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H1N1 è una normale influenza, ma lo spettacolo continua
di mazzetta
“Il virus dell'influenza suina è dello stesso tipo di quello dell'influenza stagionale che circola per il mondo ogni anno e uccide circa lo 0.1% degli infettati”. Lo ha comunicato il World Influenza Centre di Mill Hill, Gran Bretagna, dove hanno analizzato a fondo il virus dell'influenza suina. Alle stesse conclusioni sono giunti altri ricercatori: l'influenza suina è nulla di più di una “banale” influenza. Non c'è più un solo serio istituto di ricerca che ritenga il virus in grado di portare stragi o capace di una particolare resistenza a cure e rimedi già noti e disponibili. Nessun allarme del genere di quelli che circolano ancora in queste ore è quindi giustificato. La sua pericolosità è nella media di quella di altri virus influenzali, che ogni anno mietono decine di migliaia di vittime nel mondo senza suscitare particolare allarme.
Meno letale di quello dell'influenza aviaria, il virus dell'influenza suina è contagioso come altre forme comuni d'influenza e come questi interagisce con la popolazione umana. L'allarme per l'influenza suina è quindi infondato. Inutili le draconiane misure di profilassi, inutili allarmismo e paura, inutile anche la corsa all'accaparramento di medicine anti-virali. L'arrivo della stagione calda sarà più che sufficiente per stroncarla drasticamente come accade per agli altri virus influenzali.
Non è difficile comprendere come sia nato l'allarme. In Messico hanno effettivamente tardato ad accorgersi del nuovo virus, non tanto per le ricordate inefficienze dello Stato, quanto per il fatto che questa epidemia era in tutto e per tutto sovrapponibile alla gran parte delle epidemie influenzali che ogni stagione fanno il giro del mondo infettando una gran parte dell'umanità, compresa quella messicana. Quando se ne sono accorti, il timore di aver fatto un danno grosso ha spinto autorità sanitarie e governative ad esagerare in prudenza e nel volume dell'allarme. Resta il fatto che in Messico, nella corrente stagione influenzale, il virus della suina ha ucciso meno messicani dei altri virus già noti agli epidemiologi: qualche decina contro qualche migliaio.
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Profumo cede i mutui UniCredit agli amici di Galan
Il 10 novembre 2008 UniCredit Banca per la Casa Spa ha ceduto i crediti relativi a mutui ipotecari privati alla società Cordusio RMBS Securisation Srl
In questi giorni migliaia di titolari di mutui UniCredit stanno ricevendo una lettera in cui viene loro comunicato che il 10 novembre 2008 UniCredit Banca per la Casa Spa ha ceduto i crediti relativi ai loro mutui ipotecari alla società Cordusio RMBS Securisation Srl. Si tratta di un’operazione di cartolarizzazione. Il veicolo Cordusio incassa crediti per quasi 24 mld di euro ed emetterà bond per 22,5 mld garantiti dal pagamento delle rate da parte di coloro che negli anni passati hanno acceso mutui presso UniCredit. Un’emissione che viene definita dal Sole24Ore “mozzafiato, senza precedenti per il mercato italiano e tra le più grandi in Europa”. UniCredit assicura che questa operazione ha scopo puramente “prudenziale”, perché la banca non ha problemi di liquidità e che i titoli verranno utilizzati come collaterale nelle operazioni di rifinanziamento da parte della BCE, cioè a garanzia dei prestiti concessi da quest’ultima. Moody’s inizialmente assegna al bond rating A1, il livello più alto della classe A, che contrassegna i “debiti di buona qualità,
ma con rischio futuro”, dunque un titolo di qualità “media”. A febbraio lo aumenta addirittura al livello più alto Aaa (prime: massima sicurezza del capitale, quello assegnato ai titoli di Stato americani): "L'azione di rating odierna è scaturita dall'aumento della riserva di cassa dell'operazione da 150.000.000 euro (0,63% del portafoglio originario) a 880.000.000 euro (3,7% del portafoglio originario), interamente finanziato da un ulteriore prestito subordinato" – afferma l’agenzia, presa da un ottimismo repentino quanto inspiegabile e che negli anni passati aveva assegnato rating incredibilmente alti ai titoli legati ai mutui subprime.
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Il caso Barclays: mordere la mano che nutre
di Mario Braconi
Interrogando Google si scopre che all’esotico nome di Valiha corrisponde uno strumento musicale tipico del Madagascar ricavato da due canne di bambù, simile ad una cetra: se sono pochi a saperlo, ancora meno sono quelli che sanno (e capiscono) cosa si nasconda realmente dietro all’omonimo “schema” strutturato dalla banca britannica Barclays. Secondo un esperto fiscale, si tratta di un “meccanismo elusivo ad alta precisione”, consistente in un “interest rate swap” (derivato di tasso d’interesse) stipulato tra Barclays e Credit Suisse con modalità particolari. Quali? Queste: si è riuscito a far sparire i profitti dai conti di Barclays e a farli ricomparire magicamente (ed esentasse) su quelli di Credit Suisse (non c’è da meravigliarsi se gli accordi prevedevano che alla banca britannica spettasse il 70% del cosiddetto risparmio fiscale derivante dall’operazione).
