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Il Governo della decrescita (infelice) e l'esigenza di una sinistra unita
di Riccardo Achilli
Un Governo privo di qualsiasi idea di crescita e sviluppo
Parliamoci chiaro: nessuno dei provvedimenti che l'attuale Governo Monti ha preso nei quattro mesi della sua esistenza è mirato a promuovere crescita e sviluppo. La riforma del mercato del lavoro è costruita esclusivamente attorno a due obiettivi.
Il primo è quello di favorire il calo della spesa previdenziale, quindi contribuire al raggiungimento del pareggio di bilancio reso costituzionalmente obbligatorio, un risultato, questo, che nemmeno Berlusconi e Tremonti avevano potuto conseguire, perché il Pd, che era contro tale vincolo quando al Governo c'era Berlusconi, adesso che spera di racimolare qualche spicciolo di potere con il sostegno al Governo-Monti, è diventato all'improvviso favorevole. Tornando alla spesa previdenziale, l'Aspi costerà 2 miliardi all'anno, mentre la parallela abrogazione della cassa integrazione straordinaria per crisi aziendale, dell'indennità di mobilità e di quella di disoccupazione comporterà un risparmio di 4,5 miliardi circa, con un beneficio netto per le casse dell'INPS di 2,5 miliardi all'anno (fonte: INPS). Inoltre, l'introduzione dell'imposta di 1,4 punti calcolata sulle retribuzioni dei precari potrebbe valere, secondo le prime stime, un gettito aggiuntivo pari a 700-750 milioni di euro (che peraltro, in assenza di una previsione di reddito minimo garantito, pagheranno i lavoratori, perché le imprese, per pagare l'imposta aggiuntiva, ridurranno di conseguenza le retribuzioni). In complesso, quindi, fra minori spese e maggiori entrate, il bilancio pubblico avrà un beneficio di circa 3-3,3 miliardi di euro all'anno.
Il secondo obiettivo è quello di favorire le ristrutturazioni delle imprese, cioè in parole povere, l'espulsione di personale, tramite la più facile flessibilità in uscita.
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Dubbi sulla salute giuridica di Giorgio Napolitano
di Rodolfo Ricci
E’ difficile comprendere il comportamento del Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano. “La figura del Presidente non si attacca mai, perché rappresenta l’unità della Nazione”: questo si insegnava nelle scuole della politica della prima Repubblica. A parte i casi, previsti dalla Costituzione, in cui sussistano evidenze di alto tradimento o di manifesta incapacità per i quali sono previste le procedure di impeachment oppure di necessaria sostituzione. Ciò che reca sempre più dubbi sulla capacità del Presidente Napolitano è il suo continuo, insistente e progressivo interventismo sul tavolo di gioco della politica nazionale, decisamente squilibrato a favore del Governo Monti e delle sue misure e a contrasto di ogni posizione critica che venga da pezzi di politica, dei sindacati, dei movimenti sociali.
Il Presidente, che ha manifestato un equilibrio fin troppo attento nei primi due anni del Governo Berlusconi, ormai da diverso tempo entra direttamente nell’agone e nella discussione politica nazionale esprimendo posizioni che valicano il limite delle sue funzioni di arbitro super partes, a partire dall’acceso sostegno all’interventismo nella guerra alla Libia con relativi bombardamenti effettuati degli aerei italiani, che considerò “la naturale evoluzione di decisioni prese dalla comunità internazionale”.
In quell’occasione ha operato una forzatura oggettiva sulle prerogative del governo allora in carica, molto restio, come si ricorderà, ad intervenire; una forzatura che, stando all’attuale evoluzione post bellica in Libia, contraddistinta dalla spaccatura del paese, dallo scorazzare di bande jihadiste, qaediste, dalla manifesta violazione dei diritti dell’uomo recentemente denunciata da Amnesty International e dalle stesse agenzie ONU, è stata sbagliata e scorretta in sé, oltre che per la evidente perdita dell’ importante posizione strategica dell’Italia nel paese nord africano, ed ha comportato l’ennesima violazione dell’Art.11 della Costituzione.
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Lezioni di default dalla crisi greca
di Andrea Fumagalli
A più di una settimana dalla conclusione della ristrutturazione del debito greco, può essere utile, a mente più serena, ripercorrere e valutare le tappe che hanno portato ad un vero e proprio default controllato.
Il 9 marzo scorso si è chiuso l’operazione di scambio (swap) di titoli di Stato greci che ha coinvolto i creditori privati. Da un punto di vista tecnico, la maggior parte degli investitori istituzionali e privati, che hanno dato la propria adesione, hanno accettato di cambiare i propri titoli con nuovi titoli di minor valore: in particolare, i vecchi titoli di stato sono stati scambiati con:
a. nuove obbligazioni con scadenze comprese fra il 2023 e il 2042 dal valore nominale complessivo pari al 31,5% dei titoli originariamente in possesso (quindi una svalorizzazione del 68,5%); b. un warrant (titolo finanziario particolare) emesso dalla repubblica ellenica con importo nominale pari al 31,5% (quindi una svalutazione ancora del 68,5%) e scadenza nel 2042 che darà diritto al pagamento di interessi annuali nel caso in cui la Grecia dovesse osservare il previsto percorso di crescita del Pil. c. nuovi titoli zero coupon emessi dall’Efsf (Fondo europeo di stabilità finanziaria) con scadenze a 12 e 24 mesi aventi un valore nominale pari al 15% (perdita dell’85%).In conclusione si è trattata di una riduzione del valore dei titoli di stato greci mediamente pari al 73% del valore nominale. Il risultato è stato un taglio netto del debito greco privato da 206 a 107 miliardi di euro, pari a più di un terzo del debito complessivo.
Tale riduzione ha prevalentemente interessato le grandi banche europee. L’adesione degli istituti di credito all’offerta di concambio è stata, comunque, massiccia. Le 450 aziende rappresentate dalla Institute for International Finance hanno accettato tale taglio su un patrimonio complessivo vicino ai 110 miliardi di euro.
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Un atelier segnato dall'usura del tempo
Stefano Petrucciani
Pubblicate alcune lezioni tenute da Lucio Colletti prima del definitivo congedo dal marxismo. Testi tuttavia importanti perché indicano strade di ricerca che potrebbero condurre a un'analisi dei rapporti conflittuali tra capitalismo e democrazia
È un peccato, almeno a mio modo di vedere, che la bizzarra vicenda politica di Lucio Colletti (il suo transitare dal Partito d'Azione al comunismo di sinistra, poi al craxismo e infine al centro-destra) abbia fatto passare in secondo piano l'interessante contributo intellettuale che egli ha dato in quanto studioso e interprete di Marx e del marxismo. Un'occasione per tornare a rifletterci è data oggi dalla pubblicazione, a poco più di dieci anni dalla sua morte, delle lezioni che egli dedicò al Primo Libro del Capitale (Il paradosso del Capitale. Marx e il primo libro in tredici lezioni inedite, a cura di Luciano Albanese, prefazione di Giancarlo Galli, Liberal edizioni, Roma 2011, pp. 210, euro 13,00.
