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Inflazione da profitti o profitti da inflazione?
di Andrea Boitani e Roberto Tamborini
Andrea Boitani e Roberto Tamborini si occupano del rapporto tra inflazione e profitti, distinguendo i casi in cui si realizzano profitti da inflazione da quelli in cui l’inflazione è innescata (anche) da un aumento dei margini di profitto. I due autori sostengono che, quando il caso è quest’ultimo, affidarsi solo alla politica monetaria ha costi troppo elevati in termini di disoccupazione mentre occorrerebbe un accordo generale sulla dinamica dei redditi, accompagnato da incisive politiche pro-concorrenziali e fiscali
L’analisi via via più dettagliata dei dati aggregati, e soprattutto settoriali, relativi all’inflazione post-pandemica – in atto su scala globale dalla seconda metà del 2021 – ha messo in luce una significativa crescita dei margini di profitto. Il fenomeno è presente da tempo nella maggior parte dei paesi avanzati e dei settori produttivi, anche se appare più marcato in alcuni paesi (Stati Uniti e Regno Unito ad esempio) e in alcuni settori (agroalimentare, energetico, costruzioni, ristorazione, turismo). Il grafico tratto da un recente intervento di Fabio Panetta riassume i dati per l’Europa tra il IV trimestre del 2019 e il IV trimestre del 2022. Panetta afferma che “i profitti unitari hanno contribuito per più di metà della pressione inflazionistica interna nell’ultimo trimestre del 2022”, annotando anche che “la resilienza dei profitti cominciò ad essere visibile durante la pandemia, quando vi fu una recessione eccezionalmente profonda con un incremento dei profitti unitari (contrariamente a quanto accaduto nelle recessioni precedenti), mentre il sostegno fiscale assorbiva lo shock economico”.
Come sempre, in presenza dell’andamento congiunto di due variabili, i profitti e l’inflazione, la domanda è se siamo in presenza di un’inflazione da profitti (dove l’aumento dei profitti è una delle concause dell’aumento dei prezzi) o in presenza di profitti da inflazione (l’aumento dei prezzi porta con sé anche un aumento dei profitti). La risoluzione dell’enigma ha, naturalmente, conseguenze importanti, per ragioni distributive, equitative e per l’impostazione di una corretta politica antinflazionistica. Purtroppo, l’enigma è intricato e difficile da risolvere in maniera generale. Qui proviamo a fornire alcuni elementi che possono aiutare a mettere in ordine le idee.
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Il mondo di ChatGPT. La sparizione della realtà
di Giovanna Cracco
Cosa sarà reale nel mondo di ChatGPT? Per i tecnici di OpenAI, GPT-4 produce più false informazioni e manipolazione di GPT-3 ed è un problema comune a tutti gli LLM che saranno integrati nei motori di ricerca e nei browser; ci attendono l’“uomo disincarnato” di McLuhan e la “megamacchina” di Mumford
“Ricevendo continuamente tecnologie ci poniamo nei loro confronti come altrettanti servomeccanismi. È per questo che per poterle usare dobbiamo servire questi oggetti, queste estensioni di noi stessi, come fossero dei.” Marshall McLuhan, Understanding media. The Extensions of Man
Nel giro di breve tempo, la sfera digitale cambierà: l'intelligenza artificiale che abbiamo conosciuto sotto la forma di ChatGPT sta per essere incorporata nei motori di ricerca, nei browser e nei programmi di largo utilizzo come il pacchetto Office di Microsoft. È facile prevedere che, progressivamente, i ‘modelli linguistici di grandi dimensioni' (Large Language Model, LLM) (1) - ciò che tecnicamente sono i chatbot AI - saranno inseriti in tutte le applicazioni digitali.
Se questa tecnologia fosse rimasta circoscritta a utilizzi specifici, l'analisi del suo impatto avrebbe riguardato ambiti particolari, come quello del copyright, o la definizione del concetto di ‘creatività', o le conseguenze occupazionali in un settore del mercato del lavoro ecc.; ma la sua incorporazione nell'intera area digitale investe ciascuno di noi. Quella con i chatbot AI sarà un'interazione uomo- macchina continua. Diventerà un'abitudine quotidiana. Una ‘relazione' quotidiana. Produrrà un cambiamento che avrà ripercussioni sociali e politiche talmente estese, e a un tale livello di profondità, da poterle probabilmente definire antropologiche; andranno a colpire, intrecciandosi e interagendo fra loro, la sfera della disinformazione, quella della fiducia e la dinamica della dipendenza, fino a configurarsi in qualcosa che possiamo chiamare la ‘sparizione della realtà'. Perché gli LLM “inventano fatti”, favoriscono la propaganda, manipolano e traggono in inganno.