Accanto a Valiha al mondo è stato dato fare la conoscenza con almeno altre sei strutture, tutte identificate con nomi tanto suggestivi quanto misteriosi, tutti partoriti dalla fervida mente di qualche genio bancario di Barclays. E poiché di misteri si parla, esaminiamo Knight, ovvero “Cavaliere”: niente tavola rotonda, però, né singolar tenzoni, ma, assai meno nobilmente, un dispositivo geniale, messo a punto con l’unico scopo di “aggirare le norme fiscali sulle controllate estere” con un utile previsto di poco più di 60 milioni di euro in minori pagamenti di imposte.
Non male anche il progetto Berry, ovvero “bacca”: un frutto di bosco che per il Fisco britannico deve avere certamente un sapore aspro, essendo perfino ai suoi esperti impossibile districarsi tra i vari giri cui sono sottoposte le Index Linked Gilts (obbligazioni indicizzate) che ne costituiscono la “materia prima”:
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Sale la febbre suina insieme ai profitti di Big pharma
di Marco Cedolin
Prima la SARS, poi l’influenza aviaria, infine la febbre suina. Dall’inizio del secolo l’incubo della pandemia continua a riproporsi evocando i fantasmi di un lontano passato fatto di pestilenze e bubboni marcescenti, da leggere attraverso le lenti del presente che parla il linguaggio della guerra batteriologica, degli esperimenti con virus mutanti, dei laboratori segreti all’interno dei quali gli agenti virali vengono manipolati.
Come accaduto con la SARS e con l’influenza aviaria, anche l’epidemia di febbre suina che avrebbe già fatto un’ottantina di vittime in Messico e contagiato alcune persone negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda, si manifesta fenomeno estremamente difficile da interpretare. Sia per quanto riguarda le conseguenze che l’epidemia potrebbe avere a livello mondiale, sia per quanto concerne gli intrecci politici ed economici che sempre si muovono sullo sfondo di “allarmi globali” come questo, destinati a traumatizzare pesantemente l’opinione pubblica.
Stando alle ultime notizie la situazione a Città Del Messico, dove l’epidemia avrebbe avuto inizio, risulta piuttosto grave. Le vittime accertate sarebbero 81 e le autorità hanno deciso la chiusura delle scuole e delle università, oltre alla sospensione delle messe in tutte le parrocchie cittadine a tempo indeterminato.
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La crisi tra emergenza e interessi
Felice Roberto Pizzuti
Se si separa l’enfasi delle dichiarazioni conclusive del G20 dalla concretezza delle misure annunciate, la valenza principale del summit di Londra è nell’ammissione della dimensione epocale della crisi in atto che non è solo finanziaria, ma riguarda il meccanismo di crescita economico-sociale e gli equilibri economico-politici maturati a partire dai passati anni ’70, quando finì la cosiddetta “età dell’oro” iniziata nel secondo dopoguerra.
Nel trentennio post bellico il keynesismo, favorendo una migliore distribuzione del reddito e lo sviluppo del welfare, contribuì a conciliare il capitalismo con la democrazia, stimolando una grande crescita della ricchezza economica e una sua più estesa diffusione. Con la successiva progressiva affermazione del neoliberismo, la ricerca del profitto è diventata sempre più avulsa dalla stessa sfera reale dell’economia capitalistica e, ancor più, dalla dimensione sociale dei rapporti economici. L’enorme sviluppo della sfera finanziaria, il peggioramento distributivo e l’indebolimento delle scelte pubbliche hanno accentuato l’allontanamento dell’economia dai bisogni reali e dalla centralità del lavoro come strumento della produzione e della socialità dell’uomo.
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Imbarazzante
di Giulietto Chiesa
Ieri sera, guardando Anno Zero, ho provato imbarazzo. Per Vauro, per Sabina Guzzanti, per Corrado Guzzanti (che non c'era ma che abbiamo rivisto nel più mirabile editoriale politico degli ultimi quindici anni).
I veri eroi della serata, i veri combattenti: i comici, i pazzi.
Il resto è stato, appunto, imbarazzante.
Michele Santoro ha messo in scena il suo teatrino. Non dissimile, questa volta, da quello di Bruno Vespa. Perfino nello stile.
C'erano tre dei principali corresponsabili morali del degrado cui siamo giunti. Nell'ordine dell'improntitudine: Paolo Mieli, Enrico Mentana, Gad Lerner. Quest'ultimo, nel contesto generale della ‘langue de bois’ (lingua di legno, dicono i francesi per indicare chiacchiere dove la verità sparisce) è apparso addirittura in preda a una furia iconoclasta, quando ha chiarito i suoi, e degli altri, redditi - ma, s'intende, al ribasso. Riferendosi a se stesso, e agli altri presenti, ha parlato di "pappa e ciccia".
La pappa sono loro, la ciccia è quella del Padrone.