Per quanto riguarda il metodo, la lettura collettiana di Marx si qualifica per alcune caratteristiche che la rendono difficilmente comparabile con altre: le tesi che Colletti propone sono sempre molto nette e prive di sfumature (come era nel suo carattere); e soprattutto sono presentate con una non comune nitidezza e lucidità di esposizione. Un pregio, questo, che caratterizza anche le lezioni ora pubblicate, risalenti all'inizio degli anni Settanta e cioè al periodo immediatamente precedente la svolta verso una radicale critica del marxismo, che Colletti consegnò alla famosa Intervista politico-filosofica, apparsa prima sulla «New Left Review» e poi nel '74 da Laterza in un volume che comprendeva anche il saggio Marxismo e dialettica.
Tra Francoforte e Jena
Le interpretazioni filosofiche di Marx nel Novecento (una discussione riaperta, nel 1923, da Storia e coscienza di classe di Lukács) si sono disposte fondamentalmente secondo due assi di divisione: dialettici e antidialettici (cioè più o meno simpatetici nei confronti del nesso tra Marx e Hegel) e continuisti e discontinuisti (cioè più o meno propensi a vedere una frattura tra il Marx giovane e quello della maturità).
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Signoraggio FAQ
Ovvero come ho imparato a non preoccuparmi del Complotto e a odiare il Capitale
di Mauro Vanetti e Luca Lombardi
È vero quello che ho letto sul signoraggio?
Probabilmente no. Questo è un tema su cui si fa molta disinformazione; le fonti di questa disinformazione sono gruppi fascisti o rossobruni (cioè fascisti camuffati da comunisti), teorici del complotto e moltissima gente in buona fede che si è convinta che queste teorie spieghino come le banche e il capitalismo ci schiavizzino. Chiameremo quelli che diffondono bufale sul signoraggio “signoraggisti”.
Le banche e il capitalismo ci schiavizzano?
Sì. Ma la teoria del signoraggio non ci aiuta a capire come, né come fare a rompere questa schiavitù.
Che cos'è il signoraggio?
Il signoraggio è il guadagno realizzato dall'emissione di moneta. Se l'emissione di moneta ha un costo (per esempio, nel caso delle monete metalliche, il costo del metallo e i costi di funzionamento della zecca), il signoraggio è la differenza tra il valore nominale della moneta e il suo costo di produzione.
Chi ci guadagna dal signoraggio?
Lo Stato o la banca centrale, a seconda dei casi. Anche quando a guadagnarci è la banca centrale, gran parte o la totalità degli utili della banca vanno comunque per legge allo Stato.
Chi ci perde dal signoraggio?
Tutti quelli che posseggono denaro denominato nella valuta che viene emessa, perché si svaluta – ovvero, si alzano i prezzi e peggiora il cambio con valute straniere.
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Recensione a Titanic Europa di Giacchè
di Riccardo Bellofiore
Vladimiro Giacché inizia il suo libro Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato (Aliberti editore, Roma 2012, 14 euro) in modo fulminante, citando il film di John Landis Blues Brothers. Più precisamente la scena dove Jake (John Belushi) incontra la ex fidanzata da lui lasciata sola all’altare, minacciosamente armata di fucile d’assalto M16, intenzionata ad una resa dei conti finali. Jake inanella una serie di scuse palesemente infondate, una più dell’altra. Così, ci dice Giacché, è per la lettura delle cause della crisi che ci è stata rifilata in questi anni. Non è uno dei pregi minori di questo libro agile, che si legge d’un fiato per la scrittura limpida e la chiarezza delle argomentazioni, il fatto di smontare la narrazione dominante: una narrazione che come nel caso di Jake - Giacché non lo dice, ma lo fa capire – è risultata miracolosamente convincente. Un’altra vera e propria ‘fabbrica del falso’. Sicché, passata la fase più grave della tormenta 2007-2009 ci si illuse di esserne fuori, mentre ora si va profilando una seconda immersione, forse ancora più grave, nella Grande Recessione. Se non il rischio di scivolare in un nuovo Grande Crollo, come negli anni Trenta del secolo scorso.
Chi è alla ricerca di una descrizione aggiornata dell’evoluzione della crisi, dalla prima fase centrata sugli Stati Uniti, alle risposte di politica economica che hanno spostato il debito dai soggetti privati allo Stato, al presente incubo europeo, trova qui, per così dire, il libro più breve, succoso, e intrigante: anche perché Giacché è sempre attento alle questioni teoriche sottostanti, e alle implicazioni di politica economica. Giacché ha, ai miei occhi, un solo competitore, forse adesso un po’ datato, perché precedente la deriva per cui l’esplodere del debito sovrano ha messo in questione l’esistenza stessa dell’euro, e precedente la crisi europea come moltiplicatore della crisi globale: il libro di Paul Mason, Meltdown: The End of the Age of Greed, Verso 2008 (in italiano: La fine dell’età dell’ingordigia. Notizie sul crollo finanziario globale, Bruno Mondadori, 2009).
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La crisi, Keynes, la decrescita
Giorgio Lunghini
Proibire la guerra e ogni strumento bellico, cambiare radicalmente stile di vita, evitare sprechi energetici, rinunciare a mode e prodotti inutili. Siamo pronti a diventare keynesiani?
Sul manifesto sono frequenti scritti che a fronte della crisi evocano la questione dell'ambiente e dei beni comuni, che come via di uscita invocano la teoria della decrescita, e per i quali Keynes non basta più. Hanno ragione tutti, salvo che su un punto: Keynes non è mai servito, se non come alibi abusivo per forme di keynesismo bastardo o criminale, forse perché il capitalismo non vuole essere migliorato, e per ragioni che aveva ben chiare Kalecki: «Ogni allargamento dell'ambito dell'attività economica dello Stato è visto con sospetto dai capitalisti; ma l'accrescimento dell'occupazione tramite le spese statali ha un aspetto particolare che rende la loro opposizione particolarmente intensa. Nel sistema del laissez faire il livello dell'occupazione dipende in larga misura dalla così detta atmosfera di fiducia. Quando questa si deteriora, gli investimenti si riducono, cosa che porta a un declino della produzione e dell'occupazione (direttamente, o indirettamente, tramite l'effetto di una riduzione dei redditi sul consumo e sugli investimenti). Questo assicura ai capitalisti un controllo automatico sulla politica governativa. Il governo deve evitare tutto quello che può turbare l' "atmosfera di fiducia", in quanto ciò può produrre una crisi economica. Ma una volta che il governo abbia imparato ad accrescere artificialmente l'occupazione tramite le proprie spese, allora tale "apparato di controllo" perde la sua efficacia. Anche per questo il deficit del bilancio, necessario per condurre l'intervento statale, deve venir considerato come pericoloso. La funzione sociale della dottrina della "finanza sana" si fonda sulla dipendenza del livello dell'occupazione dalla "atmosfera di fiducia"».
