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Roma può salvarsi!
Riflessioni su una manifestazione riuscita
di ccw
A Roma ci sono due anni di buoni motivi per scendere in piazza e pretendere democrazia: è dal 2014, all'epoca del cosiddetto Salva-Roma, che regna un commissariamento di fatto. Da qualche mese è poi seguito un commissariamento di diritto, con l'insediamento del super-prefetto Tronca che riunisce in sé il potere del Sindaco, della Giunta e dell’Assemblea Capitolina.
Ma le buone e sacrosante ragioni spesso non bastano, soprattutto in una fase di tale scoraggiamento e disaffezione verso la politica da parte delle maggior parte dei cittadini. Aver quindi saputo portare 15.000 persone in piazza è un dato tutt'altro che scontato, ed è merito dei movimenti romani aver risposto alle minacce di sgombero che incombono sui loro spazi provando ad allargare il fronte dell'opposizione sociale, piuttosto che arroccandosi a difesa della propria situazione particolare. La svendita del patrimonio pubblico, che mette in discussioni esperienze decennali di occupazioni che hanno spesso trasformato edifici abbandonati in luoghi di socialità e cultura, è infatti solo la scintilla di una rabbia che doveva (deve) prima o poi esplodere e prendere voce. Il Documento Unico di Programmazione varato da Tronca e prima di esso il piano di rientro di Marino, prevedono tanto altro, anche di peggio: continui tagli ai salari dei dipendenti capitolini, la privatizzazione di alcune aziende municipali, l'ulteriore riduzione dei servizi.
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Nuovi cieli e nuova terra
di Lanfranco Binni
In Siria non è andata come doveva andare. La spartizione neocoloniale del paese è rinviata a tempi migliori. Contrordine: va interrotta l’evacuazione forzata della popolazione civile e bisogna promuovere il rientro, forzato, dei profughi; via dall’Europa, compatibilmente con le esigenze tedesche di capitale umano di qualità; i campi di concentramento in Turchia saranno aree di transito per il rientro in Siria, mentre al governo turco è stato concesso di lucrare sui profughi con finanziamenti europei. La Nato passa al piano B: consolidare la Turchia come avamposto dell’Occidente contro la Russia (la guerra ai curdi siriani e irakeni, la feroce repressione della società turca, sono effetti collaterali da «comprendere»), spostare il focus degli interventi militari dalla Siria alla Libia, all’intero continente africano. Il cambio di strategia comporta la dislocazione nell’area libica di quello che resta dell’Isis, indebolito dalla sconfitta militare in Siria e da conflitti crescenti con la galassia del jiadismo, in primo luogo con le reti di al Qaeda.
Nella notte del terrorismo tutte le vacche sono grigie, ma le semplificazioni non aiutano certo a capire quanto sta accadendo nel continente africano: un intreccio caotico di «islamizzazione della radicalità» sul retroterra delle lotte anticoloniali degli anni sessanta del Novecento e delle esperienze del nazionalismo, del socialismo, del panarabismo e del panafricanismo.
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Dialogo sopra un minimo sistema dell'economia
A proposito della concezione di Sraffa e degli “economisti in libris” suoi discepoli
Gianfranco Pala e Aurelio Macchioro
Questo articolo, Dialogo sopra un minimo sistema dell’economia – a proposito della concezione di Sraffa e degli “economisti in libris” suoi discepoli, fu messo insieme, sistemato e redatto da Gianfranco Pala, per la rivista Marxismo oggi, 3, Milano 1993. La parafrasi del Dialogo galileiano qui scelta trae spunto da una serie di circostanze. Innanzitutto, è da considerare in maniera un po’ sarcastica l’esagerata importanza che, per seguir le mode, negli anni trascorsi fu data all’opera di Sraffa che, conseguentemente è stata qui definita come “sistema minimo” dell’economia; all’opposto, ma forse proprio per quell’esagerazione pregressa, è altrettanto ingiustificata la dimenticanza in cui essa è stata poi gettata, tanto più se la si compara con le “nuove” mode dell’economia neoliberista dai “tratti demenziali”, come la connoterebbe Brecht. Tuttavia, l’abbandono e la successiva sedimentazione del dibattito intorno a Sraffa può oggi costituire un elemento vantaggioso per riparlarne post festum (e post mortem).
In secondo luogo, per ciò che interessa maggiormente i comunisti, vi è da soppesare il ruolo, che è stato attribuito alla teoria di Sraffa e alla “sraffologia” in genere, da giocare contro il marxismo in un supponente “superamento” o “approfondimento” o “rafforzamento” o “miglioramento” di quest’ultimo; e quel ruolo, in quanto assegnato allo sraffismo nei caldi anni 1960\70 in Italia, ha da essere guardato con legittimo sospetto, in quanto l’ideologia dominante, mascherata a sinistra, cercava di accreditare così la presunta “crisi del marxismo”, epperò presentandola dal di dentro di quella che veniva suggerita come una delle possibili letture del “marxismo-senza-Marx”.
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'Caos', 'errori' e informazioni mancanti. Dove va l'Impero?
di Piotr
Offriamo alla vostra lettura un lucido saggio che rilegge in modo spregiudicato gli ultimi cinque anni della crisi sistemica e le premesse delle prossime mosse
1. Le vicende nel Vicino Oriente impongono di riflettere sulle modalità e le categorie con cui cerchiamo di interpretare la realtà.