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Le quattro fasi dell’era post sovietica
di Fulvio Bellini
Premessa: i tre livelli di lettura de “La fine della storia e l’ultimo uomo”
Nel 1992 venne pubblicato un libro particolare, che immediatamente suscitò un acceso dibattito dividendo il campo tra dichiarati avversari e segreti estimatori: La Fine della storia e l’ultimo uomo di Francis Fukuyama. Nonostante il successo di pubblico, si trattava di un libro dedicato alla classe dirigente occidentale, ed in particolar modo statunitense, celebrativo della “presunta” vittoria, e spiegheremo perché presunta, del cosiddetto mondo libero sull’Unione sovietica e sul blocco del socialismo reale. Negli anni novanta le élite occidentali furono pervase da un autentico delirio d’onnipotenza che Fukuyama ebbe lo spirito cortigiano ma anche un innegabile coraggio di tradurre in un libro allo scopo d’ammantarlo in una nobile veste tessuta di filosofia della storia. Il politologo statunitense, in nome e per conto delle élite occidentali, annunciava “urbi et orbi” che la Storia universale dell’uomo, non intesa come concatenazione cronologica di avvenimenti, ma come movimento complessivo dell’umanità espresso nel termine tedesco di Weltanschauung, era finalmente giunta al suo epilogo. Questa tesi del libro, ma attenzione non l’unica, si concentrava sull’analisi delle ragioni che avevano determinato le sconfitte in tutto il mondo da un lato del “totalitarismo comunista” e dall’altro dei regimi dittatoriali di destra, disfatte che avevano aperto la via, come se le acque del Mar Rosso si fossero nuovamente aperte di fronte a Mosè, all’affermazione mondiale della democrazia liberale e del suo indissolubile “compagno di strada”: il capitalismo del libero mercato. Sottoposto ad una critica marxiana, nel libro di Fukuyama è possibile scorgere tre livelli di lettura: uno che riguarda la distorta interpretazione filosofica della storia degli anni novanta; uno che attiene più propriamente alla delineazione di una ideologia del mondo Occidentale; ed una che individua involontariamente un nuovo ciclo storico.
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Diario della crisi - Crisi, transizione e accumulazione
Il fantasma di Elisabeth Sutherland
di Giovanni Giovannelli
In questa fase di transizione del capitalismo, che conosce la distruzione del fordismo e la finanziarizzazione dispotica dell'economia come strategia di potere assolutamente consapevole da parte delle classi dominanti, la violenza e la guerra diventano forza produttiva e vettore di produzione di plusvalore e di accumulazione di capitale. In questa ottava puntata del «Diario della crisi» - progetto nato dalla collaborazione tra Effimera, Machina-DeriveApprodi e El Salto - Gianni Giovannelli riflette su come la povertà, l'espropriazione e la privazione dei diritti diventino vere e proprie leve di valorizzazione, il cui fine ultimo è quello di togliere ogni autonomia e di mettere fuori legge ogni alternativa per le classi lavoratrici e povere dell'Unione Europea e dell'intero pianeta.
Il testo è pubblicato in contemporanea su Effimera e El Salto, tradotto in spagnolo.
Fury, rage madness in a wind
sweet through America
(William Blake, America, X)
Dentro l’attuale transizione ̶ durante il passaggio, cioè, dal vecchio modo di produzione fordista all’attuale struttura economica finanziarizzata ̶ assistiamo, in sequenza, variegata ma continua, all’attuazione di scelte istituzionali e di decisioni imprenditoriali che concretano un progetto di accumulazione originaria, naturalmente aggiornato e contestualizzato, così da poter essere lo strumento con il quale il nuovo assetto capitalistico intende ottenere un dominio pieno e incontrastato, piegando alle proprie esigenze di profitto gli abitanti di ogni territorio.
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Covid-19: i conti cantano
di Luca Busca
Metodologia
Per l’acquisizione dei dati necessari allo studio è stata utilizzata una sola fonte, l’ISTAT, l’unica abilitata a elaborare questo tipo di informazioni. Sono stati acquisiti i numeri relativi ai decessi dall’anno 2017 al 2022 divisi per fasce di età di cinque anni ciascuna, come indicato nella tabella riassuntiva. Per il 2022 l’Istituto Nazionale di Statistica non ha ancora calcolato la suddivisione in fasce di età. Per tutti gli anni è stato riportato il totale dei decessi e la somma della divisione in fasce. Le due cifre non corrispondono ma dietro la discrepanza non si nasconde alcun complotto. La difformità, infatti, riguarda tutti i sei anni presi in considerazione ed è prodotta, probabilmente, da una diversa modalità di rilevamento dei dati.
Sulla base dei numeri raccolti è stata calcolata la media pre-pandemica (anni 2017, 2018 e 2019) sia delle singole fasce di età sia dei due totali e della differenza tra di essi. Per gli anni 2020, 2021 e 2022 è stato calcolato l’eccesso di mortalità per ogni singola fascia di età (escluso il 2022 di cui non ci sono ancora dati sufficienti), quello dei totali sia in numero di decessi sia in percentuale sull’anno precedente. È stato infine inserito il dato relativo alla popolazione residente, sempre da fonte ISTAT, che ha fatto registrare un calo costante in tutti gli anni presi in considerazione. La diminuzione è dovuta in gran parte alla drastica riduzione delle nascite, compensata solo parzialmente dall’immigrazione. Sulla decrescita della popolazione ha inciso anche l’aumento dei decessi che ha caratterizzato gli anni dal 2020 al 2022. Questo dato è stato utilizzato per calcolare il tasso di mortalità.
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Grande è la confusione sotto il cielo: possiamo essere ottimisti?
di Domenico De Simone
In questi tempi oscuri, la confusione regna sovrana e forse aveva ragione Confucio, che nella confusione vedeva sempre la possibilità per nuove idee di germogliare e crescere rapidamente e nella società umana di progredire verso nuove forme di convivenza. La confusione genera grandi discussioni, scontri, conflitti, contrapposizioni, nelle quali le strutture più solide vengono messe in dubbio e vacillano, e questa è sempre una grande opportunità.
In Occidente da oltre un anno ci raccontano e ci raccontiamo una storia. Il conflitto in Ucraina viene presentato come uno scontro tra la democrazia e l’autocrazia e ci viene detto che è nostro dovere supportare le aspirazioni degli ucraini a far parte del mondo occidentale e ad instaurare una piena democrazia nel loro paese.
