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L'alternativa a Marchionne
Guido Viale
Non c'è alternativa. Questa sentenza apodittica di Margaret Thatcher per la quale è stato creato anche un acronimo (Tina: there is no alternative) è la silloge del cosiddetto «pensiero unico» che nel corso dell'ultimo trentennio ha accompagnato le dottrine più o meno «scientifiche» da cui sono state orientate, o con cui sono state giustificate, le scelte di volta in volta dettate dai detentori del potere economico: prima liberismo (a parole, con grande dispendio di diagrammi e formule matematiche, ma senza mai rinunciare agli aiuti di stato e alle pratiche monopolistiche); poi dirigismo e capitalismo di stato (per salvare banche, assicurazione e giganti dell'industria dai piedi d'argilla dal precipizio della crisi); per passare ora a un vero e proprio saccheggio, usando come fossero bancomat salari, pensioni, servizi sociali e «beni comuni», per saldare i debiti degli Stati messi in crisi dalle banche appena salvate. Così la ricetta che non contempla alternative oggi è libertà dell'impresa; che va messa al di sopra di sicurezza, libertà e dignità, ovviamente dei lavoratori, inopportunamente tutelate dall'art. 41 della Costituzione italiana.
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L’Anti-New Deal dell’Europa
Antonio Lettieri
Pesanti manovre di tagli persino in Germania dove sarebbe stato necessario e opportuno il contrario. La crisi viene utilizzata come un’occasione straordinaria per smantellare i sistemi di tutela sociale, deregolare ulteriormente il mercato del lavoro, attaccare i sistemi pensionistici pubblici
La scure dei tagli di bilancio si sta abbattendo su tutti i paesi dell’Unione europea. Non si tratta solo dei paesi del sud che si affacciano sul Mediterraneo, tradizionalmente considerati lassisti. Dopo la vittoria dei conservatori, il nuovo premier britannico David Cameron non ha tardato ad annunciare tagli che, secondo le sue affermazioni, peseranno per molti anni sul popolo inglese. Ma, fra tutti, il taglio che ha suscitato maggiore scalpore non solo in Europa ma anche al di là dell’Atlantico è stato quello di 85 miliardi di euro entro il 2014 annunciato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.
Le ragioni di questo stupore sono di due ordini. Il primo è che la Germania (insieme con l’Italia) proviene dalla più pesante caduta del reddito, circa il 5 per cento, fra i grandi paesi occidentali; da questo punto di vista, ci si poteva attendere una manovra puntata sulla crescita. Il secondo è che - stando ai dati più recenti della Banca centrale tedesca – il disavanzo di bilancio del 2010 sarà pari al cinque per cento, la metà di quello britannico e americano.
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Prof. Riccardo Bellofiore

23/04/2010 Giornata di studio Marx e la crisi
Marx e la crisi
Contributi:
Riccardo Bellofiore: La crisi capitalistica e le sue ricorrenze: una lettura a partire da Marx
Giorgio Gattei: Marx e l’economia di puro debito
Vladimiro Giacchè: Il ritorno del rimosso: Marx, la caduta del saggio di profitto e la crisi
Massimiliano Tomba: Tempi storici della crisi nel mercato mondiale. A partire dalla Marx renaissance
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Reagire al degrado
di Angelo D’Orsi *
L’Italia è molto oltre la crisi di nervi. L’Italia che festeggia oggi la nascita della Repubblica - uno dei pochi momenti della sua storia in cui il popolo è stato sovrano, attuando una rivoluzione istituzionale, che si legava dal “vento del nord”, la grande speranza suscitata dalla Resistenza – si trova a fronteggiare, quasi inerte una crisi drammatica
Non è soltanto la crisi dell’economia, la crisi dell’occupazione (con il 30% dei giovani senza lavoro), la crisi della produzione, delle esportazioni, della finanza; non è neppure solo la crisi istituzionale, che pure si palesa in una dimensione di estrema pericolosità; né è sufficiente il richiamo alla crisi dell’informazione, che sta per giungere al suo punto più estremo, almeno nella scala finora percorsa.
Ci troviamo, a ben vedere, e senza alcuna esagerazione retorico-ideologica, nel cuore di una decadenza morale e intellettuale, politica e antropologica degli italiani. I quali oggi, come in altre stagioni della loro storia - segnatamente quella fascista e quella del tragico eppure glorioso biennio ’43-45 -, si trovano in una situazione di contrapposizione radicale. Altro che memorie condivise. Altro che solidarietà nazionale. Altro che unità repubblicana, che, da tempo, del resto, ormai una forza politica mette sotto accusa, quasi fosse uno dei grandi mali del Paese, disconoscendone, anzi negandone provocatoriamente il valore storico e il significato politico. Quali sono i segnali di degrado che sta diventando ogni giorno più evidente e insieme più pericoloso?
