Liberal-chic
di Mattia Cattaneo
Una società profondamente “liberale” come quella Occidentale, che si vanta persino della capacità di esportare altrove i suoi valori (si pensi a Hiroshima e Nagasaki, ai Balcani, al medio oriente, all’Ucraina odierna), manifesta uno strano rapporto con la pratica della libertà: se da un lato, per le cose di poco conto, essa viene incoraggiata ossessivamente (penso al mercato globale e alle sue merci futili e obsolete), dall’altro, da un punto di vista più pragmatico, viene finemente attenzionata (si pensi alle ingerenze governative su Facebook[1] rispetto alla circolazione di certe notizie o all’arresto di Pavel Durov[2]). Tuttavia, al netto di qualche cortocircuito repressivo e para-totalitario (come la recente uscita di Ursula von der Leyen: «[…] la libertà per l’Europa non sarà gratuita»[3] ), nessuno oggigiorno potrebbe affermare che essa ci sia totalmente preclusa, bensì piuttosto – utilizzando una costruzione solo in apparenza contraddittoria – bisogna formulare questa ipotesi: siamo obbligati alla libertà. Ma quale? Se essa non è più quell’ideale egualitario e redistributivo da perseguire all’occorrenza con rivolte e rivoluzioni (liberté!), allora forse è piuttosto un modo tra i tanti, soprannominato “liberale”, di imporre alla società tutte quelle ideologie che il Potere reputa perseguibili.
Cosicché, se da un lato sarebbe ingiusto negare in toto la presenza di una qualche forma di libertà diffusa, dall’altro è comunque incontrovertibile affermare che il vero problema, oggigiorno, è che di libertà ce ne sia piuttosto una sola: i liberali assecondano, perseguono e comprendono unicamente la loro faziosa ideologia liberale e chi se ne discosta, e non importa come, non è qualcuno con una differente visione del mondo, ma semplicemente un “fascista” da perseguire e tacitare (si pensi ai cosiddetti complottisti, all’Ungheria di Orbán, alla Romania di Georgescu, alla Russia, a Elon Musk, etc.). Chi non appoggia quanto afferma con superiorità il mondo occidentale non è solo quindi moralmente deprecabile, ma è passibile per giunta di vessazioni fisiche o sanzioni di varia natura, poiché è unicamente con questo tipo di atteggiamento che questa libertà può prosperare: rigore nei modi, durezza verso gli oppositori, intransigenza nel rispetto della “liberalità”. Ma se non possono essere concepiti percorsi libertari ulteriori rispetto a quelli intrapresi da questi liberali, che differenza sostanziale esiste tra questi ultimi e gli “illiberali” che essi accusano con foga – a parte la smisurata ipocrisia dei primi, s’intende –? Il dogmatismo liberale odierno è una macchina perfetta di adeguamento, omologazione e incapacità alla critica, che ostenta l’ampiezza delle sue libertà (di parola, di spostamento, di mercato, della persona, etc.) fintantoché si persevera ciecamente nella sua ideologia integralista. “Puoi dire tutto, puoi fare tutto, a patto che dici e fai solo ciò che è liberale.
Così, se oggigiorno, nonostante le manifeste evidenze, ci si crede più liberi che in passato, è perché è stato contaminato il concetto di “libertà” con quello di “possibilità”. Basti pensare a quello che accade nel cosiddetto tempo libero, luogo perfetto in cui esercitare tutte le possibilità che offre liberamente il mercato. Che cos’è infatti oramai questo tempo se non un lunghissimo capriccio infantile (che Amazon, Glovo, AirBnb, etc., tentano di calmare) intervallato da stati di smarrimento profondo (che Instagram, Netflix, Tiktok, etc., contribuiscono a mantenere)? Se il tempo libero parrebbe essere un insieme unico e inelargibile di istanti preziosi rubati con forza al sistema dei capitali, è tuttavia in realtà quel momento in cui i capitali stessi vendono le loro prestazioni più redditizie (poiché futili) a chi è disposto a pagare quei servizi o quelle merci molto di più del loro valore reale (viaggi, shopping, divertimento, etc.). Il tempo libero, a differenza di quanto accadeva in epoca pre-industriale, non si contrappone più frontalmente al tempo lavoro, ma ne è piuttosto la sua perfetta conseguenza: laddove il lavoro salariato non è più estenuante, e pertanto il dopo lavoro non ha più funzione meramente rigenerativa – “Ti concedo il riposo cosicché tu possa essere più produttivo” –, ecco che il tempo libero assolve in primis una funzione mercantile: “Ti concedo del tempo libero cosicché tu possa acquistare quanto tu stesso hai prodotto con superficialità in precedenza” (bisognerebbe analizzare meglio questo fatto paradossale, ovvero le motivazioni che rendono oramai il tempo hobbistico più remunerativo, per i grandi capitali, che il tempo strettamente produttivo). E così questo tempo viene organizzato, programmato, scandito minuziosamente esattamente come il turno in fabbrica: come diligenti operai facciamo coincidere sempre il nostro tempo libero con quello degli altri – e ciò tanto da un punto di vista cronologico/temporale (l’aperitivo delle 18, la settimana di Ferragosto, lo shopping di Natale, etc.), quanto da quello spaziale (il centro il sabato pomeriggio, la gita fuori porta alla domenica, l’acquario di Genova, etc.) –. Si potrebbe dire, senza possibilità di smentita, che tutto il tempo libero che ci prendiamo lo paghiamo non altrimenti che con la nostra libertà, ecco ciò che va sottolineato. Tanto gli impegni frivoli (la discoteca, lo stadio, la settimana bianca, etc.) quanto gli hobby più snob (il corso di sommelier, la performance in galleria, il volontariato nel terzo mondo, etc.) hanno infatti in comune un certo fine ultimo: a dispetto delle differenze (inesistenti), c’è in entrambi i casi la voglia disperata e sistematica di occuparsi di tutto quello che non riguarda mai effettivamente la propria libertà, ecco il punto centrale del discorso. Ci si dà la possibilità, così si potrebbe dire, di non trovarsi mai nella spiacevole situazione della libertà. Ma perché? Perché altrimenti si scoprirebbe improvvisamente che questo bellissimo giardino (la democrazia, l’Europa, l’Occidente, etc.) non è altro in realtà che un pascolo ben recintato – mi riferisco ovviamente alla famosissima uscita di Josepp Borrell: «l’Europa è un giardino. Abbiamo costruito un giardino, dove tutto funziona», mentre «il resto del mondo è una giungla e la giungla potrebbe invadere il giardino»[4] –.