Una di queste categorie, "caos", è tra quelle che devono essere maggiormente chiarite. Di questa necessità mi sento un po' responsabile perché sono stato uno dei primi a farne uso
Questo termine viene sempre di più utilizzato per descrivere situazioni incomprensibili nei termini di una strategia razionale da parte dell'impero statunitense.
La vittoria alleata in Europa nel 1945 non ha prodotto caos. La "mission accomplished" (in Iraq) di Bush sulla portaerei Lincoln nel 2003 segnò invece l'inizio dell'impressionante caos mediorientale oggi sotto i nostri occhi. Parimenti, il rovesciamento violento di Gheddafi non ha portato a un cambio di governo favorevole all'Occidente, bensì ha gettato quello sventurato paese nel caos più orrendo. Lo stesso destino che attendeva la Siria se l'Esercito Arabo Siriano e le milizie curde, infine con l'aiuto della Russia, non si fossero eroicamente opposti all'aggressione jihadista diretta e sostenuta dagli USA e dai suoi alleati (fra cui l'Italia).
A distanza di cinque lustri, l'Afghanistan "de-talebanizzato" persiste ad essere in una situazione caotica.
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Perché il neoliberismo appare inarrestabile?
Il “punto di vista del lavoratore” in Foucault
di Valerio Romitelli
Sono passati oramai quasi quarant’anni da quando Foucault con straordinaria lungimiranza teneva il famoso seminario (Nascita della biopolitica. 1978-79[1]) nel quale proponeva una genealogia del neoliberalismo, letto come fenomeno epistemologico e “governamentale” emergente, ma di sicuro avvenire. Già dal 1973 in Francia era stato infatti precocemente annunciato l’imminente tramonto di quell’”età d’oro” delle politiche keynesiane, da Stato provvidenziale, che erano invalse nei paesi capitalisti dal dopoguerra fino appunto alla metà degli anni ’70[2].
1. Ascesa ed apogeo
Quanto ne è seguito non ha fatto che confermare questa previsione.
Impugnato come bandiera da Reagan e dalla Thatcher, coi loro famigerati slogan “meno stato, più mercato”,”no alternative!”, il neoliberalismo si è trovato a cavalcare da conquistatore la stagione segnata dal crollo del muro di Berlino, il disfacimento dell’Urss e la conversione capitalistica della Cina. Uscita trionfante da tali prove, questa dottrina ha quindi iniziato a impiantarsi ovunque nel mondo, influenzando a suo modo le più clamorose novità intervenute tra il secondo e terzo millennio: dalla “globalizzazione dei mercati”alla “rivoluzione informatica”, dalla “finanziarizzazione dell’economia” all’ unificazione monetaria di buona parte dell’Europa, dal nuovo sviluppo di paesi già “arretrati” (i cosiddetti Bric) al progressivo approfondirsi della povertà su tutto il pianeta. E così via.
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Dell'origine della disuguaglianza
Com’è che nati liberi finimmo in catene
di Pierluigi Fagan
Due secoli e mezzo fa, il filosofo ginevrino J.J. Rousseau, partecipando ad un concorso indetto dall’Accademia di Digione, presentò il suo lavoro: Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes – 1755, conosciuto anche come Secondo Discorso per chi è pratico della messa a fuoco critica dell’intera opera dell’Autore o Discorso sull’ineguaglianza[1]. Non vinse il concorso, aveva vinto quello precedente in cui aveva inaspettatamente risposto negativamente al quesito se il progresso delle scienze e delle arti avessero apportato benefici all’umanità, ma la sua opera rimase nei secoli lì ad occupare in bella solitudine lo spazio dell’indagine sull’ineguaglianza sociale. Prima ancora che nella argomentata risposta di Rousseau, il bello stava già nella domanda in quanto essa stessa dava per scontato che ci fosse una origine della diseguaglianza, che non fosse stato sempre così nella storia umana come i più sono oggi portati a credere. Rimanendo attoniti davanti al fatto che a metà del XVIII° secolo ci fossero accademie che stanziavano borse per premiare elaborati su tali questioni, abbiamo tenuto lì a memoria l’indagine dello svizzero come mappa per avventurarci, anche noi ed ancora una volta[2], sullo stesso sentiero.
La prima cosa che abbiamo scoperto, è che le orme di Rousseau sono ancora ben leggibili, a distanza di tanto tempo, nei lavori di altri che hanno percorso la stessa incerta strada. L’opera ha quindi una sua attualità per quanto possa averla un’opera su fatti indagati a lume di ragione e quindi senza il conforto di tutto il registro paleo-antropologico, antropologico comparativo, archeologico, storico, sociologico, biologico molecolare successivamente prodotto.