E questo supporto si traduce in fornitura di armi e di intelligence contro l’esercito russo che ha invaso l’Ucraina e che, per il solo fatto di averlo invaso, è dipinto come il male assoluto, il nuovo fascismo o peggio il nuovo nazismo, proposto da una dittatura sanguinaria e feroce che ha in animo la restaurazione dell’impero russo e il progetto di dominare su tutta l’Europa, da Vladivostok a Lisbona. Tutti i leader europei ripetono lo stesso racconto che è giusto e legittimo aiutare i resistenti ucraini perché il loro paese è stato invaso dal mostro russo, e che chi invade ha comunque sempre torto e deve essere abbattuto e distrutto. Il Presidente della Repubblica Italiana ripete come un mantra ad ogni occasione che quella russa è stata un’invasione “brutale e non provocata”, contro la quale è giusto difendersi per tutelare i nostri valori democratici.
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L’Italia ha mandato all’aria la più grande riforma strutturale degli ultimi 40 anni
Il fallimento delle politiche di Giorgetti
di Davide Gionco
Da quando esiste l’Unione Europea non fa che ricordarci, un giorno sì e l’altro pure, di attuare le famose “riforme strutturali”. Come “riforme strutturali” sarebbero intesi degli investimenti oculati che consentano di mettere insieme l’equilibrio di bilancio pubblico e la realizzazione di interventi che portino a dei vantaggi economici permanenti per il paese.
Dopo di che la stessa Unione Europea, da sempre, propone e impone (si noti il numero di raccomandazioni ai vari paesi dal 2011 al 2018) delle “riforme” che hanno dimostrato di non sortire questi risultati, come privatizzazioni e tagli dei servizi pubblici, della sanità, del sistema pensionistico. Queste riforme in realtà ingrassano gli incassi degli investitori finanziari che operano in questi settori, sistematicamente a spese dei cittadini, che si ritrovano con servizi di peggiore qualità e più costosi.
È purtroppo noto che a Bruxelles operano 12’500 lobbisti registrati ufficialmente, più molti altri che operano in modo non ufficiale. Oltre a questi ci sono quelli che operano a Francoforte, sede della BCER. Tutti questi lobbisti operano con lo scopo di portare vantaggi all’organizzazione che rappresentano, mentre evidentemente i cittadini non dispongono di lobbisti che rappresentino i loro interessi.
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L’autismo occidentale
di Enrico Tomaselli
L’autismo (dal greco αὐτός, aütós – stesso) è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da deficit della comunicazione verbale e non verbale, che provoca comportamenti ripetitivi. In un certo senso, questa definizione ben si attaglia al comportamento degli USA – e quindi dei vassalli del NATOstan – sulla scena internazionale. Con l’accendersi del conflitto in Ucraina, questo autismo ha raggiunto nuove, pericolosissime vette.
In un certo senso, questa definizione ben si attanaglia al comportamento degli USA – e quindi dei vassalli del NATOstan – sulla scena internazionale, ma sicuramente con l’accendersi del conflitto in Ucraina questo autismo ha raggiunto nuove, pericolosissime vette.
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L’ombelico del mondo
Gli Stati Uniti hanno immaginato, teorizzato, perseguito ed infine realizzato il sogno di un dominio globale a partire da un’idea di eccezionalità (auto attribuita), la quale, a sua volta, si traduce nel famoso destino manifesto (1). Tale propensione ha trovato il suo coronamento nel 1945, con la vittoria nella seconda guerra mondiale, per poi raggiungere il suo apice nel corso della guerra fredda. Ovviamente, nel corso di questa lunga traiettoria politica, l’élite statunitense – e di riflesso la popolazione del paese – ha maturato la crescente convinzione che il proprio successo globale fosse la controprova della propria titolarità ad ottenerlo. Coerentemente con lo spirito dell’etica protestante-capitalista (2), negli States ha preso forma una vera e propria ideologia suprematista, il cui fondamento culturale è la convinzione di incarnare l’ideale di giustizia.
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Vandana Shiva
di Miguel Martinez
Tra le innumerevoli cose buone di una vita a volte drammatica, ma sempre istruttiva, c’è stato il mio incontro con Vandana Shiva.
Quando viene in Italia, le faccio da traduttore volontario.
Vandana cerca di salvare la biodiversità, dei semi come degli esseri umani, dalle tecnotenebre incombenti. Attenzione, non si tratta di “cambiare” il mondo, che è il sogno di tutti i progressisti, si tratta solo di permettere alla vita di vivere.
Ciò che Vandana ha di speciale è la capacità di comunicare questa missione. Non come causa astratta, ma come coinvolgimento di ogni singolo individuo che incontra sul suo cammino, sa accogliere le storie di tutti noi e ricordarle.
Vandana arriva tra una platea di persone all’altro capo del mondo dal suo, e in un istante si sintonizza, con passione e umorismo, sulle loro esperienze, per poi incitarle a fare qualcosa di concreto. E come lei mi diceva, sono meglio le persone che non hanno pregiudizi ideologici di partenza, perché sono più vicine alla vita.
Il gioco di “Destra-e-Sinistra” occupa, per gli occidentali, l’intero orizzonte delle scelte disponibili.
Vandana deve trasmettere una visione del mondo lontanissima da questo gioco delirante, perché la sua non nasce dall’Occidente che il mondo l’ha conquistato. E quindi Vandana semplifica molto quando parla: il suo scopo non è fare un ragionamento accademico, ma sfidarci, se stiamo dalla parte della biodiversità o dalla parte del tecnodominio.
