
Un omicidio di classe
di Eros Barone
Questi episodi dimostrano come stia montando in grande stile la paranoia sociale. Una società che non ha interesse ad analizzare criticamente i suoi lati più reconditi è destinata solo a scatenare la caccia alle streghe.
Robert Kurz, Populismo isterico.
Si chiama Massimo Adriatici e prima di diventare assessore alla sicurezza nel Comune di Voghera per il partito della Lega faceva il poliziotto. Poi avvocato con una collaborazione occasionale come docente all’università di Vercelli. Una pistola in tasca con regolare porto d’armi, da usare come “extrema ratio” diceva. Le ragioni per usarla gli si sono parate davanti in piazza Meardi a Voghera nei pressi di un bar quando ha incontrato Youns El Boussetaoui, un giovane immigrato di origine marocchina. Pistola senza sicura e con il colpo in canna, l’ha estratta e fatto fuoco su Youns.
Qualcuno parla di “Far West”, qualcun altro dice: «Non siamo mica in Texas qui». Ma Salvini, che a Voghera ci sta di casa, è sempre un passo avanti e suggerisce ciò che il dispositivo della giustizia borghese ha già codificato in casi come questi: «Si fa strada l’ipotesi della legittima difesa».
Sì, Salvini è un po’ seccato e deve improvvisare, cominciando a lodare lo sparatore: «È un docente di diritto penale, funzionario di polizia, avvocato penalista noto e stimato in questa bella città della provincia di Pavia». Si capisce subito che Massimo Adriatici è un potenziale candidato a qualche attestato di civica benemerenza, e che merita rispetto se la sera per tutelare il decoro urbano fa la ronda nei luoghi dell’emarginazione sociale. Contestualmente, scatta la ‘mostrificazione’ della vittima la quale, va da sé, oltre ad essere un «marocchino» – così dice Salvini che prima assolve l’omicida e poi condanna la vittima – «è un cittadino straniero già noto purtroppo in città, secondo quanto trapela, per violenze, aggressioni e addirittura atti osceni in luogo pubblico».
In difesa di Youns si è alzata solo la voce della sorella e quella di un altro immigrato di origine marocchina presente sul posto, che ha coraggiosamente reso la sua testimonianza secondo la quale l’assessore leghista ha sparato intenzionalmente dopo la caduta verificatasi in séguito alla colluttazione con il giovane. Sennonché la verità, che questo episodio ci consegna e che solo poche ed isolate voci hanno finora denunciato, è che paura e diffidenza caratterizzano i rapporti fra gli autoctoni e gli immigrati, e in particolare gli immigrati di seconda generazione, in una regione fra le più industrializzate del nostro paese. In quei territori (Lombardia e Veneto, in particolare) allo sfruttamento economico della manodopera immigrata si aggiunge l’emarginazione sociale: basti pensare che nei dintorni delle stazioni ferroviarie non esistono panchine. E tutto ciò avviene nonostante che un buon numero di immigrati lavorino regolarmente in molte aziende. Inoltre, fra i tanti immigrati musulmani non mancano imprenditori e artigiani con tanto di partita Iva, che girano con un tappetino sotto braccio in cerca di un posto dove pregare.
Da tempo sono arrivati sulla scena sociale i loro figli, immigrati di seconda generazione, che vivono un triplice disagio: nel rapporto con i loro paesi di origine, poiché hanno acquisito stili di vita diversi e simili a quelli dei loro coetanei autoctoni; nel rapporto con la loro famiglia, poiché quegli stili spesso non corrispondono alle aspettative dei loro genitori; ma soprattutto nel rapporto, sempre più conflittuale, con le istituzioni. Pertanto, quello che è successo a Voghera non è un episodio isolato. Fa parte piuttosto di un sottosistema, di un dispositivo di relazione con i tanti e le tante immigrate che lavorano in questo paese. Un dispositivo che, quando occorre, genera la costruzione del mostro, per l’appunto. È dunque con lo sguardo razzista che dobbiamo fare i conti, con quell’idea che la razza – che non è mai un attributo biologico ma è una categoria socialmente costruita per emarginare e subordinare alcuni gruppi sociali – è fatta di gerarchie: i bianchi sopra, gli ‘altri’ sotto (arabi, bengalesi, africani e così via discriminando).