Pensare quindi che in virtù di una supposta “civilizzazione”, della “democrazia” o del “progresso”, la società odierna possieda un grado di libertà maggiore rispetto a quelle del passato è del tutto ingiustificato sotto molteplici aspetti. Anzitutto poiché, da un punto di vista più generale, le conquiste sociali non procedono secondo un’evoluzione progressiva: il meccanismo dell’accumulazione infatti, con buona pace dell’educazione, è valido purtroppo solo per i capitali. In secondo luogo, come ho evidenziato più sopra, il concetto di libertà si è andato via via degradando, assumendo contorni sempre più sovrapponibili a quelli del mercato: essa, come il capitalismo nel panorama economico, è diventata niente più che il modello ideologico dominante, perdendo tuttavia la spinta dell’ideale originario. In ultimo, si può constatare come i governi odierni occidentali attuino, per la loro sopravvivenza già precaria, un autoritarismo certamente più pervasivo e trasversale rispetto a quelli del passato: mentre quelli erano certamente più duri nel loro esercizio di potere, questi sono tuttavia più estesi nei loro meccanismi di controllo. Non solo: il potere oggigiorno attua un esercizio manipolatorio molto più sottile di quello repressivo, e la cosa è tanto più preoccupante in quanto largamente inavvertita. Laddove, per esempio, gli individui moderni si sentono più liberi rispetto a quelli del loro passato o dell’attuale Est e Sud del mondo, bisogna affermare di quanto essi non abbiano subito altro che una profonda colonizzazione ideologica. Questo accade perché gli appartenenti al mondo liberale, occidentale, cosiddetto “progressista”, etc., disimparano sulla fiducia – in nome della superiorità morale di cui si diceva – a dubitare, questionare o a mettere in discussione il modello altamente sviluppato di cui fanno parte, per non apparire ad un sol tempo retrogradi o rivoluzionari. L’educazione diventa così omologazione, il ceto medio si trasforma in quello mediocre, la libertà di pensiero in nient’altro che ideologia liberista e la democrazia in demagogia: così è estremamente difficile superare la barriera estesa del controlloattraverso una critica libera e di ampio respiro, poiché ciò che è stato più profondamente intaccato, anche attraverso meccanismi adulatori, è oramai la libertà di pensare la libertà. Per questo, se è innegabile dire che «La fiducia che la libertà avrebbe trionfato sulla tirannia è stata smentita dalla crescente centralizzazione degli Stati e dall’esautoramento del popolo a opera delle burocrazie, delle forze di polizia, di sofisticate tecniche di controllo»[5], lo è altrettanto sostenere che il problema maggiore di questa fiducia mancata sia la contrazione delle possibilità di pensare profili inediti di libertà. Si parla in continuazione ma non si pensa mai a nulla di nuovo, ecco il fatto da sottolineare. Per questo la battaglia più grande si gioca non altrove che sul piano intellettuale: al controllo, alla legge, ai dogmi, etc., si può sempre contrapporre la nostra forza istintiva più animale; ma è quando non saremo più capaci di ipotizzare risposte differenti da quelle stereotipate, quando non avremo più la capacità di immaginare nuove utopie da realizzare, quando non metteremo più in questione le parole adulatorie dell’autorità, etc., ebbene allora che forza potremmo mai ostentare davanti all’ingordigia del potere? Pensare allora anzitutto una libertà non ancora pensata, ecco tutto.
[1] R.Demaio, Zuckerberg ha confessato le pressioni della Casa Bianca per censurare i contenuti sul Covid,in L’indipendente, 28 agosto 2024 https://www.lindipendente.online/2024/08/28/zuckerberg-ha-confessato-le-pressioni-della-casa-bianca-per-censurare-i-contenuti-sul-covid/
[2] G.Middei, Il caso Telegram: riflessioni sulla democrazia al tempo delle piattaforme, in L’indipendente, 4 settembre 2024 https://www.lindipendente.online/2024/09/04/il-caso-telegram-riflessioni-sulla-democrazia-al-tempo-delle-piattaforme/
[3] https://www.youtube.com/watch?v=ncc-RRxUwLo
[4] Traduzione mia. L’estratto è visionabile qui: https://www.youtube.com/watch?v=ufAHg6hN4OA
[5] M.Bookchin, Per una società ecologica. Tesi sul municipalismo libertario e la rivoluzione sociale, Elèuthera, Milano 2016, p.12.














































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