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Klossowski e la moneta vivente
Considerazioni di un avvocato del diavolo1
di Roberto Fineschi
Dal mio intervento traspariranno chiaramente le mie limitate conoscenze su questo tema. Spero che mi scuserete e che considererete i miei commenti come delle note da parte di un non addetto ai lavori che cerca di entrare in un mondo con il quale non ha particolare familiarità. Questo per avvisare, da una parte, di prendere con la dovuta cautela i miei rilievi e, dall’altra, di considerarli come interventi dell’avvocato del diavolo, di qualcuno che legge e solleva delle possibili obiezioni.
Ho studiato con interesse il testo di Klossowski, trovando alcune difficoltà interpretative sulla sua articolazione complessiva. Naturalmente non posso che commentarlo alla luce della mia specializzazione, vale a dire la filosofia classica tedesca e, soprattutto, Marx, autore nel quale il tema del denaro è assolutamente centrale e in maniera trasversale, tanto nell’opera giovanile che in quella matura. Partiamo dal titolo: moneta vivente. Qui il primo dubbio: moneta o denaro? C’è infatti subito un problema di traduzione che si riscontra anche nelle edizioni francesi del Capitale; in Marx denaro e moneta sono categorie distinte e questo in francese creò problemi a lui stesso, costringendolo a spiegare in nota le sfumature di significato e le differenze categoriali tra i due termini2. La domanda per Klossowski dunque è: a quale delle due categorie sta pensando? Secondo me intende quello che, in termini marxiani, è il denaro.
L’aggettivo “vivente”, invece, immediatamente mi ha fatto pensare alla teoria del feticismo dove il punto chiave per Marx è che il denaro non è una cosa, ma un rapporto sociale che si “cosifica” in un oggetto materiale, ma non per questo cessa di essere un rapporto sociale.
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Nuova rivoluzione tecnologica e lavoro
di Vincenzo Comito
Il programma di AI generativo ChatGPT, sospeso e poi riammesso in Italia, sta invadendo i mercati e riaccende il dibattito sulle ricadute di queste tecnologie innovative sul mondo del lavoro e sui possibili effetti disastrosi sulle competenze umane. Di sicuro niente che il mercato potrà regolare da solo
Intelligenza artificiale, produzione additiva, auto a guida autonoma, digitalizzazione “tradizionale”
Stiamo apparentemente entrando in una nuova grande fase di innovazione tecnologica. A differenza di quella precedente, questa non sembra toccare tanto i consumatori, ma, prevalentemente, le imprese e l’industria. Questa nuova fase si va sviluppando lungo diverse direttrici.
-I progressi recenti dell’intelligenza artificiale
La messa sul mercato dell’ultimo ritrovato nel campo dell’intelligenza artificiale, il programma ChatGPT, il primo di una serie di sistemi di IA cosiddetti “generativi” che stanno in questo periodo invadendo i vari Paesi, con il suo successo immediato, ha riacceso il dibattito su alcune questioni di base, quali prima di tutto quella della vecchia paura che tale tecnologia esca fuori controllo, prendendo il sopravvento sugli umani. Qualcuno stima in effetti che potremmo raggiungere verso il 2030 la cosiddetta “intelligenza artificiale generale”, con il risultato che l’umanità perderebbe il controllo della tecnologia che sta sviluppando e che alla fine tutti sulla terra morirebbero (Thornhill, 2023). Si discute poi sulla preoccupazione per il grandissimo potere che vanno assumendo i pochi gruppi oligopolistici che controllano le tecnologie, su come mettere a punto strumenti giuridici per far fronte ai sorprendenti tempi nuovi, e , infine, tema anch’esso di grande rilievo, delle conseguenze sul futuro quantitativo e qualitativo del lavoro, nonché parallelamente, della paura che la nuova tecnologia possa esacerbare le diseguaglianze sociali e inquinare l’informazione pubblica, tutti temi sui quali anche gravano delle previsioni molto inquietanti.
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Theaters of War: come la Cia e il Pentagono hanno conquistato Hollywood
di Rossella Fidanza
Il documentario Theaters of War mostra come il Pentagono detta le trame per adattarle a narrazioni, immagini e versioni alternative della storia che sono di suo gradimento
Il documentario del 2022 Theatres of War: how the Pentagon and Cia took Hollywood è un'agghiacciante esposizione della profonda collaborazione tra l'industria dell'intrattenimento americana e l'apparato statale statunitense. Dimostra come Hollywood e altri segmenti dell'industria glorifichino la macchina da guerra multimiliardaria, sbianchettino i suoi sanguinosi interventi globali e tentino di condizionare la popolazione a crimini ancora più gravi.
Uscito all'inizio del 2022 e disponibile su alcuni servizi di streaming (se cliccate il nome del documentario vi si apre un link dove potrete vederlo in lingua originale) il film, della durata di 87 minuti, è diretto, montato e narrato da Roger Stahl, professore di studi di comunicazione all'Università della Georgia.
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Domenico Losurdo legge Nietzsche
di Leo Essen
Losurdo dice di Nietzsche che è il più grande pensatore tra i reazionari e il più grande reazionario tra i pensatori. E chiude la faccenda. Centra i tre temi del suo pensiero (Innocenza dell’avvenire, Eterno ritorno, Volontà di potenza), ma li liscia tutti e tre, fornendo un’interpretazione banale e ingenerosa.
Dell’eterno ritorno dice che viene usato per liquidare la tradizione (messianica) ebraico-cristiana.
La critica del messianesimo e di ogni forma di teologia o filosofia della storia, dice, va a sfociare nella critica della speranza socialista nell’avvento di un mondo nuovo – un mondo nuovo per gli schiavi.
Lasciate ogni speranza, abbandonate ogni messianesimo, per voi la schiavitù sarà sempre e solo schiavitù, ora e per sempre, in un eterno ritorno, in un eterno presente.
