C’è BlackRock dietro l’assalto di Unicredit al sistema bancario europeo
di Alessandro Volpi
Dietro le mosse di Unicredit sullo scacchiere bancario ci sono gli interessi di BlackRock nel risparmio e nel credito privato in Europa
L’assalto di Unicredit al sistema bancario europeo non ha davvero nulla di “italiano”, ma rappresenta l’ennesima offensiva dei grandi fondi statunitensi. L’azionista principale di Unicredit è infatti con oltre il 7% BlackRock, a cui sono legati altri fondi presenti nella compagine sociale di UniCredit. Peraltro, nel complesso, il capitale “italiano” della banca arriva a malapena al 6%. La scalata fatta in larga prevalenza con strumenti derivati a Commerzbank – di cui UniCredit ha in mano ora quasi il 30%, ovvero la soglia per il lancio di un’Opa, e che ha provocato l’irritazione del governo tedesco – è quindi l’espressione di una volontà delle Big Three di impossessarsi del risparmio europeo.
Anche dietro lo scontro tra Unicredit e Crédit Agricole c’è il fondo statunitense
Nella stessa logica si è posta l’Offerta pubblica di scambio operata sempre da UniCredit verso Bpm. Evitare che si formi un altro “colosso” bancario con la presenza del grande avversario dei fondi statunitensi, costituito da Credit Agricole.
La mossa di Crédit Agricole di superare il 15% di Bpm, chiedendo alla Bce un’autorizzazione per salire al 19,99%, ha infatti come obiettivo, oltre alla volontà di rendere complessa e costosa proprio l’azione di Unicredit, quello di impossessarsi di Anima. La società di gestione del risparmio con 200 miliardi di attivi.
In tal modo, l’istituto francese rafforzerebbe sensibilmente la propria posizione. Amundi, di cui Crédit Agricole è azionista di controllo, ha infatti comprato da UniCredit la società del risparmio gestito Pioneer, battendo la concorrenza di Poste Italiane. Lo stesso Crédit Agricole inoltre, insieme a Bnp Paribas, è fra i principali attori italiani del credito al consumo, con Findomestic e Agos Ducato. Risulta palmare, quindi, che BlackRock nel suo intento di monopolizzare il risparmio si muova per bloccare in primis i francesi. E per acquisire il controllo del mercato tedesco.
I nuovi monopoli europei di BlackRock
In tutto questo, la politica sembra rimanere inerme. E il racconto giornalistico, almeno quello nostrano, pare voler trascurare la reale natura di simili operazioni. Nel frattempo è bene ricordare che i “clienti” europei di BlackRock sono diventati nel 2024 oltre 113 milioni. Con un incremento ampiamente superiore ai 3 milioni in Inghilterra, Francia e Germania. Nel nostro Paese, dove i clienti sono 15 milioni, BlackRock ha venduto Etf (Exchange Traded Funds) a oltre 2,2 milioni di italiani.
In questo senso l’attività di BlackRock pare davvero instancabile. Nei giorni scorsi, non a caso, ha annunciato di aver acquistato HPS Investment Partners, leader globale nel credito privato con circa 150 miliardi di dollari in gestione. In pratica, oltre a essere azionista di Jp Morgan e di gran parte delle principali banche mondiali, la società guidata da Larry Fink ha deciso di dotarsi di uno strumento “diretto” in grado di agire nel settore del credito privato. Occupando così nuovi spazi di monopolio, non solo in termini di gestione del risparmio ma ora anche del credito.
Dalla pubblicità al governo, BlackRock vuole convincere gli italiani a investire
È significativo rilevare che nelle proprie infografiche BlackRock sottolinei come il principale limite alla sua diffusione in Italia sia rappresentato dalla “percezione” che gli italiani hanno della loro situazione patrimoniale. Ritenuta, ingiustamente, troppo povera per accedere all’investimento finanziario. Per BlackRock gli italiani non sono poveri. Si “sentono” poveri, e quindi non comprano Etf. Ecco che allora bisogna alimentare con tutti i mezzi una vera e propria trasformazione culturale, dalla pubblicità, alle consulenze fino alla stessa attività normativa del governo, per convincere gli italiani che hanno tutte le possibilità per “finanziarizzarsi”.













































Comments
Entrando però ancora di più nel merito della questione, sarebbe molto interessante indagare sulle ragioni per le quali il legislatore tergiversa su quelle che possiamo definire, senza essere smentiti, vere e proprie matrioske finanziarie che non possono inevitabilmente che impattare sulle tasche dei piccoli investitori.
La MiFID (acronimo di Markets in Financial Instruments Directive) quale nota direttiva europea che obbliga gli operatori e i consulenti ad operare in regime di trasparenza e correttezza, fornendo una serie di informazioni ai propri clienti prima di effettuare operazioni di investimento - poco può arginare rispetto ad un sistema oramai strutturato a livello nazionale ed internazionale sulla base di matrioske di proprietà e maggioranze che riguardano le società di gestione del risparmio.
Sono molteplici e variegate le società, anche nazionali, che progettano e assemblano i prodotti di investimento, curandone la gestione nel tempo con costi che tendono a rincarare anno per anno. Questo dal lato della gestione. Ma il vero business è su altri fronti, cioè sui collocatori dei suddetti prodotti che sono anche azionisti di maggioranza delle società di gestione delle masse investite e delle società di fornitura dei programmi informatici.
