
Jorge Bergoglio: il papato di un gesuita
di Eros Barone
Quando nel 2013 Jorge Mario Bergoglio uscì dal conclave eletto papa, fu difficile negare che quella elezione, avvenuta dopo le dirompenti dimissioni di Benedetto XVI, rappresentasse un fatto epocale. In effetti, come Sun Tzu, Lao Tse e i gesuiti insegnano, l’unica guerra vinta è quella che si vince senza combattere. E la prova più attuale di ciò è stata proprio la vicenda della Compagnia di Gesù tra il 1980 e il 2013: fortemente osteggiata da papa Wojtyla, si prese la rivincita portando nel 2013 un suo uomo sul soglio pontificio (cosa mai accaduta nell’intera storia della Compagnia).
Sennonché questa affermazione si può ritenere valida da un punto di vista puramente strategico, indipendentemente dalle posizioni assunte da papa Francesco. Del quale occorre, comunque, riconoscere, fra le doti di cui era in possesso, una straordinaria sensibilità per i rapporti di forza esistenti a livello geopolitico e la capacità di individuare le congiunture critiche della storia, come dimostrano, fra le sue osservazioni quasi sempre penetranti e anticipatrici, il riconoscimento dell’esistenza di una “terza guerra mondiale che si sta svolgendo a pezzi” e l’individuazione della responsabilità per la guerra in Ucraina, dovuta all’“abbaiare” della NATO “davanti alle frontiere della Russia”.
Del resto, dal punto di vista della sensibilità per i rapporti di forza interni alla Chiesa, una persona avveduta, quale era l’attuale papa, sapeva che quando si è costretti a combattere o si vince o si perde.
Nel primo caso, bisogna subito riconciliarsi con l’avversario per evitare che si vendichi; nel secondo caso, vale il principio di Mao Tse-tung: “imparare dalle sconfitte per preparare le vittorie”. Così, la carta vincente giocata da papa Bergoglio nel conflitto inevitabile con quella parte della gerarchia ecclesiastica e del clero che lo osteggiava, è stata quella di trasformarsi in un personaggio pubblico, mutuando l’esempio di papa Wojtyla ma seguendo una diversa direttrice (e qui hanno avuto forse un certo peso sia l’origine italiana sia l’esperienza pastorale e culturale acquisita in Argentina, suo paese di provenienza).
Sta di fatto che, rifuggendo da uno stile fastoso e solenne e assumendone uno pauperistico e minimalista, questo papa, con la spontaneità e la semplicità dei suoi discorsi, alla portata di tutti non meno che degni di ascolto, ha suscitato, fra credenti e laici, un’ondata di consensi e di apprezzamenti, che la Chiesa di Roma non aveva più conosciuto dai tempi di papa Giovanni XXIII. Il cristianesimo che proponeva papa Francesco, rifacendosi direttamente al messaggio di Cristo, era infatti di tipo genuinamente evangelico e fermamente anticuriale: era dunque per le forze borghesi e piccolo-borghesi più conservatrici e reazionarie, interne ed esterne al mondo cattolico, a lui avverse, un atteggiamento inaccettabile e odioso. Egli si è comportato, insomma, non da papa ma da uomo; così come si comportò da uomo quando in solitudine, sotto la pioggia battente, pregò di fronte a una piazza deserta al tempo del Covid.
Riguardo alle posizioni del papa sui temi politici e sociali più scottanti va poi preso in considerazione un documento vasto, chiaro e articolato come Fratelli tutti, l’enciclica di papa Francesco pubblicata nel 2020. In questa enciclica la critica del papa colpisce su due fronti: da una parte, le modalità e le istituzioni della politica neoliberista; dall’altra, la durezza e l’intransigenza riconducibili agli schieramenti cosiddetti populisti. Sennonché il taglio bifronte di tale critica sorprende, ma solo fino ad un certo punto: non bisogna infatti dimenticare che la Chiesa cattolica è sempre stata un’avversaria del mondo liberale fin dai tempi in cui esso era una forza progressiva ed era oggetto dell’aspra campagna anti-illuministica e medievaleggiante di Pio IX. Non per nulla nella stessa direzione, integrando nella critica del liberalismo anche la critica del socialismo e del comunismo, si muoveva la dottrina sulla questione sociale elaborata da Leone XIII o l’esplicito appoggio di Pio XI al corporativismo fascista.
Insomma, occorre tenere presente il rapporto conflittuale che la Chiesa cattolica intrattiene con il mondo liberale. Se nel secondo dopoguerra la “guerra fredda” e il pericolo comunista l’hanno portata vicino agli Stati Uniti, questa collocazione non ha certo significato un’adesione al liberalismo. Parimenti, l’opposizione della Chiesa alle varie forme di violenza perpetrate contro i migranti rientra nella scelta preferenziale a favore dei popoli del “terzo mondo”, a favore degli “ultimi”, per usare un’espressione cara al lessico religioso. In questo senso, l’atteggiamento della Chiesa si distingue nettamente dal crudo cinismo dei due principali schieramenti politici in campo, mentre il fatto che si prenda questo atteggiamento come l’espressione di una sorta di opzione comunista dimostra soltanto la sprovvedutezza e la superficialità di coloro che ignorano o fraintendono la teoria del socialismo scientifico.
È pertanto opportuno porre in luce la contraddizione, già segnalata dai più avvertiti studiosi della dottrina sociale cattolica, che consiste nel cercare di costruire tale dottrina a partire da un messaggio religioso sui fini ultimi della vita umana, a partire quindi dal primato dei beni dell’anima rispetto a quelli del corpo, di quelli spirituali rispetto a quelli temporali, della morale rispetto all’economia. Come sfuggire allora all’implacabile realismo di Marx, che ha qualificato le concezioni di questo tipo come “fiori gettati sulle catene dello sfruttamento” e la religione come “il cuore di un mondo senza cuore”?
Orbene, la Chiesa cattolica è riuscita a durare per duemila anni e perciò ha sempre goduto, anche fra i suoi avversari più irriducibili, di un certo rispetto. Va detto però che, se bastasse la durata a sancire l’eccellenza di un’istituzione, allora bisognerebbe riconoscere alla filosofia, la quale, perlomeno nella nostra tradizione storica, dura da duemilacinquecento anni, un rispetto non minore di quello dovuto alla Chiesa. È pur vero, d’altronde, che in definitiva, secondo il dettato teologico cristiano, non spetta a noi, uomini fallibili e peccatori inveterati, bensì allo Spirito Santo, sancire la fine di questo pontificato o determinare la durata della stessa Chiesa cattolica. Nel frattempo, è doveroso riconoscere che per un’istituzione la cui voce sembrava sempre più flebile è stato importante ciò che è avvenuto grazie al pensiero e all’azione di papa Francesco: farsi nuovamente ascoltare, rendere il proprio linguaggio sgradito alle orecchie delle classi dominanti e farlo risuonare in nuove orecchie.












































Comments
Se si recuperasse il significante religioso , spirituale e sacro e si riuscisse a sostituire quello appunto del padrone, avremmo fatto la rivoluzione e mandato affanxulo per sempre i falsi e circoscritti ideali di libertà borghese e tutto l'armamentario illuministico, scientista progressista tecno macchinico accumulativo di questa stupenda civiltà iper capitalista , diretta verso il baratro distruttivo, ecologico, spirituale.
Chiaro che per ottenere la vittoria occorre avere un grande partito inter/nazionalista e quindi anche una grande chiesa interna o esterna alleata. Altrimenti continueremo a lamentarci o fare al massimo tesimonianza identitaria, che per 45 anni non è servita a nulla.