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Derrida comunista
di Leo Essen
C’è lutto anche in politica. E ad essere in lutto non sono i comunisti che hanno creduto di aver perso, con il socialismo reale, anche il sogno di un comunismo possibile. La mente va a Althusser, al ricordo che ne offre Élisabeth Roudinesco, quando, parlando dell’amico scomparso, accosta il suo destino a quello di tutta una generazione di comunisti che, di fronte al disastro del socialismo reale, vedevano inabissarsi il loro ideale ed erano costretti a rinunciare all’impegno militante, con il risultato di sprofondare nella malinconia. Il lutto come ossessione, come un fantasma dell’ossessione, come idealizzazione e reificazione, e la malinconia, come memoria di una perdita, non possano essere confinati al socialismo reale. Rispondendo a Roudinesco, Derrida dice di non credere che la «malinconia» di cui lei parla – questa mezza sconfitta che non è possibile in alcun modo ridurre né esaurire, questo atteggiamento di scacco strutturale che segna l'inconscio geopoltico dei nostri tempi – sia soltanto il segno del decesso di un determinato modello comunista. Esso, dice, non fa che riversare i suoi pianti, talora privi di lacrime e inconsapevoli, più spesso fatti di lacrime e sangue, sul cadavere della politica stessa. Piange quello che è il concetto stesso di politica nei suoi caratteri essenziali, oltreché in quei caratteri specifici propri della modernità – lo Stato nazionale, la sovranità, la forma-partito, la struttura parlamentare nella sua configurazione più diffusa.
Nel 2001, in questo dialogo con Roudinesco, (morirà nel 2004), Derrida parla del suo rapporto con Althusser, suo grande amico e maestro, coinquilino in Rue d’Ulm a Parigi, e dice di essere stato costretto per lungo tempo al silenzio. Un silenzio frutto di una scelta, ma non per questo meno dolorosa.
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Se l'attualità di Marx inquieta i liberali
di Marco Veruggio
Marx Revival. Concetti essenziali e nuove letture. A cura di Marcello Musto, Donzelli, 2019, 472 pp., 30 euro
Il recente volume miscellaneo Marx Revival testimonia come il pensiero di Marx possa essere ancora utile per affrontare lo studio dell’economia e della società capitalistiche, inclusi temi di grande attualità come migrazioni e nazionalismo. Il che forse spiega l’acredine con cui un autorevole filosofo liberale come Bedeschi su Il Foglio ha recensito la pubblicazione.
Il sottotitolo di questa ampia e varia miscellanea curata da Marcello Musto, docente di sociologia presso l’Università di Toronto, indica al lettore sin dall’inizio come di questo volume si possa fruire sia come introduzione all’opera di Marx per un pubblico neofita interessato ad acquisire familiarità con l’argomento prima di attaccare direttamente la lettura dei testi fondamentali, sia come testo di approfondimento e di aggiornamento per un pubblico già esperto, in chiave non esclusivamente accademica, ma con un’esplicita volontà di affrontare alcuni temi dell’odierna agenda politica riprendendo e attualizzando le categorie del materialismo storico e senza concessioni e nostalgie all’era del ‘socialismo reale’, perché – annota Musto nella Prefazione al volume – il modello di socialismo di Marx era una ‘associazione di liberi esseri umani’ e ‘non contemperava uno stato di miseria generalizzata, ma il conseguimento di una maggiore ricchezza collettiva e il soddisfacimento dei bisogni dei singoli’.
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Verso lo scontro finale? Germania, Ue e cronache del crollo
di Alessandro Visalli
Era atteso, la parte dominante della società tedesca, quella che vive delle rendite derivanti dall’enorme surplus commerciale che l’euro ha contribuito in modo decisivo a regalare in questi anni, non sopportava più di vedere messi a rischio, e comunque annullati, i suoi rendimenti. La rudimentale visione delle interconnessioni e delle relazioni causali che l’opinione pubblica tedesca ha non riusciva a comprendere che la disperata compressione della domanda interna, imposta a tutta Europa dalla ortodossia ordoliberale, produce come effetto sia i surplus commerciali (e quindi il flusso dei profitti) sia la necessità di annullare i tassi ed il costo del denaro per sostenere disperatamente il sistema sull’orlo del crollo. Quindi non riusciva a capire che gli odiati tassi negativi, che distruggevano le rendite finanziarie degli anziani compatrioti, mettevano in costante sofferenza gli istituti di credito e assicurativi del paese, erano il verso della necessaria moneta con la quale i lavoratori privilegiati dei settori di esportazione e le grandi fabbriche di successo, orgoglio del paese, ottenevano i loro successi.
Hanno quindi deciso di rompere il giocattolo.
Ma quando i tedeschi fanno una cosa, tendono a farla fino in fondo, radicalmente, non sono come noi latini, che teniamo sempre un’aria sfocata, lasciamo che tutto resti indeciso e siamo pronti a cambiarlo. Quindi al livello più alto possibile, quello che non ha appello possibile, hanno rotto tutto.
La Corte Costituzionale ha dichiarato niente di meno che la gerarchia delle fonti europea va rovesciata e che la Banca Centrale Tedesca deve rispondere a loro, invece che al sistema della Bce alla quale appartiene da quando la Germania stessa ha firmato il Trattato di Maastricht.