Infatti Luigi Einaudi, oggi molto di moda, pensava che Keynes fosse un bolscevico. Tuttavia la questione dell'ambiente - ma sarebbe meglio dire: della natura - era ben presente allo stesso Keynes e a un altro autore meno noto ma qui particolarmente autorevole: Georgescu-Rögen; tutti e due autori consapevoli delle premesse tecniche e politiche di un rapporto non disastroso tra capitalismo e natura. Di Keynes ricordo soltanto un passo: «Il secolo XIX aveva esagerato sino alla stravaganza quel criterio che si può chiamare brevemente del tornaconto finanziario quale segno della opportunità di una azione qualsiasi, di iniziativa privata o collettiva.
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La Tav in Val di Susa e le new town dell’Aquila
di Salvatore Settis
Che cos'hanno in comune la Tav in Val di Susa e le new towns berlusconiane che assediano L'Aquila dopo il terremoto? Che cosa unisce l'autostrada tirrenica e il "piano casa" che devasta le città? Finanziatori e appaltatori, banche e imprese sono spesso gli stessi, anche se amano cambiare etichetta creando raggruppamenti di imprese, controllate, partecipate, banche d'affari e d'investimento. E sempre gli stessi, non cessa di ricordarcelo Roberto Saviano, sono i canali per il riciclaggio del denaro sporco delle mafie. Ma queste lobbies, che senza tregua promuovono i propri affari, non mieterebbero tante vittorie senza la connivenza della politica e il silenzio dell'opinione pubblica. Espulso dall'orizzonte del discorso è invece il terzo incomodo: il pubblico interesse, i valori della legalità.
Se questo è il gorgo che ci sta ingoiando, è perché l'Italia da decenni è vittima e ostaggio di un pensiero unico, spacciato per ineluttabile. Un unico modello di sviluppo, una stessa retorica della crescita senza fine governano le "grandi opere", la nuova urbanizzazione e la speculazione edilizia che spalma di cemento l'intero Paese. Ma su questa idea di crescita grava un gigantesco malinteso. Dovremmo perseguire solo lo sviluppo che coincida col bene comune, generando stabili benefici ai cittadini. E' invalsa invece la pessima abitudine di chiamare "sviluppo" ogni opera, pubblica o privata, che produca profitti delle imprese, anche a costo di devastare il territorio. Si scambia in tal modo il mezzo per il fine, e in nome della "crescita" si sdogana qualsiasi progetto, anche i peggiori, senza nemmeno degnarsi di mostrarne la pubblica utilità.
A giustificare questa deriva si adducono due argomenti. Il primo è che la redditività delle "grandi opere" è provata dall'impegno finanziario dei privati; ma si è ben visto (Corte dei conti sulla Tav) che il project financing è uno specchietto per le allodole. Una volta approvato il progetto, i finanziatori spariscono e subentrano fondi statali, accrescendo il debito pubblico.
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Il trappolone
di Augusto Illuminati
Con uno sgradevole tasso di dottrinarismo e con la solita sfibrante prolissità Monti ci ha spiegato che l’epoca della concertazione permanente è finita e che adesso comandano i poteri finanziari. Prendere o lasciare, anzi soltanto prendere (omettiamo cosa e dove), perché non c’è alternativa (TINA), come ricorda anche l’autorevole voce del Presidente Napolitano. Ha scritto Dario Di Vico sul «Corsera»: «verbalizzare al posto di concertare». La concertazione, che era come la nostra Costituzione materiale, «ieri è andata in pensione», anche se la riforma Fornero «è solo una prima rata». Osserviamo incidentalmente che la Costituzione formale aveva subito un bello sbrego con il passaggio da Berlusconi a Monti, quella materiale ha seguito – interessante, in genere succede l’inverso.
Gli elementi simbolici fanno cortocircuito con le pratiche sostanziali e alla logica concertativa subentra non il vuoto, bensì la coppia operativa decretazione-accordi separati. La firma di Napolitano e lo scissionismo Cisl-Uil. Il simbolo o scalpo da esibire all’Europa e alla finanza internazionale è l’art. 18 e la rottura sindacale – e Monti non ha mancato di girare il coltello nella piaga lodando la ragionevolezza della Camusso a proposito della Tav –, la pratica sostanziale è lo scarico sulle parti dei costi della mobilità, disimpegnando il contributo pubblico agli ammortizzatori, e la possibilità di riversare tutti i licenziamenti alla voce “economici” (senza possibilità di reintegro) sotto forma di pratiche individuali. Quale imprenditore sarà così stupido da ricorrere a misure disciplinari o a complesse trattative per licenziamento collettivo, quando nelle piccole e medie aziende si potrà usare uno stillicidio di licenziamenti economici individuali e nelle grandi si impiegherà lo sperimentato istituto della newco e riassunzione selettiva, modello Pomigliano? Bella forza che restano vietate le discriminazioni individuali esplicite, ma come mai al tavolo delle trattative non è stata neppure evocata quella di massa contro la Fiom nelle aziende di Marchionne?
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Il governo Monti e il consenso bipartitico nella postdemocrazia italiana
di Michele Nobile
1. Dall’appello allo stato d'emergenza contro Berlusconi alle chiacchere sul colpo di Stato del professor Monti.
Quando il Presidente della repubblica Napolitano conferì l’incarico di formare il governo a Mario Monti si gridò al colpo di Stato, alla democrazia sospesa e all’avvento del «governo delle banche»; curiosamente, pasdaran berlusconiani, leghisti e sinistra hanno usato e usano toni e idee simili. Ma questi sono gridi che dal lato sinistro stridono con altri già sentiti per anni. Le banche e la Confindustria non erano forse già al governo? Marchionne non praticava già una sorta di fascismo aziendale spalleggiato dal governo? E il «blocco reazionario di massa» che fine ha fatto? È con Monti o con Berlusconi? E che ne è di quel presunto specifico «regime» berlusconiano che per essere tale doveva pur mostrare di disporre di qualche muscolo? E che nuovo genere di colpo di Stato o imposizione da parte dell’oligarchia straniera è mai questa che ha il sostegno parlamentare dei due maggiori partiti nazionali che nella logica maggioritaria dovrebbero alternarsi al governo? Cos’è, un golpe ultraparlamentare invece che antiparlamentare?
Oppure, l’ascesa di Monti è forse la realizzazione del sogno putschista di Alberto Asor Rosa? Si ricorderà che un anno fa, oltre a paventare come tanti «la creazione di un nuovo sistema populistico-autoritario, dal quale non sarà più possibile (o difficilissimo, ai limiti e oltre i confini della guerra civile) uscire», Asor Rosa riteneva «incongrua una prova di forza dal basso»; auspicava, invece, l’intervento del Colle, lo «stato d'emergenza», il ricorso a Carabinieri e Polizia di Stato, il congelamento delle Camere (1). Il tutto a difesa della democrazia...