Gli altri due hanno fatto, come si suoi dire a Genova, i pesci in barile. Come se non avessero contribuito, dai loro posti di comando, a inquinare i rapporti tra media e potere, tenendo bordone, giorno dopo giorno, e aumentando i loro conti in banca. Invece davano l'impressione di venire da Marte.
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Goodbye liberismo. Ma ora?
di Alberto Burgio
Benché la responsabilità della crisi che imperversa distruggendo ogni giorno migliaia di posti di lavoro ricada per intero sulle classi dirigenti occidentali (degli Stati Uniti e dei loro partner capitalistici), il racconto della crisi è appannaggio pressoché esclusivo di banchieri, imprenditori e governanti, preoccupati di giustificare il quotidiano saccheggio di risorse pubbliche a beneficio delle imprese private in odore di fallimento. Non si tratta di un dettaglio trascurabile. È una circostanza che coinvolge la gestione politica della crisi e che può incidere in modo rilevante sui suoi stessi sviluppi. Perciò è fondamentale che vengano prodotte letture alternative, capaci di fornire strumenti analitici alle voci critiche superstiti. E per questo salutiamo con favore un libro scritto, a tamburo battente, da Alfonso Gianni, Goodbye liberismo (Ponte alle Grazie, pp. 368, euro 16,50) che ha il merito di riflettere sulla crisi ricercandone le radici nella vicenda ultratrentennale del neoliberismo.
Tale ampio angolo visuale è il maggior pregio del libro, che offre al lettore informazioni di non sempre agevole reperimento (a prezzo, forse, di una relativa scarsità di riferimenti ai contraccolpi della crisi sulle politiche macroeconomiche dei governi e sulla ristrutturazione in senso autoritario delle forme di controllo sociale e di comando dei processi produttivi).
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Quando tutto è pronto a saltare
di Pino Cabras
Il presidente statunitense Barack Obama sembra cercare un punto mediano impossibile, mentre passa fra gli scuotimenti della Grande Crisi, scossoni che richiedono scelte senza precedenti, come vedremo. Ai conservatori le sue parole provocano ribrezzi da rivoluzione. A chi invece vuole una qualche Revolution, Obama appare come un assiduo conservatore. Le fanfare per l’annunciata chiusura di Guantanamo non offuscano il fatto che sia ancora aperta, le parole distensive verso Cuba non sono partite da un ammorbidimento dell’embargo, la condanna della tortura non si estende ai torturatori, i tuoni della Casa Bianca contro gli extraprofitti dei banchieri non si traducono in lampi su Wall Street, dove anzi arriva un fiume di liquidità. Sullo sfondo ci sono sfide estreme.
I toni sono cambiati tanto dai tempi di Bush, ma la forza d’inerzia dei grandi fatti sociali, economici, finanziari, politici e militari dell’ultimo decennio domina ancora la risultante delle forze. Le grandi navi non si fermano subito.
Poteri influenti aspirano a chiudere la parentesi della crisi, innanzitutto nell’informazione, in nome di un qualche ‘status quo ante’ che si vorrebbe dietro l’angolo. Obama prova a cogliere questa impazienza per dare ali alla speranza, e invoca anche lui i futuri «segnali di risalita». Essendo più prudente di altri, prova però a dire che ci saranno ancora molte sofferenze prima di toccare il fondo.
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Inevitabile default degli USA - GEAB 34 parte II
Come promesso nel post precedente, eccovi la seconda parte di tre. Se vi siete persi la prima parte, leggetela prima di procedere: racconta quella che sarà la Grande Fuga della Cina dal Dollaro.
Inevitabile default degli USA - GEAB 34 parte II
Tutti coloro che hanno letto la nostra Lettera Aperta ai leader del G20 pubblicata sul Financial Times il 24 Marzo (qui la nostra traduzione della lettera, NDFC) hanno già un’idea della nostra analisi di questo Summit di Londra. Ma dobbiamo ammettere che i risultati sono ancora peggiori di quanto immaginato.
[...]
Secondo LEAP/Europe2020, durante l’attuale crisi gli USA stanno scivolando giorno dopo giorno in una depressione che non ha pari nella storia della nazione e che sta arrivando ora al suo punto di rottura politico e sociale.
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Ecco il canto delle sirene: la crisi è finita
di Ilvio Pannullo
La grande buffonata che sta andando in scena in questi giorni parla di una possibile, anzi probabile se non addirittura certa, ripresa. Insomma il peggio è passato, è stato solo un brutto sogno. Dimostrando un eroico sprezzo del ridicolo, si azzardano addirittura i tempi che - manco a dirlo – saranno più che rapidi, praticamente immediati. Inutile dire che lo scempio di una televisione complice del disastro appare, così, in tutta la sua crudezza: le facce impudenti di coloro che hanno prosperato creando la catastrofe per tutti noi, accuratamente nascondendo e coprendo quello che stavano facendo, sono ora disposte nuovamente in fila per convincerci che la peggiore crisi del capitalismo sia già finita. Sono ovviamente tutte balle: quella che stiamo vivendo è una crisi di fiducia ed è proprio sulla fiducia delle masse che si gioca la partita. L’esito di questo folle gioco, che vede come protagonisti tutti quanti sono cointeressati al mantenimento dello status quo, non potrà che essere tragico. Non per tutti, s’intende. Chi non ha mai perso non intende iniziare certo a perdere ora.