Nietzsche, dice Losurdo, liquida la fiduciosa attesa, mediante la contrapposizione alla visione unilineare del tempo, propria della tradizione ebraico-cristiana, della tesi, mutuata dall’antichità classica, dell’eterno ritorno dell’identico. E così Nietzsche sembra voler ritornare al punto di partenza.
Il sentimento della speranza e la visione unilineare del tempo su cui esso si fonda, dice Losurdo, viene messa definitivamente fuori causa con la tesi o con il mito dell’eterno ritorno
dell’identico.
L’Eterno ritorno viene connesso da Losurdo al tema dell’Innocenza dell’avvenire.
Non fatevi illusione, non attendetevi niente. Tutto ciò che sarà è già stato, e ciò che è già stato lo avete davanti agli occhi, è la vostra schiavitù. Non abbiate speranza nell’avvenire. Non c’è avvenire, non c’è messia. Non c’è nessun piano, nessun progetto, nessuna filosofia della storia. C’è solo questo presente che gira intorno al suo asse.
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Sull’imperialismo, oggi
di Vladimiro Merlin*
È davvero così cambiato rispetto all’analisi di Lenin? E in che cosa? Sul piano economico, politico o altro? Proviamo a fare alcuni ragionamenti, cercando anche di distaccarci dall’egemonia narrativa mainstream

Leggo di un imperialismo che sarebbe profondamente cambiato, che sarebbe “sovranazionale”, centrato, in pratica, sulla sola sfera finanziaria, gestito da una “elite” un po’ misteriosa, che detterebbe le scelte anche delle grandi potenze imperialistiche in modo quasi meccanico, come una sorta di politica di “fatto”, che metterebbe fuori gioco la soggettività delle scelte politiche fino ad eliminare quelle contraddizioni interimperialistiche che lo hanno sempre contraddistinto.
Le contraddizioni dell’imperialismo
Partiamo da un dato di fatto: il sistema imperialistico mondiale è gerarchico e piramidale, ovviamente chi sta al vertice supremo gode di tutti i vantaggi e ha la forza per imporre le proprie scelte ed i propri interessi a tutti quelli che stanno sotto di lui.
Essendo un sistema gerarchico e piramidale, i Paesi capitalisti che stanno sotto aspirano a salire, possibilmente fino al vertice, ma questo non è possibile se non scalzando chi sta sopra.
Ai tempi di Lenin vi era una potenza predominante, la Gran Bretagna (con il suo impero) ma altre potenze imperialiste si collocavano ad un livello paragonabile al suo, il che rendeva il primato contendibile, parlo di Germania, USA, Francia ecc. , che con un sistema di alleanze, come fu sia per la prima che per la seconda guerra mondiale, potevano ambire a sostituire la potenza dominante, e per questo motivo vi furono ben 2 guerre mondiali.
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Se avessimo più di un martello… Forse non saremmo in questo guaio
di Aurelien
Forse avete osservato la politica occidentale nei confronti dell’Ucraina nell’ultimo anno o giù di lì con stupefacente incredulità, e di tanto in tanto vi siete posti domande come: Si accorgono che non funziona, perché continuano così? Perché non accettano l’ovvio? Perché non provano almeno a fare qualcosa di diverso? Non sarete stati i soli. Non sorprende quindi che Internet, alla ricerca di qualsiasi spiegazione, abbondi di teorie cospirative di europei ricattati da Washington o altro. In realtà, quello che stiamo vedendo accade in molte crisi politiche. Io la chiamo la teoria dell’inerzia della politica, e spesso incoraggia gli Stati e le alleanze a continuare a fare cose stupide, perché non riescono a mettersi d’accordo collettivamente su qualcosa di meno stupido.
Si potrebbe pensare che ormai le leadership politiche occidentali abbiano iniziato a nutrire qualche piccolo dubbio sull’utilità della loro politica di confronto con la Russia, soprattutto dopo l’intervento di quest’ultima in Ucraina. Ci sono fattori di complicazione, naturalmente: per la classe dirigente europea, come ho spiegato, questa è una guerra santa contro l’anti-Europa a est. Per molte nazioni più piccole, con poche o nessuna fonte di informazione indipendente e poca influenza, c’è poca alternativa all’assecondare ciò che vogliono gli Stati più grandi. Allo stesso modo, alcuni Stati sono guidati principalmente da uno storico razzismo anti-slavo. (Non pretendo di capire cosa stia succedendo a Washington). Ma si potrebbe comunque pensare che ormai i dubbi si stiano insinuando: dopo tutto, gli europei alla fine hanno interrotto le Crociate quando è diventato chiaro che la Terra Santa non sarebbe mai stata liberata dagli invasori arabi.
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L’algoritmo pensante
Recensione di Remo Trezza
C. Barone (a cura di), L’algoritmo pensante. Dalla libertà dell’uomo all’autonomia delle intelligenze artificiali, Il pozzo di Giacobbe, 2020
Il volume qui recensito, sicuramente di grande attualità, fa parte della collana dei Quaderni di Synaxis dello Studio Teologico ‘S. Paolo’ di Catania ed è stato curato da Christian Barone, docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma e presso lo Studio Teologico su menzionato.
Contributo ‘delicato’, che appassiona e determina una certa dose di curiositas, stimola la riflessione e cerca di scandagliare le problematiche relative all’avvento delle nuove tecnologie (I.A., algoritmi, robot, etc.…), ponendosi in un dialogo di ordo ordinans, sempre più intersezionale con i principi fideistici della cristianità e dei valori etici fondanti la cattolicità.
