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I dati parlano chiaro: la ripresa non è reale
Prendendo tasso disoccupazione, tasso insolvenza più altri parametri, lo scenario appare quanto mai chiaro. Come è possibile negare l’evidenza?
In questi giorni sto riprendendo in mano la questione “solvibilità del sistema finanziario” e sto cercando di vedere un pochino come stanno realmente le cose.
Cliccando su “ leva finanziaria “ potrete ritrovare i vari post sull’argomento inerenta appunto alla leva finanziaria delle banche americane, italiane ed europee. E già lì, capirete che non tutto il sistema si è mosso nella stessa direzione. O per lo meno, facendo due calcoli capirete che il sistema bancario europeo è ancora in alto mare in merito alla sua ipotetica ristrutturazione.
Ma per quale motivo continuo a battere il chiodo sulle banche e sul sistema finanziario? Perché continuo a pensare che la crisi dipenderà dalla sostenibilità e dal risanamento del settore bancario. Un iter che non deve essere interrotto, quello del risanamento, in quanto è indispensabile il sostegno delle banche in una ripresa economica REALE e non solo virtuale.
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Troppa flessibilità fa male ai muscoli
Carlo Clericetti
Di che cosa si parla quando si discute di posto fisso? I discorsi degli imprenditori e di molti economisti sottintendono una realtà inesistente, ossia che l'impresa non abbia possibilità di dosare il fattore lavoro secondo le esigenze produttive. Sarebbe invece più utile, guardando alla storia del XX secolo e degli ultimi 30 anni in particolare, chiedersi se la flessibilità non sia nociva per l'economia in generale e anche per il funzionamento delle imprese
Il dibattito sul “posto fisso” innescato dalla recente dichiarazione di Giulio Tremonti assume certamente, come è stato sottolineato da alcuni esponenti del centrosinistra, aspetti piuttosto paradossali in un periodo di forte crescita della disoccupazione, che peraltro cancella prima di tutto tutta la gamma dei posti a vario titolo “flessibili”. Eppure sarebbe un errore concentrarsi su quest’ultimo aspetto ed evitare quindi una discussione nel merito. Perché è proprio questo tipo di discussione che stanno invece portando avanti tutti i sostenitori della flessibilità, per riaffermare concetti che negli ultimi due decenni hanno contribuito a quel corpo di teorie diventato tanto dominante da meritare di essere chiamato “pensiero unico”.
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Critica al “Programma di Cernobbio”
di Joaquin Arriola [1] e Luciano Vasapollo [2]
La crisi sistemica del capitalismo deve essere una opportunità tutta politica per forzare l’orizzonte verso i percorsi di transizione al socialismo. Due economisti marxisti spiegano perché il neokeynesismo non può essere l’alternativa alla crisi del capitale confermata dal forum “ufficiale” dell’establishment capitalista a Cernobbio
Nei primi giorni di settembre 2009, a fronte della Cernobbio che conta per la società del capitale, si è realizzato il Controforum dove anche quest’anno associazioni, sindacalisti ed economisti discutono della Campagna Sbilanciamoci contro le politiche di Tremonti e per esaminare le possibilità alternative alla crisi, o meglio per dare indicazione di come uscire a sinistra dalla crisi.
In molti scritti abbiamo sostenuto anche in tempi non sospetti che bisogna parlare di “normalità” della crisi perché già Marx parlò chiaramente della modalità ciclica del sistema capitalista, che ha quindi come sue fasi le crisi economiche, così come l’espansione e i picchi di crescita; ed è proprio attraverso la crisi che il sistema ripristina il suo stato di equilibrio distruggendo forze produttive, lavoro e capitale in sovrabbondanza rispetto ai processi di valorizzazione voluti;
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Il mondo ostaggio dei rentiers
Intervista di Cosma Orsi a Giorgio Lunghini
La crisi economica, questa nostra sconosciuta. Viene presentata così l'attuale recessione, alternando la previsione di una uscita ravvicinata da essa a una lettura che indica nella lunga durata la sua dimensione temporale. Allo stesso tempo l'oscillazione tra le speranze, da parte della teoria economica mainstream, di uscirne fuori in continuità con il passato e la convinzione che «niente sarà come prima» segna la discussione pubblica. Con l'intervista a Giorgio Lunghini inizia una ricognizione su come autorevoli economisti italiani affrontono la natura della crisi attuale. Studioso noto ai lettori de «il manifesto», Lunghini propone di leggere la crisi sia in una prospettiva storica che di analisi critica del capitalismo.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?