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Fine del miracolo liberista italiano. E di un’epoca
Carlo Bertani
Se la Storia volesse trovare una data, un bigliettino da affiggere nell’immaginaria bacheca dell’inarrestabile declino italiano, credo che potrebbe proprio scegliere le date di questi giorni, ovvero la Finanziaria per il 2011.
Con, in aggiunta, uno dei tanti rapporti che, regolarmente, giungono alla stampa: si tratta di quello del CENSIS redatto proprio in questi giorni, a margine del convegno che si è tenuto a Roma nei primi giorni di Giugno di quest’anno, intitolato “Come staremo al mondo?”
Ci staremo piuttosto male – a seguire le analisi del CENSIS – e questo spiegherebbe la frenesia tremontiana di voler far “quadrare i conti” più in fretta possibile. Se l’uomo che è seduto al Ministero dell’Economia fosse meno ossessionato dai “conti”, e si prendesse una pausa per capire il nostro futuro, ci guadagneremmo tutti. Almeno, scivoleremmo nella merda a bocca chiusa.
Le risultanze del convegno – le quali, non so perché, sono state poco riprese sul Web – forniscono uno “sguardo” sul futuro italiano fino al 2030. Collegamento in nota[1].
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Lettera degli economisti
LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI, ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E DELL’OCCUPAZIONE
Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea e del SEBC
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica
La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.
Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.
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Debito pubblico, l'unica razionalità
Riccardo Bellofiore
La crisi mette in difficoltà anche le teorie economiche. Con risultati singolari, come ad esempio l'intervento di Jeffrey Sachs sul Financial Times («È ora di fare un piano per il mondo dopo Keynes»), che sembra cancellare una serie di fatti.
La crisi del debito «sovrano» è dovuta alla semplice circostanza che il debito privato (dopo il caso Lehmann) è stato trasferito all'operatore pubblico, a cui si è chiesto senza limiti di salvare il sistema bancario e finanziario. L'esplosione dei disavanzi non è stata affatto «keynesiana», perché le misure di stimolo all'economia reale sono state compresse ed effettuate in minima parte, per salvare l'economia di carta. Anche in Europa, e persino in Germania, ci sono state misure anticicliche, in buona misura grazie alla presenza di stabilizzatori automatici, in parte per sostegni temporanei a imprese e lavoro, abbandonati ai primi germogli di una supposta ripresa. Questo abbandono e le misure di selvaggia restrizione dei bilanci pubblici in Europa sono un errore che tutti pagheranno caro. Far finta di non sapere che l'indebitamento irlandese, spagnolo o greco è l'altra faccia degi avanzi tedeschi e olandesi, poi, più che ignoranza, pare un crimine. Irlanda e Spagna erano gli allievi modelli dell'Europa sul piano fiscale, quando le cose andavano bene.
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Lavora, riproduci, taci. La crisi e l'attacco ai diritti
Cristina Morini e Andrea Fumagalli
1. Il ritorno della Manchester dell'800
La vertenza in corso nello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco presenta alcuni elementi noti e insieme aspetti nuovi. Utilizzando il classico strumento del ricatto dei licenziamenti (la minaccia della chiusura dell’impianto con delocalizzazione in Polonia), la Fiat pretende di ottenere l'aumento del numero dei turni fino a 18, la riduzione della pausa mensa, la rinuncia preventiva al diritto di sciopero. In tal modo, sulla pelle degli operai, può essere mantenuta la promessa dei vertici aziendali di aumentare la produzione italiana (1 milione e 400.000 vetture).
Le richieste della Fiat sono, dicevamo, antichissime: si intensifica lo sfruttamento (al punto che chi finisce il proprio turno in carrozzeria alle 14 deve ripresentarsi in fabbrica alle 6 della mattina seguente), si rinuncia a qualsiasi forma di conflitto, si accetta la totale subalternità del lavoro alle logiche padronali. In altre parole, un ritorno alle fasi del primo capitalismo post rivoluzione industriale. Ma con una differenza sostanziale, però: le nuove tecnologie informatiche invece di concentrare la produzione in un unico posto, consentono un’organizzazione modulare e reticolare del lavoro e della filiera produttiva, con ovvi effetti di frammentazione e segmentazione spaziale del ciclo produttivo.