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[Libia: due interventi sul Manifesto contro l'assenza di memoria]
Libia un anno fa: memoria corta
di Manlio Dinucci
Uno degli effetti delle armi di distrazione di massa è quello di cancellare la memoria di fatti anche recenti, facendone perdere le tracce. È passato così sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente «per proteggere i civili». In sette mesi, l'aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili. Venivano inoltre infiltrate in Libia forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani facilmente camuffabili. Venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici, fino a pochi mesi prima definiti terroristi. L'intera operazione, ha chiarito l'ambasciatore Usa presso la Nato, è stata diretta dagli Stati uniti: prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. È stato così demolito lo stato libico e assassinato lo stesso Gheddafi, attribuendo l'impresa a una «rivoluzione ispiratrice» - come l'ha definita il segretario alla difesa Leon Panetta - che gli Usa sono fieri di aver sostenuto, creando «una alleanza senza eguali contro la tirannia e per la libertà». Se ne vedono ora i risultati. Lo stato unitario si sta disgregando. La Cirenaica - dove si trovano i due terzi del petrolio libico - si è autoproclamata di fatto indipendente e, a capo, è stato messo Ahmed al-Zubair al Senussi. Scelta emblematica: è il pronipote di re Idris che, messo sul trono da Gran Bretagna e Stati uniti, concesse loro, negli anni '50 e '60, basi militari e giacimenti petroliferi. Privilegi cancellati quando re Idris venne deposto nel 1969. Ci penserà il pronipote a restituirli. E vuol essere indipendente anche il Fezzan, dove sono altri importanti giacimenti. Alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale.
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Cosa sapete della produttività?
di Alberto Bagnai
Scusate, mi rendo conto che vi sto trascurando, ma è il mio ultimo mese prima di rientrare in Italia e devo ancora chiudere cinque dei sette lavori che volevo fare. Però non sta bene interrompere il discorso iniziato, per quanto inutile esso sia. Inutile certo non per la qualità degli interlocutori, ma per la qualità dei tempi che stiamo vivendo. Comunque, visto che ieri ho tritato i miei globi oculari sul commercio bilaterale di India e Vietnam, oggi starò in vostra compagnia.
Volevo ripartire da un’osservazione di contessaelvira: “grazie alle lezioni di Goofy ora è estremamente chiaro il modo in cui la competitività del mercato tedesco, che è forse il più importante per noi, sia stata esiziale per l'Italia.” Elvira è gentile e posso solo sperare che abbia ragione. Spero cioè di essere riuscito a far capire quanto centrale sia la dinamica dell’inflazione nella spiegazione di quello che ci sta succedendo. Dell’inflazione non si parlava da un decennio, convinti come si era che il problema fosse risolto, visto che finalmente l’inflazione era bassa, e quindi la convergenza “nominale” si fosse realizzata. Sì, molti erano convinti che moneta unica significasse di per sé inflazione unica. Una convinzione totalmente idiota, fondata su una teoria economica ampiamente screditata, la teoria quantitativa della moneta, secondo la quale è la moneta a “causare” l’inflazione. Quindi se la moneta è una, l’inflazione deve essere una. E allora perché in Italia, dove la moneta è una da 150 anni ancora non c’è ancora stata piena convergenza dei prezzi?
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New Realism vs Postmodern – Oltre l’accademia: le strade*
di Girolamo De Michele
Confesso di aver seguito con un certo distacco, e anche un po’ di fastidio, il nascere del “Nuovo Realismo”, del cui testo fondante molte cose non mi convincevano, e continuano a non convincermi. Del resto, non essendo mai stato “post-modern”, non mi convinceva neanche l’eventuale difesa del bersaglio polemico. E, se devo dirla tutta, l’ambiente “Italian Theory” – tradotto come mangio: l’Italietta accademica che ha il suo quarto d’ora di notorietà modaiola, ora che il vestitino “French Theory” s’è sdrucito a furia di strofinature, nei McDonald culturali americani – mi faceva venire in mente il Poeta di Pavana: “di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie, o mantenermi vivo”.
Nel giro di una settimana, due testi mi hanno fatto cambiare idea non sull’agone accademico, ma sull’utilità di intervenirvi. Il primo è la piccola Arca nella quale, su minima&moralia, sono stati imbarcati testi che potrebbero venire buoni après le déluge, e che testimoniano come una parte importante della narrazione contemporanea non sia riconducibile all’antitesi Realismo-Postmoderno; il secondo è l’intervento di Umberto Eco Ci sono delle cose che non si possono dire, sull’ultimo alfabeta 2.
Quasi quattro anni fa, partecipando alla discussione sul romanzo italiano contemporanea aperta da Wu Ming 1 col suo saggio sul New Italian Epic, avevo sostenuto le ragioni della categoria del “neorealismo” usata da Gilles Deleuze a proposito del cinema: avevo scritto – e non ho cambiato idea – che «il neorealismo ha a che fare con una nuova forma di realtà dispersiva, ellittica, errabonda, che opera per blocchi, con legami deliberatamente deboli ed eventi fluttuanti: «il reale non è più rappresentato o riprodotto, ma “mostrato”. Invece di mostrare un reale già decifrato, il neorealismo mostrava un reale ancora da decifrare, ambiguo; è il motivo per cui il piano-sequenza tende a rappresentare il montaggio di rappresentazioni”».
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Ci sono delle cose che non si possono dire
Umberto Eco
Ho letto in vari siti di internet o in articoli di pagine culturali che sarei coinvolto nel lancio di un Nuovo Realismo, e mi chiedo di che si tratti, o almeno che cosa ci sia di nuovo (per quanto mi riguarda) in posizioni che sostengo almeno dagli anni Sessanta e che avevo esposte poi nel saggio Brevi cenni sull’Essere, del 1985.
So qualche cosa del Vetero Realismo, anche perché la mia tesi di laurea era su Tommaso d’Aquino e Tommaso era certamente un Vetero Realista o, come si direbbe oggi, un Realista Esterno: il mondo sta fuori di noi indipendentemente dalla conoscenza che ne possiamo avere. Rispetto a tale mondo Tommaso sosteneva una teoria corrispondentista della verità: noi possiamo conoscere il mondo quale è come se la nostra mente fosse uno specchio, per adaequatio rei et intellectus. Non era solo Tommaso a pensarla in tal modo e potremmo divertirci a scoprire, tra i sostenitori di una teoria corrispondentista, persino il Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo per arrivare alle forme più radicalmente tarskiane di una semantica dei valori di verità.