Come dice saggiamente l’europarlamentare uscente Giulietto Chiesa “per l’economia della truffa l’ultima spiaggia è sempre la penultima”. Banchieri, centrali e meno centrali, ma anche giornalisti, commentatori di pagine economiche e di prime pagine, prima tutti lautamente retribuiti per non dire quello che sapevano, o che avevano l'obbligo professionale almeno di supporre, fanno ora a gara per ipotizzare miracolosi recuperi interpretando, il più ottimisticamente possibile, anche il più ridicolo trend rialzista
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GEAB 34 parte I - La Grande Fuga della Cina dal Dollaro
Ed eccoci di nuovo agli affezionati lettori con l'appuntamento mensile con il GEAB Report di Europe2020. Se non sapete di chi stiamo parlando, potete approfondire a questo post dedicato a quanto durerà la crisi economica.
Il GEAB 34 si articola in tre parti: una prima parte dedicata alla grande fuga della Cina dalla trappola del dollaro, una seconda parte dedicata al default del debito americano, una terza sul prezzo dell'oro e suggerimenti finanziari.
In questo post traduciamo ampi stralci della prima parte: la fuga della Cina dal dollaro.
La parola agli esperti di Europe2020.
Estate 2009: il crollo del sistema monetario internazionale è in arrivo
La prossima fase della crisi sarà il risultato di un sogno cinese.
In effetti, cosa mai potrebbe sognare la Cina, catturata - a sentire Washington - nella trappola del dollaro dei suoi 1400 miliardi di titoli di debito denominati in dollari?
Se ascoltiamo i leader americani e le loro schiere di esperti dei media, la Cina sogna solo di restare prigioniera, ed anche di intensificare la durezza della sua condizione di prigionia acquistando sempre più T-Bond (titoli del debito americano) e dollari.
In realtà, tutti sanno cosa sognano i prigionieri, no?
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Sui pirati vi stanno ingannando
di Johann Hari
4 febbraio 2009
Chi immaginava che nel 2009, i governi del mondo avrebbero dichiarato una nuova Guerra ai Pirati? Mentre leggete queste righe, la Marina Reale Britannica - appoggiata dalle navi di più di due dozzine di paesi, dagli USA alla Cina - sta navigando nelle acque somale per combattere degli uomini che ancora raffiguriamo come furfanti dalla pantomima del pappagallo sulla spalla. Presto combatteranno le navi somale ed anche inseguiranno i pirati sulla terraferma, in uno dei più disastrati paesi sulla terra.
Ma dietro le stranezze da linguaggio dei pirati di questa storia, vi è uno scandalo non rivelato. La gente che i nostri governi etichettano come "una delle grandi minacce dei nostri tempi" hanno una storia straordinaria da raccontare - e qualche buon diritto dalla loro parte.
I pirati non sono mai stati affatto quel che pensiamo siano. Durante l'"età d'oro della pirateria" - dal 1650 al 1730 - l'idea del pirata come rapinatore insensato e selvaggio, che tuttora persiste, è stata creata dal governo britannico in un grande sforzo di propaganda. Molte persone comuni la ritenevano falsa: i pirati erano spesso liberati con la forza dalla forca da folle di sostenitori. Perché?
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La sinistra senza aggettivi di Marcello Cini e Alfonso Gianni
Ovvero come ti rivolto il marxismo
di Domenico Moro
1. Indebite torsioni
Ricordate Terminator? In quel film si immaginava un futuro in cui le macchine, sviluppata una propria autonoma intelligenza, si rivoltavano contro l’uomo, cercando di spazzarlo via dalla faccia della Terra. Terminator, interpretato dall’ex attore-culturista e ora governatore della California Schwarznegger, era un robot inviato nel passato per impedire la nascita dell’uomo che avrebbe salvato l’umanità dall’annientamento.
Metaforicamente (siamo negli anni 80, quando si introdussero massicciamente informatica e automatismo nelle fabbriche), l’ultimo combattimento tra l’eroe umano, venuto dal futuro per salvare il nascituro, e il robot si svolge all’interno di una fabbrica automatica. Come se fossimo in una sorta di malriuscito rifacimento di Terminator, c’è chi, Marcello Cini in testa, in una serie di articoli recentemente pubblicati ci descrive una fantascientifica realtà in cui l’avvento del cosiddetto general intellect (il sapere scientifico sociale incorporato nelle macchine) avrebbe reso superfluo il lavoro umano immediato e con esso la legge del valore, su cui si fonda la teoria della società contemporanea di Marx. L’obsoleta classe operaia di fabbrica sarebbe così sostituita da un nuovo soggetto sociale: “il lavoratore immateriale”. Partendo da questi assunti, Cini sollecita la costruzione di una sinistra senza “aggettivazioni”, cioè non più comunista, seguito da Alfonso Gianni e Rina Gagliardi che si affrettano a decretare, insieme alla fine della centralità dello scontro tra movimento operaio e capitale, anche la fine della necessità di un partito comunista. Si tratta, in realtà, di veri e propri fraintendimenti della realtà e dell’opera di Marx, che subiscono una indebita torsione allo scopo di alimentare la polemica contro la maggioranza del Prc. Vediamo come avviene tale processo di torsione.