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Fermiamo quel paese, o riprendiamoci la sovranità
di Sergio Cesaratto
1. La direzione presa dalla politica economica europea è allarmante. Alle misure draconiane imposte alla Grecia sono seguiti in una gara i tagli di bilancio deliberati in Spagna, Portogallo, Italia, Regno Unito e infine da Germania e Francia. Ciò nonostante (o meglio a causa di questo) gli spread fra i tassi sui titoli dei paesi periferici, inclusi ora quelli francesi, e quelli tedeschi hanno continuato a crescere – per l’Italia si sfiorano i due punti. Al contempo le televisioni di Berlusconi annunciano con toni trionfanti la ripresa economica nel primo trimestre e un balzo nella produzione industriale in aprile, che viene attribuita alla discesa dell’euro. Ma l’impatto dei tagli di bilancio deve ancora manifestarsi! Banca d’Italia e persino la BCE hanno espresso preoccupazione in merito. I cosidetti “mercati finanziari” non sono affatto convinti dalle misure di “austerità”, anzi temono che conducano a un ulteriore problema di solvibilità di Stati e privati. Prendersela dunque con la speculazione, nel mentre nei fatti la si incentiva con misure controproducenti, va bene solo per gli allocchi che guardano il TG di Minzolini. Obama ha di nuovo strillato in sede di G20 contro il rifiuto tedesco di contribuire attivamente alla ripresa, ma di nuovo con effetti nulli.
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Pomigliano come Alitalia
Pietro Ancona
Dopo il comunicato della segreteria del PD di disponibilità alle brutali ingiunzioni della Fiat ai lavoratori di Pomigliano speravo che la CGIL non vi si adeguasse ed intervenisse a difesa della posizione Fiom. Non è stato così e si sta ripetendo la situazione che portò al traumatico accordo per l’Alitalia. Allora la CGIL finì con l’apporre la sua firma accanto a quella di Cisl, Uil ed UGL che per giorni aveva criticato. Oggi i lavoratori dell’Alitalia sono regolati da un contratto che è forse il peggiore d’Europa. Hanno meno salario e possono accedere limitatamente a diritti pur garantiti dalla Costituzione.
Temo che accadrà lo stesso per i lavoratori di Pomigliano che sono già stati "posati" da Cisl ed UIL. La Fiom, l’unico sindacato che resiste, sta subendo un durissimo assedio. La Marcegaglia l’ha accusata di guardare all’indietro e di difendere i "grandi assenteisti" contro i lavoratori "sani". Insomma è passata alla criminalizzazione. Nessun rispetto per la più rappresentativa organizzazione dei meccanici. La Fiom non è l’avversario da convincere o da sconfiggere in una trattativa, ma il nemico da distruggere. Le cose che ha detto al Corriere della Sera Epifani fanno pensare che purtroppo non sosterrà il no della Fiom. La CGIL non rompe l’assedio della Fiom. Quando Epifani afferma che non possiamo perdere Pomigliano, senza aggiungere che ci sono condizioni sotto le quali non è possibile andare, ha difatto capitolato. Si limiterà ad una operazione di "riduzione del danno" chiedendo la cancellazione delle norme più sfacciatamente anticostituzionali. Proprio come fu per l’Alitalia.
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Dal 1931 al 2010
Roberto Artoni e Carlo Devillanova
Introduzione
In una precedente nota (Dal 1929 al 2008, Short Note Econpubblica, novembre 2008.) avevamo sottolineato che fattori finanziari, reali e culturali comuni erano riconoscibili nell’innesco della crisi del ‘29 e di quella iniziata nel 2008. Sottolineavamo anche che raramente la storia si ripete, pur riconoscendo che esistevano elementi di preoccupazioni derivanti, in particolare, dall’ideologia economica dominante.
Effettivamente, le politiche di sostegno della domanda adottate in molti paesi hanno impedito un approfondimento della caduta dei livelli di attività. In altri termini, l’allontanamento dall’ortodossia neoclassica, con il generico richiamo a impostazioni keynesiane, ha consentito, da un lato, un rimbalzo sia pur limitato, della produzione e, dall’altro, ha evitato la ripetizione delle vicende dei primi anni ’30, quando la caduta della produzione industriale a livello mondiale è continuata per 38 mesi dal giugno 1929 (per i necessari riferimenti statistici si veda B. Eichengreen & K.H.O’Rourke, What do the new data tell us?, Vox, 8 marzo 2010).