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Emergenza Covid-19
Sara Zanisi intervista Vittorio Agnoletto
Pubblichiamo l’intervista raccolta da Sara Zanisi a Vittorio Agnoletto, medico del lavoro, docente di “Globalizzazione e Politiche della Salute” presso l’Università degli studi di Milano, tra i fondatori della Lila Lega italiana per la lotta contro l’Aids. La conversazione è stata registrata in audio lo scorso 17 marzo a Milano attraverso una video call, perché erano già in vigore le restrizioni di movimento e incontro imposte dall’emergenza Covid-19. È su questo argomento che la redazione di Opm ha voluto ascoltare la testimonianza di un medico impegnato non solo sul fronte del contenimento dell’epidemia, ma anche su quello dell’informazione e della divulgazione scientifica: Vittorio Agnoletto infatti è stato da subito attivo sul piano della comunicazione alla cittadinanza, sia attraverso Radio Popolare – emittente milanese in cui dal 2015 conduce la trasmissione “37 e 2” sui temi dell’handicap e dell’invalidità civile –, sia attraverso il blog su Il Fatto Quotidiano, il blog personale e la pagina Facebook – da cui trasmette quotidianamente dal 18 marzo 2020 un video-aggiornamento quotidiano sul Coronavirus.[1]
* * * *
Zanisi: A noi interessa mettere a fuoco gli aspetti dal punto di vista del lavoro, oggi – com’è organizzato il lavoro e cosa resterà sul lavoro in futuro. La prima questione: cos’è successo quando l’emergenza Covid-19 è arrivata e come ha impattato sul modello regionale che abbiamo in Lombardia?
Agnoletto: Io proporrei come percorso di analizzare i problemi che si sono verificati di fronte alla vicenda Covid in Regione Lombardia e in Italia. Poi comincerei a vedere il perché, cosa è successo, dando qualche dato di riferimento legislativo a livello nazionale, per capire perché la situazione è andata così. Va bene questo taglio?
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L’Europa spiegata semplice
di Giovanni Dall'Orto
Parlando con amici di quanto stanno discutendo i giornali rispetto a MES, monetizzazione del debito, eurobond, sentenza della Corte Costituzionale tedesca, mi sono reso conto del fatto che i termini della questione tendono a sfuggire a molti, perché i giornali, intenzionalmente, non vogliono presentare il problema nei suoi termini. Che sono semplici, ma che vengono resi complicati per non fare crollare la favola bella dell’euro e del “più Europa”.
Iniziamo dal denaro. Quasi tutti coloro che conosco parlano di “Stato che stampa denaro” o che “non deve stampare denaro se no abbiamo l’inflazione come la Germania di Weimar”.
Ma il denaro non viene “stampato” dallo Stato. Il denaro viene “creato“. Dalle banche. Il cosiddetto “circolante”, cioè monete, e banconote effettivamente a stampa, costituisce solo una piccola parte di tutto il denaro esistente (non ricordo più esattamente quanto, l’ultima volta che ne avevo letto era una percentuale sotto il 10%).
Capire il concetto è in realtà facile. Quanto denaro liquido possedete in tutto? E quanta parte di esso ha forma fisica di banconote e monete, e quanta invece è una semplice registrazione di un numero sul vostro conto corrente di una banca o ufficio postale? O di un credito presso un’assicurazione? O di un investimento? Ecco, quello è tutto denaro “non stampato”. Ma che esiste. Ed è il 90% del denaro. In pratica, il denaro “stampato” “dallo Stato” è l’eccezione, non la regola. Il denaro è oggi, per la gran parte, una scrittura contabile, un’annotazione in un computer.
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Pandemia, prevenzione e fase 2
di Ense
Nell’alluvione di “informazioni” e numeri diffusi dal governo Conte e dai mass media per allarmare o rassicurare, manca sempre un ragionamento sulla prevenzione di questa epidemia e sulla preparazione a contrastarne gli effetti. Già: una scienza medica che si occupi della prevenzione delle malattie e, prima ancora, della preservazione della salute come bene collettivo, sociale … è questa la grande assente. Ma se non vogliamo essere carne da macello, ora che Covindustria e governo Conte hanno decretato la “fase 2” con la riapertura di tutto, dobbiamo tornare ad impugnare quest’arma. E su questa strada andare fino in fondo.
E dunque, visto che non ne parla nessuno, mentre è questa la questione-chiave, parliamo di prevenzione. E per farlo in modo adeguato, ci avvaliamo del contributo di Giulio Maccacaro, uno degli illustri compagni del passato che sono poco conosciuti, ma i cui scritti sono di strettissima attualità.
Maccacaro era uno scienziato, un medico, un insegnante, uno dei fondatori di Medicina Democratica, il fondatore della rivista Sapere, che indagava i rapporti tra scienza e potere, e sostenne la necessità del controllo sociale, cioe’ del controllo operaio, dei lavoratori sullo sviluppo della scienza in generale e della scienza medica in particolare.
In questo articolo toccheremo tre punti:
- cosa significa prevenzione;
- come mai non sono state attuate misure di prevenzione di questa pandemia;
- in una seconda parte dell’articolo, che seguirà, affronteremo quali compiti ci aspettano, come movimenti di lotta e come classe operaia, per candidarci a cambiare il nostro destino anche su questo terreno.
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Pensare la fase 2 delle lotte. Incostituzionalità e contraddizioni giuridiche delle norme anti-Covid
di Alessandro Mustillo
L’attività dell’Ordine Nuovo è iniziata nel pieno della pandemia, in un contesto di riduzione dell’attività politica tradizionale e in preparazione di una fase di lotte alle porte. Tra i compiti che ci siamo assegnati c’è quello di contribuire al dibattito fornendo materiali di analisi utili anche sotto un profilo tecnico (sia esso economico, storico, giuridico ecc…) che facciano avanzare parallelamente alla coscienza di classe, le capacità effettive di lotta dei lavoratori e delle organizzazioni di classe. Fornire dunque strumenti e contributi per delineare percorsi di lotta in una fase di grande arretratezza soggettiva e allo stesso tempo di necessaria riorganizzazione dei comunisti e di un fronte di classe.