2. Lavoro materiale e lavoro immateriale
Secondo Alfonso Gianni, “Marx…ci dice almeno due cose.
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Le due piraterie in Somalia
Paolo Barnard
Mohamed Abshir Waldo è un analista somalo che lavora in Kenia. E’ autore di una pubblicazione dal titolo “Le due piraterie in Somalia: Perché il mondo ignora l’altra?”. Ecco la sua testimonianza:
“Ci sono due piraterie in Somalia. Una è quella che sta all’origine del problema di oggi, e che è la pesca illegale da parte di imbarcazioni straniere, che oltre tutto mentre pescano assolvono a un altro compito illegale, cioè la discarica di scorie tossiche industriali e persino nucleari nelle nostre acque, tutte provenienti dal mondo ricco. L’altra pirateria è quella che vi raccontano i vostri media. Ma essa si è scatenata in reazione a quei crimini, quando le nostre acque furono avvelenate, quando fu saccheggiato i nostro pesce, e in un Paese poverissimo i pescatori capirono che non avevano altra possibilità se non quella di reagire con la violenza contro le navi e le proprietà dei Paesi potenti che sponsorizzano la vostra pirateria e la discarica tossica qui.
Le nazioni maggiormente coinvolte in questa prima pirateria sono la Francia, la Norvegia, la Spagna, l’Italia, la Grecia, le Gran Bretagna, ma anche la Russia e i Paesi asiatici come la Korea, Taiwan, le Filippine, la Cina. Tutto è cominciato, per quanto riguarda la pesca illegale, nel 1991. Le comunità dei pescatori somali ha per anni protestato presso l’ONU e la UE, ma sono stati del tutto ignorati.
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Crisi in Darfur: il sangue, la fame e il petrolio
Parla Mohamed Hassan
Intervista di Gregory Lalieu e Michel Collon
Il primo genocidio del 21° secolo si sta svolgendo nel Darfur? Questa regione del Sudan è teatro di un conflitto che sensibilizza l'opinione pubblica internazionale. Da qui ci raggiungono le stesse immagini di miseria tipiche di ogni conflitto consumato sul suolo africano: gli uomini laceri, i bambini piangono e il sangue scorre. L'Africa è tuttavia il continente più ricco del mondo. In questo nuovo capitolo del viaggio che abbiamo intrapreso per "comprendere il mondo musulmano", Mohamed Hassan ci rivela le origini del paradosso africano e ci ricorda che il Sudan oltre a ospitare diverse etnie e religioni, abbonda sopratutto di petrolio.
Quali sono le origini della crisi in Darfur? L'attore americano George Clooney in qualità di testimonial per "Save Darfur" ha denunciato l'assassinio degli africani per mano delle milizie arabe. Per contro il filosofo Bernard-Henry Levy, che ugualmente cerca di mobilitare l'opinione pubblica internazionale, sostiene che si tratta di un conflitto tra l'islam radicale e l'islam moderato. La crisi nel Darfur è etnica o religiosa?
La vasta regione africana ricca di risorse poteva essere unita e sviluppata…
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Un dibattito, dentro (e fuori) Liberazione
Domenico Losurdo Stalin, storia e critica di una leggenda nera
di Guido Liguori
Il socialismo alla prova del gulag. Tanti drammi per un simile risultato? [Con interventi di Giuseppe Prestipino, Dino Greco, Domenico Losurdo e André Tosel]
"Stalin. Storia e critica di una leggenda nera" di Domenico Losurdo. La biografia del dittatore tra scelte violente e politiche realiste
Stalin mostro sanguinario o politico realista costretto dalla storia a scelte obbligate? Nel suo ultimo libro ( Stalin. Storia e critica di una leggenda nera , con un saggio di Luciano Canfora, Carocci, pp. 382, euro 29,50) Domenico Losurdo opta per la seconda risposta. E' una tesi controcorrente e già per questo il libro è da leggere: opponendosi al "senso comune" prevalente fa pensare e induce a problematizzare ipotesi storiografiche che si danno ormaiper acquisite.
Quale è l'idea di fondo di Losurdo? Le tesi interpretative del fenomeno staliniano che più hanno inciso - Trockij, Chruscev, Hannah Arendt - sono state determinate dalla lotta politica interna al campo comunista o dalla Guerra fredda. Da qui un «ritratto caricaturale» di Stalin che sottovaluta radicalmente il contesto concreto del suo operare. In questo contesto l'autore fa rientrare non solo la "lunga durata" della storia russa (i conflitti medioevali nelle campagne, l'odio per gli ebrei, il banditismo nato dalle carestie), non solo lo "stato d'eccezione" in cui si collocò l'esperienza sovietica, ma anche i lati deboli dell'ideologia marxista, un «universalismo incapace di sussumere e rispettare il particolare», le tendenze escatologiche che volevano abolire in tempo rapidi proprietà privata, nazione, famiglia, ecc.