D’altra parte, non va sottaciuta la cecità di molti settori della classe operaia e degli stessi comunisti riguardo a questo problema: cecità che li porta a sottovalutare il profondo rancore che si crea anche tra lavoratori metropolitani e immigrati, a non capire le ragioni del sempre più accentuato spostamento a destra in tutto l’Occidente. Da questo punto di vista, il razzismo non è la causa, ma l'effetto di un contrasto interetnico che incide sulla stessa composizione di classe quando il movimento dei lavoratori abbassa la guardia su questo delicato terreno di intervento politico e sindacale: come giustamente è stato detto, non è Salvini che crea il razzismo, Salvini è solo il galletto di latta sul tetto che gira secondo il vento. Del resto, la catena insanguinata del razzismo è fatta di tanti anelli, che comprendono sia persone come Adil Benakhdim 1 sia persone come Youns El Boussetaoui, vittime entrambi, sia pure a diverso titolo, di un sistema di dominio e sfruttamento.
Il razzismo, insomma, non è un vizio ideologico o una patologia mentale (anche se può assumere in molti casi questo aspetto), ma è un sistema capillare di subordinazione, dominio e sfruttamento costruito sul terreno della razza. Il problema allora non riguarda solo la retorica razzista e fascista della Lega e di altre forze politiche, fattore, questo, che costituisce senz’altro un’atroce aggravante e offre uno spazio di legittimazione micidiale, specialmente quando viene evocato dagli scanni parlamentari e da quelli di altre istituzioni in cui tali forze, a livello regionale e locale, sono presenti e condizionanti. Il problema è più complesso e riguarda un articolato sistema di dominio e sfruttamento, che alimenta atteggiamenti e comportamenti largamente diffusi. Orbene, tali atteggiamenti e tali comportamenti sono ormai divenuti comuni e si manifestano nella stessa vita quotidiana. I vari amministratori leghisti si passano infatti il testimone l’uno con l’altro e, quando non dànno la stura a discorsi suscettibili di essere sanzionati in base alla legge Mancino, agiscono sempre in modo che l’immigrato, e in primo luogo il figlio degli immigrati di prima generazione (ossia un cittadino italiano con regolare passaporto), riceva questo messaggio: “Tu non sei uno dei nostri e non lo sarai mai”.
Questo è dunque, anche se ignorato, 2 il conflitto drammatico che si è aperto in una parte dell’Italia, che naturalmente non ha il monopolio del razzismo, dal momento che questo sta ormai imperversando su scala nazionale. Semmai si può e si deve parlare, nel Lombardo-Veneto, di un razzismo specifico, di carattere istituzionale. È l’istituzione che fa propria l’ideologia razzista e la diffonde perfino in quella che dovrebbe essere la casa di tutti: il municipio. In realtà, il sindaco, in questi Comuni, è il sindaco non di tutti, ma di una parte dei cittadini.
Non vi è pertanto da sorprendersi se, come riferiscono giornalisti seri che hanno condotto inchieste approfondite su tali temi, 3 nelle camere dei giovani immigrati di seconda generazione, che sono oggetto di una sistematica discriminazione, esercitata verso di loro in forma sia strisciante che aperta, si vedano le foto della ‘banlieu’ francese in fiamme, le foto di automobili che bruciano. Questi giovani vengono posti, dai processi di segregazione che organizzano le istituzioni, nella condizione di sognare la ribellione, poiché non accettano di sottomettersi come i loro padri e le loro madri. Coloro che organizzano questa sistematica e martellante pressione razzista rendono quindi sempre più esplosivo un terreno sociale sempre più sensibile, ignari (o forse ben consapevoli) che chi semina vento raccoglie tempesta.









































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Non sappiamio (mi scuso per la presunzione di interpretare il sentimento di tanti) come ringraziarti, Eros!