Il compito di oggi è abbastanza ostico e risponde alle richieste di molti compagni. Abbiamo detto più volte che esiste un punto di incontro tra la responsabilità nell’evitare la diffusione del contagio e la crescita della curva della conflittualità sociale per il carattere di classe delle scelte governative sulla gestione della crisi. In questo contesto diviene fondamentale comprendere quali sono le “forzature” possibili al sistema di chiusura dell’attività politica e in particolare delle manifestazioni. La premessa necessaria quando dall’ambito politico si entra in quello giuridico è che per noi comunisti questi due elementi non comunicano: le categorie del primo non sono quelle del secondo, che non è elemento neutrale, ma espressione degli interessi della classe dominante. Quando si parla del conflitto di classe il diritto è prevalentemente strumento della repressione. Non bisogna quindi cedere all’idea di fare la lotta di classe con le norme, perché questo è semplicemente impossibile.
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I comunisti e l’Unione Europea
di Ascanio Bernardeschi
L’unità dei comunisti quale condizione per la costruzione di un fronte anticapitalista è più che mai necessaria e i numerosi, minuscoli, ciascuno per conto suo ininfluenti, movimenti comunisti dovrebbero fare un esame di coscienza e andare verso la ricomposizione, abbandonando effimere rendite di posizione
Il disegno interclassista originario
Per ragionare sull’Unione Europea (Ue) occorrerebbe preliminarmente demistificare la retorica sulla bontà del disegno originario di un’Europa “libera e unita” tratteggiata da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel loro confino di Ventotene. Si tratta di un disegno interclassista in cui la divisione fondamentale non sta “lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo” ma lungo la “nuovissima linea” che divide chi lotta per “la conquista e le forme del potere politico nazionale” da chi considera “compito centrale la creazione di un solido stato internazionale”. Un internazionalismo che prescinde dalla divisione in classi. Le “gambe” di questo processo federalista dovevano essere del tutto esterne ai partiti politici antifascisti esistenti e infatti, nell’agosto del 1943, venne costituito il Movimento Federalista Europeo, con carattere di apartiticità.
Certamente non mancano toni di pacifismo, giustizia, antirazzismo, antiautoritarismo, contrarietà a qualche imperialismo – non tutti, per la verità – e perfino accenni ad aspirazioni socialisteggianti, ma non c’è traccia del ruolo protagonista delle classi lavoratrici, del loro antagonismo rispetto allo sfruttamento capitalistico. Pare insomma che una società superiore possa essere costruita attraverso la concordia sociale e un volemosi bene indifferenziato di “tutti gli uomini ragionevoli”, in cui anche gli imprenditori che “vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche e dalle autarchie nazionali” dovrebbero fare la loro parte.
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Le radici dell’ecologia
di Controtempi
«La crisi non avviene semplicemente per il confronto diretto esterno fra società e natura: essa si traduce in formazione di contraddizioni che acutizzano e fanno esplodere antagonismi interni alla società»
M. Nobile, Merce-natura ed ecosocialismo, Massari editore, Roma 1993
1. FFF e il sentimento ecologista
Il 15 marzo 2019 decine di milioni di persone, soprattutto giovani, sono scese in piazza in tutto il mondo per manifestare contro il cambiamento climatico. Il successo di queste manifestazioni è stato replicato e addirittura superato il 24 maggio e il 27 settembre. A suo modo, il movimento nato in questi mesi è un fatto inedito nella storia contemporanea. Una mobilitazione che spontaneamente si sviluppa a livello mondiale, in modo tanto ampio e tanto trasversale, non si era avuta nemmeno in occasione delle guerre in Afghanistan e in Iraq, o, guardando a un passato più lontano, negli anni ‘60 e ‘70. È un movimento che sembra sorto dal nulla: un movimento senza un passato e venuto alla luce così, come un fungo, senza preavviso, grazie alle azioni di Greta Thunberg. Eppure l’ampiezza e il successo delle manifestazioni in tutto il mondo mostrano come un certo sentimento ecologista sia già penetrato, in sordina, in strati importanti della popolazione nel corso degli ultimi anni, e non aspettasse che un segnale per manifestarsi. Si tratta di un bagaglio di idee positivo, che però non può rimanere allo stadio di senso comune, di coscienza irriflessa, ma che al contrario è bene analizzare, sviluppare, e chiedersi quali problemi apra e quali conseguenze nasconda al proprio interno.
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Giornata delle vittime del terrorismo... Di quale?
Lorenzo Poli di InfoPal intervista Fulvio Grimaldi
Nel giorno dedicato alle vittime del terrorismo e quindi del popolo rinchiuso nell’unico Stato a cui tutto si condona. Collaborazionismo, consapevolezza politica, “fightwashing” e l’annientamento del popolo palestinese
Da tre mesi, per occuparmi dell’operazione coronavirus, ho tralasciato l’argomento – gli Esteri - al quale mi sono dedicato da quando, nel 1967, il quotidiano “Paese Sera” mi ha inviato in Palestina a riferire della Guerra dei Sei Giorni. Domani, mi tocca tornare sul maledetto progetto virus, che, peraltro, rientra anch’esso a pieno diritto nella giornata delle vittime del terrorismo, come è anche il fulcro oggi della politica internazionale. Non solo perché è un’operazione per cambiare il mondo in peggio, paragonabile solo all’altra grande mistificazione di duemila anni fa, ma perché intende ristrutturare l’intera umanità con annesso un calcolato sacrificio di una sua grande parte.
Sul tema terrorismo e relativi mandanti e vittime dovrebbe essere difficile insegnare qualcosa agli italiani. Ne siamo il laboratorio da almeno 50 anni. Il nostro 11 settembre si chiama Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Italicus, BR-Moro, Stazione di Bologna, Ustica, stragi Stato-mafia 1992-93 e, ora, Sars-CoV-2. Qualcuno sta rilasciando i boss al 41bis. Altri che hanno altrettanto e più colpe per meritarsi il 41bis, girano liberi (dopo pochi anni di formale galera), e pontificano su giornali e schermi, consolidando l’inganno Moro. Sicari e mandanti sono sempre gli stessi. Eppure un sacco di gente continua a cascarci.