In opposizione al Vetero Realismo abbiamo poi visto una serie di posizioni per cui la conoscenza non funziona più a specchio bensì per collaborazione tra soggetto conoscente e spunto di conoscenza con varie accentuazioni del ruolo dell’uno o dell’altro polo di questa dialettica, dall’idealismo magico al relativismo (benché quest’ultimo termine sia stato oggi talmente inflazionato in senso negativo che tenderei a espungerlo dal lessico filosofico), e in ogni caso basate sul principio che nella costruzione dell’oggetto di conoscenza, l’eventuale Cosa in Sé viene sempre attinta solo per via indiretta. E intanto si delineavano forme di Realismo Temperato, dall’Olismo al Realismo Interno – almeno sino a che Putnam non aveva ancora una volta cambiato idea su questi argomenti. Ma, arrivato a questo punto, non vedo come possa articolarsi un cosiddetto Nuovo Realismo, che non rischi di rappresentare un ritorno al Vetero.
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La disintegrazione europea e la Grande Recessione 2.0
Riccardo Bellofiore
Il magico mondo di Mario Monti
Certo, pare di vivere in uno strano meraviglioso mondo, con il ‘tecnico’ Mario Monti al governo del Paese. Il secondo ‘Super-Mario’ dopo l’originale: Mario Draghi ora al comando della Banca Centrale Europea. Intanto la nave europea affonda - talora sembra velocemente con un botto, talora più lentamente con un sospiro: qualcosa a metà tra la tragedia del Titanic e la farsa (tragica essa stessa) della Concordia. Da noi, l’entusiasmo lambisce lidi inattesi, da chi invita con il cuore in mano a ‘baciare il rospo’, a chi puntigliosamente elenca ‘pilastri della saggezza’. Tanto senno da dignitosa conversazione al bar, nutrito di stoica, o etica, cognizione della grave ‘necessità’ del momento, in una pretesa assenza di alternative.
Monti: che, se non fracassone come Sarkozy, pure proclama una certa simpatia per la tassa Tobin, e se solo potesse proporrebbe una vera patrimoniale. Quel Monti che, a veder bene, è guardato con una neanche tanto nascosta simpatia dalla multiforme galassia post-operaista. Fosse mai che la riforma del mercato del lavoro facesse uscire dalla bottiglia il genio del ‘reddito di esistenza’, ora nelle proclamazioni anche della Fiom? In volgare, non si tratta d’altro che di un qualche sostegno al lavoro precario, sempre più universalizzato. Un Monti che, udite udite, infila pure qualche considerazione sensata, che alcune/i di noi andavamo in realtà dicendo da un bel po’ di tempo (anche su queste pagine). Tipo: che le agenzie di rating mica hanno tutti i torti; che il problema è la crescita (anche se io preferirei dire, lo sviluppo); che la mera austerità non ci farà uscire dalla crisi - ma il suo ‘posto fisso’ non è quello di professore, non stupido, di economia?
Dunque, di che stupirsi? Quel Monti che non soltanto fa apparire - con il suo aplomb anglosassone e la sobrietà che gli calza come una seconda pelle - Angela Merkel e Nicholas Sarkozy, diciamocelo, un po’ volgarotti, riempiendoci così di italico orgoglio. Quel Monti che superficialmente dà l’impressione di avere doti inaspettate di politico, in grado di inserirsi come abile terzo nell’asse frastagliato tra Berlino e Parigi, proclamando ad alta voce alcune verità, e sparigliando i giochi.
Così, la sinistra oscilla tra una più o meno nascosta ammirazione e il ricorso all’argomento finale: che i tedeschi non ne azzeccano mai una.
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Spoliticizzazione e messianesimo politico: ripensare Marx in tempi di crisi
Claudio Valerio Vettraino
Ciò che questa crisi economico-finanziaria ci ha dimostrato, oltre ai limiti strutturali della società capitalistica nel suo complesso, è l’incapacità muta ed imbarazzante della politica nel gestire e governare questi processi. La “sconfitta” della politica risulta evidente nella chiamata disperata dei tecnici nella speranza di risanare e riordinare ciò che le forze politiche (ormai unificate nel loro pigro quanto inefficiente riformismo) avevano tentato invano di risanare e riordinare in questi ultimi vent’anni di seconda Repubblica. Un’afasia tra politica e società, tra rappresentanti e rappresentati vecchia quanto il sorgere della società borghese [1]. Ora, è impossibile fare qui la storia delle critiche alla società civile e alla non corrispondenza tra forze politiche e società [2], dell’influenza di Hegel e Rousseau [3] nel pensiero di Marx.
Ciò che qui conta è rilevare la costante spoliticizzazione della realtà contemporanea – tema in verità già fin troppo sviscerato ed abusato fin dal famoso libro di Francis Fukujama La fine della storia[4] – connessa alla cosiddetta fine delle ideologie, all’esaurirsi progressivo delle grandi idee-utopie del Novecento, che da un trentennio rappresenta l’oggetto principe di ogni discussione. Una spoliticizzazione, le cui caratteristiche vanno a mio avviso ancora ben riconosciute e calibrate e che sembra inevitabile, inesorabile, dettata soprattutto dal dominio del ciclo neo-liberista portato avanti negli ultimi trent’anni dalle maggiori potenze capitalistiche mondiali nei confronti dell’avanguardie del movimento operaio e del ciclo tradunionista iniziato nell’immediato dopoguerra e proseguito fino alla metà degli anni ’70.
Al ciclo storico progressivo della social-democratizzazione, il neo-liberismo ha contrapposto il mito del libero mercato e la bacchetta magica del denaro come unico metro di giudizio e di scambio, riducendo la politica e il “politico” a mera quantificazione, a mera monetarizzazione dell’esistente. Da utopia-trasformazione dell’esistente, la politica si è trasfigurata in circolare amministrazione dell’esistente, divenendo passo dopo passo mera ancella del potere economico e finanziario, perdendo con ciò la sua “autonomia”, i suoi “rivoluzionari” margini di manovra, di critica e d’analisi della realtà ai fini della sua evoluzione qualitativa.
Come al solito, non è la domanda in sé il problema (la spoliticizzazione della realtà e del quotidiano è un problema effettivo ed urgente, a cui occorre rimediare con forza) ma come viene posta e in che contesto storico siamo costretti ad operare per risolverla.
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Torniamo a Marx, non andiamo «oltre»
Alberto Burgio, Alfonso Gianni
A sinistra va di moda l'ideologia dell'«oltrismo». Ma se invece riprendessimo le teorie del filosofo di Treviri e di Keynes?
