La Cina ancora ci parla
di Vox Populi
A chi parla, a 70 anni di distanza, la rivoluzione cinese?
In primo luogo parla ai cinesi. Il 1949 rappresenta una data spartiacque per la nazione cinese che “si alza in piedi” e avvia un processo contraddittorio di riscatto dal secolo delle umiliazioni, una traiettoria che ancora deve concludersi.
Gli eventi di questi mesi hanno ben evidenziato come l’eredità del colonialismo e della spartizione imperialista del paese abbiano ripercussioni lampanti ancora oggi.
Hong Kong, conquistata con i cannoni e l’oppio dagli inglesi, ancora deve essere riassorbita dalla Cina, su questo processo pesano la differenza della propria storia nel XX secolo.
Il «porto profumato» [ndR, traduzione letterale di 香港, Xiānggǎng, ovvero il nome cinese di Hong Kong] mantiene degli elementi del capitalismo occidentale che ha scelto la strada del capitalismo fittizio per guidare il proprio processo di accumulazione, sacrificando il futuro dei propri giovani che senza prospettive si riversano in piazza scegliendo evidentemente il bersaglio sbagliato.
La provincia ribelle di Taiwan ancora ostenta fiera la propria autonomia, giocando da pilastro offensivo dell’imperialismo statunitense.
Contemporaneamente a ciò Xi Jinping ha portato la Cina guidata dal PCC nella sua terza era, diversa da quella maoista ma anche da quella successiva alle riforme del 1978.
Con fatica cerca di ricostruire una legittimità del partito senza rinnegarne la storia, fa senso sapere che è il primo leader cinese dopo Mao a non voler minimizzare l’importanza della prima era.
Potrebbe essere una sorta di sintesi tra Mao e Deng ma certamente ciò che potrà diventare questo immenso paese, che con coraggio cerca di imporsi come potenza mondiale e presumibilmente come nazione guida del nuovo ciclo di accumulazione, è ancora difficile da comprendere.
Il conflitto sociale non è mai sopito, i giovani si avvicinano sempre di più al pensiero di Mao, chiedendo al PCC di essere coerente con gli ideali per cui dice di battersi.
Giovani che si uniscono alle lotte degli operai e dei contadini nel paese, uniti nel chiedere di essere loro al comando del paese.
A queste sfide il governo risponde cercando di implementare una serie di politiche di reflazione salariale e di ampliamento dello stato sociale che, assieme alla retorica nazionalista, hanno come bersaglio la classe media in ascesa del paese, autentica fonte di legittimazione del potere del partito.
Oltre alla necessità di comprendere cosa avviene nel gigante asiatico destinato ad avere un ruolo sempre più centrale nel futuro dell’umanità, cosa ci dice a noi marxisti oggi la Rivoluzione Cinese?
Dice ancora molto sulle sfide che pone la costruzione del socialismo ad ogni forza rivoluzionaria.
Due sono gli elementi su cui ancora oggi ci fa riflettere la Rivoluzione Cinese in tutta la sua complessità, che per il sottoscritto abbraccia sia la sua prima fase, la resistenza all’imperialismo giapponese e la lotta contro il Kuomintang, che la seconda fase, la Rivoluzione Culturale, la dialettica distruzione/ricostruzione e masse/partito.
Concetti che è possibile far valere operando una netta distinzione tra la rivoluzione politica, ovvero la presa del potere, e rivoluzione sociale, che sorge nel momento in cui si impone la necessità di operare la distruzione del modo di produzione capitalista, con la sua civiltà di rapporti di produzione ed interumani, qui inizia la vera transizione. Dopotutto una rivoluzione la si giudica dai mutamenti che è stata capace di portare nella vita quotidiana delle persone, quando la polvere della rivolta si posa.
Mao cerca la leva della trasformazione contro la natura totalizzante del capitalismo che impedisce di sviluppare al suo interno modi di produzione differenti.
Il capitalismo, in quanto fatto sociale totale, tenderà inevitabilmente a riprodursi anche sotto un bastone del comando di colore rosso, sfruttando ciò che sa fare meglio: produrre.
Da Lenin in poi, la Terza Internazionale si è occupata dalla teoria della presa del potere intendendo la questione come sequestro della macchina statale da parte della classe operaia che, rimanendo dentro i processi dell’accumulazione nati con la “rivoluzione industriale” inteso come unico modello possibile, pretendevano di usarla per la liberazione del proletariato e contro gli sfruttatori di ieri. Si trattava essenzialmente di cambiare destinazione d’uso al plusvalore prodotto. Malgrado anche in Stato e Rivoluzione Lenin già affermava l’impossibilità di esercitare la dittatura del proletario per mezzo dello Stato, negando quindi la neutralità dei suoi apparati difesa allora dai teorici della Seconda Internazionale.