E tutto questo nel mare magnum delle proposte dei Consulenti finanziari, poco avvezzi alla costruzione di portafogli, rilievo questo che se venisse adeguatamente compulsato, eviterebbe macroscopiche lacune, sistematicamente connotate da consulenze preconfezionate, sovente del tutto all’oscuro di moltiplicati costi per i clienti investitori.
Costi per la tecnologia informatica decentralizzata
Una serie di costi derivano dalla tecnologia impiegata per erogare consulenze, nonché programmi farraginosi e in molti casi lasciati testare alle reti, unitamente a manutenzioni dei software, con conseguente ingrassamento delle società che li progettano, nella stragrande maggioranza dei casi collegate, controllate o partecipate da società di fornitura di gestione degli investimenti. Queste ultime investono in programmi ed hanno interessi finanziari nel detenere il controllo attraverso i sistemi informatici sulla vendita degli strumenti finanziari da essi stessi commercializzati. Le piattaforme di consulenza sono anche fornite dalle grandi società di gestione che operano a livello mondiale, sia direttamente che indirettamente, con l’opportunità ulteriore di poter avere come feedback le informazioni di consumi e propensione al risparmio degli investitori. La consulenza con questo sistema può essere pilotata dall’alto, attraverso l’utilizzo di algoritmi sia a livello sistemico, orientando verso prodotti più o meno costosi, ma funzionali agli introiti delle società di vendita e di gestione del risparmio.
In questo la Mifid non interviene, visto che l’unico requisito con cui la consulenza può proseguire mediante la sottoscrizione del prodotto finanziario è l’adeguatezza.
Ma come il programma a monte può subire variazioni, direzionando la sottoscrizione verso taluni investimenti piuttosto che altri (aumentando i ricavi delle sottoscrizioni oppure spingendo il lancio di un nuovo prodotto), così può essere in grado di bloccare alcuni acquisti di titoli sul mercato la cui detenzione da parte del cliente non conviene alla banca. Qui nessuno vigila, anzi, forse, si sorvola volutamente. Si foraggia così il sistema interno degli intermediari finanziari, a favore di obiettivi di compliance sempre in termini di adeguatezza, così provvedendo ad ingrassare manager e dirigenti a discapito di consulenti sottopagati e all’oscuro di passaggi informatici manovrabili, con collaterali imbarazzi dovuti al fatto di non riuscire a dare risposte serie a clienti più scolarizzati ed esigenti.
In queste maglie informatiche, inevitabili sono dunque i gap contabili a discapito del cliente investitore. Quest’ultimo difficilmente può capire ed individuare costi, calcoli e metodi di contabilizzazione, i quali richiederebbero, ai fini di un controllo puntuale, programmi informatici specifici, ovvero conoscenze di matematica finanziaria a livello di specializzazione universitaria. Si chiede di investire ad un soggetto che non può stare dietro ad una contabilizzazione letteralmente “subita” in relazione agli investimenti che è invitato a fare. Le spese, anche se spiegate all’investitore dal consulente nel dettaglio, hanno calcoli talmente complessi che non sono affatto gestibili, né conoscibili ex-ante, tantomeno ex-post, per non parlare della composizione dei prodotti che tendono a subire variazioni di quote per operazioni di spostamento o switch con addebito spese del tutto incontrollabili.
Costi ridondanti che diventano guadagni per le società di gestione, per banche e assicurazioni.
Entriamo nel dettaglio delle matrioske finanziarie, nelle quali i patrimoni si spostano di proprietà tra collocatori, gestori e società partecipate o collegate. Il legislatore europeo - che norma in materia di vigilanza sugli operatori a contatto con la clientela e sui comportamenti, in ordine alla costruzione e alla progettazione dei prodotti finanziari, oltre che alla trasparenza e all’adeguatezza nei processi di erogazione della consulenza - non controlla assolutamente il conflitto d’interesse nell’essere socio di maggioranza in società di gestione del risparmio, alle quali si dà mandato di progettazione e mantenimento degli strumenti finanziari, ma al tempo stesso è pure collocatore di quei prodotti di cui si è delegata la gestione.
Tale processo determina un duplice profitto: quello di procacciatori sul mercato, con percentuali anche importanti pagate dal consumatore, e quello di soci che incassano utili e dividendi dai profitti della gestione di quel risparmio che loro stessi hanno collocato. Questo doppio incasso pesa sulle tasche dei piccoli investitori che subiscono così doppi costi ridondanti a fronte di scarsi rendimenti erosi dai suddetti, per non parlare del fatto che gli strumenti finanziari interni agli investimenti sono di basso costo, ma sempre di proprietà degli stessi soci di maggioranza di società di gestione e società bancarie e assicurative, che ne usano gli strumenti e ricavano guadagni dalla loro partecipazione.
Ridondanza per ridondanza, ma l’incastro è semplice, visto che basta poco per essere soci di maggioranza, per cui la partecipazione può comportare inserti infiniti che si inseriscono nelle maglie del sistema MiFid, impartendo norme che intervengono solo sulla superficie dei loro impieghi. Matrioske di commercializzazione e informatizzazione degli investimenti nelle quali la tutela si smarrisce in una innumerevole serie di incastri, in grado di spaziare nelle direzioni più disparate, creando una rete che le lega e le intreccia solo per aumentare i profitti a dismisura delle grandi società di gestione.