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Honduras, la farsa elettorale
di Fabrizio Casari
La farsa elettorale in Honduras è andata regolarmente in onda. Presenti i candidati, gli osservatori internazionali, i paesi amici e le urne, hanno declinato l’appuntamento solo il 65-70% degli elettori. E’ l’astensione più alta nella storia del Paese. Cosa volete che sia? Non si può avere tutto. E’ stato eletto Porfirio Lobo, con più del 56% dei voti quando lo scrutinio era già concluso nella metà dei seggi. Lobo avrebbe sconfitto Elvin Santos, candidato liberale. Le differenze tra i due? Solo nome e cognome, non si perda tempo nel carcare altri elementi quali idee o programmi. Il fantoccio Micheletti ha assicurato che cederà il potere “senza nessun condizionamento”. Ci mancherebbe altro: non di cessione di potere si tratta, nel caso di specie, ma esclusivamente di subentro di compare.
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Nei pollai degli immigrati che hanno costruito Dubai
Angelo Mincuzzi
DUBAI - Rajendra fa segno di togliersi le scarpe, infila la mano in una finestra e apre la serratura bloccata dall'interno. La porta si spalanca su uno sgabuzzino di tre metri per tre. Lungo le pareti sei letti a castello di metallo nero. E nient'altro. Nessun armadio, nessuna sedia, nessun tavolo. Ci siamo tolti le scarpe, ma non c'è pavimento da calpestare. A Sunafur, estrema periferia di Dubai, poco dopo l'aeroporto e al confine con l'emirato di Sharjah, 200mila persone come Rajendra vivono in un buco come questo. Sunafur è il villaggio degli invisibili, il luogo delle non-persone, dove la sera migliaia di pullmini della Tata e della Daewoo scaricano le mani che hanno costruito Dubai.
«Sono arrivato qui dal Nepal, tre anni fa – racconta Rajendra –. Sono aiuto elettricista e guadagno 900 dhiram al mese, circa 180 euro. Faccio undici ore di lavoro al giorno, sei giorni su sette, trenta giorni di ferie ogni anno, e a fine mese riesco a mandare 500 dhiram alla mia famiglia in Nepal».
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Dubai, la torre di babele dell’iperconsumo
Umberto Mazzantini
"Bancarotta a Dubai" gridano oggi gli stessi giornali che solo ieri, accompagnando negli Emirati Arabi Uniti la visita di Silvio Berlusconi, magnificavano, con la complicità estasiata dei nostri ministri di turno, il bengodi arabo, le isole cementizie che si sporgono in fogge floreali nell'instabile Golfo persico (od arabo che dir si voglia), i grattacieli record, i pomodori coltivati nel deserto per le tavole di emiri che lasciano una scia di petrodollari, lo shopping mondiale in luccicanti ed esclusivi grandi magazzini planetari che hanno trasformato la Costa dei Pirati di antica memoria, i Trucial Staes occupati dagli inglesi, nel nuovo paese dei balocchi del lusso planetario che tanto vorremmo riprodurre nelle zone franche e nei casinò a cui bramano schiere di comuni e regioni italiani.
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Il “ritorno dello Stato” come amministratore della crisi
Norbert Trenkle
1.