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Gramsci e le masse
di Samuele Mazzolini
L’ultima fatica di Michele Filippini, Una politica di massa. Antonio Gramsci e la rivoluzione della società, Carocci, Roma 2015 è un libro contenutisticamente ricco, rigoroso sul piano della ricostruzione, pieno di accenni teorici e rimandi storici sempre esaustivi, come d’altronde ben testimoniato dalla folta bibliografia. Tuttavia, non è di ricostruzione storica che il libro si occupa, e nemmeno di questioni post-gramsciane, interesse che l’autore ha dimostrato in altre sedi (Filippini, 2011; Laclau e Mouffe, 2011). Qui invece la riflessione è prettamente gramsciana, rimanendo tesa all’esercizio esegetico del corpus del pensatore sardo. Il prisma attraverso cui questa interpretazione viene condotta non è però scontato ed è in questo aspetto che il contributo risulta prezioso. Si tratta infatti di rileggere Gramsci alla luce di due delle grandi novità, fra loro correlate, che caratterizzarono la sua epoca: l’irruzione della politica di massa e lo sviluppo delle scienze sociali. L’opera rimane in questo senso una lettura storica per espresso obiettivo del libro, ma che potenzialmente fornisce spunti e intuizioni di grande impatto strategico anche per la politica odierna, se ripensati sulla scorta delle circostanze attuali.
Vale la pena di soffermarsi sui due aspetti centrali per inquadrare meglio il campo all’interno del quale si muove il contributo di Filippini. La politica di massa corrisponde al trasferimento del locus della pensabilità del politico dal palazzo alla società, e più concretamente alla moltiplicazione dei corpi intermedi che mobilitano e attivano fasce crescenti di popolazione, infittendo in tal modo le trame sociali, politiche ed economiche. È una transizione di non poco conto, giacché presuppone un’uscita delle masse dalla passività che le aveva contraddistinte in epoche precedenti e che pone una sfida particolarmente delicata per il mantenimento della società borghese.
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Michéa e una sinistra sedotta dal capitale
Marco Gatto
Jean-Claude Michéa ha il merito di riportare le questioni che affronta alla radice, senza mai dissimulare il rischio di ridurre all’osso i problemi, e anzi insistendo sull’aperta complessità delle sue argomentazioni. Ne viene fuori una forma di saggismo militante che il nostro paese ha da molto tempo accantonato per rifugiarsi in una pamphlettistica di mercato spesso vacua quanto politicamente innocua. Si può forse riassumere in una duplice argomentazione il nocciolo di I misteri della sinistra (Neri Pozza, pp. 128):
1) la crisi del progetto socialista di emancipazione si spiega attraverso l’accettazione – non solo ideologica, ma etica e comportamentale – del modello di pensiero unico imposto dalla società capitalista, in grado di attribuire alla sinistra una funzione solo fintamente contrastiva, e anzi pacificamente coesistente con le ragioni del libero mercato;
2) tale accettazione si fonda sullo sbilanciamento della sinistra verso un orizzonte di senso in cui l’elemento fondamentale non è più la collettività, ma l’individuo, colto nel suo diritto solipsistico alla libertà (e, dunque, al consumo) – individuo che la sinistra ha trasformato nell’unica ragione di mantenimento di un supposto progetto emancipativo, a scapito, come scrive Michéa, “della difesa prioritaria di coloro che vivono e lavorano in condizioni sempre più precarie e sempre più disumanizzanti”.
Non si tratta della solita lamentazione nostalgica. Il docente e filosofo francese articola le due tesi che abbiamo appena menzionato ricostruendone la ragione d’essere attraverso un’analisi ideologica delle recenti politiche socialiste in Europa.
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Stragi di Bruxelles: registi, aiuto registi, attori e comparse
Stefano Zecchinelli
La capitale belga, Bruxelles, è nuovamente sotto attacco terroristico. Alle otto del mattino, un kamikaze si è fatto esplodere all’aeroporto internazionale Zaventem, mentre, un’ora dopo, sono scoppiati degli ordigni in metropolitana tra le fermate di Maelbeek e Schuman, nei pressi delle istituzioni comunitarie. I media locali, dopo le ore 13, hanno riferito che il bilancio è di 34 morti.1
L’attentato è stato rivendicato da Daesh, mentre – sempre a Bruxelles – pochi giorni fa è stato arrestato Salah Abdeslam, ultimo degli attentatori parigini, il quale, fra lo stupore dei servizi d’intelligence, s’era trasferito a 300 metri dalla sua precedente abitazione: “Salah è rimasto tra noi per mesi, attraversando indisturbato le frontiere”, commenta Alberto Negri con un interessante articolo scritto, a caldo, subito dopo la diffusione della notizia2.
Il giornalista de Il Sole 24 Ore, più acuto di molti altri suoi colleghi, tocca un aspetto importante della questione: “L’Europa deve rendersi conto che il terrorismo vive tra noi, che vittime e carnefici stanno gli uni accanto agli altri, che non si tratta di episodi isolati, che hanno radici profonde tra le guerre mediorientali e nei conflitti che percorrono lo stesso continente”. Nello stesso modo – aggiungo – l’Europa è fra i responsabili della catastrofe in corso.
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Basta con questa Europa: il terrorismo è figlio delle sue guerre
di Giorgio Cremaschi
È insopportabile la retorica europeista che accompagna le stragi che colpiscono le città europee, ultima Bruxelles. Il dolore per le persone uccise del terrorismo jihadista, la paura di esserne prima o poi vittime, vengono oramai stravolti e sottomessi al dominio ideologico della casa comune europea assediata.
Cento e più anni fa il nazionalismo era amministrato paese per paese, oggi viene diffuso in una dimensione continentale, ma con gli stessi scopi e non facendo meno danni.
Ricordate l'immagine della manifestazione dei governanti a Parigi, poco più di un anno fa dopo il massacro di Charlie Hebdo? Un clamoroso falso mediatico (dietro i capi di governo non c'era nessuno) che voleva mostrare che i governi europei uniti guidavano il corteo dei loro popoli.
