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la citta futura

Una flat-tax per dividere i lavoratori

di Ascanio Bernardeschi

La flat-tax, oltre a penalizzare i redditi più bassi, divide il mondo del lavoro e produce più rapporti di lavoro fasulli e più precarietà

La proposta di introdurre una flat-tax (tassa piatta) al posto di un’imposizione progressiva venne lanciata dall’economista Milton Friedman a metà degli anni 50 del secolo scorso. Secondo la sua teoria, se si alleggerisse la pressione fiscale sulle classi benestanti, queste ultime avrebbero impiegato i risparmi di imposte in investimenti produttivi, permettendo un più rapido sviluppo del sistema economico. Le sue politiche liberiste in realtà non erano appropriate alla fase post-bellica di grande sviluppo del capitalismo e di ingenti investimenti nella ricostruzione. Saranno invece applicate qualche decennio dopo, per arginare la caduta dei profitti, nel Cile di Pinochet, nell’Inghilterra della Thatcher e negli Stati Uniti di Reagan. Più recentemente sono state applicate nei paesi dell’Est europeo, che hanno riconquistato la “libertà” di fare profitti, e conseguentemente adottato la flat-tax. In realtà, in presenza di profitti calanti, i risparmi di imposta delle classi agiate se ne vanno per lo più a cercare ritorni nella speculazione finanziaria, che infatti negli ultimi decenni è gonfiata fino allo scoppio della bolla del 2007.

Friedman era liberista sì, ma non al punto di non avere il pudore di raccomandare una “no tax area”, cioè un’esenzione dall’imposta diretta sul reddito, per i più poveri. Altri tempi.

Ora questo pudore il capitalismo in crisi non può permetterselo. Tant’è vero che negli anni le aliquote di imposta per i redditi più bassi sono cresciute, nonostante la grave recessione che consiglierebbe una più equa distribuzione dei carichi fiscali.

Che la flat-tax - non a caso una bandiera anche di Berlusconi - fosse una tassazione iniqua, idonea a favorire solo i grandi redditieri e danneggiare i lavoratori, sia in termini di aggravio fiscale diretto o indiretto a loro carico sia in termini di tagli dei servizi essenziali che si rendono necessari per far fronte al minor gettito, lo avevamo già detto e motivato su queste pagine. Così come è stato evidenziato che è contraria ai principi di equo riparto del carico fiscale, progressività, tassazione in base alla capacità contributiva, progressività, che anche la nostra costituzione prevede. Basti pensare che secondo gli uffici della Camera, la pressione fiscale complessiva salirà nel 2019 dal 42% al 42,5% e nel 2020 al 42,8%. Se il carico non diminuirà e anzi aumenterà, e se ad alcuni ceti si farà pagare meno imposte, non resta difficile immaginare che sarà a carico dei soliti lavoratori dipendenti il raggiungimento di questo traguardo. A tal fine il Governo ha pensato bene di sbloccare la pressione fiscale degli enti locali, che come ben si sa è strutturata in termini fortemente regressivi.

Nell’occasione del nostro precedente articolo abbiamo parlato in termini generali dell’argomento, basandoci tutt’al più su quel poco che era scritto sul “contratto di governo” pentaleghista. Ora però conosciamo nei dettagli, tramite la legge di bilancio, la concretezza del sistema specifico che il governo va ad adottare. Si tratta di un’aliquota unica del 15 per cento per le partite Iva che scelgono il regime forfettario e hanno un reddito che non supera i 65 mila euro annui. Questo per il 2019, mentre per il 2020 questa aliquota si estenderà a coloro che non superano gli 80 mila euro, quindi a professionisti piuttosto benestanti. Chi invece, certamente benestante o anche ricco, supera tale limite potrà sempre avvalersi della tassazione agevolata del 20%, contro il 23 per cento che è l’aliquota minima prevista per il primo scaglione di reddito dei lavoratori dipendenti, cioè quelli più poveri, che non superano i 15 mila euro annui. I guadagni dei dipendenti che eccedono i 15 mila euro vengono poi tassati al 27% fino a 28 mila euro annui e il 38% da 28 mila e 55 mila euro. Disinteressiamoci per ora delle restanti aliquote che arrivano al 43% ma che non riguardano, salvo casi eccezionali, la classe dei lavoratori dipendenti.

È evidente quindi che oltre alla mancata adeguata tassazione degli alti redditi, siamo di fronte anche a una sperequazione fra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi. Questi ultimi, guarda caso, fanno parte – loro e nostro malgrado – del blocco sociale di riferimento di questo governo.