Lascio, per oggi, il pontefice del vaccino, i suoi chierici, sacrestani e sguatteri, a sbattersi tra le travolgenti onde delle nuove terapie del “sangue iperimmune”, che al vaccino, ai suoi miliardi e alla sua dittatura globale, rischiano di rovinare la festa. E torno in Palestina, lì dove, forse, tutto è incominciato.
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La bomba è l’Italia. La crisi dell’UE è imminente
di Wolfgang Streeck*
“Noi vorremmo sapere… per andare dove dobbiamo andare… per dove dobbiamo andare?”
La battuta di Totò resta inarrivabile come sintesi del dibattito politico nella “sinistra” italiana, soprattutto quando si tratta di affronatre le coordinate fondamentali della realtà in cui ci troviamo a vivere. Ossia su struttura e gerarchia dei poteri (economici, politici, militari), stato della crisi capitalistica, ruolo dello Stato e quel “piccolo vincolo esterno” rappresentato dalla stratificazione di Trattati e istituzioni che costituiscono l’Unione Europea.
Senza un briciolo di chiarezza su questo mondo – certamente complesso – si è condannati a brancolare nel buio della regione. Tra patetici tentativi di usare le antiche categorie per nuovi fenomeni, o all’opposto di buttare a mare un patrimonio di idee e chiavi di lettura che non si riesce ad utilizzare.
Di base, quel che manca è lo studio della realtà empirica. Che è complicata, praticamente inaffrontabile con le risorse solo individuali e anche di piccoli gruppi. Ma camminare su un terreno sconosciuto espone ogni momento a rischi enormi, e a figuracce frequenti.
La scorsa settimana, solo per quanto riguarda l’ultimo (e persino il meno potente) dei “poteri forti” prima nominati, l’Unione Europea, si sono registrati due momenti importanti. Il primo è stata la sentenza della Corte Suprema tedesca, che ha dato tre mesi di tempo alla Bce per “giustificarsi” sulle politiche monetarie troppo “lassiste” degli ultimi anni.
Il secondo è stato l’”accordo” raggiunto nell’Eurogruppo per imporre il Mes (Meccanismo Europeo di Statbilità) come unico – al momento – strumento finanziario a disposizione dei governi per far fronte ai costi e ai danni della pandemia. Abbiamo smontato più volte la menzogna spudorata sull’”assenza di condizionalità”, e quei contributi rimandiamo senza tornarci.
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Dall'utopia roosveltiana all'estorsione mafiosa: il declino della potenza americana
di Pino Arlacchi
[E' per noi di l'AntiDiplomatico un grande onore poter pubblicare quest'analisi di Pino Arlacchi, professore di sociologia generale, ex vicesegretario dell'Onu e uno dei massimi esperti di criminalità finanziaria a livello internazionale. Strumenti, metodi e comportamenti regolarizzati dalla prassi, non sanzionati dagli stati e che oggi sono, nella totale ignoranza dei cittadini per la censura sistematica del mainstream e per la complessità che li avvolge, le peggiori estorsioni che subiscono gli stati nazionali. Estorisioni che come scrive Arlacchi sono di tipo mafioso e che vede protagonisti gli Stati Uniti con la degenerazione iniziata negli anni'80.
In questo piccolo saggio Arlacchi ricostruisce la decadedenza della visione statunitense da Bretton Woods con il sogno di un "governo mondiale" da parte di Roosevelt all'estorsione di stampo mafiosa attuale attravero i due pilastri del dollar e del military a scapito del soft power. E' una lettura per comprendere tutti i possibili scenari futuri a livello di relazioni internazionali dopo la devastante crisi economico-finanziaria che si appresta a sconvolgere i già precari attuali].
* * * *
In questi tempi arroventati, si cercano i precedenti della crisi attuale e si discute molto, perciò, di Bretton Woods, la Conferenza del 1944 che ha rifondato l’ordine mondiale. Ma poiché la storia è sempre storia del presente, si trascura spesso di considerare la stretta connessione di Bretton Woods con la Conferenza di San Francisco che portò alla creazione delle Nazioni Unite l’anno successivo.
E si trascura di evocare la comune matrice: l’idea del governo mondiale. Una visione che dopo gli anni ’20 del Novecento era diventato molto popolare, promossa dai milioni di iscritti alle varie associazioni che ad essa si ispiravano e condivisa da grandi personalità.
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A maggio fioriscon le rose
di Militant
A maggio fioriscon le rose… e l’Occidente esce dall’ibernazione iniziata fuori stagione, quando già l’inverno era alle spalle. Nel farlo, non risponde tanto al richiamo di Madre Natura, ma a quello più prosaico del Profitto. Andiamo a vedere, però, se la quarantena del vicino è sempre più verde. Nel frattempo sono verdi le zone della Francia dove, dall’11 maggio in poi, si ritornerà alla libertà di movimento: l’intero Paese è stato diviso in zone colorate. Quelle rosse, come l’Île-de-France (la regione parigina, che da sola “pesa” dodici milioni di abitanti e che una volta era rossa anche per colore politico), dovranno attendere un altro po’. Le scuole riapriranno proprio l’11 maggio (anche nella zona rossa, per quanto domenica 3 maggio oltre trecento sindaci dell’hinterland parigino abbiano manifestato la loro contrarietà), mentre le università saranno ferme fino a settembre. I famosi “assembramenti” saranno consentiti non prima di metà luglio, mentre ancora non c’è un’indicazione precisa per i ristoranti, i cinema e quant’altro. Il confinement per gli anziani e i soggetti a rischio non era tecnicamente obbligato, ma “consigliato”. In tutto ciò, passa quasi in secondo piano – tanto da essere sottolineato solo dalla stampa di sinistra (che Oltralpe ancora esiste, a differenza dell’Italia), che il governo abbia prolungato fino al 24 luglio lo stato di emergenza sanitaria, che gli conferisce, di fatto, i pieni poteri, facendo saltare gli equilibri tra gli organi dello Stato, già piuttosto sbilanciati, tra l’altro, in un regime semipresidenzialista. In vista della riapertura del Paese, il ministro dell’Interno, ad esempio, ha elencato le numerose categorie di “agenti” che potranno erogare multe a chi non rispetterà le regole del déconfinement: riservisti (della polizia e della gendarmeria), agenti aggiunti di sicurezza, gendarmi volontari, addirittura “agents de sécurité assermentés”, che sarebbero una specie di guardie giurate. Facile passare, quindi, dall’emergenza sanitaria a quella sanzionatoria.