Ma di quale Europa stiamo parlando? Di quella che ha fatto mercato dei migranti con la Turchia, organizzando la più grande deportazione di massa dalla fine della seconda guerra mondiale?
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Il terrorismo è la loro lotta di classe
Fulvio Grimaldi
TARATATATA TRAK-TRAK PIC-PAC-PUM-TUMBPLUFF PLAFF FLIC FLC ZINH ZING SCIAAACKCROOOC-CRAAAC PAACK CING BUUM CING CIAKKK CIACIACIACIACIAAK VAMPEVAMPE VAMPEVAMPE VAMPE VAMPE...
Neanche le più scatenate onomatopee dei futuristi potrebbero riprodurre il kolossal terroristico di queste ultime ore in giro per il mondo. Scusate, questo Palazzeschi onomatopeico vi risulterà un po’ tirato per i capelli, forse anche incongruo se riferito ai macelli che il mercenariato jihadista dell’imperialismo va moltiplicando, ormai senza posa, pur di arrivare al suoi risultato –riconquiste coloniali, stati di polizia - prima che un po’ di masse se ne avvedano ed escano dalla sincope indotta dalla tecnologia smart phone e altre. Ma se ogni tanto non ci mettiamo un po’ di cultura, un po’ di memoria di quando ancora pensavamo, immaginavamo, non ci eravamo smarriti e dispersi, annegati nelle seghe mentali della “comunicazione social”, o storditi dalle pere di eroina televisiva, vuol dire che quelli hanno già vinto e il discorso è chiuso.
L’escalation è frenetica e sempre più scellerata: Costa d’Avorio, Mali, Burkina Faso, Ankara, Bruxelles, di nuovo Parigi… 14 morti, 30 morti, 90 morti, 37 morti….Quelle africane e turche sono tragedie, quelle europee, per come gli operatori della sicurezza si scoprono a recitare, svarieggiano tra la tragedia (quando qualcuno ci rimette la pelle) e la farsa (quando diventa manifesto il trucco). L’organizzazione criminale è unica e conduce, per mandato dall’alto, la lotta di classe. Ormai senza più opposizione, se non in qualche pezzo di Sud del mondo.
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Migranti e keynesismo militare
di Guglielmo Carchedi
I. Nella discussione attuale sugli immigrati si fa una distinzione tra migranti economici e rifugiati politici. Solo i rifugiati politici dovrebbero essere accolti per ragioni umanitarie. I migranti economici dovrebbero essere messi in prigione (come proposto dal partito razzista olandese) o accolti a fucilate (come proposto dal partito razzista tedesco). La distinzione tra rifugiati politici ed economici è falsa, ipocrita e cinica. Se le guerre creano povertà, i rifugiati politici sono anche migranti economici. E se i migranti economici scappano dalla disoccupazione e dalla povertà creata dalle guerre, i migranti economici sono anche rifugiati politici. Tutti devono essere accolti per ragioni umanitarie.
Gli xenofobi e razzisti nostrani se ne fregano delle ragioni umanitarie. Per loro i migranti economici dovrebbero essere respinti perché essi ruberebbero il lavoro agli Italiani. Falso. L'Italia è un paese a forte decrescita. La presenza degli immigrati è tale che se improvvisamente domani partissero, il paese andrebbe a rotoli. Senza gli immigrati, interi settori fallirebbero e molti italiani perderebbero il loro lavoro.
Ma, proseguono i beceri difensori del patrio suolo, se non ci fossero stati gli immigrati, quei lavori sarebbero andati ai lavoratori Italiani. Questo è il tipico esempio in cui si dà la colpa alla vittima. La questione è: chi ruba il lavoro agli Italiani? Non certo gli immigrati. Sono certi imprenditori che, approfittandosi della debolezza contrattuale degli immigrati, possono assumerli illegalmente o comunque a salari inferiori a quelli che dovrebbero pagare ai lavoratori Italiani.
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L’Agenda libica svelata
Un esame serrato delle e-mail di Hillary
Ellen Brown
Gli analisti politici si sono a lungo interrogati sul motivo per cui in Libia è stato necessario un intervento di forza violento. I messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton di recente pubblicazione confermano che l’obiettivo di proteggere le persone da un dittatore era del tutto secondario rispetto a questioni di soldi, di operazioni bancarie, e al problema di prevenire l’instaurarsi della sovranità economica e monetaria dell’Africa
La breve visita dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton in Libia nell’ottobre del 2011 veniva commentata dai media come un “traguardo vittorioso”. “Siamo arrivati, abbiamo visto, è morto!”, così la Clinton si gloriava in una video-intervista alla CBS, commentando la cattura e l’uccisione brutale del leader libico Muammar el-Gheddafi. [N.d.tr.: Evidentemente la Clinton scimmiottava Giulio Cesare! “Veni, vidi, vici” (lett. Venni, vidi, vinsi) è la frase con la quale, secondo la tradizione, Gaio Giulio Cesare annunciava la straordinaria vittoria riportata il 2 agosto del 47 a.C. contro l’esercito di Farnace a Zela nel Ponto.]