Gran parte della sinistra riconduce l’attuale crisi economica mondiale a cause politiche. Secondo questa sinistra, il neo-liberalismo, che ha totalmente deregolamentato il mercato e in modo particolare scatenato i mercati finanziari, ha fallito. Adesso ci aspetterebbe una nuova era di regolamentazione e controllo statale, su cui diventerebbe perciò essenziale incidere. Punti centrali sarebbero il ridimensionamento del capitale finanziario e il rafforzamento dell’economia reale, la quale da parte sua dovrebbe essere riformata in senso ecologico e sociale. La riuscita di questo progetto dipenderebbe soprattutto dai rapporti di forza e dalla mobilitazione politica.
2.
Questa analisi trascura però l’origine di fondo della crisi globale. Anche se essa è stata innescata da un crack dei mercati finanziari, le sue cause vanno cercate in tutt’altro luogo. L’enorme rigonfiamento dei mercati finanziari degli ultimi 30 anni non dipende da decisioni politiche arbitrarie o sbagliate, ma è espressione di una crisi strutturale della valorizzazione del capitale, crisi che è emersa con la fine del boom fordista del dopoguerra.
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Lettera a chi vuole controllare la rivoluzione colorata viola
di Pino Cabras
Ehi, dico a te,
Oh sì, vedrai, il 5 dicembre anche io sarò in piazza per dire che il Caimandrillo farebbe bene a preparare le valige. Non se ne può più di lui, davvero. E anche tu – che sai tirare tanti fili - non ne puoi più di lui, l’ho capito. Vedrò tutti da vicino, avvolti dal viola di questa rivoluzione colorata, il pigmento unico che già oggi omologa un’intera collezione autunno-inverno con un'uniformità mai vista prima. Andiamo verso i disordini e la dissoluzione della Repubblica, ma ben vestiti, e ben pettinati. Alla moda. Viola.
E tu provi a colorare la crisi italiana proprio mentre si muove dentro una crisi più vasta. La fai viola, proprio ora che siamo al verde, e i conti in rosso. In gioco c’è qualcosa di più della sorte di un governo azzurro, nero e verde-padano. La Seconda Repubblica si trasformerà ancora, e la sfera pubblica sarà modificata da tanti protagonisti che lasceranno un’impronta costituzionale nuova. Il popolo sarà coinvolto, ma il derby vero si giocherà nell’élite. Chi sono i giocatori? Chi sono gli allenatori? Intanto, tu vuoi scegliere il coach più di tutti, come sempre.
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Le meravigliose bolle di sapone Carry Trade
di Nouriel Roubini *
Da marzo i prezzi delle attività rischiose di ogni genere (azioni, petrolio, energia, materie prime) hanno ripreso a correre, gli spread creditizi tra titoli ad alto rendimento e di alta qualità hanno cominciato a ridursi, e le attività dei paesi emergenti (azioni, obbligazioni, valute) sono risalite ancora di più. Contemporaneamente, il dollaro si è fortemente indebolito, mentre i rendimenti dei titoli di stato sono leggermente saliti, ma sono rimasti bassi e stabili.
Questa ripresa degli asset rischiosi è trainata in parte dal miglioramento dei fondamentali dell'economia. Abbiamo evitato una quasi depressione e il tracollo del sistema finanziario grazie a un imponente piano di stimoli monetari e di bilancio e agli interventi di salvataggio delle banche in difficoltà. Sia che la ripresa segua una curva a V, come ritiene la maggior parte dei commentatori, o un'anemica curva a U, come ritengo io, i prezzi delle attività dovrebbero gradualmente crescere.
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Miccia corta
di Sergio Segio
Uno stralcio della Prefazione alla nuova edizione di Miccia corta
Oltre quattro anni fa, licenziando questo libro, ho provato una sensazione liberatoria: quella di aver portato a termine ciò che si ritiene un proprio dovere, un impegno morale. Non tanto riguardo me stesso: ho fatto da tempo i conti con la mia coscienza, e anche con l’orgoglio; conti talvolta più dolorosi di quelli giudiziari. Non ho nulla da difendere se non, appunto, l’impegno di verità e memoria verso una storia collettiva negata, rimossa o mistificata. Sempre più spesso anche da chi l’ha vissuta in prima persona.