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Quale ritorno a Marx per riflettere sui nostri tempi?
Scritto da Laurent Etre
Faccia a faccia con: Edgar Morin, sociologo, filosofo, direttore di ricerca emerito al CNRS e dottore ‘honoris causa’ di numerose università nel mondo; André Tosel, filosofo, specialista nel pensiero di Marx e del marxismo, professore all’Università di Nizza
Con la crisi, il riferimento a Marx cessa di essere un tabù. Le opere sull’autore del Capitale si moltiplicano, così come i ‘dossier’ speciali nei giornali e nelle riviste. Senza mettere sullo stesso piano le numerose pubblicazioni consacrate a Marx in questi ultimi mesi, non si può nemmeno non interrogarsi su questo ritorno di interesse così repentino.
Quando riviste quali “Le Nouvel Observateur” o “Le Point”, ciascuno con la propria sensibilità, si occupano di Marx, ciò fornisce l’indicazione che si apre qualche crepa in un paesaggio mediatico ancora dominato dall’ideologia del capitalismo come orizzonte insuperabile della storia.
“Si può ben dire che ciò a cui noi assistiamo non è soltanto la fine della guerra fredda o di una fase particolare del dopoguerra, ma la fine della storia in quanto tale: l’universalizzazione della democrazia liberale occidentale come forma finale del governo umano” scriveva nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino, il capofila di questa concezione, l’americano Francis Fukuyama.
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Il colpo di stato monetario nel cuore dell'Europa
Avanti tutta e tutti zitti
Domani Mario Draghi, governatore della Banca D'Italia osannato dalla destra e dalla sinistra social liberista come possibile capo della BCE, riunirà il Financial Stability Forum per cercare di trovare una quadra rispetto all'annunciato processo di riforma delle regole di mercato che dovrà discutere il prossimo G 20 che si terrà a Toronto. Le ultime riunioni del G 20 si sono concluse con un inno lanciato proprio dall'Italia alla correttezza, alla trasparenza, alla integrità. Chiaramente, il fatto che un governo come il nostro si faccia promotore di questi valori per definire un nuovo capitalismo etico è tutto dire. La settimana scorsa ha fatto molto discutere la lettera di Francia e Germania alla commissione europea che tra le righe veniva accusata di immobilismo rispetto alla speculazione ( l'asse franco tedesco ha chiesto lo stop della vendita di titoli allo scoperto). La lettera ha suscitato una reazione stizzita da parte della commissione che ha fatto sapere ai due governi che su questo punto non c'è accordo fra gli stati in Europa, quindi - per la gioia degli speculatori - tutto è rimandato. I governi europei hanno impiegato una nottata per concordare politiche di rigore e salvare le banche con i nostri soldi, ma non trovano un accordo per bloccare la speculazione, questa è la verità. Pensare poi che gli stessi uomini e centri d'interesse che non vogliono impedire la speculazione andranno a discutere al G 20 di come riformare il capitalismo è tutto dire. Ma non vogliamo polemizzare oltre su questo aspetto.
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Condizioni militanti
Mario Tronti
La parabola gloriosa del Novecento vista attraverso la storia del Pci e il processo che ha portato alla nascita del pd, un partito senz'anima. «Il midollo del leone» di Alfredo Reichlin è un testo che pone la necessità di comprendere i motivi che hanno condotto la sinistra alla sconfitta
Il midollo del leone, recita il titolo di questo libro di Alfredo Reichlin (Laterza, pp. 149, euro 15). Poi, vedremo in che senso. Il sottotitolo precisa: Riflessioni sulla crisi della politica. E vedremo da quale punto di vista. Ma intanto, anche per me, come già sottolineato da altri, la scrittura. C'è la mano del giornalista di razza, per di più intellettuale coltivato, che ti dispone a leggere, prima ancora che per ciò che racconta, per come sceglie di raccontare. Esempio: l'incipit. Non c'è Introduzione, Premessa, Avvertenza. Subito il primo capitolo: «Il tempo lungo che ho vissuto». «Se parlare della mia vita ha un senso è per la ragione che ho vissuto dentro un tempo molto lungo, più lungo degli anni del calendario. Sono nato nell'altro secolo che non fu "breve", perché non cominciò con la rivoluzione russa e non finì col crollo del comunismo. E sono ancora qui a ragionare insieme con gli amici e i compagni in un altro millennio. Ed è questo che mi colpisce. Ho pensato, agito, lottato in epoche profondamente diverse. E ho voglia di lottare ancora».