Ma il traguardo vittorioso, come hanno scritto Scott Shane e Jo Becker sul New York Times, era lungi dall’essere conseguito. La Libia veniva relegata in secondo piano dal Dipartimento di Stato , come “un paese dissolto nel caos, piombato in una guerra civile che avrebbe destabilizzato la regione, che avrebbe alimentato la crisi dei rifugiati in Europa e consentito allo Stato Islamico di stabilire in Libia un’enclave, che gli Stati Uniti ora stanno disperatamente cercando di contenere."
L’intervento degli Stati Uniti e della NATO veniva intrapreso presumibilmente per motivi umanitari, dopo voci di atrocità di massa; ma le organizzazioni per i diritti umani mettevano in discussione queste affermazioni per mancanza di prove. Comunque, è oggi che si stanno riscontrando atrocità verificabili. Come Dan Kovalik ha scritto sul Huffington Post,
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La genetica umana e l’eterno ritorno delle “razze”
di Elena Canadelli
Nonostante sia biologicamente errato parlare di “razze” umane, nell’era post-genomica l’impiego del termine “razza” come categoria biologica applicata alla specie umana è cresciuto. Un recente articolo uscito su Science a firma di quattro studiosi statunitensi chiede a gran voce di estromettere questo concetto dalla genetica umana, invitando la comunità scientifica a riflettere con più rigore su questi temi. Al di là di importanti conseguenze socio-economiche, la questione aperta della “razza” rischia infatti di compromettere la nostra comprensione della diversità genetica umana
Nel dibattito scientifico alcune idee fanno fatica a scomparire, nonostante le evidenze raccolte contro di esse. Si è convinti di averle smantellate una volta per tutte e loro invece rientrano dalla porta di servizio, o forse non se ne erano mai andate. È questo il caso delle “razze” nello studio della diversità genetica umana. Pagine e pagine sono state scritte sull’origine, l’evoluzione, la pericolosità e l’inutilità di questo concetto. Per limitarsi al Novecento, basti ricordare i lavori del genetista ed evoluzionista Theodosius Dobzhansky, sul fronte biologico, e quelli dell’antropologo francese Claude Lévi-Strauss, sul fronte dell’antropologia culturale. Già nel 1942 l’antropologo Ashley Montagu l’aveva definita uno dei miti più pericolosi elaborati dall’essere umano. Nel 1950, pochi anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la Dichiarazione sulla razza stilata a Parigi dall’Unesco puntava a fare ordine sulla questione, con la consapevolezza che i confini tra biologia, cultura e politica erano ormai indissolubilmente e tragicamente intrecciati tra loro.
Tutto a posto allora? Stando a un articolo uscito poche settimane fa su Science sembrerebbe proprio di no[1].
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Cinque tesi sull'euro
di Jacques Sapir
Come di consueto, Sapir ha parole sagge sul suo blog in tema di eurocrisi. L’economista francese articola in cinque tesi i modi in cui la moneta unica sta condannando alla miseria un intero continente. Occorre al più presto riconoscere la verità: l’euro è la causa, non la soluzione dei nostri problemi. E l’unico modo di salvare l’Europa è superare questo strumento inadeguato, tornando alle flessibilità valutarie
I problemi posti dall’euro diventano sempre più evidenti con le mobilitazioni e le dimostrazioni di piazza in Francia contro la cosiddetta legge “Labour”. E’ ormai evidente che la basi economiche di questa legge sono imposte dalla nostra partecipazione all’eurozona. Dal momento in cui gli Stati vengono privati della possibilità di regolare la loro situazione economica tramite la svalutazione (o la rivalutazione) del cambio valutario, e in assenza di qualsivoglia sistema di trasferimenti fiscali previsti a priori, gli aggiustamenti possono avvenire solo a spese del fattore lavoro. Questa è l’amara verità, che si evidenzia sempre di più sotto forma della legge “labour”, la cosiddetta legge El Khomri, ossia il nome del Ministro a cui è stato imposto di presentarla, senza avere la possibilità di prendere parte alla sua ideazione. I problemi creati dall’euro possono essere esposti in 5 punti.
1. L’euro non è una moneta; non corrisponde a un singolo soggetto politico né a una volontà politica basata sulla legittimazione popolare.
L’euro è un sistema che paralizza il commercio tra paesi. E’ un regime di cambi fissi di fatto affine al gold standard. Non ammette alcuna flessibilità.
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La deriva culturalista della questione migrante
Zizek e il fardello dell’uomo bianco
di Militant
A gennaio è uscito un interessante articolo del filosofo sloveno Slavoj Zizek sui fatti di Colonia nella notte di Capodanno. Interessante non perché condivisibile, ma perché illustra bene tutti i cliché mentali di una certa sinistra, radicale ma anti-marxista. Ci sembra importante tornare sull’argomento perché il testo di Zizek ha carattere generale, parte dai fatti di Colonia per allargare lo spettro e affrontare di petto la questione migrante. E’ il risultato di un ragionamento di lungo(?)periodo, e siccome Zizek è uno dei punti di riferimento intellettuale della sinistra di cui sopra, ha senso rifletterci sopra.