Quando, nel 2006, il regista Renato De Maria mi contattò per propormi di costruire un film a partire da questo libro il sentimento prevalente fu quello della preoccupazione: mi rendevo conto benissimo di quanti attacchi personali e polemiche astiose ciò avrebbe provocato.
D’altro canto, il «ritmo» cinematografico è quello che – da molti punti di vista – ritenevo e ritengo maggiormente adatto a raccontare la vicenda che sta al centro di Miccia corta e, più in generale, la storia degli anni Settanta, bruciati veloci. Come una miccia corta, appunto. In questo senso, l’assalto al carcere di Rovigo, che costituisce il cuore narrativo di queste pagine, non ha solo il sapore crepuscolare di una storia che volge consapevolmente al termine: ha anche la valenza paradigmatica dello scialo di vita, della gioventù e dei sogni che consumano rapidi, senza risparmio e senza cautele.
Dunque il progetto filmico mi apparve come un’occasione, rischiosa ma preziosa, di portare un nuovo contributo alla riflessione pubblica su quegli anni e quelle vicende, che a tutt’oggi costituiscono un passato che non passa, una ferita slabbrata e infetta.
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I terro-buonisti
Aldo Giannuli
Nella scorsa settimana è giunto alla redazione bolognese dell’Unità un documento di 4 cartelle a firma “Nuclei di azione territoriale (Luca ed Annamaria Mantini)” che contiene una analisi della situazione e la proposta di una ripresa della lotta armata.
Il testo è certamente opera di “professionisti” e va preso sul serio, ma chi sono i veri autori e che intenzioni hanno?
Il documento è molto ripetitivo e sembra scritto da persona di qualche cultura sociologica prossima alla sinistra alternativa (scrive “migranti” al posto di “Immigrati”), e mostra con qualche incertezza lessicale (scrive “succube” al posto di “succubo”; Succube è il nome tardo latino di un demone in forma di donna). Non ci sono particolari pregi di originalità e si riprendono molti argomenti della polemica degli ultimi mesi.
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Crisi sistemica globale - Gli stati di fronte alle tre opzioni brutali del 2010: Inflazione, forte pressione fiscale o insolvenza
GEAB N°39 (15 novembre 2009)
Così come anticipato da LEAP/E2020 nel febbraio scorso, in mancanza di una rifusione generale del sistema monetario internazionale, il mondo è prossimo ad entrare nella fase di smembramento geopolitico mondiale della crisi sistemica globale. Per l'anno 2010, sulla base della depressione economica e sociale, e dell’aumento del protezionismo, quest'evoluzione condannerà un grande numero di Stati a scegliere tra tre opzioni brutali, cioè: l' inflazione, il forte aumento della pressione fiscale o insolvenza. Un numero crescente di paesi (USA, Regno Unito, Eurolandia (1), Giappone, Cina (2),…), avendo sparato tutte le cartucce di bilancio e monetarie nella crisi finanziaria del 2008/2009, non può infatti più offrire altra alternativa. Tuttavia, per riflesso ideologico e per tentare di evitare con tutti i mezzi di assumere scelte così dolorose, tenteranno di lanciare nuovi piani d'incentivazione economica (spesso sotto altre denominazioni) allorché è diventato ovvio che gli ardui sforzi pubblici di quest'ultimi mesi miranti a rilanciare la crescita non saranno sostituiti dal settore privato. Infatti, il consumatore così come lo si conosce da più decenni è bello che morto, senza speranza di resuscitarlo (3).
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Deflazione: bolla delle mie brame, qual è la più grossa del reame?
Andrea Mazzalai
Oltre un anno fa scrissi un pezzo nel quale evidenziai come Bernanke mise in piedi una sorta di Bubble Team, composto da tre economisti, Hang, Xiong e Brunnermeier, provenienti rispettivamente dal Vietnam, dalla Cina e dalla Germania, nella "sua" università, quella di Princeton, per cercare di comprendere come sia possibile sgonfiare una bolla senza spegnere la naturale effervescenza di un ciclo che corre il rischio di essere scambiata con una pericolosa irrazionale euforia.