Ci sono due tipi di libri: quelli che chiudi dopo aver letto la prima frase e quelli che dalla prima frase ti portano all'ultima senza smettere di leggere. Eccola l'ultima frase: «Di questo "midollo del leone" c'è un gran bisogno. Se Vittorio Foa fosse ancora vivo e mi rivolgesse di nuovo la domanda ("Credevate nella rivoluzione?") io risponderei con questi pensieri».
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Se la norma infrange il diritto
Gustavo Zagrebelsky
È ADEGUATO alla serietà delle questioni sollevate dal disegno di legge del Governo sulle intercettazioni telefoniche e sulle limitazioni alla libertà di stampa il dibattito, anzi la rivolta, che ne è seguita. Siamo alle fasi finali della procedura parlamentare ma la procedura parlamentare non chiuderà la partita, anche se l'impostazione della legge è ormai definita.
I poteri d'indagine penale risulteranno ridotti e, parallelamente, l'impunità della criminalità sarà allargata; i vincoli procedurali, organizzativi e disciplinari saranno moltiplicati a tal punto che i magistrati inquirenti ai quali venisse ancora in mente, pur nei casi ammessi, di ricorrere a intercettazioni saranno scoraggiati: a non fare non sbaglieranno; a fare correranno rischi a ogni piè sospinto. La libertà degli organi d'informazione d'attingere ai contenuti delle intercettazioni disposte nelle indagini penali sarà ridotta fortemente e la violazione dei divieti sarà sanzionata pesantemente. Tutto in proposito è stato ormai detto. Nulla potrebbe ancora aggiungersi e nulla potrebbe togliersi.
Al di là delle valutazioni circa le singole disposizioni, è stato anche colto il significato che una legge di questo genere non può non assumere presso l'opinione pubblica avvertita, nel momento attuale della vita pubblica del nostro Paese, mai come ora intaccata dalla corruzione: l'auto-immunizzazione con forza di legge di "giri di potere" oligarchico che intendono governare i propri interessi al riparo dai controlli, siano quelli della legge o siano quelli dell'opinione pubblica.
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E' possibile uscire dalla prigione di Maastricht
di Federico Guglielmi
Per un’ autonomia dei popoli e degli Stati nazionali
Nell’ attuale crisi dell’Unione europea due temi centrali, all’interno della sinistra italiana – in buona parte anche in quella anticapitalista e comunista - vengono quasi del tutto rimossi ( o, per meglio dire: uno rimosso e l’altro persino demonizzato, vedremo qual è l’ uno e qual è l’altro). Due temi che sarebbe bene, invece, ricollocare al centro della discussione, almeno come questioni degne di maggior ricerca politica e teorica, degne di essere quantomeno prese in considerazione.
Il primo tema a cui ci si riferisce ( quello “solamente” rimosso) è relativo all’estrema esigenza che ha ( non perché ne abbia totale coscienza, ma che ha oggettivamente) il movimento operaio europeo complessivo di rispondere all’unificazione transnazionale del capitale europeo e alla sua omogenea lotta antioperaia organizzata su scala continentale, con una propria, speculare, unità transnazionale ed una propria lotta organizzata su scala europea. Occorre come il pane, in altre parole, che di fronte al fatto che una multinazionale europea possa portare un attacco simultaneo nelle proprie fabbriche, nelle proprie aziende collocate, ad esempio, in Francia, Spagna e Italia, il movimento comunista e anticapitalista europeo e il movimento sindacale di classe europeo possano simultaneamente rispondere nei tre Paesi ove i lavoratori sono attaccati dall’unico padrone. Occorre come il pane che di fronte alle politiche antioperaie che l’Ue scatena omogeneamente sul piano continentale il movimento operaio europeo risponda con una lotta altrettanto omogenea e sovranazionale. Questo dell’unità transnazionale del movimento comunista, anticapitalista e sindacale europeo è un obiettivo, oggi, tanto necessario quanto assente dal dibattito e lontano dal realizzarsi.
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Stallman: "iPad? Io lo chiamo iBad"
di Elisa Manacorda
"iPad? Quale iPad? Ah, certo, l'ultimo prodotto dell'Impero del Male. Ma io lo chiamo iBad. Perché è un vero attentato alle libertà dell'individuo". Nella lunga lista di cose contro le quali Richard Stallman, padre di Gnu/Linux e fondatore del free software movement, chiama il mondo a combattere, l'iPad si trova al momento nelle prime posizioni, appena prima dei documenti di identità, Facebook, gli aeroporti di Londra e Parigi, i libri di Harry Potter, i tag Rfid, l'ingresso di Israele nell'Ocse, l'azienda Caterpillar, la Coca Cola e naturalmente la British Petroleum.