L’hortus conclusus, ovvero la struttura del volume, caratterizzata - secondo chi scrive - da un divenire argomentativo mai stancante, ma sempre avvincente e dinamico, può essere sintetizzato come di seguito.
La premessa (pp. 5-19), del curatore dell’intera opera, si apre con una citazione - nell’opinione di chi recensisce - lapidaria. Seppur la ‘quote’ sia di Isaac Newton ed il testo in italiano, si preferisce riportare la versione in lingua latina della frase, avente il medesimo significato, di qualcuno che di storia se n’è inteso, a motivo della più concisa rappresentazione della realtà: ‘nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes’. Ciò non fa altro che immergere il lettore in questioni novae, ma sempre veterae. Cosa c’è di notevolmente ‘nuovo’ nelle ‘nuove tecnologie’? Punto nodale della premessa è fondato sul ‘pensiero umano’, che - specie nella nuova dimensione dell’innovazione - si scontra con la possibilità di essere sostituito - in quanto homo sapiens - dai procedimenti decidenti e decisori di automi.
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Giocare col fuoco
di Enrico Tomaselli
Alcune brevi note sul rapporto NATO-Russia, sul come l’approccio statunitense si riveli pericolosamente inadeguato e sul perché l’irrilevanza politico-militare dell’Europa si traduca in un potenziale suicidio. Piaccia o non piaccia l’attuale configurazione politica e strategica del cosiddetto Occidente, è impossibile non rilevare come la sua supponenza sia in realtà la maggiore minaccia alla sua stessa esistenza.
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La propaganda è una normale condizione nei paesi coinvolti in un conflitto, anche quando si tratta di democrazie liberali che amano pensarsi e rappresentarsi come il paradiso della libertà di pensiero e di parola. In un certo senso, si può anzi dire che la presenza della propaganda, e la sua pervasività, possono essere assunti ad indicatori del coinvolgimento bellico.
Anche da ciò, risulta evidente quindi come i paesi della NATO siano parte attiva del conflitto in Ucraina.
Ma ovviamente la propaganda non ha solo lo scopo di mobilitare la popolazione, affinché sostenga – anche solo politicamente – lo sforzo bellico; scopo, o quantomeno conseguenza della propaganda è anche quello di rimuovere gli argomenti scomodi, le verità scomode.
Nel contesto della guerra in atto in Ucraina, ciò risulta evidente sotto molteplici punti di vista, ma ce n’è uno in particolare che effettivamente riveste (rivestirebbe) una grande importanza, e che, al contrario, scivola via.
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«In Francia, il neoliberalismo diventa violento e autocratico»
Mathieu Dejean e Romaric Godin intervistano David Harvey
Intervista al geografo ed economista David Harvey, uno dei marxisti più influenti della nostra epoca, sullo stato del capitalismo, la sinistra francese e l’importanza del pensiero di Karl Marx
Harvey è una delle figure più importanti del marxismo contemporaneo. Di passaggio a Parigi, ha incontrato, il 12 aprile, su invito dell’Institut La Boétie, Jean-Luc Mélenchon. Grande critico del capitalismo, instancabile portatore del pensiero di Karl Marx, geografo pensatore degli effetti concreti del capitale sullo spazio, questo britannico di 88 anni è da sempre un attento osservatore della realtà economica, sociale e geografica.
A margine di questo incontro e di una serie di altri interventi in Francia, David Harvey ha accettato di rispondere alle domande di Mediapart sullo stato attuale del capitalismo, il suo rapporto con l’ex candidato de La France insoumise (LFI) alle elezioni presidenziali, e di Marx.
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Mediapart: La tua riflessione sul capitalismo include un’importante teoria delle crisi. Dal 2020 sembra aprirsi una nuova crisi, che ha appena vissuto un nuovo episodio con quella bancaria. Cosa pensi rispetto allo stato attuale del capitalismo?
David Harvey: Vorrei isolare alcuni fatti per rispondere a questa domanda. Il primo è che è molto difficile immaginare oggi quale potrebbe essere il futuro del capitalismo perché non è chiara la direzione che prenderà la Cina, che è un attore cruciale. La mia visione è che la Cina abbia consentito al capitalismo, nel 2007-2008, di evitare una depressione paragonabile a quella degli anni 30. Da allora e prima dell’arrivo del Covid, la Cina ha rappresentato circa un terzo della crescita globale, che è più del Regno Unito Stati ed Europa messi insieme. Quindi è impossibile, nelle attuali circostanze, prevedere la direzione che prenderà il capitalismo senza conoscere la direzione che prenderà la Cina.
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Complottismo e marxismo
di Alessandro Lolli
Dopo l’articolo di Tobia Savoca L’anticomplottismo liberale, pubblicato in questa sezione lo scorso 14 marzo, Alessandro Lolli ha deciso di intervenire sul tema, sviluppando una riflessione critica sullo stesso concetto di complottismo. Pur condividendo alcuni dei presupposti con cui Savoca analizza le origini della teoria cospiratoria della società, nel suo articolo – che qui pubblichiamo – Lolli mette in discussione la categoria di complottismo, la cui esistenza dipende dall’individuazione di un soggetto delirante complottista. Seguendo questa prospettiva, l’autore polemizza non solo con l’anticomplottismo liberale, ma anche con la sua declinazione marxista.