Per Zizek i fatti di Colonia costituirebbero la rappresentazione oscena-carnevalesca dell’invidia migrante nei confronti del tenore di vita occidentale. Un tenore di vita al quale loro aspirerebbero e che, frustrati dall’impossibile raggiungimento, scatena pulsioni individuali e sociali di invidia e di odio. “L’islamo-fascismo” non sarebbe altro che la materializzazione sociale di questa invidia, di società che vorrebbero adeguarsi agli standard di vita dei paesi occidentali (o almeno competere su di un piano di parità) e non ci riescono, generando forme di reazione autoritaria, pre-moderna, religiosa, in altre parole forme aggiornate di fascismo, che altro non sarebbero che la concretizzazione politica di questo odio. Per leggere interamente il ragionamento di Zizek rimandiamo comunque alla sua versione originale e, in calce a questo articolo, alla nostra traduzione. Ne consigliamo vivamente la lettura, per comprendere la natura dei problemi e delle contraddizioni da lui sollevati.
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Il capitale umano nella fabbrica della vita
Damiano Palano
Chi riveda oggi Traitement de choc – un vecchio polar francese del 1973 firmato da Alain Jessua e noto in Italia con il titolo L’uomo che uccideva a sangue freddo – non può non riconoscere, seppur nella forma esasperata della cinematografia di genere, almeno alcuni dei problemi in cui ci imbattiamo quando consideriamo le potenzialità offerte dalle tecnologie di manipolazione della vita. Nel film la protagonista, una non più giovanissima Annie Girardot, dopo essere stata lasciata dal marito, decide di ricorrere alle cure della dottor Devilars, un medico, impersonato da Alain Delon, celebre per aver scoperto formidabili metodi di ringiovanimento. Ospite della clinica, la donna inizia però a nutrire qualche sospetto sui metodi di cura, che inizialmente sembra si basino sull’utilizzo di una sostanza di origine ovina, che consentirebbe di rigenerare i tessuti. Ma i ripetuti malori dei inservienti, tutti giovanissimi africani che parlano solo portoghese, inducono la protagonista a indagare ancora. Fino al momento in cui scopre – come gli spettatori hanno già intuito – che il misterioso componente in grado di ringiovanire viene estratto da esseri umani, i quali però, prelievo dopo prelievo, si indeboliscono fino a morire. Nel tentativo disperato di mettere a tacere la donna, il dottor Devilars – come vuole il copione di ogni buon film d’azione – ha la peggio. Ma qualcun altro prenderà il suo posto. E il film si conclude così con le immagini di un furgone che conduce verso la clinica un nuovo carico di disperati, provenienti da qualche sperduto Sud del mondo e destinati a rifornire di carne viva l’inquietante fabbrica della giovinezza.
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Le presidenziali Usa le decide Google?
Big G può condizionare gli elettori. Lo dice una ricerca Usa
di Sergio Braga
Qual’è l’influenza del web sulle nostre scelte quotidiane, in particolare quelle politiche? Ormai siamo abituati alle esternazioni degli uomini politici sui social, le sappiamo filtrare, come filtriamo, le tante bufale che incontriamo navigando. Sono possibili, invece, condizionamenti più sottili, quasi subliminali? Secondo una ricerca effettuata realizzata online da ricercatori comportamentali Usa, negli Stati Uniti ed in India, la risposta è sì.
L’esperimento, descritto da un articolo intitolato The new mind control (Il nuovo controllo della mente – sottotitolo: Internet ha diffuso sottili forme d’influenza che possono condizionare le elezioni e manipolare qualsiasi cosa diciamo, pensiamo e facciamo) pubblicato sull’eZine Aeon da uno degli autori, Robert Epstein, psicologo e ricercatore dell’Istituto Americano di Ricerche comportamentali e Tecnologie di Vista, in California. Il paper relativo alla ricerca è stato invece pubblicato nell’agosto del 2015 sulla prestigiosa rivista scientifica statunitense Pnas, Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America (Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti d’America).
Una ricerca che s’ispira alla letteratura ed ad un classico delle scienze della comunicazione
Epstein, nell’articolo, puntualizza che l’esperimento realizzato con i suoi colleghi s’ispira a spunti letterari come i romanzi di Jack London “Il Tallone di Ferro”, “Noi” di Yevgeny Ivanovich Zamyatin, “1984″ di George Orwell e “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley.
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11 Marzo 2016: Noi non dimentichiamo
A dieci anni dalla morte di Milosevic
di Enrico Vigna
Premessa storica
Nell'affrontare gli eventi verificatisi a Belgrado alla fine del Giugno 2001, culminati con il rapimento e poi la morte nel 2006 di Slobodan Milosevic, occorre partire da un dato, mai citato qui in Occidente. Alla scadenza dei tre mesi di carcerazione nella prigione di Belgrado, il collegio difensivo dell'ex Presidente della Jugoslavia, accusato, tra l'altro, di abuso di ufficio, corruzione, omicidio, stragi e concussione, presentò la domanda di scarcerazione entro il 30 giugno 2001 per assoluta mancanza di prove. Le accuse, infatti, erano tutte basate su supposizioni personali rilasciate da 12 testimoni d'accusa considerati decisivi. Nessuno di essi però andò oltre genericità, supposizioni e ipotesi di colpevolezza.
Ed ecco che, casualmente, il 28 Giugno 2001, dopo pressioni, ricatti e ultimatum da parte degli Usa e della Nato al governo fantoccio DOS, scatta l'operazione che portò al rapimento di Milosevic sotto la regia CIA avendo dichiarato che lo Stato Maggiore dell'Esercito Jugoslavo non aveva fornito né un uomo, né un mezzo per l'estradizione dell'ex Presidente.