Pochi giorni fa è comparso, con ovvio rilievo di stampa, un appello italo-tedesco ai rispettivi parlamenti nazionali perché questi ratifichino nello stesso giorno, e comunque prima del Consiglio europeo previsto per fine giugno, il cosiddetto fiscal compact, ossia il nuovo accordo che, dopo il Six Pack e il Patto Euro Plus, intende inferire un nuovo colpo al residuo brandello di sovranità nazionale sui bilanci in favore di una «sovranazionalità» retta da organismi del tutto a-democratici. Naturalmente, secondo i proponenti l'appello, tale ratifica andrebbe accompagnata da una dichiarazione politica «per un nuovo passo in avanti verso una forte Unione politica con un governo federale», ma si capisce che si tratta del fumo che accompagna l'arrosto, visto che lo sciagurato patto rimarrebbe tale e addirittura rafforzato, alla faccia dello stesso Hollande che ha dichiarato l'intenzione, una volta vinte le elezioni francesi, di rinegoziarlo. Il che comporta anche un ulteriore sostegno alla maggioranza bulgara che sta approvando a tappe forzate la revisione dell'articolo 81 della nostra Costituzione per introdurvi l'obbligo del pareggio di bilancio, in modo tale da precludere anche un referendum confermativo.
L'appello in questione è firmato da eminenti personalità, alcune delle quali fanno parte del milieu della sinistra con ambizioni radicali. La giustificazione fornita è che non si può rinchiudersi in una nicchia di opposizione, che bisogna «scendere in campo», che si tratterebbe quindi di stabilire una nuova tappa nella costruzione dell'Europa da aggiustare poi in seguito. Argomentazioni infantili, potremmo dire, se non provenissero da persone assai avvertite e politicamente esperte. Bisogna quindi interrogarsi sulle ragioni che ci hanno condotto sino a questo punto. Perché siamo tornati indietro alla destra hegeliana, per cui tutto il reale (banalmente equiparato all'esistente) appare razionale? Perché si è interiorizzato un principio in virtù del quale ogni atteggiamento oppositivo è in partenza considerato di nicchia nel migliore dei casi, suicida nella maggioranza dei medesimi?
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Il punto sulla riforma del mercato del lavoro
di Riccardo Achilli
Le indiscrezioni che filtrano dal tavolo della riforma del mercato del lavoro disegnano uno scenario preoccupante, in cui il Governo non recede di un passo dai propositi iniziali, grazie alla sostanziale condiscendenza dei sindacati (Bonanni che dichiara di non voler mollare il tavolo delle trattative, Camusso che, terrorizzata dall'isolamento rispetto ai suoi referenti politici nel PD, e pressata dalle burocrazie interne alla CGIL, timorose di perdere ruolo e funzione, dichiara di non voler a nessun prezzo un accordo separato, nessuno che pensa a forme sia pur simboliche di protesta).
Stante l'atteggiamento generale degli interlocutori di tale tavolo, è del tutto impossibile pensare che possa saltare, poiché un suo fallimento, a questo punto, sarebbe pagato a caro prezzo non soltanto dal Governo, ma anche dai sindacati confederali, che di fatto sulla strategia del dialogo e della mediazione "morbida" hanno puntato tutte le loro carte, rinunciando ad usare gli strumenti della mobilitazione di massa e della contestazione di piazza. A togliere alla Camusso ogni proposito battagliero ci ha anche pensato Bersani, con la sua dichiarazione di oggi, nella quale ha spinto le parti a trovare un accordo, nel nome di una definizione strumentale e mistificatoria del concetto di responsabilità (la responsabilità di un sindacato è quella di difendere i lavoratori con tutti i suoi strumenti, anche quelli conflittuali, non di aderire a principi teorici di "interesse nazionale", quand'anche questi sussistano, che sono compito della politica). D'altra parte, le burocrazie sindacali hanno ottenuto già quanto serve loro per preservare un ruolo formale di rappresentanza ed il loro ben retribuito "posto a tavola" nel sistema delle relazioni industriali prossimo venturo. Il mantenimento della CIG ordinaria e di quella straordinaria, in questo caso sia pur limitatamente alla sola ipotesi di ristrutturazione aziendale e non di crisi, consente infatti di tenere in piedi i tavoli di trattative aziendali e governativi che sembrano essere l'unico motivo di esistenza di organizzazioni sindacali del tutto screditate e che non crescono più nel mondo del lavoro (con l'incidenza totale degli iscritti ai tre sindacati confederali sulle forze di lavoro ed i pensionati che passa dal 34,1% del 2010 ad un più modesto 33,9% nel 2011).
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La crisi dell'Europa*
Leonardo Paggi
1. Devo dire subito che il tema di questo seminario suscita in me inquietudine e risposte tutt’altro che ottimistiche. Con il compimento di un ventennio dal varo del Trattato di Maastricht, inevitabilmente giunge anche il tempo dei bilanci. Ne ha suggerito uno particolarmente catastrofico, ma sostanzialmente, a mio parere, condivisibile, l’economista americano Martin Feldstein, prima sul Wall Street Journal del 15 dicembre 2011 e poi in modo più diffuso in una intervista al settimanale Die Zeit del 23 febbraio di quest’anno. L’idea che fosse possibile unire tra loro economie molto diverse senza nemmeno l’esistenza di una effettiva banca centrale, e avendo come unica preoccupazione il mantenimento della stabilità monetaria e il rispetto dei vincoli di bilancio, si è rivelata una solenne sciocchezza, che chiama duramente in causa le responsabilità di un’intera classe dirigente europea.
Se già negli anni 90 l’Europa paga ai celebri “parametri di Maastricht” il prezzo di un fortissimo rallentamento della crescita, con la crisi del settembre 2008 è la Ue nel suo insieme ad essere gettata nel caos. La peculiarità negativa della esperienza che il vecchio continente viene facendo all’interno di questa crisi globale la si coglie bene proprio in comparazione. In assenza di qualsiasi strumento di governo politico, a differenza di quanto è avvenuto negli Stati uniti, la crisi delle banche si è rovesciata da noi in una assai più drammatica crisi dei debiti sovrani. Si è innescata per questa via una dinamica di conflitto che chiama ormai in causa le relazioni tra gli stati e ripropone apertamente il contrasto tra i diversi interessi nazionali.
E’ penoso vedere il ministro delle finanze Wolfgang Schauble messo in divisa SS sui tabloid di Atene. Siamo alla banalizzazione di un passato tragico, che chiama in causa la storia d’Europa nel suo complesso, spiegabile solo con un sentimento di frustrazione e di impotenza politica. Ma è inquietante anche il riaffiorare nel discorso pubblico della Germania dei toni di una cultura della superiorità e della sanzione che si pensava archiviati per sempre.
Il vecchio assunto funzionalista (qualcuno dice marxista!) che la moneta in quanto tale avrebbe unificato le culture europee e generato per partenogenesi la politica è dunque ormai improponibile. Con la costituzione economica adottata a Maastricht l’euro non solo non ha unito, ma ha anzi profondamente diviso e contrapposto i paesi europei. L’unificazione europea è oggi molto più lontana di quanto non fosse nel 1992.