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Da qualche anno mi occupo del complottismo o – come sarà più chiaro durante la lettura di questo articolo – dei discorsi che fondano un oggetto concettuale chiamato «complottismo» il quale, a modesto parere di chi scrive, non esiste. L’articolo qui pubblicato il 14 marzo a firma di Tobia Savoca, L’anticomplottismo liberale, mi ha colpito per diverse ragioni. Intanto testimonia la crescente attenzione critica verso questa categoria concettuale che per troppo tempo è stata data per scontata (negli stessi giorni è uscito un altro articolo di critica al «complottismo» su «Nazione Indiana», anche se da una prospettiva diversa). In più espone chiaramente la posizione che molti studiosi di Marx stanno cercando di raffinare nei confronti del cosiddetto «complottismo». Ma soprattutto mostra tutti i limiti di questa posizione e i motivi per cui occorre ripensarla completamente.
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Le conseguenze di breve e lungo periodo della guerra
di Domenico Moro
Per comprendere le conseguenze di breve e di lungo periodo della guerra in Ucraina sull’economia mondiale, bisogna partire dai processi che modificano gli assetti e i rapporti di forza tra aree economiche e Stati. In particolare, vanno indagati i processi che coinvolgono il gruppo dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), che rappresenta la semi-periferia emergente del sistema economico mondiale, e il G7 (Usa, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia, e Canada), che rappresenta il centro ricco e dominante.
1. Le conseguenze della guerra sull’economia mondiale
La guerra è un acceleratore di processi che spesso hanno un’origine più lontana e che divengono espliciti e visibili pienamente solo ora, dopo una incubazione più o meno lunga. I processi economici mondiali più importanti in atto sono i seguenti:
- L’inflazione. La crescita dell’inflazione è cominciata nel 2021, prima della guerra in Ucraina, ed è stata determinata da vari fattori: l’enorme liquidità emessa dalle banche centrali dei Paesi del G7 per combattere la crisi e le strozzature delle linee di rifornimento di componenti e semilavorati dovute alla pandemia. Una volta che i lock down sono finiti e la domanda è ripartita la produzione è risultata inadeguata a soddisfarla, da cui la crescita dei prezzi. Se la guerra non è stata la causa originaria dell’inflazione, è, però, vero che l’ha accentuata. La guerra tra Russia e Occidente, infatti, si combatte anche a livello economico, mediante le sanzioni. Queste hanno determinato il taglio dei rifornimenti di materie prime energetiche dalla Russia verso l’Europa, aumentando i prezzi di petrolio e gas e dando nuova linfa all’inflazione, soprattutto nella Ue, a livelli che non si vedevano dagli anni ‘80.
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La guerra in Ucraina come problema mondiale e la neutralità critica di Lula
di Homero Santiago
Le dichiarazioni del presidente brasiliano Lula durante la sua visita in Cina della scorsa settimana hanno messo in fibrillazione le cancellerie dei paesi occidentali – in primis degli USA – e mobilitato i pennivendoli nostrani in una gara a scomunicare il politico brasiliano, poco propenso a schierarsi senza se e senza ma con l’Occidente. In questo intervento Homero Santiago mostra che la posizione di Lula, per quanto rischiosa, non è «né irrazionale né irresponsabile», ma si inscrive in una strategia mirata a rilanciare un multipolarismo che assegni al Sud del mondo (o, almeno, ad alcune nazioni che se ne sono intestate la rappresentanza) un ruolo nella ridefinizione degli equilibri globali, nell’ormai conclamata crisi egemonica degli Stati Uniti. Ma oltre alle dinamiche geopolitiche, che rischiano sempre di nascondere gli effetti materiali e sociali della guerra, il testo di Homero ci permette anche di considerare la guerra in Ucraina da una prospettiva che non si lascia soffocare dall’alternativa “con l’Occidente o con Putin”, e riesce a osservare aspetti che da vicino non si riesce o non si vuole vedere. Tra questi il razzismo che continua a definire le politiche di accoglienza dei paesi dell’UE, la cui esasperazione determinata dal conflitto in Ucraina stabilisce un differente fronte di schieramento contro la guerra anche tra coloro che la osservano dal Sud globale.
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Agli occhi di molti Europei la posizione di neutralità assunta dall’attuale governo brasiliano di fronte alla guerra in Ucraina deve apparire veramente strana. A peggiorare le cose, questa posizione ufficiale è occasionalmente accompagnata da dichiarazioni controverse, come è accaduto la scorsa settimana, durante la visita del presidente Luiz Inácio Lula da Silva in Cina: «gli USA devono smettere di incoraggiare la guerra e l’Unione europea deve iniziare a parlare di pace».
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Post-industriale e iper-industriale. Note su un dibattito nei decenni smarriti
di Romano Alquati
Apriamo l’esplorazione della rubrica Transuenze dedicata al lavoro nei «decenni smarriti» (cfr. https://www.machina-deriveapprodi.com/post/il-lavoro-nei-decenni-smarriti-una-bozza-di-programma) proponendo un contributo controcorrente di Romano Alquati sulla prima delle categorie sottoposte ad approfondimento, post-industriale. Nei decenni del «post», gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, il senso comune, ma anche la gran parte degli scienziati sociali e ancor più degli opinionisti, convergeva nel ritenere superati i tratti fondativi della società industriale, il cui sottostante più appariscente era il significativo spostamento dell’occupazione dal settore manifatturiero (da allora in costante ridimensionamento) alle attività di servizi variamente intesi (il «terziario»).
Su questo tema, in specifico, pubblichiamo alcuni frammenti tratti da due testi fuori catalogo o inediti di Romano Alquati, sociologo e militante già ampiamente utilizzato in queste pagine, da non richiedere ulteriori presentazioni (per eventuali approfondimenti introduttivi alla sua figura e al suo pensiero, si rinvia allo «scavi» curato da Maurizio Pentenero e Luca Perrone su questa rivista, https://www.machina-deriveapprodi.com/post/la-riproduzione-del-futuro, o ancora al volume collettivo «Un cane in chiesa», curato da Francesco Bedani e Francesca Ioannilli per Deriveapprodi).