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Quarantena e distanza sociale dalla spagnola al coronavirus
di Stefano Latino
Spagnola 1918-1919
La mia formazione, di marcata impronta storica, mi ha spinto a ragionare attorno ad alcune pandemie del passato, in particolare l’influenza spagnola del 1918-1919, per cercare analogie e differenze con l’attuale covid-19. Mi propongo di riformulare la retorica della “centralità” delle misure di controllo sociale e delle quarantene nella gestione di questo tipo di emergenze a partire dai dati storici e da alcune considerazioni sulla gestione iniziale del covid-19 in Italia. La pandemia del 1918-1919 e quella del 2019-2020 appartengono a due ceppi virali differenti: influenza di tipo A-H1N1 la prima, mentre la seconda è compresa nella famiglia dei coronavirus. L’elemento principale che esse hanno in comune è il tipo di diffusione, che avviene per via aerea. Inoltre, la sintomatologia presenta esiti simili, con la morte che sopraggiunge a causa di una polmonite grave. Entrambi i virus hanno effettuato un percorso simile, in quanto derivano da un “salto di specie” dagli animali all’uomo: probabilmente una ricombinazione di agenti patogeni provenienti da suini e uccelli nel caso della spagnola, mentre da pipistrelli per quanto riguarda il covid-19. Detto ciò, va tenuta in considerazione la velocità di propagazione del contagio, che pare enormemente più alta nel caso della spagnola, poiché si stima che essa colpì un terzo della popolazione mondiale dell’epoca, provocando, secondo varie stime, dai 20 ai 100 milioni di morti.1 Cifre che oggi sembrano pura distopia, anche nelle previsioni più catastrofiste, se applicate al coronavirus odierno. La tragedia di cento anni fa è spiegata anche dal contesto storico in cui agì la pandemia, con l’umanità prostrata dalla Prima guerra mondiale che stava volgendo al termine.
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La sentenza di Karlsruhe del 5 maggio e l'evocazione del MES
Cosa vuole veramente la Germania?
di Quarantotto
Come già avvenuto per il precedente post, pubblichiamo un brano, del libro di prossima pubblicazione, concernente la più stretta attualità; si tratta di un estratto di alcune delle complessive considerazioni che derivano dall'analisi del contenuto e degli effetti della sentenza della corte costituzionale tedesca del 5 maggio 2020 (compiuta dopo la sua pubblicazione).
La parte qui riprodotta riguarda più direttamente il merito economico di tale effetti.
Ma, come vedremo, una disamina logicamente rigorosa fa emergere l'abile strumentalità (tattica), della presa di posizione ostentata con la sentenza, rispetto a un più ampio obiettivo: quello di restaurare la German dominance nell'Unione europea.
Un obiettivo che in realtà non esige neppure l'integrale recepimento da parte della BCE.
La Germania, infatti, alzando la posta in gioco nella contesa sulla flessibilità di applicazione delle regole dell'eurozona, si pone in una situazione win-win: da adesso in poi, la BCE e la Commissione dovranno assolvere un onere della prova molto più rigoroso riguardo alla necessità di interpretazioni flessibili ed "evolutive" del quadro normativo dell'eurozona.
E questo appesantimento delle cautele imposte per poter legittimare le varie forme di tolleranza nell'allentamento della morsa deflazionistica, rafforzandosi la priorità di un pronto ritorno alla logica del consolidamento fiscale, è già una vittoria per la Germania.
Quantomeno nel suo impatto sulla visione che, già di suo, possiede la classe politica italiana.
...
f) In coerenza con l’anomalia di quanto appena evidenziato, risulta pure il passaggio della pronuncia relativo alla specificazione degli effetti di politica economica il cui “proporzionale” accertamento sarebbe mancato da parte della BCE e che la CGUE sarebbe stata metodologicamente incapace di rilevare.
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Ammalarsi di paura
di Stefania Consigliere e Cristina Zavaroni*
L’«effetto nocebo» dello #stareincasa e della malainformazione sul coronavirus
[Sono trascorsi due mesi e mezzo da quando i giornali hanno dato la notizia del primo morto italiano per coronavirus, interrompendo la lunga serie di titoli dedicati a Renzi e alle liti di governo.
«Virus, il Nord nella paura», tuonava la prima pagina di Repubblica del 22 febbraio.
Da quel momento, i media italiani a reti unificate e la retorica dei governanti non hanno più smesso di ingigantire quella paura, di trasformarla in terrore, e soprattutto di renderla nociva.
Abbiamo a lungo ragionato sugli effetti e gli scopi di questa manipolazione delle nostre fobie, ma ancora non ci siamo soffermati a sufficienza sull’ipotesi che quei timori – ben comprensibili di fronte a una pandemia – siano diventati a loro volta un morbo, una patologia che s’è aggiunta al Covid19, abbassando le difese immunitarie della popolazione e rendendo il contagio più grave.