Ma l'impressione è che anche i giornalisti non siano visti con occhio benevolo. Giacché per ottenere un'intervista con lui è necessario sottoporsi a una sorta di giuramento che recita più o meno così: "prometto di non fare confusione tra software libero e software open source. Prometto di parlare sempre di Gnu/Linux, e non solo di Linux o solo di Gnu. Prometto di distinguere tra software libero e software gratis. E soprattutto, prometto di portarmi un registratore". Date queste premesse, l'approccio con il personaggio non è dei più semplici.
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Dove ci porta il rigore europeo
Sergio Cesaratto
L'Europa taglia 300 miliardi di euro di spesa sociale, prendendo così la strada sbagliata di una politica prociclica. Un secondo errore, dopo gli anni della crescita dopata
Due tesi stanno emergendo sulla crisi europea. La prima è che questa sia l’occasione per “riforme strutturali” che riducano il peso del settore pubblico e rendano ancor più flessibile il mercato del lavoro. E’ curioso come questa tesi sia emersa solo in seguito alla crisi greca, che peggio amministrata non si poteva, ma si sia rapidamente tradotta in una serie di misure generalizzate a livello europeo di riduzione della spesa pubblica, stimate da "Il Sole 24 Ore" in oltre 300 miliardi di euro. In precedenza accusata di aver fatto poca politica anti-ciclica, l’Europa si appresta dunque a condurre una politica pro-ciclica. L’obiettivo sarebbe di rassicurare i mercati finanziari della volontà europea di aggiustare i conti pubblici. Si può tuttavia sospettare che i mercati finanziari non si sentano affatto rassicurati da misure che potrebbero nuocere, per il loro effetto recessivo, sia sulle entrate fiscali che sulla solvibilità del settore privato. Si ritiene forse che l’effetto recessivo possa accelerare la deflazione di prezzi e salari che si dice necessaria ai paesi periferici per riacquistare competitività. Ma un processo di deflazione competitiva a livello europeo, devastante sul piano sociale, sarebbe comunque un gioco a somma zero – come nelle classiche svalutazioni competitive - che anche aggraverebbe il valore reale dei debiti, accentuando l’insolvibilità degli operatori. Inutili, ma anche vigliacche tali misure, utilizzate per inferire un altro colpo ai salari diretti e indiretti dei lavoratori europei.
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Il conflitto sociale
Valerio Bertello
E’ sempre stata ambizione delle scienze umane quella di costituire un sapere nel senso unitario in cui lo sono le scienze della natura, cioè una scienza fondata su un unico metodo, quello scientifico, e su un unico principio fondamentale, quello causale. Coloro che operano in campo sociale hanno sempre agito secondo principi pragmatici più o meno esplicitati, ma lontani dal costituire una teoria, e comunque contrapposti fra loro. Circostanza che in questa disciplina ha sempre costituito fonte di incertezza e perplessità.
Vi è un’unica significativa eccezione, l’economia, che ha sempre asserito di costituire una scienza del comportamento sociale secondo l’accezione delle scienze naturali. Non a caso essa è alla base dell’economia politica, quale sua applicazione in campo sociale nel senso più estensivo del termine. Nell’ambito dell’economia politica il socialismo scientifico è la teoria più comprensiva e conseguente, in quanto pone integralmente l’economia come propria base e dichiara suo campo d’indagine e d’applicazione tutta la storia. Quindi il socialismo scientifico non è solo un’applicazione dell’economia alla società, ma una teoria che considera l’economia una teoria della storia. Cioè come afferma Marx “l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica”. Più precisamente il socialismo scientifico teorico è il materialismo storico marxiano, mentre come prassi è il socialismo in quanto movimento politico. Così non solo l’economia viene storicizzata, ma la storia diviene storia materiale e l’economia, interpretata come materialismo storico, diviene per la storia ciò che la fisica è per le scienze della natura, la teoria fondamentale di tutte le scienze umane[1].