Al di la delle considerazioni uscite da questo studio, nel quale l'ottimismo formula la crescita e l'espansione della bolla per essere sostituito all'improvviso da un cambiamento delle condizioni economiche che spinge i partecipanti a precipitarsi in massa verso le uscite di emergenza, sarebbe bastato leggere le teorie di Minsky e Fisher. Ma forse era chiedere troppo a colui che ha sposato l'ideologia della razionalità dei mercati, chiedere troppo a colui che sostiene che la razionalità dei mercati può essere travolta solo da un evento esogeno.
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Una sinistra senza Rete
Benedetto Vecchi
«Lo spettro del capitale», un saggio di Marcello Cini e Sergio Bellucci sull'economia della conoscenza
Pagine sostenute da un'urgenza politica: perché il movimento operaio è incapace di proporre una visione alternativa a quella dominante? È attorno a questa domanda che il saggio di Marcello Cini e Sergio Bellucci Lo spettro del capitale (Codice edizione) si sviluppa, evidenziando come, anche chi esercita il potere, non dorme sonni molto tranquilli. Lo testimonia la crisi economica, che da un biennio sta ridisegnando i rapporti sociali e le relazioni tra Stati a livello mondiale in una direzione che, più che costituire una soluzione, rappresenta un problema aggiuntivo rispetto la possibilità di uscire dalla crisi, perché le dinamiche e i conflitti sociali e geopolitici del capitalismo contemporaneo non contemplano un esito riformista, come è stato il New Deal e il welfare state dopo la crisi del '29 e la seconda guerra mondiale. Dunque, un saggio ambizioso che concede ben poco allo stile espositivo e molto, invece, alla radicalità dei problemi che la sinistra, meglio quello che ne rimane, si trova di fronte.
La tesi dei due autori è presto riassunta. Negli ultimi lustri, il capitalismo ha conosciuto un mutamento radicale che ha portato al centro della scena la conoscenza, divenuta fonte primaria nei processi lavorativi nonché settore trainante della produzione della ricchezza. Una conoscenza intesa nella sua forma generica, ma tuttavia pervasiva dell'attività economica. Non solo dunque il sapere tecnico-scientifico, ma anche l'informazione, l'intrattenimento, l'immaginario collettivo sono diventati il cuore del capitalismo.
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I tortuosi sentieri del capitale
David Harvey intervista Giovanni Arrighi
Giovanni Arrighi, dall’inizio degli anni Sessanta fino al giorno della sua scomparsa, il 18 giugno scorso, è stato qualcuno che ha creduto, con tenacia illuministica, nella possibilità di penetrare nel fatum capitalistico. Per questo suo sforzo è considerato, a livello mondiale, uno dei massimi studiosi del capitalismo in un’ottica storico-comparativa. Avendo lasciato l’Italia per gli Stati Uniti, nel 1979, il nostro paese lo ha ricambiato prestando poco interesse alla sua opera. Non credo che questo sia mai stato per lui un dispiacere. Gli era perfettamente chiaro che gli strumenti intellettuali che aveva elaborato sarebbero stati usati da generazioni di intellettuali asiatici, africani o americani piuttosto che europei. Un bel ricordo di Arrighi da parte di Piero Pagliani qui. A. I.
[Presentiamo alcuni brani dall’ultima intervista di Arrighi, rilasciata a David Harvey e apparsa sul numero 56 (mar.-apr. 2009) della New Left Review. Ringrazio David Harvey, Beverly Silver, Kheya Bag per la disponibilità, Nicola Montagna per i pareri sulla traduzione e la Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna per le indicazione bibliografiche. Gh. B.]