In svariati commenti ai post di queste settimane è emersa l’idea che l’esercito in strada, i toni dei ministri, la scelta e la presentazione dei dati, le homepage dei giornali abbiano contribuito a farci – letteralmente – ammalare di paura.
Questo articolo, scritto appositamente per Giap, affronta la questione dal punto di vista dell’antropologia medica e dello studio scientifico sull’effetto placebo e il suo contrario: l’effetto nocebo. WM]
* * * *
0. Il Covid-19 come macchina di visione
La migliore filosofia della nostra epoca lo insegna da anni: la grande partizione fra natura e cultura, fra regno dell’oggettività e regno dei desideri, non è che un costrutto moderno. Nell’impero del rilevamento e dei big data lo abbiamo (ri)scoperto a nostro danno: i fatti neutri non esistono; nessun dato è semplicemente “dato”, ogni dato è l’esito di una scelta osservativa, di un’interpretazione, di un’intenzione, di una politica.
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Lenin e la lotta all'opportunismo
di Tiziano Censi
I primi moti spontanei della classe operaia sorsero agli inizi del XIX secolo in maniera disorganica e priva di prospettiva dalle contraddizioni economiche generate dal nuovo sistema produttivo capitalistico. Era il tempo del Luddismo che portava i lavoratori alla distruzione dei macchinari percepiti come la causa più prossima del loro impoverimento. Al movimento operaio mancava, ancora, una teoria generale che riuscisse a spiegare i cambiamenti in atto e disvelasse i rapporti di proprietà che si celavano tra le maglie del progresso tecnologico, capace di dare una prospettiva rivoluzionaria alla lotta dei lavoratori. La formulazione di questa teoria la dobbiamo in gran parte al genio di Karl Marx, ma la scoperta delle leggi dialettiche dello sviluppo storico in quanto tali non aiutano il progredire della storia più di quanto la conoscenza della temperatura di ebollizione dell’acqua non aiuti a farla evaporare. Gli operai avevano una causa e un fine ultimo per cui lottare, era il tempo di elaborare la strategia che li avrebbe condotti a questi risultati.
Materia di dibattito nella storia del movimento operaio, da allora fino ad oggi, è stata la ricerca delle corrette pratiche, dei giusti principi sui quali organizzare i lavoratori e condurre la battaglia per il socialismo. Differenti valutazioni sulla strada da percorrere hanno più volte, nel corso degli anni, modificato le politiche, le parole d’ordine, gli indirizzi e i modelli organizzativi dei partiti comunisti in giro per il mondo, e non si può dire che questa discussione sia terminata, anzi, si ripresenta con maggior vigore di fronte alle difficoltà che lo squilibrio dei rapporti di forza odierni e le nuove sfide dello sviluppo capitalistico ci pongono innanzi. Tutt’oggi esistono nel movimento comunista internazionale visioni differenti sul ruolo che i comunisti dovrebbero interpretare nel teatro della politica.
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Complottology
di Daniele Gullì
“I fenomeni sociali sono frutto dell’azione umana, ma non della progettazione umana.” Adam Ferguson
Sono cresciuto guardando X-Files, Fox Mulder era il mio guru. In edicola compravo X-Factor - rivista che si occupava di enigmi, misteri, Ufo e fenomeni paranormali - e in età adolescenziale leggevo libri come Impronte Degli Dei e Il Mistero di Orione. Insomma, ho sempre avuto una perversa attrazione per le cosiddette realtà alternative. Non è nelle mie corde, quindi, approcciarmi, anche alla più stramba delle teorie, con pregiudizio e puzza sotto il naso. Anzi, per mio cruccio, tendo ad appassionarmene a tal punto da finire per conoscerla meglio di chi la diffonde compulsivamente.
Approccio dicotomico e mortificazione del confronto
Ho ritenuto necessaria questa premessa per svincolarmi preventivamente dalla semplicistica quanto generalizzata logica del tifo da squadra. La smania di assegnare le persone a compagini contrapposte - Guelfi vs Ghibellini, Buoni vs Cattivi o, come in questo caso, Complottisti vsManipolati dal Potere - svilisce ogni discussione. Pensiamo, ad esempio, all’attualissima, quanto degradante, discussione sui vaccini. Porsi delle domande in merito alle politiche nazionali sull’obbligo vaccinale, senza però buttare alle ortiche le conquiste umane in campo medico-sanitario, sembra diventato impossibile. Il polverone alzato dalle orde di NoVax per cui i vaccini non sarebbero altro che veleni iniettati per rimpolpare le casse di Big-Farm, e magari togliere di mezzo qualche poveraccio, inquina ogni ragionamento che voglia svincolarsi dalla contrapposizione dualistica.
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In perfetto Stato. Indicatori globali e politiche di valutazione dello Stato neoliberale
di Enrico Mauro
Ci sono diverse buone ragioni per leggere questo libro di Diego Giannone (IN PERFETTO STATO. Indicatori globali e politiche di valutazione dello Stato neoliberale, Mimesis, Milano-Udine, 2019) dedicato alla «trasformazione dallo Stato nazionale welfarista keynesiano allo Stato internazionale competitivo hayekiano» (p. 103, ma cfr. anche pp. 11 e 24-32). E sono tutte anticipate dal titolo e da un’«Introduzione» ben fatta, che consente al lettore, recensore o meno, di orientarsi rapidamente.
La prima ragione è il titolo, che sia in copertina che nel frontespizio compare in maiuscolo, sicché si può intendere sia come «In perfetto Stato» che come «In perfetto stato». Mentre la prima lettura è confermata dai frequenti riferimenti al «perfetto Stato neoliberale» (p. 16 e passim), la seconda è suggerita dal velo di ironia che copre, ispessendosi pagina dopo pagina, tutto il testo, ironia che nasce dalla dialettica tra una locuzione («In perfetto stato» appunto) che potrebbe essere il motto di una palestra o di un centro-benessere e una critica senza sconti allo Stato e all’ordine globale neoliberali-neoliberisti.