Ci sono tuttavia delle verità nascoste, poi svelate dagli stessi stipendiati dell'Occidente, che dimostrano il grado di completa sottomissione e dipendenza dei “nuovi” governanti “liberi e democratici” incaricati di far crollare e asservire agli interessi occidentali la piccola Jugoslavia.
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Trump, Clinton & C. Come inquadrarli?
di Piotr
Chiedere a noi se 'teniamo' per Trump o per la Clinton somiglia molto a chiedere a un abitante della Gallia se teneva per Pompeo o per Cesare
L'ultimo «Supermartedì» ha ormai diradato una parte delle incertezze sulla piega che assumeranno le candidature alle presidenziali statunitensi. Alcune delle definizioni coniate fin qui delle personalità emergenti di USA 2016 meritano una riflessione, per inquadrarle meglio.
1) Utilizzare la categoria di "fascismo" in questa circostanza ha un sapore morale, non politico. Anzi spesso si usa questo termine per una sorta di populismo di sinistra, facendo leva sulla sua capacità evocativa ma non esplicativa. Per lo meno, è evocativa per la mia generazione, per questioni anagrafiche e per la sua comprovata superficialità politica ma, a quanto sembra, non è molto evocativa per le nuove generazioni e per quei ceti sociali che assieme alla crescita del politically correct hanno visto anche quella drammatica delle proprie difficoltà.
2) Innanzitutto, se proprio si vuole utilizzare questa categoria, allora occorre confrontare tutte le caratteristiche del fascismo. Solitamente se ne dimenticano almeno due: a) l'utilizzo di bande paramilitari, b) il progetto antiparlamentare. A Donald Trump mancano entrambe. E' un fascista a metà, allora? Quand'è che un fenomeno smette di essere fascista per diventare un'altra cosa, magari disdicevole e censurabile, ma comunque differente?
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Piketty, gli manca solo il loden
di Luca Fantuzzi
Finalmente ho terminato la lettura de "Il Capitale nel XXI secolo" di Thomas Piketty.
Chi non l'ha fatto, comunque, può tranquillamente restare nell'ignoranza.
Il saggio ha mille difetti, il minore dei quali è quello di essere lungo poco meno della Bibbia, peraltro con risultati - si spera - assai meno profondi e duraturi: è tutto incentrato sul capitale, ma non prende mai in considerazione i capitalisti (per cui, sembrerebbe, si dovrebbero tassare allo stesso modo il professionista che si è fatto la villa alle porte di Roma e la casa al Circeo, l'imprenditore che possiede la maggioranza di una media azienda che fattura qualche milione di Euro all'anno, il manager che - giusto alla pensione - investe la liquidazione in strumenti finanziari); sospetta fortemente il debito pubblico - in base, par di capire, ad una concezione un po' aziendalistica dello Stato sociale -, ma non si interessa in alcun modo al debito privato (che è visto, in sostanza, come un "minor capitale"), né valuta in profondità gli effetti delle bilance dei pagamenti (d'altronde, per Piketty l'ottimo sarebbe un unico governo mondiale, anzi galattico); postula tassi di rendimento pressoché stabili nel tempo per il capitale (che, nel retro-pensiero dell'autore, è eminentemente finanziario: azioni, obbligazioni e titoli di Stato), senza però mai porsi il problema della formazione di quei tassi (sono per esempio totalmente assenti le dinamiche salariali, o le scelte normative in materia bancaria); annette importanza, nella riduzione della concentrazione patrimoniale nel secondo dopoguerra, alle sole imposte progressive, senza in alcun mondo considerare la le dinamiche salariali (rispetto alle quali, io guarderei questo); soprattutto, annacqua in affreschi anche di lunghissimo periodo fibrillazioni epocali derivanti da fondamentali eventi sociali, politici, legislativi (con esclusione, bontà sua, delle Guerre Mondiali).
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Perché votare NO nel referendum costituzionale di ottobre
Perché votare NO nel referendum costituzionale di ottobre – per la riconquista dell’autonomia politica ed economica del nostro paese contro la tirannia tecnocratica sovranazionale e dei trattati europei
Siamo di fronte a una delle più grandi mistificazioni politiche e culturali dalla fine della Seconda Guerra Mondiale
La contro-riforma costituzionale adottata dal governo Renzi, il c.d. DDL Boschi, viene presentata, dal governo e dalla quasi totalità dei media nazionali, come la più importante razionalizzazione delle istituzioni mai realizzata nel nostro paese, dopo decenni di politica degenerata e corrotta, da parte di una classe politica “nuova”, giovane e risoluta. In realtà, con questo disegno di legge costituzionale, di cui va considerata la sinergia con la “nuova” legge elettorale, l’Italicum, siamo di fronte ad una delle più grandi mistificazioni, politiche e culturali, a partire dalla fine della II Guerra Mondiale, pari se non peggiore della stessa “riforma” costituzionale di Berlusconi, Bossi e Fini del 2005, sonoramente battuta col voto referendario del 25-26 giugno 2006 dalla maggioranza del popolo italiano.
L’attuale classe politica non appare certo migliore di quella del recente passato, soltanto perché giovane e, nella propria autorappresentazione, nuova. Essa agisce con grande determinazione e sfrontatezza, verbale e legislativa, oltre a scontare un vuoto culturale e del rispetto delle regole democratiche senza precedenti nel periodo repubblicano.