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USA, è vera decadenza?
di Domenico Moro
Alla vigilia del viaggio del presidente Obama in Estremo Oriente, il Sole24ore ha pubblicato un fondo di John Plender. La tesi del rinomato editorialista del Financial Times è semplice: la decadenza degli Usa è meno forte di quanto si creda e la loro egemonia non è realmente in discussione. Secondo il columnist gli Usa non sono condannati a ricalcare le orme della Spagna nel XVII secolo e della Gran Bretagna nel XX secolo, costrette al collasso dall’eccessivo allargamento dei loro imperi.
Soprattutto Plender, pur riconoscendo la pericolosità dell’enorme debito Usa (delle famiglie, statale e del commercio estero) nei confronti dei paesi creditori (in primis la Cina) ritiene che: “Se la classe politica statunitense dimostrerà di essere all’altezza della sfida fiscale e se gli americani impareranno a risparmiare di più ci sono buone possibilità che questo paese riesca a sottrarsi a un significativo declino e resti la potenza economica e militare più importante al mondo ancora per molto tempo.”
Il punto è che c’è qualche “se” di troppo nel ragionamento di Plender. Invertire la tendenza all’indebitamento è non solo molto difficile, ma contrasta direttamente con i rapporti economici dominanti sia all’interno degli Usa sia tra gli Usa ed il resto del mondo. Se i lavoratori americani si indebitano non è per capriccio ma perché non vi sono altri modi per conservare i loro standard di consumo, che sono condizione necessaria agli alti tassi di profitto delle imprese Usa.
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A chi non si rassegna
di Vladimiro Giacché
Alberto Burgio, Senza democrazia. Un’analisi della crisi, DeriveApprodi, Roma, 2009, pp. 286, euro 15.
Sulla gravità della crisi economica mondiale in corso sussistono ormai ben pochi dubbi. Gli stessi confronti con la depressione iniziata nel 1929 mostrano un declino dei principali indicatori economici addirittura peggiore di allora. Commisurata con l’eccezionalità della situazione che stiamo vivendo, la qualità media delle opere dedicate alla crisi è a dir poco deludente. Abbiamo avuto una vera e propria panoplia di libri e libretti sulla casta dei banchieri privati e sulle loro colpe, sugli errori dei banchieri centrali, delle società di rating, e così via. Si direbbe che la stessa letteratura “scientifica” abbia scelto di seguire la strada imboccata da quella giornalistica: ossia di offrirci ricostruzioni degli eventi a carattere scandalistico e moralistico – quindi parziali ed elusive. Data questa diagnosi della malattia, non può stupire che le terapie proposte oscillino tra un vago keynesismo pre-reaganiano, il richiamo al rafforzamento delle autorità di sorveglianza dei mercati finanziari e l’asserita necessità di eliminare le mele marce che avrebbero guastato il buon funzionamento dei mercati. Siamo ben lontani, insomma, dal ricchissimo dibattito sul capitalismo che si aprì dopo la crisi del 1929.
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Copenaghen: Seattle cresce
Naomi Klein
L’altro giorno ho ricevuto una copia pre-stampata di The battle of the story of the Battle of Seattle, di David Solnit e Rebecca Solnit . La pubblicazione è fissata a dieci anni da quando una storica coalizione di attivisti arrestò il vertice del World Trade Organization di Seattle, la scintilla che infiammò un movimento globale anticorporativo.
Il libro è un resoconto affascinante di ciò che accadde realmente a Seattle, ma quando parlai con David Solnit, il guru dell’azione diretta che contribuì ad architettare la chiusura del vertice, lo trovai meno interessato a rievocare il 1999 che a parlare dell’imminente summit delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico di Copenaghen e le azioni di “giustizia climatica” che sta aiutando ad organizzare da una parte all’altra degli Stati Uniti per il 30 Novembre. “Questo è sicuramente un momento stile-Seattle”, mi disse Solnit. “La gente è pronta a lanciarsi”.