Lo stesso Gulag si espande con la «collettivizzazione forzata dell'agricoltura».
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Io, medico ferito e sfollato
Massimo Gallucci
Questa è la testimonianza di Massimo Gallucci, professore e direttore Uoc [Unità Operativa Complessa] di Neuroradiologia Università - Asl dell'Aquila, ma anche uno delle migliaia di sfollati del terremoto in Abruzzo. Il racconto di quel 6 aprile, dell'impossibilità di tacere «in nome di quei morti in merito alla disorganizzazione preventiva e all'informazione fuorviante».
"Da gennaio, quasi settimanalmente si faceva sentire. Ma, un po’ come nel film X-men 2, il verme divoratore era sotto controllo. Così ci era stato detto più e più volte dalla stampa e dalle televisioni locali. E così parcheggio, senza particolari precauzioni, nel piazzale alberato 100 metri da casa.
Casa: una palazzina cielo-terra di 3 piani e piccolo attico, di stesura settecentesca, manipolata più volte in seguito, e da noi restaurata 12 anni fa. Per strada, davanti il mio ingresso, gli studenti che alloggiano in affitto negli appartamenti di fronte in cemento armato.
Sono una decina, in strada. Una ragazza piange: “non ne posso più, ho paura voglio andare via”. Un ragazzo l’abbraccia protettivo. Stai tranquilla. Sono scosse di assestamento. Ormai ci siamo abituati.
Così ci prepariamo, come ogni sera quasi tranquilli.
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Come funziona la truffa degli aiuti USA alle banche
di Michael Hudson
Il libero mercato secondo la finanza
Gli articoli dei giornali sembrano sorpresi delle cifre che le banche stanno offrendo per i mutui spazzatura che il Segretario al Tesoro Geithner sta ora proponendo di acquistare, dopo avere mobilitato la FED e il Tesoro per trasferire altri fondi pubblici alle banche. I titoli bancari salgono, sollevando dunque il Dow Jones Industrial Average, come se l'”industria finanziaria” fosse davvero parte dell'economia industriale.
Perchè sono i peggiori colpevoli, come Bank of America (proprietaria ora dei truffatori della Countrywide) e Citibank, i più grandi compratori? Come maggiori abusatori e impacchettatori dei CDO [Collateralized debt obligations], non dovrebbero essere nella migliore posizione per vedere quanto i loro mutui spazzatura siano privi di valore?
E' proprio qui la chiave di tutto! Ovviamente il governo non è riuscito a proteggersi, non lo ha fatto deliberatamente e intenzionalmente, in modo che le banche tirassero fuori l'ennesima truffa.
Ipotizzate che una banca sieda su un pacchetto da 10 milioni di dollari di collateralized debt obligations (CDO) che è stato messo assieme, ad esempio, dalla Countrywide usando mutui spazzatura.
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Crisi globale, fase II: Obama e la Cina
di Raffaele Sciortino
A Davos, sconsolata, la global élite ha dovuto prendere atto del fallimento dei primi due tentativi - il salvataggio settembrino delle banche e poi il piano Paulson - di bloccare o anche solo tamponare negli States la crisi che dall’autunno è anzi divenuta mondiale. Il denaro proveniente dalla prima metà del Tarp (350 miliardi) è servito alle banche a malapena a ripianare le perdite accumulate nei primi tre trimestri del 2008 che già si annunciano perdite per l'ultimo trimestre superiori alle attese. Il mare di liquidità iniettato, senza controlli, dall’amministrazione Bush non ha riattivato il circuito del credito che ha continuato a languire. E dopo i subprimes ecco all’orizzonte la bolla dei mutui “sicuri”, degli immobili commerciali, dei prestiti per auto e delle credit cards, dei prestiti agli studenti; senza contare che i governi statali già bussano a Washington. Insomma, un incubo per il neo-eletto presidente.
L’articolo si incentra sul quadro immediato e sul dibattito negli States in merito alle strategie di risposta alla crisi per poi rifare il punto sul rapporto Usa-Cina (vedi la prima puntata: La prima crisi veramente globale?) accennando di sfuggita alle questioni di fondo.
Nuovo pacchetto…
Obama in questa situazione non ha comunque avuto vita facile nel far passare al Congresso il suo pacchetto di stimoli all’economia, ingente in termini assoluti (quasi 800 miliardi $) ma da molti, come il liberal Krugman, ritenuto ancora insufficiente per un efficace rilancio.