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I banali traumi dello status quo
Benedetto Vecchi
Pubblicato il saggio del filosofo tedesco Christoph Türcke. Gli shock emotivi non producono la crisi, ma le condizioni per la difesa dell'ordine costituito. Un'importante analisi del capitalismo che ne fotografa però solo l'ambivalenza
Ci sono dei libri che difficilmente cadono nel dimenticatoio. Possono anche non avere successo di pubblico, né di critica, ma le tesi che esprimono reggono all'usura determinata dall'imperante just in time dell'industria culturale. La società eccitata di Christoph Türcke è uno di questi libri (Bollati Boringhieri, pp. 352, euro 43). Uscito nel 2002 in Germania, ha dovuto attendere dieci anni prima che fosse pubblicato da Bollati Boringhieri, che ha ritardato la sua uscita per la difficoltà del testo, al punto che il suo traduttore, Tommaso Cavallo, ha voluto spiegare le scelte fatte per termini del tedesco antico, del latino medievale. I problemi non nascono solo dai raffinati e talvolta arcaici lemmi scelti da Türcke, ma perché La società eccitata non nasconde mai l'ambizione di volere essere un'analisi puntale del capitalismo contemporaneo e, al tempo stesso, una resa dei conti con il marxismo tedesco occidentale del secondo dopoguerra, così fortemente condizionato dalla Scuola di Francoforte, dal principio speranza di Ernst Bloch o dalla messianica ricezione tedesca di Walter Benjamin.
Obiettivi dunque complementari, ma distinti, che provocano non pochi problemi nella lettura, che si presenta sin da subito impegnativa. Ma per un libro, la fatica della lettura, come la concentrazione per destrutturare le cattive astrazioni che popolano l'universo informativo sono fattori indispensabili per riprendere contatto con la realtà che la seconda natura della tecnologia tende a occultare. La concentrazione e la fatica aumentano dunque il valore analitico di questo saggio. Ha dunque fatto bene l'editore a perseguirne la pubblicazione, nonostante le difficoltà di traduzione e il fatto di essere un libro che non comparirà mai nelle classifiche dei libri di più venduti della settimana.
L'inganno dell'opinione pubblica
La tesi presentata da La società eccitata può essere così sintetizzata.
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Spaghetti e surf: Van Parijs replica alla Fornero
a cura di Giuliano Battiston
Secondo la ministra del lavoro, in Italia “con un reddito base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Per risponderle, ecco un’intervista a Philippe Van Parijs, fondatore del Basic Income Earth Network, tratta da Per un’altra globalizzazione (Edizioni dell’Asino 2010)
Prima di capire le ragioni per cui dovremmo fare nostra l’idea di “versare a tutti i cittadini, incondizionatamente, un reddito di base cumulabile con ogni altro reddito”, valutiamo le obiezioni più comuni, tra cui quella – già avanzata da Marshall in un diverso contesto – che i diritti di cittadinanza debbano accompagnarsi a delle contropartite, a dei doveri; che ci debba essere un legame tra reddito e lavoro; che la concessione del reddito vada condizionata a un contributo produttivo, o alla volontà di darlo. Come lei ricorda ne Il reddito minimo universale, soprattutto nell’Europa continentale è forte il modello “bismarckiano” “conservator-corporativista” della protezione sociale, l’idea che la previdenza sociale sia legata al lavoro e allo statuto di salariato del cittadino. Mentre nel saggio Il basic income e i due dilemmi del Welfare State riconosce che la parziale “disconnessione tra il lavoro e il reddito richiederebbe un radicale ripensamento” culturale, anche in quei pochi partiti di sinistra che ancora oggi riconoscono nel lavoro un tema centrale della loro agenda politica. Come favorire questo ripensamento? E come risponde alle obiezioni menzionate?
L’idea che il diritto a un reddito debba essere legato al lavoro o alla disponibilità a lavorare, che dunque ci sia un’associazione, che deriva da considerazioni di tipo etico, non economico, tra lavoro e reddito, non si limita ai Paesi dal modello “bismarckiano”, ma investe anche il mondo anglosassone, e direi anzi che sia presente in tutte le società del mondo. A questo proposito, è interessante notare una singolare analogia, perché quest’idea si avvicina molto alla relazione etica che per lungo tempo diverse società hanno istituito tra sesso, gratificazione sessuale e riproduzione. In tutte quelle società nelle quali, in ragione di una forte mortalità infantile, era essenziale ottenere un elevato livello procreativo, divenne infatti eticamente obbligatorio legare la gratificazione sessuale almeno al “rischio” della procreazione, così da contribuire eventualmente alla sopravvivenza della comunità. Per lungo tempo, e per ragioni analoghe, si è radicata l’idea che si potesse avere accesso alla gratificazione del consumo, dunque al reddito, solo a condizione di essere disposti a contribuire alla produzione (l’equivalente della riproduzione nel caso della gratificazione sessuale). La connessione tra i due aspetti è evidente. Oggi però ci troviamo a vivere in condizioni tecnologiche ed economiche molto diverse, grazie alle quali non è più necessario che tutte le attività sessuali siano legate alla possibilità della procreazione, e allo stesso modo non è necessario fare del contributo alla produttività, dunque del lavoro, una condizione di accesso al reddito. Intendo dire che è possibile dare vita a un’organizzazione della società che non sia basata su questo tipo di etica del lavoro.
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I debiti illegittimi
Intervista a François Chesnais*
François Chesnais, professore associato di economia all’Università di Paris 13, ha un lungo passato di studioso e militante. È stato membro del partito trozkista e ha partecipato alla nascita, nel 2009, del Nuovo Partito Anticapitalista. È redattore della rivista marxista “Carré Rouge” e consigliere scientifico di ATTAC. Nell’ambito della sinistra radicale francese, Chesnais sollecita una visione il più possibile internazionale della crisi politica e sostiene la necessità d’integrare questione sociale e questione ecologica. I suoi diversi studi sulla mondializzazione si accompagnano a una grande attenzione per i movimenti antisistemici. È in quest’ottica che è opportuno leggere il suo ultimo libro Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza, uscito in Francia nel 2011 e tempestivamente tradotto da “DeriveApprodi”. Chesnais non si limita a realizzare un’ennesima analisi della crisi del debito europeo, ma offre uno strumento di prassi politica, elaborando il concetto di “debito illegittimo” e di indagine da parte di comitati cittadini sulla natura del debito pubblico. Sappiamo come, anche in Italia, questi temi siano all’ordine del giorno, grazie al lavoro di economisti come Andrea Fumagalli e alla campagna lanciata da Guido Viale sul “manifesto” a fine dicembre. La campagna internazionale contro il debito illegittimo, promossa dal Forum sociale mondiale di Nairobi nel 2007, è diventata nel frattempo una questione politica cruciale non solo per i paesi del Sud del mondo, ma anche per gli ex-opulenti paesi del Nord. Per Chesnais, quindi, questa fase della crisi presenta anche un’opportunità per ricondurre una serie di lotte locali e nazionali ad un fronte comune, capace di attraversare il fossato tra paesi ricchi e paesi poveri.