I padroni i conti li sanno fare bene, e allora affidiamoci a quelli fatti dal Sole 24ore. Un dipendente senza figli che guadagna 30mila euro all’anno deve pagare oltre 6.800 euro all’anno di Irpef. Includendo le addizionali va a pagare oltre 7.600 euro. Il lavoratore autonomo in regime ordinario ne paga invece, addizionali incluse, 5.450, oltre 2 mila in meno. Ma se quest’ultimo sceglie il regime forfettario va a pagare solo 3.340 euro, quasi 4.300 in meno del lavoratore dipendente, che fanno la bellezza di 355 euro di differenza al mese, differenza che diventa 608 se il lavoratore ha un figlio e guadagna 40 mila euro e 853 se ha 2 figli e un reddito di 50 mila euro. È come se fosse stato legiferato un reddito di cittadinanza aggiuntivo per i più ricchi!

Sempre il sole 24 ore, dopo aver calcolato queste differenze nota che con questo meccanismo “si genera un incentivo distorto” a restare quest’anno entro i 65mila euro, per non perdere i benefici della flat-tax. E allora, dice il giornale di Confindustria, o si “rinuncia a crescere”, cioè si lavora meno, oppure (molto più probabilmente, aggiungiamo noi) si sotto-fattura e si evadono le imposte.

Ma c’è un altro aspetto. Noi sappiamo che il popolo delle partite Iva è composto anche da lavoratori assoggettati a rapporti di lavoro autonomi solo di facciata, ma di fatto del tutto alle dipendenze del capitale che può meglio sfruttarli ed evitare noie e adempimenti previsti per il lavoro dipendente. Per noi questi soggetti fanno parte integrante della classe lavoratrice e dovremmo lavorare per strapparli dall’egemonia dei populismi, al fine di unificare la classe. Ma è un dato di fatto che è molto più difficile raggiungere e organizzare lavoratori dispersi in mille punti, operanti spesso a domicilio, o per piattaforme digitali, che vengono occultati dietro espressioni di tendenza quali “gig economy”, “smart working” e anglicismi vari. Ecco questa flat-tax riservata alle partite Iva è anche una smart-tax per la classe capitalista in quanto innalza la barriera fra i vari tipi di lavoratori e induce i lavoratori, non per questo meno sfruttati, ad approfittare di questi benefici e a stazionare più volentieri nell’ambito del lavoro pseudo-autonomo. O addirittura può indurre i lavoratori dipendenti anche giuridicamente, penso principalmente a quelli a tempo determinato, a passare armi e bagagli in questo campo, col risultato di una crescita della precarietà e di un accrescimento della competizione al ribasso fra lavoratori per quanto riguarda salari e tutele.

Insomma il governo pentaleghista, nel tentativo di continuare ad egemonizzare i lavoratori autonomi e la piccola borghesia, elargisce loro mance fatte di riduzioni di imposte e condoni fiscali diversamente denominati. Più in generale tenta di cavalcare l’istinto molto italiano a detestare le tasse e rafforzare il discorso ideologico che per far marciare l’economia si deve alleggerire il carico fiscale, quando invece, purché le tasse si facciano pagare con criteri di progressività, è vero l’esatto contrario. Infatti, se tale prelievo venisse ben utilizzato in investimenti pubblici e servizi essenziali, l’economia ne avrebbe tutto da guadagnare. Ma per un’azione di questo tipo, tutto sommato riformista, di questi tempi servirebbe una rivoluzione, perché occorrerebbe anche acciuffare i capitali in fuga e invertire, almeno in Europa, la tendenza degli stati a competere esclusivamente attraverso la compressione del costo del lavoro.

Ci vorrebbe davvero un governo del cambiamento, e questo non lo è.

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Comments   

#1 gianmarco martignoni 2019-01-15 21:51
Diversamente dalla mancata rivalutazione delle pensioni sopra le 1500 euro, con la tassazione al 15% per una serie di figure di lavoratori " autonomi " e a partita Iva il governo giallo- verde sa dove colpire e dove invece ingraziarsi quello che ritiene il suo blocco sociale.Con conseguenti devastanti sul mercato del lavoro, poichè potrebbe aumentare la fascia dei lavoratori autonomi di costretti ad accettare quest tipo di rapporto di lavoro, anche se le statistiche di fine anno segnalano un calo pauroso ( - 500 mila ) per via della crisi prolungata dell'economia.Di fatto la mossa giallo-verde è uno smaccato regalo al mondo delle micro-imprese, che attraverso il finto lavoro autonomo puntano a comprimere i costi del personale, contando sull'assenza di seri controlli da parte degli enti ispettivi.Ci sono comunque due contraddizioni di fondo : se il reddito previsto dalla partita Iva non ha una certa consistenza, di fatto i consulenti del lavoro ne sconsigliano l'apertura.In secondo luogo, si veda il flop della fatturazione elettronica, questa fascia di lavoratori , per la stragrande maggioranza, storicamente ha sempre privilegiato i compensi in nero.Le loro pensioni d'importo basso, sono il frutto della nota massima : " meglio un uovo oggi, che una gallina domani "
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