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«Proteste anti-G20, manca la politica»
Tonino Bucci
Sarà anche rituale, sarà anche l'ennesima speranza di vedere muoversi qualcosa nei conflitti sociali, ma è a ogni modo d'obbligo chiedersi che tipo di movimento sia quello che s'è visto a Londra contro il G20 - e che si è replicato ieri a Strasburgo contro la Nato. Se ne sono dette già tante. Le televisioni e i giornali l'hanno descritto come una protesta nata dall'impatto della crisi economica mondiale. Al suo interno non si vedono i classici soggetti organizzati del movimento operaio. La domanda allora è: ma un movimento che agisce fuori dalla sfera tradizionale della rappresentanza - per intendersi, senza legami con partiti e sindacati - è automaticamente un movimento fuori della politica o, più semplicemente, fa politica in altro modo? Insomma, sono ingenerose le critiche di chi rinfaccia a quel movimento di non sapere andare oltre la rabbia, la disperazione, il gesto simbolico. Lo chiediamo a Mario Tronti.
Che tipo di movimento è quello che s'è visto a Londra contro il G20?
Forse è utile fare un raffronto fra quel movimento e la piazza di oggi della Cgil. Qui abbiamo qualcosa di preciso.
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Un paese in pericolo
Paolo Berdini
Sono crollati ospedali, edifici pubblici e scuole costruiti di recente. Dovevano rispettare rigorose norme antisismiche, ma il terremoto ha tragicamente svelato una realtà che viene sistematicamente occultata: siamo il paese delle regole scritte con solennità e violate con estrema facilità. Siamo il paese in cui le funzioni pubbliche di controllo sono state cancellate o messe nella condizione di non nuocere. Di fronte a questa cruda realtà, il «piano casa» della Presidenza del Consiglio liberalizzava ulteriormente ogni intervento edilizio che poteva iniziare attraverso una semplice denuncia di inizio attività, e cioè in modo che la pubblica amministrazione perdesse per sempre ogni residua possibilità di controllo. Dappertutto, in zona sismica o in zona di rischio idrogeologico.
Sono poi crollate in ogni parte anche le case private. Antiche, della prima o della seconda metà del novecento. Segno evidente che anche esse sono state costruite senza gli accorgimenti che ogni paese civile richiede. Invece di avviare questo processo, il piano casa del governo autorizzava aumenti automatici di cubatura (fino al 20%) senza contemporaneamente costringere i proprietari a rendere più efficienti le strutture. Chiunque chiude un balcone o una veranda, pur aumentando i pesi che le case devono sopportare, non interviene sulle fondazioni o sulle strutture principali. È noto che questa anarchia e disorganicità è alla base di molti crolli e di molte vittime.
La tragedia dell'Abruzzo mostra dunque di quale cinismo e arretratezza culturale fosse stato costruito il provvedimento tento reclamizzato da Berlusconi. Cinismo perché faceva balenare in ciascuno la possibilità di incrementare la proprietà senza tener conto dell'esistenza di equilibri più complessivi, senza cioè dover rispettare i beni comuni per eccellenza: le città.
Arretratezza culturale perché il terremoto ha dimostrato ancora una volta che il vero problema del nostro paese è quello di avere i piedi di argilla. In un paese ad alto e diffuso rischio sismico, infrastrutture, servizi e abitazioni non sono in grado di resistere ai terremoti. Invece di agevolare la sistematica messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio, questo governo ha in mente una sola cultura: «aggiungere».
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Keynes a Pechino
Rosario Patalano
In un recente intervento, Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Centrale della Repubblica Popolare Cinese (People’s Bank of China), ha rilanciato ancora una volta il tema della riforma del sistema monetario internazionale, proponendo l’istituzione di una moneta mondiale (global currency) svincolata da qualsiasi rapporto con una entità statale emittente. Qualche giorno prima il premier cinese Weng Jiabao aveva espresso preoccupazione sulla crescita del debito pubblico americano. Se le due dichiarazioni si leggono sinotticamente l’interpretazione è univoca: i cinesi temono il collasso del dollaro e sono terrorizzati dall’idea di polverizzare i proventi dei loro surplus commerciali, investiti, come è noto, prevalentemente in titoli di stato USA (Treasury Bond), dei quali sono diventati il maggior detentore.
Che Pechino stia ormai elaborando da tempo una strategia di uscita dalla dipendenza dal dollaro è noto (dal 2005 lo yuan renmimbi è ancorato ad un paniere di monete e non più alla sola divisa Usa), ma è una novità che la Cina abbia indicato con estrema chiarezza le linee di riforma dell’ordine monetario internazionale che proporrà in sede internazionale, dichiarando di puntare alla costituzione di una moneta mondiale svincolata dalla sovranità statale e affidata interamente al controllo del Fondo Monetario Internazionale (IMF), opportunamente rinnovato e potenziato.