Lo Stato accetta il cambio di autista al volante ma permane e riproduce quella divisione tra governanti e governati del vecchio regime sociale e perciò non si può usare questo strumento per costruire una diversa organizzazione della società. Lo Stato centralizzato però venne visto come l’unico strumento per accelerare lo sviluppo del paese, si diceva, in direzione del socialismo, imponendosi sui limiti della Russia dei Soviet e la loro parcellizzazione che rifletteva la parzialità dello sviluppo del capitalismo russo e dimostrando l’incapacità di creare una nuova organizzazione della società. Si apre quindi la strada alla centralizzazione statale, alle leggi “oggettive” del mercato, dello sviluppo gestite però da un potere politico.
Mao risponde a questa evoluzione del marxismo sovietico ribadendo che non esiste autonomia dello Stato, in quanto risponde sempre alla natura della struttura economica. Non è determinante la proprietà giuridica dei mezzi di produzione, lo sono i rapporti di produzione. Ove permangono i rapporti di produzione capitalistici, con la produzione del plusvalore, la tecnica capitalista incarnata dal taylorismo sovietico, non può esistere il socialismo, non è rotto il processo di formazione dell’accumulazione che dalla fabbrica si estende al resto della società. Se permane come unico orizzonte quello dello sviluppo industriale, forma in cui vive lo sviluppo capitalistico, poco importa l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione.
Eppure questo diventa il modello che dagli anni ’20 si impone per giungere al socialismo, o meglio, come forma di accumulazione di recupero impersonata da questo gigantesco paese che funziona come una gigantesca fabbrica, parafrasando Marx, che invece di liberare la masse dal lavoro salariato universalizza ed esalta la figura dell’operaio.
Si tratta di una forma di capitalismo senza capitalisti in cui però la fabbrica resta tale, come il rapporto tra industria e agricoltura, la divisione sociale del lavoro e il salario. Lo sviluppo monco deve sempre essere assistito dallo Stato, tra crisi produttiva nei settori alti e arretramento in quelli bassi, che si adopera per reintrodurre subito la concorrenza, bloccando la ristrutturazione brutale del capitale ed elargendo compensazioni dentro il posto di lavoro (incentivi economici) e fuori (welfare).
Uno Stato-fabbrica non armonico e depoliticizzato.
Mao parte da qui, dalla crisi del 1956, per criticare il modello sovietico, cercando di capire come aggredire il sistema dei rapporti di produzione capitalistici dopo la socializzazione dei mezzi di produzione.
Riprende il filo del dibattito degli anni ’20, quando Preobrazenskij parlava di accumulazione socialista basata sull’industria pesante e il massiccio prelievo di plusvalore dagli operai, divenuti ormai “soggetti del proprio autosfruttamento”, dirottando le risorse contadine verso l’industrializzazione urbana che con la collettivizzazione spesa la rivoluzione dalle masse contadine.
Mao cerca una via alternativa esplicitata dalle Dieci grandi relazioni in cui invita a modificare la concezione stessa di “lavoro”, “produttività” e “risorse” per uscire dal modello della rivoluzione industriale e mettere in discussione la stessa idea di “accumulazione socialista” propria del modello sovietico. Si tratta del grande attacco maoista al meccanismo del profitto come regolatore generale del sistema che annuncia un nuovo rapporto tra lavoro umano e risorse che diventerà il manifesto con cui nel 1966 le guardie rosse attaccarono il meccanismo di riproduzione dei rapporti di produzione capitalistici in Cina.
Da qui nasce il tentativo del Grande Balzo in Avanti di dare in mano al produttore l’intero apparato economico, decentralizzando il sistema con un centro che si occupa di armonizzare il tutto. Questo tentativo di creare un nuovo modello di pianificazione fallisce, si scontra con delle calamità naturali, con il vuoto soggettivismo ma anche con l’ostilità sovietica, segno che questa via entra in rotta di collisione con l’accumulazione socialista.
Il Grande Balzo in Avanti offre due insegnamenti: come uscire dalla logica dell’industrializzazione e dell’accumulazione accelerata e le Comuni, per redistribuire il potere alla collettività locale e alla periferia.
Si tratta di un nuovo modo di pianificare e pensare al lavoro in senso comunista che ha come massimo esempio l’avanguardia di Tachai.
Partendo dalla teoria “squilibrio-equilibrio-squilibrio”, in cui il partito si trova nella posizione di equilibrio e di sclerosi, Mao invita i propri dirigenti ad imparare dalle masse, vivendo il rapporto di subalternità del lavoro manuale e andando in campagna per contrastare la centralità nella società della fabbrica e della città. Tutto ciò viene poi condensato nel 1966 dalla Rivoluzione Culturale, dall’invito di Mao a “bombardare il quartier generale”, riavviare la lotta di classe ma fuori dal partito ed anche dal concetto di Stato-partito che secondo questa idea deve essere distrutto da dentro. Il culmine si avrà nel febbraio 1967, con la Comune di Shanghai, il modello della Comune di Parigi che doveva essere esteso al resto del paese.
