi, perché lì il sindaco è talvolta vicino ai suoi compaesani, non in quanto politico, ma appunto in quanto compaesano), un qualsiasi cittadino, senza usare alcuna violenza, senza entrare in un gruppo di pressione, e senza usare forme drammatiche di protesta, segnali un suo grave fattore di disagio: ad esempio è sotto sfratto e non ha altra casa dove andare ad abitare, oppure ha un congiunto invalido che non è in grado di assistere, oppure non gli arriva ai rubinetti che acqua inquinata, oppure non può arrivare a casa senza passare per una strada deserta e non illuminata dove si sono verificate aggressioni, oppure deve attraversare in bicicletta una rotonda dove sono all'ordine del giorno investimenti da parte degli automobilisti, oppure abbia qualche altro problema. Immagini il lettore che il cittadino faccia presente il suo disagio a qualche autorità deputata ad interessarsi di cose del genere da lui richiamate ed a risolverle. Si prosegua nell'esperimento mentale: che cosa succederà? Niente. Nessuno presterà attenzione al suo disagio, per non parlare di risolverlo. Ecco: questa disattenzione come regola segnala che abbiamo a che fare non con politici, ma con miserabili politicanti, e con autorità di nomina politica che non sono autorità, ma complici del degrado. Come quel Mauro Moretti amministratore delegato di Trenitalia che non ha avuto la minima attenzione di fronte alle richieste dei viareggini di rinforzare il muro di separazione tra abitato e ferrovia, con le conseguenza che sappiamo. E come negli infiniti altri casi in cui non si risponde ai problemi che vengono segnalati. Si tratta di una forma estrema di inciviltà, che tuttavia non è propria del solo ceto dirigente politico e dominante economico, ma di tutto un paese che non manda a casa i suoi politici perché essi rispecchiano in larga misura, con il loro comportamento, i suoi rapporti interni. Si pensi a quanta indifferenza verso il disagio ritroviamo quotidianamente tra il personale degli ospedali e dietro gli sportelli di un ufficio. Ai politici, se fossero tali, dovrebbe essere richiesto di inibire, anche con adeguate forme di repressione, comportamenti incivili diffusi nel tessuto della vita quotidiana, e con i quali ognuno lede i suoi vicini. Perché tollerare gli automobilisti che mettono i pericolo l'incolumità di pedoni e ciclisti? Perché tollerare che strombazzino per farsi largo nelle strade, che non dovrebbero essere loro, ma di chi vuol passeggiarvi? Perché tollerare gli schiamazzi notturni? Perché tollerare l'insudiciamento delle strade? Perché tollerare le musiche a tutto volume nella notte? Perché tollerare che i gas di scarico dei motori avvelenino l'aria delle città? Il fatto che vi siano norme in proposito non vuol dire nulla, perché una forma di inciviltà dall'Italia è quella di abbinare norme complicate alla mancanza di qualsiasi intervento che le faccia rispettare. I politici di destra, di centro e di sinistra non si preoccupano di inibire i comportamenti incivili perché, essendo loro stessi incivili, non si lasciano coinvolgere da simili problemi, e perché possono utilmente (dal loro infame punto di vista) deviare il disagio su capri espiatori la cui persecuzione è portatrice di consenso elettorale. Così il degrado urbano viene attribuito agli extracomunitari, o alla vendita di merci contraffatte, o ai turisti che girano d'estate e torso nudo, o a chi sosta a rinfrescarsi sulle scalinate dei monumenti, e simili piacevolezze, mentre le città affogano nello smog, nel rumore, negli ingorghi delle automobili, nella sporcizia. Ma, al solito, i politici sono così degradati perché la popolazione stessa è degradata.

Compito di una nuova forza politica è anche, e fondamentalmente, quello di risvegliare l'esigenza di una rinascita di civiltà dei rapporti umani. È un compito di destra, di centro o di sinistra? È un compito nuovo, perché sono state la destra, il centro e la sinistra del nostro spettro politico che ci hanno spinto all'attuale inciviltà.