Vorrei riprendere una riflessione fatta da molti commentatori nel corso di questo periodo: mi riferisco ad esempio all’editoriale di Serge Halimi su «Le Monde Diplomatique» che sintetizza il problema: mentre il capitalismo attraversa la peggior crisi dal 1930, mentre le politiche neoliberiste degli ultimi trent’anni hanno chiaramente mostrato i loro fallimenti, perché i partiti delle sinistre europee «appaiono muti e imbarazzati» e l’offensiva spetta ancora una volta alle soluzioni della destra: austerità, rigore e azzeramento del Welfare?
Penso che ci sia stato un salto epocale: in un arco di trent’anni abbiamo visto la morte del vecchio movimento operaio con i suoi partiti e i suoi sindacati, con le sue illusioni e le sue menzogne, tanto sul fronte dell’Urss e dello stalinismo quanto su quello della socialdemocrazia, e a dire il vero non ci sono più partiti di sinistra. Si continua a usare questa parola per convenienza e per nostalgia.
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Un piccolo grande movimento
No Tav e quadro politico italiano
di Raffaele Sciortino
Il No Tav è stato fin qui un grande piccolo movimento. Grande per la sua convinzione e generosità, per la sua inclusività, per la capacità forse senza pari in Europa di anticipare i nodi generali della crisi del debito. Ma, dato il sostanziale isolamento e nonostante tutti gli sforzi in contrario, ancora costretto dalla controparte a un terreno in prima battuta specifico e “locale”. Bene, oggi si può dire che il No Tav è diventato un piccolo grande movimento.
Grazie alla marcia Bussoleno-Susa e alla reazione messa in campo contro l’allargamento del non cantiere la questione alta velocità è diventata a tutti gli effetti una questione nazionale e generale. Su più piani distinti ma intrecciati.
Innanzitutto, e per la prima volta in maniera così chiara, chi si è mobilitato nelle città grandi e piccole non ha semplicemente dato solidarietà alla valle militarizzata ma ha sentito che in gioco è il futuro di tutti/e. E se a scendere direttamente in piazza sono stati soprattutto giovani, segnale di per sé eloquente, è tutta l’opinione pubblica che è stata richiamata a prendere posizione su un punto semplice quanto cruciale. Alta velocità: con i soldi di chi e per fare cosa dentro la crisi?
E anche la manifestazione Fiom avrebbe avuto la stessa risonanza senza la sconvolgente settimana No Tav? Siamo convinti di no e speriamo che la Fiom ne prenda positivamente atto andando oltre i limiti oramai non più sostenibili di una risposta chiusa nei limiti del “sindacale”.
Ma passiamo al variegato fronte avversario, quello che si dice convinto e compattissimo.
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Oddio, c'è Marx nel corridoio!
Militant
Ma che cos’è questa ossessione della borghesia europea per l’alta velocità nel trasporto delle merci? E’ solo una questione di puntiglio? E’ la necessità di dimostrare chi comanda ai cittadini/sudditi di una valle ribelle? E’ un tributo versato al feticcio dello sviluppo? E’ la ricerca dell’ennesimo banchetto da apparecchiare su un’opera pubblica? Oppure si tratta di una cieca e irrazionale furia devastatrice del territorio? Molto probabilmente c’è un fondo di verità in ognuno di questi quesiti, ma la risposta per noi non può che essere un’altra. I capitalisti non sono padroni perché sono stronzi, ma sono stronzi perché sono padroni… e c’è in questo una bella differenza.
Se volessimo esprimere il concetto in maniera più elegante potremmo dire che “il possessore di denaro diventa capitalista nella sua qualità di veicolo consapevole di tale movimento. La sua persona, o piuttosto la sua tasca, è il punto di partenza e di ritorno del denaro. Il contenuto oggettivo di quella circolazione – la valorizzazione del valore – è il suo fine soggettivo, ed egli funziona come capitalista, ossia capitale personificato, dotato di volontà e di consapevolezza, solamente in quanto l’unico motivo propulsore delle sue operazioni è una crescente appropriazione della ricchezza astratta.” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 129) e “la concorrenza impone ad ogni singolo capitalista come leggi coercitive esterne le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico.” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 430).
Quindi, come il filosofo di Treviri aveva ben sottolineato, il Capitale si muove avendo quale unico obbiettivo quello della sua valorizzazione qual è data percentualmente dal saggio di profitto che “è il rapporto tra il plusvalore e l’intero capitale anticipato” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 382), da cui:
r=p/K
a sua volta sappiamo, sempre con Marx, che il plusvalore può essere scomposto nel prodotto del saggio di plusvalore (o grado di sfruttamento) moltiplicato per il valore della forza lavoro impiegata, ovvero quello che sempre Marx chiama capitale variabile, così che la formula sopra diventa:
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Osservazioni sulla crisi*
Antiper
La relazione introduttiva di Giulio Palermo all'assemblea sulla crisi economica che si è tenuta a Massa il 24 febbraio scorso1 è stata certamente interessante ed ha offerto molti elementi di riflessione. Il punto più forte è stato senza dubbio quello dell'aver interpretato la crisi come crisi derivante, in ultima istanza, dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, ciò che viene spesso dimenticato oppure, quando va bene, ricordato in modo puramente rituale. E' stato meritevole anche il fatto di aver introdotto la serata con una sostanziosa ricognizione su alcune categorie marxiane (dalla differenza tra capitale fisso e capitale costante, al plusvalore, alla formulazione del saggio medio di profitto, accennando anche ad una critica alle impostazioni “empiriste” ed al metodo di misurazione adottato in alcune analisi econometriche).
Molti passaggi sono risultati condivisibili, alcuni anche in modo inatteso (visto l'andazzo nel cosiddetto “movimento”), come il richiamo a non schierarsi, anche solo inconsapevolmente, a fianco del “capitalismo dal volto umano” -magari quello dei settori produttivi che “danno lavoro” -contro il capitalismo “cattivo” delle banche (per quanto una distinzione di questo genere, dopo l'Imperialismo di Lenin, sia ormai in larga parte formale). E' un punto importante che da anni andiamo sostenendo nei confronti di coloro che hanno agitato la categoria di “neo-liberismo” proprio nel senso paventato da Palermo il quale è stato tanto più meritevole in quanto, pur avendo scritto un libro intero sui caratteri del neo-liberismo2, ha usato con parsimonia questa categoria.
Invece di riassumere tutte le questioni emerse nella serata, ci concentriamo solo su quelle che a noi paiono più controverse. Ne indichiamo due in particolare, entrambe di carattere principalmente “politico”: “movimento no debito” e “de-mercificazione”.
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