Un’avanguardia che si spegne a causa dei suoi limiti e per l’arretratezza politica del resto del paese, vittima sopratutto dell’indottrinamento dell’era Liu Shao-Chi, ma anche della Comune stessa, incapace di creare quelle istituzioni e quelle parole d’ordine come i compagni parigini seppero fare. Il fronte della Rivoluzione Culturale e della rivoluzione cinese è quello della distruzione del modo di produzione capitalista, quello della messa in atto d’un rapporto di produzione, d’una strumentazione diversa dei dati materiali della produzione. La rivoluzione cinese, in tutte le sue due parti, ci ha insegnato a trasferire problemi teorici universali nella quotidianità della vita della gente comune, insegnandoci a non accettare una società consensuale nel lavoro e nella politica.
Dedico questo scritto alla compagna Nie Yuanzi, morta il 28 agosto 2019, autrice del primo dazebao della Rivoluzione Culturale nel 1966.










































Comments
Vox Populi dice: "Malgrado anche in Stato e Rivoluzione Lenin già affermava l’impossibilità di esercitare la dittatura del proletario per mezzo dello Stato, negando quindi la neutralità dei suoi apparati difesa allora dai teorici della Seconda Internazionale". Lenin non affermava affatto "l'impossibilità di esercitare la dittatura del proletariato per mezzo dello Stato", ma negava che potesse essere esercitata attraverso lo stato borghese, che andava spezzato, distrutto, per sostituirlo con uno stato proletario (nella fase socialistica). Stato proletario che doveva essere centralizzato sul modello sovietico piramidale. Anche Marx, riferendosi alla Comune di Parigi era centralista (in entrambi i casi, la questione dell'adesione volontaria alla Comune dei territori extra parigini o delle altre repubbliche non russe, non riguardava la centralizzazione).
Poi, vox populi introduce l'idea che lo stato sovietico non sia stato altro che l'organizzazione burocratica centralizzata del solito "capitalismo di stato" per la produzione di plusvalore, sotto la vernice formale dei soviet.
Una critica che ritengo del tutto campata in aria, sia sul piano teorico (cos'è il capitalismo di stato), che pratico (la realtà sovietica. Su questo sito abbiamo toccato spesso questo argomento nelle discussioni.
Si capisce che, coerentemente con queste concezioni (tra l'altro legate alle critiche del cosiddetto "produttivismo", che risalgono ad Heidegger, Simone Weil e altri), si sorvoli con una certa leggerezza sull'esito pratico dei tentativi maoisti (contraddicendo, però, proprio il pensiero di Mao, che sosteneva la centralità della prassi e della verifica pratica) e non si dice nulla sul fatto che la correzione di rotta intrapresa da Deng in poi ha, per es., tolto dalla miseria circa 800 milioni di persone. Un processo che non è la forma definitiva del socialismo, ovviamente, e il cui esito, come giustamente vox populi suggerisce, sarà determinato dalla lotta di classe. Ecco perchè affermo che il pensiero di Mao viene assunto astrattamente e non viene, invece, valorizzato nella sua fecondità storica (per es., qualcuno sostiene che alla base della riuscita della fase denghiana via sia proprio il pensiero di Mao. Altri sostengono che la Rivoluzione Culturale ha creato le condizioni per la svolta, avendo sgombrato il campo dalla tradizione e dal conservatorismo).
La prima parte del discorso non la ritengo una critica, vorrei avere maggiori spiegazioni. La seconda parte (la relazione tra stato e capitalismo di stato) pecca di un soggettivismo in cui non si capisce nemmeno la critica stessa ("fa paio", indefinibile astrattezza).
Il fallimento dei tentativi maoisti non sono nè primi nè secondi al fallimento del tentativo sovietico.
Inoltre, vorrei ben dire...c'è un'estrema differenza tra un centralismo nella visione del fatto totale ed un centralismo politico che tenta di fare il doppio-apparenza ad una mera centralizzazione del capitale a seguito della necessità di creare fasi di espansione ed accentramento in un sistema inscritto nelle regole di mercato.
L'autore, inoltre, mi sembra un po' leggero quando sorvola sul fallimento (brutta parola. Diciamo: non riuscita) dei tentativi maoisti e ne ripropone l'insegnamento astratto. L'insegnamento concreto e storico credo anch'io che dobbiamo assumerlo.