 
Conclusioni

Questa seconda parte potrebbe ovviamente continuare ancora a lungo affrontando i tanti problemi che oggi si pongono a chi abbia a cuore gli ideali di emancipazione e giustizia sociale che furono della sinistra. Concludiamo qui perché questo saggio è già molto lungo e non era nostra intenzione scrivere un programma di partito, ma solo indicare il tipo di impostazione mentale con la quale una forza politica di alternativa dovrebbe affrontare la realtà contemporanea. La creazione di una forza politica che, a partire dall’esaurimento storico delle categorie di destra e sinistra, imposti, secondo le linee indicate, la lotta contro la crisi di civiltà alla quale l’attuale sistema economico e sociale ci sta portando, è oggi il compito fondamentale per gli uomini e le donne “di buona volontà”.

 

[1] M.Badiale, M.Bontempelli, Il mistero della sinistra, Graphos, Genova 2005. Id., La sinistra rivelata, Massari editore, Bolsena 2007.

[2] Come Norberto Bobbio nel suo fortunato pamphlet: N.Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli editore, Roma 1994.

[3] E’ l’interpretazione di Paul Krugman: “L’America ha ridotto l’inflazione nel modo più classico: congegnando un congruo periodo di stagnazione produttiva e di forte disoccupazione per indurre i lavoratori a ridimensionare le loro rivendicazioni salariali e le imprese a moderare i loro aumenti di prezzo. Durante gli anni Ottanta il governo federale degli Stati Uniti ha deliberatamente posto l’economia nella più profonda depressione sperimentata dopo gli anni Trenta” (P.Krugman, Il silenzio dell”economia, Garzanti, Milano 1991, pag.66).

[4] “Possiamo pertanto affermare che, da svariati punti di vista, l’economia internazionale è stata più aperta nel periodo precedente il 1914 di quanto non lo sia mai stata in un qualsiasi momento successivo, incluso il periodo dalla fine degli anni Settanta in poi”. P. Hirst, G. Thompson, La globalizzazione dell’economia, Editori Riuniti, Roma 1997, pag. 43.

[5] 2010

[6] Giugno 2010.

[7] Pescando qua e là: ”Io credo sia il tempo di un grande patto tra i produttori. Un patto non per fronteggiare un'emergenza ma per un cambiamento radicale”; “il nostro è un Paese che ha una profonda malattia che si chiama assenza di innovazione”; “la Cgil deve stare dentro una sfida di innovazione”.

[8] “Una politica che cerchi di stabilizzare la domanda passa attraverso una diversa distribuzione dei redditi. È inutile strillare che la domanda è in calo se al tempo stesso ci si frega le mani perché la concentrazione della ricchezza è crescente. Politiche di riequilibrio sono assolutamente necessarie per uscire da questa recessione”, da Claudio Mezzanzanica, Pomigliano: la soluzione? la gestione passi ai lavoratori, il manifesto, 17 giugno 2010.

[9] Le vicende successive, con la scelta della FIAT di spostare parte della produzione in Serbia, confermano il nostro giudizio. Secondo le analisi apparse sulla stampa, la FIAT va in Serbia essenzialmente per approfittare di finanziamenti UE e locali, e probabilmente con lo scopo di avviare la produzione per poi cederla. Si tratta in sostanza di un ulteriore passo della strategia di sganciamento dall'automobile perseguita dalla proprietà..

[10] Diverso è il discorso sul piano intellettuale: molti intellettuali di valore, in rotta con la società borghese ma disgustati dal conformismo menzognero dei partiti comunisti ufficiali, finivano per aderire alle piccole formazioni comuniste dissidenti, e ivi trasportavano la propria intelligenza, cultura e capacità di analisi. In questo modo, pur in mezzo a molta paccottiglia dogmatica, emergevano talvolta da questi ambiti produzioni intellettuali di grande interesse.

[11] Come provano con solare evidenza le vicende della crisi economica recente: prima si sono trasformati debiti e passività del mondo finanziario in debiti pubblici, perché altrimenti la finanza sarebbe crollata e questo avrebbe bloccato il meccanismo dello sviluppo capitalistico; poi questo debito pubblico, accollato agli Stati per salvare la finanza, diventa occasione per attacchi speculativi della finanza stessa agli Stati, e questa situazione a sua volta si traduce in un attacco generalizzato alle condizioni di vita dei ceti subalterni, come quello realizzato dalla recente manovra finanziaria in Italia, e dalle analoghe misure prese negli altri paesi europei.