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I misteri dell'attentato di Parigi del 13 novembre 2015. E non solo
di Giulietto Chiesa
L'intera narrazione ufficiale delle Stragi di Parigi del 2015 è stata inquinata da disinformazione, manipolazione, distrazione di massa. Ecco i fatti
A inizio 2015 scrissi un saggio e pubblicai un video su Pandora TV, intitolato "I Misteri di Parigi". Si riferiva alla tragedia del Charlie Hebdo del gennaio di quell'anno.
Avendo studiato a fondo gli eventi dell'11 settembre 2001, avevo la certezza che alle mie domande sul caso Charlie Hebdo non ci sarebbe stata risposta. I misteri dell'epoca dell'inganno universale non sono rivelabili. La società intera dell'Occidente esploderebbe se la verità venisse scoperta. Si può solo, testardamente, accumulare gl'indizi che dimostrano che essa non corrisponde a ciò che ci lasciano vedere e che ci costringono a credere. Le conseguenze le lascio a coloro che tramano contro di noi.
Ma allora non potevo nemmeno immaginare che avrei raggiunto la certezza della validità dei miei dubbi solo qualche mese dopo averli espressi.
Ora possiamo affermare che l'intera narrazione ufficiale degli eventi del Charlie Hebdo - insieme alle sterminate narrazioni "derivate" che la stampa e tutti gli organi del mainstream hanno prodotto - sono opera di disinformazione, di manipolazione, di distrazione di massa. Il ministro degli interni francese, Bernard Cazeneuve, dopo adeguata meditazione, ha infatti deciso che l'indagine in corso per accertare tutte le responsabilità di quella strage doveva essere fermata, chiusa a chiave, archiviata. La motivazione? "Segreto militare" [1].
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Il significato della supremazia bianca oggi
Racconto della conferenza di Angela Davis
di Militant
«Non sono più iscritta al partito comunista, ma sono ancora comunista». Questa una delle affermazioni di Angela Davis durante la lezione magistrale che ha tenuto lunedì scorso all’Università di Roma Tre. Parole decise, prive di ipocrisia e senza toni attenuati, pronunciate in risposta all’intervento polemico del germanista Marino Freschi, che – e la frecciatina anticomunista nelle sue affermazioni era palese – evidenziava i rapporti di Davis con Erich Honecker, segretario della Sed (il partito comunista della Repubblica democratica tedesca) e poi presidente della Ddr, e l’esistenza di una foto che la ritrae con sua moglie Margot. La foto in questione, che vede anche la presenza della cosmonauta sovietica Valentina Tereshkova, è del 4 agosto 1973, pochi giorni dopo la morte di Walter Ulbricht, fino ad allora presidente della Ddr con pochi poteri effettivi: Freschi non ha potuto fare a meno di fare un po’ di polemica, dicendo che Honecker aveva tenuto nascosta questa morte perché allora nella Ddr non si poteva dire la verità. La dichiarazione di Davis di essere ancora comunista e l’affermazione precedente sulla possibilità di un futuro socialista («Non solo perché non ci sono più paesi socialisti dobbiamo pensare che non ci sarà più un mondo socialista in futuro», ma andiamo a memoria) assumono, in questo contesto ufficiale, ancora più valore.
Queste parole, infatti, sono state pronunciate da Davis nell’aula magna della facoltà di Lettere dell’Università di Roma Tre, nel corso di un incontro ufficiale organizzato dall’istituzione universitaria. Le cinquecento poltrone dell’aula non sono bastate a contenere tutto il pubblico, composto in gran parte di compagne e compagne, e molti si sono seduti a terra o sono rimasti in piedi.
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Una Eurozona da Draghi?
di Giorgio Gattei, Antonino Iero
1. È stupefacente vedere come il governatore della Banca Centrale Europea si dia da fare per evitare che l’Eurozona precipiti nel baratro della deflazione (-0,2% il dato di febbraio per l’area euro[1]) e non ci riesca.
Il pericolo è che anche l’Eurozona cada in quello stato comatoso dell’economia che, resistendo ad ogni terapia, affligge da vent’anni il Giappone (cfr. G. Visetti, La strenua lotta del Giappone ad una deflazione ventennale, “Affari e Finanza”, 23.11.2015). Ma, siccome per curare bisogna prima diagnosticare la malattia, è proprio qui che Mario Draghi inciampa, facendo il reticente quando rinvia a generiche «forze nell’economia globale oggi che, tutte assieme, stanno mantenendo bassa l’inflazione» (“La Repubblica”, 5.2.2016). Ma quali queste “forze” (“oscure”, come si sarebbe detto una volta) se non precise variabili macroeconomiche che per pudore non s’intendono nominare?
Più espliciti sono stati i due governatori di Bundesbank e Banque de France in una lettera congiunta (ma il governatore della Banca d’Italia dov’era?) in cui hanno proposto che gli Stati europei cedano più sovranità, allo scopo di «rafforzare la governance della zona-euro», mediante l’istituzione di un Ministro unico del Tesoro con il compito di coordinare l’«unione dei finanziamenti e degli investimenti» per affrontare «il paradosso di un risparmio abbondante che non viene sufficientemente mobilizzato per investimenti» (“La Repubblica”, 9.2.2016).
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