La seconda ragione è che la critica al neoliberalismo-neoliberismo si svolge sulle spalle di due giganti: Antonio Gramsci e Michel Foucault (le epigrafi che precedono l’introduzione sono tratte dai Quaderni del carcere e da Sorvegliare e punire). Si svolge, più precisamente, sulla base di un utilizzo congiunto dei due, volto a «mostrare come quello degli indicatori possa configurarsi sia come un potere di classe che come un potere di classificazione (p. 72, ma cfr. passim e specialmente il par. 3.2, dedicato a «Potere di classe e potere di classificazione»).
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Economia e società allo stremo: cosa si potrebbe fare
di Alberto Bradanini
Un acuto economista del secolo scorso affermava che la sola cosa più instabile dell’economia sono gli economisti. Un’osservazione questa che potrebbe estendersi alla politica se non fosse smentita dalla granitica stabilità dei nostri esperti e decisori politici su temi economici, tutti seguaci della medesima ideologia e in preda alla confusione davanti al dovere di restituire lavoro e speranza a un popolo alla deriva.
Il clero dei media – insieme agli ambienti, diciamo così, scientifico/accademici – tendono su questi temi a rovesciare la metodologia su cui si fonda la scienza: prima viene deciso il risultato da raggiungere, poi la strada per arrivarci. Per quanto seducente possa essere questo metodo, sarebbe bene ogni tanto guardare ai risultati. Il sentiero finisce in un baratro, ma a pochi viene in mente di cambiar direzione.
Vediamo qual è oggi l’assetto sociologico della nostra società. Gli strati alti del sistema navigano tranquilli anche durante il cattivo tempo, basta aspettare in coperta che torni il sereno, scaldandosi lo stomaco con un buon vino. Appena sotto troviamo coloro che in cambio di carriere e prebende, più o meno lecite, si adoperano per sostenere la punta della piramide: hanno un lavoro stabile e protetto, guardano il mondo con ottimismo, non si lasciamo prendere dallo sconforto. Più in basso la maggioranza, precari, occupazioni di sopravvivenza, futuro famiglie e figli quanto mai incerti, una pensione da fame se mai arriverà, vite che non avremmo sognato.
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Introduzione al confronto con gli economisti austriaci
di Bollettino Culturale
Un vantaggio nel discutere con gli economisti austriaci è che, a differenza dei neoclassici moderni, sostengono che è necessaria una teoria del valore e che, inoltre, le domande fondamentali non vengono risolte facendo appello a formulazioni matematiche, come nel caso del soliti manuali microeconomici. Per questo motivo, la controversia ruota attorno a principi concettuali fondamentali.
L'idea prevalente degli economisti austriaci è che il valore derivi dall'utilità che il consumatore attribuisce al bene che acquista. Pertanto, l'accento è posto sul rapporto dell'individuo con i suoi bisogni e il bene. "Il valore dei beni si basa sul rapporto dei beni con i nostri bisogni, non sui beni stessi", scrive Menger. Di conseguenza, il valore "è il significato che beni specifici o quantità parziali di beni acquisiscono per noi, quando siamo consapevoli di dipendere da essi per la soddisfazione dei nostri bisogni.”
La valutazione del consumatore consiste nel preferire un particolare incremento di un bene rispetto a incrementi di altri beni (un modo per evitare l'obiezione nota come "il paradosso del diamante e dell'acqua"). L'individuo stabilisce una scala o una classifica delle preferenze e i prezzi sono il riflesso di questa scala.
Pertanto, e sempre secondo gli austriaci, il valore non può essere prodotto. Respingono la tesi secondo cui il capitale genera valore e che l'interesse è spiegato dalla produttività marginale del capitale o che il salario è uguale alla produttività marginale del lavoro. Come spiega Böhm Bawerk, la produzione genera solo beni che hanno valore in base alla valutazione che ne fanno i consumatori.
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Covid sfida la scienza ad aprirsi alla società e alla complessità
di Fabrizio Bianchi, Liliana Cori, Luigi Pellizzoni
Le ipotesi ai tempi del Coronavirus sono un capitolo affascinante e potrebbero dare origine a un’enciclopedia praticamente infinita. Danno conto di una grande vivacità intellettuale, del desiderio di molti di contribuire a trovare soluzioni per uscire dalla crisi e si alimentano su una circolazione vorticosa di informazioni. Le ipotesi emergono, vengono moltiplicate, talune rimangono sospese, altre discusse perché confermano convinzioni consolidate o le ribaltano a sorpresa, sollecitano reazioni o smuovono emozioni. E in questo periodo la necessità di attrarre l’attenzione è massima, perché si parla sempre e solo dell’emergenza in corso, e chi accede ai media tradizionali o ai social lo fa per avere notizie, capire gli andamenti, immaginare le prospettive. Lo testimonia l’enorme ascolto del bollettino quotidiano delle 18 della Protezione Civile, che ha fatto familiarizzare i più con materie quali l’epidemiologia, la virologia, la modellistica.
D’altra parte, i media, si sa, vanno alla ricerca di emozioni e sollecitano aspettative, e spesso aumentano la percezione del rischio, l’incertezza e la paura, come abbiamo scritto qui. I ricercatori sono sollecitati a dare risultati nuovi e le ipotesi si moltiplicano, si accumulano, si modificano con velocità straordinaria, soprattutto quando donne e uomini di scienza vengono interpellati come esperti, devono quindi rispondere su tanti aspetti diversi da quelli che hanno coltivato a fondo, e le loro idee vengono proiettate in diretta nell’agone delle decisioni politiche.