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I tecnocrati europei assaltano la rete
di Ilvio Pannullo
Il nuovo testo sulla regolamentazione delle telecomunicazioni sta prendendo vita in questi giorni nelle stanze segrete di quelle che vengono definite, impropriamente, “istituzioni europee”. Tra emendamenti e votazioni, dibattiti ed aggiustamenti, diversi soggetti, tutti privi di una reale e diretta attribuzione di sovranità da parte dei popoli sovrani di Europa, si apprestano a ridefinire un nuovo concetto di rete. La rete dei padroni. Nonostante il testo non sia stato ancora votato dal Parlamento e non abbia ancora, quindi, forza vincolante nei confronti degli stati membri, è certo che quelli che ora sembrano punti fermi - osservano infatti già in molti - potrebbero irreggimentare la rete, trasformarla in un servizio controllato dall'industria dei contenuti, privandola così della sua neutralità. Dopo la radio e la televisione è ora la rete ad essere entrata nel mirino di quanti, in questo mondo globalizzato, sognano di governare i propri affari riempiendo dei giusti contenuti la vita della maggioranza più uno delle libere popolazioni europee. Ma andiamo con ordine. Nel novembre 2007 la Commissione presentò alcune proposte di riforma della normativa sulle telecomunicazioni dell’Unione Europea, intese a creare un mercato unico delle telecomunicazioni che consentisse di migliorare i diritti dei consumatori e delle imprese e di aumentare la concorrenza e gli investimenti, oltre a promuovere la prestazione di servizi transfrontalieri e la banda larga senza filo ad alta velocità per tutti.
I nuovi testi presentati il 7 novembre 2008 dalla Commissione furono discussi nel quadro del Consiglio dei ministri delle telecomunicazioni. Al centro dei testi, frutto del compromesso, si trovava un nuovo, piccolo ufficio indipendente per i regolatori europei delle telecomunicazioni che avrebbe dovuto aiutare la Commissione a garantire una maggiore coerenza delle misure regolamentari.
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"Mangiati il ricco!!"
L'anticapitalismo è all'ordine del giorno
di Sergio Cararo
“Eat the rich”, mangiati il ricco! E’ questo quanto inneggia da dieci anni War Class, una delle reti anticapitaliste che ha animato le mobilitazioni di Londra contro il vertice delle potenze economiche del G20 sulla crisi. L’invocazione di oggi a mangiarsi i ricchi evoca e irride la “Modesta Proposta” con cui nel Settecento Jonathan Swift provocava l’establishment britannico suggerendo di risolvere il problema della povertà…mangiandosi i numerosi figli dei poveri. Eppure dobbiamo riconoscere che l’idea di “mangiarsi i ricchi” come alternativa alla crisi economica, nel XXI Secolo ha una sua piena pertinenza con la realtà della situazione.
Le manifestazioni di Londra contro il vertice del G 20 e quelle di Strasburgo contro il vertice della NATO, hanno fatto venire a qualche osservatore l’idea e la nostalgia di un ritorno alla ribalta dei movimenti antiliberisti che irruppero sulla scena dal dicembre del ’99 a Seattle passando per Genova e Cancùn. In realtà non è la stessa cosa e sotto certi aspetti dobbiamo augurarci e lavorare affinché non siano la stessa cosa. E’ diversa la realtà – caratterizzata dalla manifestazione pubblica della crisi della civilizzazione capitalistica e del suo modello – e sono diverse anche le soggettività sociali che via via entrano in campo.
Emblematica di questa differenza è la preoccupazione espressa dal rapporto sull’instabilità sociale degli stati elaborato dall’Economist Intelligence Unit qualche settimana fa e dall’editoriale del quotidiano confindustriale Il Sole 24 Ore. Quest’ultimo segnala la differenza tra i movimenti no global degli anni scorsi e la rabbia degli operai che perdono il lavoro e sequestrano i manager.
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Piramidi al tempo della crisi
Luigi Cavallaro
I faraoni fecero erigere le piramidi non perché servissero al popolo, ma perché la propria fama e gloria s’imponessero ai vivi e si tramandassero ai posteri. Per molti millenni esse non ebbero alcuna utilità pubblica, né certo l’ebbero per quelle migliaia di persone che morirono nel costruirle; oggi che anche il turismo è un’industria invece ce l’hanno e gli egiziani le curano e accudiscono come preziose fonti di valuta pregiata.
Adam Smith, padre fondatore della moderna economia politica, non amava particolarmente la spesa pubblica: la tollerava perché si costruissero acquedotti, strade, fortificazioni e in genere quei beni che i capitalisti non erano capaci di offrire non essendo profittevole produrli, ma avrebbe disapprovato come spreco l’uso di risorse pubbliche per la costruzione di piramidi.
Venne poi Keynes e spiegò che, siccome l’accumulazione di capitale poteva essere insufficiente ad assicurare il pieno impiego in una collettività ricca, quest’ultima si sarebbe progressivamente impoverita, salvo che i milionari non si fossero dati a dilapidare ricchezze nella costruzione di regge fastose o piramidi che ne accogliessero le spoglie dopo morti. «Scavare buche nel terreno aumenterà non solo l’occupazione ma il reddito nazionale», scrisse nella Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936), benché contemporaneamente ammonisse che non era ragionevole che una “comunità avvertita” si accontentasse di dipendere da simili sprechi quando avesse capito le forze che governano la domanda effettiva.
Ma dar vita ad una “comunità avvertita” non è affatto semplice.
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