[12] Un altro punto che mostra come le tecnologie”ecologiche”, se messe al servizio dello sviluppo, abbiano effetti negativi, è quello del cosiddetto “effetto rimbalzo”: le tecnologie di risparmio energetico, proprio perché rendono più conveniente il consumo, possono in realtà stimolare un aumento del consumo stesso. Su ciò si veda per esempio C.Gossart, Quando le tecnologie “verdi” spingono a maggiori consumi”, Le Monde Diplomatique-edizione italiana, luglio 2010.

[13] Ovviamente né destra né sinistra pongono in discussione il fatto che la distinzione fra “regolari” e “clandestini”è una arbitraria creazione delle leggi del paese di arrivo, nel nostro caso l'Italia.

[14] Su questi temi si veda il Dossier statistico immigrazione 2008, a cura della Caritas-Migrantes.

[15] Questo tema è approfondito in M.Pallante, Decrescita e migrazioni, Edizioni per la Decrescita Felice, Roma 2009.

[16] Non casualmente, Guido Viale non riesce a trovare un soggetto politico al quale fare carico delle sue proposte, ed è costretto nel suo articolo a rivolgersi ad una generica “iniziativa dal basso”. Poiché tutte le attuali forze politiche sono interne all’orizzonte dello sviluppo, le proposte di Viale non possono essere prese in seria considerazione da nessuna di esse.

[17] Una simile definizione rinvia a molte altre domande basilari (ad esempio: chi e come decide il ruolo di ciascuno nella società? E dove sta la giustizia nell’accesso ai ruoli?), le risposte alle quali sono depositate nella storia della filosofia. Qui ne prescindiamo, per arrivare diritti allo scopo del nostro discorso.

[18] La sinistra aggiunge, alla sua totale sottomissione di fatto alla logica dei mercati, la disgustosa ipocrisia degli omaggi verbali alla Costituzione e agli ideali emancipativi della sinistra storica. Ciò vale anche per la cosiddetta sinistra radicale, che quando è stata al governo ha lasciato mano libera al mercatismo di Prodi.

[19] Le stime sull'entità di tali risorse sono ovviamente approssimative.

[20] Ci sarebbe una quinta fonte di finanziamento: l’esproprio delle ricchezze della criminalità organizzata. Non l’abbiamo inserita nell’elenco precedente, perché in questo intendevamo elencare le fonti permanenti di entrate. Coltiviamo la speranza che la criminalità organizzata non sia destinata ad essere una realtà permanente per l’Italia. L'importanza di tali misure di esproprio sta soprattutto nel fatto che permetterebbero la ricostituzione di un patrimonio pubblico (immobiliare, agricolo, edilizio) da utilizzare per una politica economica di tipo nuovo.

[21] In qualche edificio vicino di proprietà pubblica, se c’è, o in qualche appartamento che dovrebbe essere requisito alle società immobiliari per ragioni di pubblica utilità.

[22] Inseriamo la sinistra radicale nell’arco della politica istituzionale perché ha dimostrato nei fatti che quello è il suo unico ambito di interesse, anche se per i suoi stessi errori ne è momentaneamente estromessa.

[23] La vicenda è raccontata per esempio all’indirizzo http://preve.blogautore.repubblica.it/2009/10/29/piano-casa-stoppata-la-colata/. All’ovvio rilevamento della contraddizione, Moreno Veschi ha risposto che dodici ore prima non aveva letto il documento in questione.

[24] Per altri esempi dell’insensatezza del linguaggio della sinistra radicale si veda M.Badiale, Rumore molesto, in R.Massari (cura di), I Forchettoni rossi, Massari editore, Bolsena 2007, pp.217-255.

[25] Un discorso a parte meriterebbe l'argomento fondamentale della lotta alle mafie, ma è un discorso che non facciamo per non allungare ulteriormente questo scritto. Il punto fondamentale qui è capire che le mafie non si sconfiggono senza spazzare via l'intero attuale ceto politico, che per convenienza ad esse si intreccia.

[26] L'esempio migliore viene dalla Marcegaglia, attuale presidente di Confindustria, la cui ditta di famiglia ha ricevuto a prezzi bassissimi tratti di costa sarda in occasione del G8 del 2009.

 
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