La scienza è presente nel dibattito, i cittadini e i portatori dei diversi interessi si affacciano e prendono la parola, e l’occasione va colta al volo per aprire ancora di più la scienza al dialogo con la società, sulle domande di ricerca, sulla genesi e l’uso delle ipotesi.
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Epidemia tra norma ed eccezione
di Carlo Galli
1. La tematica del caso d’eccezione è stata elaborata da pensatori anti-liberali, di destra di sinistra, da Schmitt a Benjamin, da Donoso ad Agamben, da Sorel a Tronti. Il “caso d’eccezione” è stato faticosamente raggiunto come la vetta di un monte, dopo un’angosciante scalata. È un concetto estremo, destrutturante, in quanto dimostra che l’essenza di ogni ordine sta nel potere di creare disordine. In altri termini, che la sovranità è regolatrice, in uno spazio determinato, perché ha inizio dal “non-ordine”, perché ha davanti a sé una materia, i cittadini, omogenea e indifferenziata, infinitamente plastica, che può essere ordinata e disordinata in mille mutevoli differenze, con molteplici classificazioni, in infiniti sbarramenti e infinite aperture. Questo legare e slegare, questo “far ordine nel fare disordine”, e viceversa, è l’opera della decisione sovrana.
Invano il mondo liberale nei suoi sviluppi ha voluto riempire lo spazio vuoto della sovranità con solide “sostanze” non disponibili all’agire sovrano: le persone e i loro diritti, i corpi elementari o secondari, insomma, la società. Invano il pensiero dialettico ha mostrato che la sovranità è l’espressione di una vita complessa, storica, di intense contraddizioni reali, che non è solo il potere decidente nel suo assoluto formalismo ma è egemonia, dominio articolato. E al contempo è strumento di azione orientata all’autonomia collettiva, alla rivoluzione come apertura al nuovo.
Davanti a tutto ciò il pensiero dell’eccezione sgombra il campo con piglio irresistibile: la verità della politica moderna è il gesto che ripropone l’origine, è la folgore dell’a decisione, l’insorgenza del potere costituente, il cuneo della rivoluzione che spacca la storia.
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Scarsità e redistribuzione del lavoro
Leo Essen intervista Giovanni Mazzetti
In questa fase di crisi sanitaria, che si sta trasformando in crisi economica e dell’occupazione, il tema della redistribuzione del lavoro e della riduzione della giornata lavorativa emerge con forza. La posta in gioco è immensa. Il numero dei disoccupati cresce come non mai dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Che fare?
Vogliamo tornare al mondo di prima, sperando di riacciuffare il lavoro perso, anche se si trattava di un lavoro pessimo e mal pagato? Oppure vogliamo prendere atto che il mondo della produzione è nelle nostre mani, che c’è bisogno di un cambio di paradigma, che c’è bisogno di assumere i cambiamenti già avvenuti nelle cose, maturando nuovi rapporti?
Sono domande che ci poniamo tutti, e che ho rivolto a Giovanni Mazzetti, già Professore di Economia Marxista all’Università della Calabria, Presidente del Centro Studi e Iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e redistribuzione del lavoro complessivo.
* * * *
In questi giorni di emergenza la preoccupazione di trovare vuoti gli scaffali dei supermercati è grande. Oggi, più di ieri, è evidente che la nostra sopravvivenza di persone e di lavoratori è legata a quella di altri lavoratori. Si può andare oltre la divisione del lavoro, e assumere un atteggiamento, per così dire, autarchico, oppure si deve interpretare la divisione del lavoro entro un nuovo paradigma sociale?
Il lavoro particolare, unilaterale, è stato il punto di partenza della condizione umana. Vale a dire che i nostri lontani antenati hanno imparato a praticare la produzione in una miriade di forme diverse, ciascuna delle quali era appannaggio solo di questo o quell’organismo locale (tant’è vero che nelle popolazioni meno sviluppate il concetto astratto di lavoro non esiste.)
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Il virus che c’era già. Neoliberalismo e pandemia
di Fabrizio Capoccetti
La situazione in cui ci troviamo a vivere da due mesi a questa parte è estremamente difficile, anche se, tuttavia, non è mai stata improbabile; e ciò perché, se – come capita spesso di leggere – in un mondo globalizzato è «naturale» incorrere in virus e pandemie, a giudizio di chi scrive a non essere «naturale» è proprio la vita in un mondo globalizzato, o che si concepisce come tale. Il mondo non è un flipper in cui milioni di persone possano spostarsi come biglie impazzite da un angolo all’altro del «globo» e, con il loro stile di vita, far girare come trottole merci, cose, persone e virus. Il «villaggio globale» non esiste se non come distopia – ahinoi – già realizzata, in cui a imporsi è il multiculturalismo, un’ideologia intrinsecamente «debole»[i] che «divide e indebolisce»[ii]; un’ideologia che ha finito per indebolire i più deboli e favorire i più forti. La «società aperta»[iii] e globalizzata si è rivelata essere – come osserva il geografo francese Christophe Guilluy – «la più grande fake news degli ultimi decenni»[iv], null’altro che l’arroccamento delle classi dominanti in un «mondo di sopra» chiuso «nei suoi bastioni, nei suoi lavori, nelle sue ricchezze»[v], eretto sulle macerie di un «mondo di sotto»[vi] espropriato dei mezzi necessari e indispensabili a poter garantire la tenuta dei legami sociali.
Si tratta di un fenomeno inedito, una rottura storica che inaugura l’«epoca della a-società»[vii], una società «delle minoranze e delle maggioranze relative»[viii], in cui non vi sono più né distinzioni sociali né culturali; una rottura che non passa più attraverso la lotta frontale delle classi sociali, bensì attraverso la sua negazione: «un gioco di specchi che con astuzia produce la progressiva invisibilità dei più umili»[ix].
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