Vi è certamente un fattore Seattle nella mobilitazione di Copenaghen: la vasta gamma di gruppi che vi prenderà parte, le tattiche diverse che verranno messe in campo e i governi dei paesi in via di sviluppo pronti a portare le richieste degli attivisti dentro il summit. Ma Copenaghen non è una mera replica di Seattle. Appare, invece, come se le placche tettoniche progressive si stiano spostando, creando un movimento che si basa sui punti di forza di un’epoca passata, ma che impara anche dai suoi errori.
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La persecuzione dei giovani
di Andrea Scarabelli
Se vedi novanta poliziotti in assetto antisommossa a Milano, sui navigli, in un’alba spenta che solo novembre sa offrire, pensi di assistere a un’operazione di estrema gravità e urgenza. Magari per sventare qualche pericolosissima minaccia terroristica esotica, come quella che da oggi scopriamo incombere sul nostro premier. Se poi li vedi circondare il Lab Zero o Ringhiera, insomma la casa occupata sul nuovo parco lungo Ripa di Porta Ticinese, pensi che sia imminente lo sgombero, un’altra mossa dell’offensiva unilaterale innescata da questa città contro tutti gli spazi non omologati in nome della “riqualificazione”.
Invece, no.
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Obama in Zhongguo
di Raffaele Sciortino
Mentre a Berlino si notava la sua assenza, Obama stava probabilmente preparando con lo staff il suo viaggio in Asia Orientale che ha avuto inizio questa settimana. Nulla di più simbolico. La "centralità" del teatro europeo dominato dal bipolarismo - un dispositivo quasi perfetto di blocco del cambiamento sociale che alla fine è comunque saltato - è finita per sempre. La caduta del Muro ha sancito e aperto alla riunificazione del mercato mondiale, via globalizzazione neoliberista, ma il suo asse si è spostato altrove.
La crisi globale non ha fatto che confermare questo trend. Agli occhi delle élites asiatiche, e non solo delle élites, il prestigio dell'Occidente e degli Stati Uniti in particolare si è in parte volatilizzato. Vedremo inchini e sorrisi diplomatici, nel trip asiatico del nuovo presidente, ma nessun segno della facile Obamamania che ha buon corso - ma per quanto ancora? - qui da noi. Quello che si è aperto infatti, e per ora resta sotto la superficie, è uno scontro o, se vogliamo, una competizione sul "pattern di crescita" che dovrebbe sostituire il corso rivelatosi con la crisi insostenibile.
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Le illusioni della Flexsecurity
Guglielmo Forges Davanzati
L’Italia è, al tempo stesso, il Paese che – in Europa - ha dato maggiore impulso alle politiche di precarizzazione del lavoro e minore sicurezza a chi perde lavoro. Sul piano normativo, è opportuno ricordare che il nostro ordinamento prevede, in caso di licenziamento, il ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni ordinaria o strutturale (a seconda che si tratti di difficoltà aziendali di natura congiunturale o strutturale) e il ricorso alla mobilità nei casi di difficoltà aziendali irreversibili. L’ammontare del sussidio è stabilito in fase di programmazione economica ed è quantificato nella Legge Finanziaria. Vi è poi la possibilità di accedere all’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti per i lavoratori in stato di disoccupazione involontaria, con almeno due anni di assicurazione, che abbiano prestato almeno 78 giornate di lavoro con regolare contribuzione. Nel suo ultimo rapporto, l’OCSE, prevedendo il rischio di una disoccupazione a due cifre in Italia nel 2010, certifica che, al momento, i lavoratori più colpiti dalla crisi sono i giovani e i precari: in un anno l’Italia ha perso 261.000 posti di lavoro temporanei o con contratti atipici (inclusi i collaboratori coordinati e continuativi e occasionali).
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La sinistra nella crisi italiana
Mimmo Porcaro
Contributo al seminario Punto Rosso/Rosa Luxemburg Stiftung Milano, 20 ottobre 2009
Per comprendere il quadro in cui agisce la sinistra italiana è necessario prendere le mosse da una pur sommaria analisi della composizione delle classi dominanti italiane e dai loro interni conflitti.