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Giù la mascherina: nuovo al cinema italiano
Giampaolo Simi
Per anni abbiamo visto in molti film italiani grandi appartamenti borghesi, graziose mansarde con affaccio mozzafiato, loft ristrutturati e impreziositi dal design con studiata nonchalance. In quegli interni si è consumato un lungo divorzio, per altro del tutto consensuale. Si è trattato del divorzio fra il tanto invocato Paese reale e coloro che si prendevano la responsabilità – o si sentivano capaci – di raccontarlo o, per meglio dire, di provare a interpretarlo. Fra una parte dell’élite culturale e la working class, per tagliarla un po’ alla grezza. Con il ceto medio preso in mezzo e diviso, come spesso succede ai figli nelle separazioni. I professori di liceo e gli impiegati da una parte, i metronotte e i piastrellisti dall’altra, nonostante un medesimo status di lavoratore dipendente e magari stipendi con il medesimo potere d’acquisto in caduta libera.
Un divorzio consumatosi parallelamente in altre forme artistiche, come la narrativa. Ma in quel caso risultava più naturale, meno vistoso e preoccupante, perché investiva un ambiente (almeno in Italia) storicamente più ristretto ed estraneo all’intrattenimento di massa.
C’è voluto del tempo perché un film italiano non indipendente indugiasse significativamente su un angolo cottura da magazzino della convenienza. O su una modesta scarpiera che ingombra un angusto disimpegno. È successo a distanza ravvicinata con “Cosa voglio di più” di Silvio Soldini e con “La nostra vita” di Daniele Luchetti.
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Beatificazione di carta
redazione InfoAut
Avremmo voluto occuparci di ciò ben prima, innanzitutto perchè cartina di tornasole del nostro tempo, della società nella quale viviamo e lottiamo. Quante volte abbiamo incontrato nel nostro agire quotidiano il prodotto discorsivo, politico e simbolico della matrice culturale agitata dai vari Saviano, Travaglio, Grillo, Santoro e compagnia cantante? Si pensi solo a quanto ha attraversato, nella sua composizione tecnica, il movimento dell'Onda o all'irruzione sulla scena pubblica di un fenomeno come quello del popolo viola; ma gli esempi potrebbero essere altri, molti ed eterogenei.
La pubblicazione del libro "Eroi di carta" di Alessandro Dal Lago da parte della Manifesto Libri ha scatenato un vespaio di polemiche, congetture e retoriche. Il mainstream è stato infestato nelle ultime due settimane dal gioco (alquanto unilaterale!) della difesa a spada tratta dello scrittore Roberto Saviano, del suo "Gomorra". Esemplificativo non è tanto il patrocinio del personaggio adottato da giornalisti, scrittori e intellettuali, quanto piuttosto l'inammissibilità della critica: non si è molto discorso politicamente e/o letterariamente a partire dalle questioni poste dal lavoro di Dal Lago, si è argomentato sul perchè bollarle come irricevibili, sul perchè debbano essere censurate. Emblematico è come si sia articolata la fucina della polemica, con in prima fila personalità sinistre amorevolmente (e moralmente!) sentitesi obbligate a partecipare alla rimodellazione del rifugio per Roberto Saviano, quasi e anche a sottolineare "Saviano è un eroe di sinistra!". Fa specie quindi osservare come, dentro questo match dialettico, i primi ad invocare (esplicitamente o meno) alla censura del libro "Eroi di carta" siano stati proprio gli stessi notabili che sbraitano contro la presunta dittatura berlusconiana ad ogni sbadiglio del premier...!
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La Grecia e il signoraggio al cubo
di Giulietto Chiesa
L'hanno chiamata “operazione salvataggio” della Grecia. In realta' il cosiddetto “aiuto” del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea e' un'ulteriore bastonata collettiva inferta ai cittadini greci. Ulteriore, perche' la Grecia non si troverebbe in questa situazione se non avesse gia' perduto la sua sovranita'.
L'hanno gia' perduta, sotto i colpi del mercato finanziario mondiale, tutti gli altri Stati Europei. E la perdita della sovranita' e' racchiusa nella consegna, alla speculazione finanziaria internazionale, del suo debito. Basti dire che, se l'operazione “funzionera'”, il debito della Grecia passera' nei prossimi tre anni, dall'attuale 115% del prodotto interno lordo al 150. Cioe' si puo' gia' prevedere, matematicamente, che nel 2013 la situazione in Grecia sara' peggiore di quella di oggi, con un paese in recessione, disoccupazione crescente, consumi a terra.