La ricostruzione della carriera del concetto di «società post-industriale» condurrebbe questa introduzione lontano dai suoi circoscritti obiettivi di presentazione del contributo. Per quanto il primo utilizzo del termine sia comunemente attribuito a David Riesman nel 1958, gli autori cui si ricollegano le successive elaborazioni furono, da una parte, Alain Touraine (La société post-industrielle, 1969), dall’altra Daniel Bell (The coming of post-industrial society, 1973).
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Guerra in Ucraina. Ma che sta succedendo ora?
di Gianandrea Gaiani*
Sapere cosa avviene davvero al fronte, durante una guerra, è sempre impossibile. Si possono mettere insieme frammenti di informazione, spesso – o sempre – deformati dalle contrapposte propagande.
Bisogna insomma essere molto diffidenti e allo stesso tempo curiosi, non innamorarsi delle proprie ipotesi ed essere pronti ad ammettere di esserci sbagliati.
Il contrario, insomma, di quel che avviene nelle redazioni di tg e giornali (italiani e occidentali, in genere), che prendono i bollettini del ministero della guerra ucraino e li riconfezionano come “notizie”.
Del resto per parlare sensatamente di guerra bisognerebbe prima studiarne la complessità, specie nel mondo contemporaneo. Per esempio, come si distingue un ”attacco” rispetto ad una semplice “esplorazione in forze”?
Oppure: si parla da mesi della tremenda “controffensiva di primavera” da parte di Kiev, che dovrebbe nei notiziari rovesciare le sorti del conflitto. Se ne parla perché è una possibilità concreta oppure per “battere cassa” con maggior forza sugli “alleati occidentali”? E questa ipotesi viene avallata dal Pentagono e dalla Nato perché realistica o per scaricare la responsabilità dell’eventuale fallimento sulle gracili spalle della junta golpista?
Per aiutarvi a districarvi tra le non notizie dei media mainstream, e darvi un quadro un po’ più articolato dell’andamento dei combattimenti, pensiamo sia utile la lettura di questo periodico aggiornamento pubblicato dal sito specializzato Analisi Difesa. Che pare saperne un po’ più della media…
Buona lettura.
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I piaceri segreti dell'ambientalismo capitalista
di Andrea Zhok
Capita che nel ridente percorso del capoluogo ambrosiano che conduce alla stazione ferroviaria sia da tempo impossibile sottrarsi alla pubblicità più invasiva. La forma più intrusiva in assoluto è rappresentata dagli schermi onnipresenti che sganciano h24 le loro bombe a grappolo pubblicitarie, a volte in guisa diretta, altre volte travestita da “informazione”.
L’intruso molesto che si affacciava oggi dagli schermi era una nota archistar che decantava, con la seria professionalità che caratterizza il ceto, l’imprescindibilità odierna della “sostenibilità”. La “sostenibilità” oggi – diceva – è un dovere morale cui nessuno può sottrarsi. Sullo sfondo dell’intervista-spot si poteva notare il bellissimo porticato della Statale di Milano che come ogni anno, in occasione del Salone del Mobile, è invaso da policrome e imponenti installazioni. Chi abbia la fortuna di aggirarsi negli spazi universitari, oramai sempre più refrattari ad intristirsi nelle faccenduole della conoscenza, può ammirare ogni anno una grande varietà di installazioni, alcune oggettivamente spettacolari. Il tema di quest’anno, e invero più o meno di tutte le ultime edizioni, è l’AMBIENTE. Su una colossale catasta di container creativi, piantati a ridosso dei bassorilievi secolari, quest’anno campeggia la scritta “Save the Planet”.
Il sito del Fuori Salone 2023 dice, e non abbiamo ragione di non credergli, che Milano è allietata in questi giorni da ben 946 eventi in varie parti della città. Ciascuno di questi eventi è preparato da settimane di lavoro manifesto (spesso veri e propri cantieri) e da mesi di lavoro progettuale.
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Il neoliberismo espropriativo della morte e della vita
di Elisabetta Teghil
Lì si era rivelato un sistema di classe così perfettamente a punto che era restato per lungo tempo invisibile.
Colette Guillaumin
Si fa un gran parlare della GPA, la così detta gravidanza per altri, come se fosse un problema a sé stante e viene affrontato dal punto di vista morale, etico, religioso, politicamente corretto, o dal punto di vista dello sfruttamento di classe e di quello neocoloniale…c’è chi si batte in maniera agguerrita per la famiglia tradizionale e chi per le famiglie arcobaleno, chi tira in ballo la sacralità della maternità, chi lo vuole affrontare dal punto di vista giuridico e creare una legislazione ad hoc per tutelare la donna che porta avanti la gravidanza e/o i diritti del nascituro e/o per definire contratti che tutelino quelle che vengono chiamate parti in causa…
Ma ci si dimentica sempre che la questione è politica e come tale va affrontata e quindi bisogna andare qualche anno indietro.
Il sistema di potere si è appropriato ormai da tempo della morte con la così detta morte cerebrale, una morte dichiarata a tavolino, dallo Stato, per Legge.
Il concetto di morte cerebrale è stato introdotto nel mondo scientifico in contemporanea ai primi espianti-trapianti di organi nella storia della medicina. Chiaramente travestito come da copione da eccellenti motivazioni, per salvare vite umane, per il bene comune. La maggior parte degli organi non può essere prelevata da cadavere, per cui i criteri di accertamento della morte non consentivano questo tipo di interventi. L’introduzione del concetto di morte cerebrale forniva una legittimazione scientifica per poter effettuare i trapianti.
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