Se, in seguito alla crisi, il compito fondamentale delle classi dominanti è quello di inventare una nuova direzione politica dell’economia e di finanziare e gestire un crescente debito pubblico in forme socialmente accettabili, nessuna delle frazioni delle classi dominanti italiane è all’altezza del compito.
Fino agli anni ’90 le classi dominanti italiane erano sostanzialmente unite intorno al dominio del blocco finanziario ed industriale pubblico, al quale si alleava la grande industria privata, mentre la PMI era in parte sovvenzionata pubblicamente ed in parte incapace di politica autonoma. Il dominio del blocco pubblico e dei suoi alleati era, per ovvie ragioni, contemporaneamente economico e politico.
Dopo gli anni ’90 il polo pubblico è stato dissolto: il sistema industriale di Stato è stato dimesso e tutte le banche sono state privatizzate. All’alleanza tra blocco pubblico e grande impresa si è sostituita l’alleanza tra capitale bancario privato e grande impresa (col capitale bancario in posizione di preminenza), mentre la PMI ha assunto una posizione sempre più autonoma. Inoltre, non c’è più coincidenza immediata tra classi economicamente dominanti e classi politicamente dominanti: poiché non esiste più una “borghesia di Stato” (e cioè una borghesia che è per definizione espressione o base del Governo), il dominio politico non è più una conseguenza “naturale” del dominio economico.
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Il Giovanardi mannaro
di Francesco Merlo
Suscita rabbia e pena, una pena grande, il sottosegretario Carlo Giovanardi, cattolico imbruttito dal rancore, che ieri mattina ha pronunziato alla radio parole feroci contro Stefano Cucchi. Secondo Giovanardi, Stefano se l´è cercata quella fine perché «era uno spacciatore abituale», «un anoressico che era stato pure in una comunità», «ed era persino sieropositivo». Giovanardi dice che i tossicodipendenti sono tutti uguali: «diventano larve», «diventano zombie». E conclude: «È la droga che l´ha ridotto così».
Giovanardi, al quale è stata affidata dal governo «la lotta alle tossicodipendenze» e la «tutela della famiglia», ovviamente sa bene che tanti italiani – ormai i primi in Europa secondo le statistiche – fanno uso di droga. E sa che tra loro ci sono molti imprenditori, molti politici, e anche alcuni illustri compagni di partito di Giovanardi. E, ancora, sa che molte persone «per bene», danarose e ben difese dagli avvocati e dai giornali, hanno cercato e cercano nei cocktail di droghe di vario genere, non solo cocaina ed eroina ma anche oppio, anfetamine, crack, ecstasy…, una risposta alla propria pazzia personale, al proprio smarrimento individuale. E alcuni, benché trovati in antri sordidi, sono stati protetti dal pudore collettivo, e la loro sofferenza è stata trattata con tutti quei riguardi che sono stati negati a Stefano Cucchi. Come se per loro la droga fosse la parte nascosta della gioia, la faccia triste della fortuna mentre per Stefano Cucchi era il delitto, era il crimine. A quelli malinconia e solidarietà, a Stefano botte e disprezzo.
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Per morte ricevuta. L'ottantanove del Pci
La svolta vent'anni dopo
Ida Dominijanni
12 novembre 1989. Tre giorni dopo il crollo del Muro di Berlino Achille Occhetto annuncia alla Bolognina il cambio del nome del Pci. E' l'inizio della «svolta» che porterà alla dissoluzione del più grande partito comunista dell'Occidente. Un libro di Guido Liguori ricostruisce quei giorni e i mesi di passione che ne seguirono. C'era un altro esito possibile?
«Viviamo in tempi di grande dinamismo. Gorbacev prima di dare il via ai cambiamenti in Urss incontrò i veterani e disse loro: voi avete vinto la seconda guerra mondiale,se ora non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni. Da questo traggo l'incitamento a non continuare su vecchie strade ma a inventarnedi nuove per unificare le forze di progresso...è necessario andare avanti con lo stesso coraggio che fu dimostrato nella Resistenza».
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