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Una crisi da paura
Andrea Fumagalli
I mercati finanziari sono per loro natura instabili. L'Europa dovrebbe dunque avviare politiche economiche e monetarie per regolamentarli. Gli interventi in soccorso della Grecia dimostrano però che a Bruxelles è prevalsa l'ortodossia che vede nel libero mercato finanziario la soluzione della crisi
Nelle scorse settimane, le borse hanno avuto un andamento molto altalenante, al punto che molti hanno parlato di mercati «folli»: definizione che non troverebbe d'accordo André Orlean. André Orlean è un economista poco conosciuto in Italia. Nel corso degli ultimi 20 anni, la sua ricerca si è focalizzata sull'analisi e il comportamento dei mercati finanziari. Partendo dalle tesi di John Maynard Keynes, Orléan sostiene che il comportamento degli operatori finanziari non si fonda sull'idea di una razionalità individuale tesa a ottenere il massimo guadagno, bensì sull'interpretazione di quella che può essere definita una razionalità collettiva, intesa come il senso comune espresso da coloro (Banche, operatori finanziari) che sono in grado di condizionare i mercati finanziari.
La metafora del concorso di bellezza di Keynes è al riguardo illuminante: così come un giudice in un concorso di bellezza non deve valutare l'avvenenza dei concorrenti in base al suo individuale senso estetico ma piuttosto in base a quelli che lui ritiene essere i canoni estetici dominanti, così un bravo «speculatore» crea le proprie aspettative sul valore futuro atteso delle attività finanziarie non in base alle proprie aspettative e convinzioni individuali, ma in base a ciò che lui stesso ritiene essere il senso comune presente nei mercati finanziari. Tale comportamento, lungi dall'essere irrazionale, come sostengono gli economisti ancorati alla visione neoliberista dell'homo oeconomicus, determina il fatto che nei mercati finanziari le regole della concorrenza, e del pilastro su cui regge, la legge della domanda e dell'offerta, non sono valide.
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Mastrapasqua: chi è costui?
Leonardo Mazzei
Curriculum, funzioni e faccia tosta dell'attuale presidente dell'Inps
Agli italiani è stato spiegato che la recente manovra economica non ha comportato modifiche "strutturali" al sistema pensionistico. Ma nessuno ci ha creduto. Racconta il Sole 24 ore del 1° giugno che il suo forum online sulle novità introdotte dal decreto Tremonti in materia di pensioni ha registrato 2100 quesiti in meno di 10 ore. Segno che l'imbonimento mediatico può molto, ma non tutto. Certo, gli operai normalmente non leggono il giornale della Confindustria, ma i lavoratori una cosa l'hanno capita da tempo: ogni volta che si profilano tagli consistenti alla spesa pubblica, le pensioni, in un modo o nell'altro, sono sempre nel mirino. Lo sono per tre motivi: il primo è che colpendo nel mucchio si riesce comunque a rastrellare cifre di rilievo, il secondo è che ormai su questa materia la rassegnazione la fa da padrona, il terzo è che indebolendo la previdenza pubblica si da anche una mano a quella privata (i fondi integrativi), che tanto sta a cuore a lorsignori.
Il recente decreto non poteva certo fare eccezione. E così mentre si parlava a lungo di dettagli tipo lo stipendio dei magistrati o le auto blu, e mentre una parte del paese sembrava appassionarsi di più al tema delle intercettazioni telefoniche, il diritto alla pensione di milioni di lavoratori veniva nuovamente attaccato, con un risparmio per lo Stato quantificato in 3 miliardi di euro entro il 2013.
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A destra, solidità e spostamenti
di Alessandro Leogrande
Quando si parla di fibrillazioni interne alla destra italiana, è opportuno non confondere il piano politico con quello sociale. Sul piano politico il tentativo di smarcarsi di Fini, il suo mirare alla costruzione di una destra diversa, è solo l’ultimo atto di un processo iniziato un anno fa, quando intellettuali a lui vicini iniziarono ad assumere posizioni anti-berlusconiane. Prima delle dichiarazioni di Veronica Lario, fu Sofia Ventura (politologa del gruppo “Farefuturo”) a parlare di velinismo e di ciarpame. Per la prima volta, allora, il Capo fu messo in discussione. Furono messi in discussione la sua politica, le sue candidature, il suo rapporto con le donne quale architrave del rapporto con gli alleati e con la società italiana. Poi si sarebbe addirittura arrivati alla constatazione del sistematico utilizzo di donne-tangenti all’interno del suo entourage. Sulla questione femminile interna alla destra si è aperta allora una crepa che via via si è estesa ad altri fronti. In seguito critiche non molto diverse (tutte tese a costituire un laboratorio politico di destra non riconducibile al berlusconismo) sono state formulate a proposito della giustizia, della riforma dello Stato, del federalismo, dell’immigrazione e della cittadinanza.
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