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Article Index


Secondo i dati esposti nel World Economic Outlook da parte del FMI, la ripresa dalla crisi attuale rispetto alle precedenti (dall'85 ad oggi) è stata notevolmente squilibrata. La crescita della produzione si verifica  solo in alcuni Paesi emergenti, mentre resta al di sotto del periodo pre-crisi per i Paesi a capitalismo avanzato. La disoccupazione durante la ripresa non è diminuita, gli investimenti continuano a subire una contrazione, gli unici mercati che sembrano mostrare vitalità sono i mercati azionari che hanno mostrato una crescita del prezzo delle azioni. Più che ripresa economica sembra l'incessante operare del capitale speculativo alla ricerca di profitti slegati dal ciclo reale di accumulazione.

Gli Stati Europei presentano una condizione ancora più severa rispetto ai partners a capitalismo avanzato. Nel 2009 la produzione europea (EU 25 Stati) aveva subito una contrazione del 4,3 %, la crescita su base annua è stata 2 % e 1,5 % rispettivamente nel 2010 e 2011, è prevista attestarsi allo 0,6 % per il 2012. Cioè non si sono ancora recuperati i livelli pre-crisi. L'occupazione nel settore costruzioni dal 2008 al 2011 è caduta di circa il 17%, Il settore manifatturiero ha continuato un declino dell'occupazione dal 1996 riducendosi di quasi il 12 % dal 2008 al 2010. Il settore dei servizi ha un livello di crescita dell'occupazione di 2,8%, inferiore al periodo di pre-crisi. La disoccupazione era del 9,5 ad inizio 2011 ed cresciuta al 10,2 a febbraio 2012 (EU 27).

Questi dati naturalmente riflettono un valore medio che di fatto non esiste aggiungendo ai livelli allarmanti dei dati l'ulteriore costatazione dell'incalzare degli squilibri fra le diverse aree geografiche e della polarizzazione sociale che riflette l'andamento medio degli indicatori statistici.


L’enorme massa di capitali posti all’interno della finanza è l’emblema di un ciclo discendente e non ascendente dell’attuale fase del sistema capitalistico. Pur di sostenere tassi di accumulazione, che la produzione capitalistica non garantisce più da decenni, la forma apparente della valorizzazione del capitale si è riversata nella sfera della circolazione, in cui da denaro si crea apparentemente altro denaro valorizzato. La vita del capitalismo dipende dunque dalla possibilità di iniettare sempre nuovi capitali in ogni attività possibile, in modo da aumentare la produttività; ma è proprio quest'ultima ad accentuare la tendenza alla diminuzione della massa di plusvalore generato e realizzato, in un circolo vizioso.

L’abbassamento del saggio medio di profitto non ha impedito che, attraverso l’utilizzo intensivo del capitale morto (concentrazione e centralizzazione dei capitali), si aumentasse la massa dei profitti, producendo così una situazione in cui una massa di capitali, di varia formazione, vaga per il mercato mondiale alla ricerca di opportunità di profitto di qualsiasi natura. A mano a mano che la redditività cala nei settori produttivi, il capitale produttivo emigra nella sfera finanziaria dove diventa capitale fittizio, capitale investito in titoli di debito/credito (per esempio azioni, bond statali, obbligazioni di imprese private, ecc) o in derivati, e il maggiore flusso di capitale causa un innalzamento dei prezzi di questi titoli.


La divaricazione tra la linea del tasso di profitto e quella del tasso di accumulazione nel grafico, evidenzia l’area di finanziarizzazione dell’economia. Come sempre, più capitale, anticipando ulteriori innalzamenti di prezzi, è risucchiato dai settori improduttivi, più i prezzi di quei titoli scambiati sui mercati finanziari aumentano, e il processo diventa auto-espansivo.


espansione del settore finanziario dopo il 1980
da Controverses, settembre 2009 (in www.leftcommunism.org)


I profitti fittizi aumentano formando la bolla speculativa. L’incremento dell’uso di strumenti finanziari, che nulla hanno a che fare con la produzione reale, e quindi, con la produzione e l’accumulazione di plusvalore, non rappresenta un’errata deriva del sistema capitalistico dovuta alla scelta di un manipolo di sconsiderati, ma la conseguenza più logica della crisi. La prevalenza della forma finanziario-speculativa del capitalismo non è un accidente della storia, ma il risultato dell’impossibilità di una crescita economica reale generalizzata trainata dai profitti.


La possibilità di una rottura effettiva con il capitalismo, e il disvelarsi di una nuova comunità, sta dentro un rapporto di lotta di classe in un contesto oggettivo di limite del capitalismo. Se si elude questo rapporto non si può rompere il meccanismo dell’economia politica e della politica stessa. “Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la conoscenza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. […] L’umanità si pone sempre solo i problemi che può risolvere, perché, viste le cose da vicino, si trova sempre che il problema stesso sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione sono in atto o almeno sono in formazione”, K.Marx, Per la critica dell’economia politica.


Già nel primo libro del Capitale, Marx, parlando della legge del crollo, la presenta come “la legge generale dell’accumulazione capitalista”. Come ogni altra legge, anche questa, nella realtà concreta risulta più o meno modificata. Queste modificazioni vengono esposte dettagliatamente nel terzo libro del Capitale, specialmente nella sezione che si occupa della legge della caduta del saggio di profitto. Proprio come la legge di gravità agisce nella realtà concreta soltanto in forma modificata,  è così anche per la legge del crollo del capitalismo, che non è niente di più dell’accumulazione capitalista sulla base del valore.

La legge del valore svela ciò che la realtà concreta, il mondo fenomenico, occulta: il fatto che il sistema capitalistico debba necessariamente crollare, con la stessa necessità di una legge naturale. Se abbiamo la capacità di astrarre tutte le contraddizioni secondarie di questo sistema, possiamo vedere l’esercizio della legge del valore come legge interna del capitalismo. La legge del valore spiega la caduta del saggio di profitto, un indizio della caduta relativa della massa di profitto. L’accrescersi della massa di profitto può compensare la caduta del saggio di profitto per un certo tempo, ma se in un primo momento la massa di profitto diminuiva soltanto in relazione al capitale complessivo ed alle esigenze di un’ulteriore accumulazione, in uno stadio successivo diminuisce in modo assoluto.

Così espressa la legge della caduta del saggio di profitto diventa l'espressione teorica della necessità del superamento del capitalismo, necessità che non è da intendere come un automatismo, ma che comprende necessariamente l'azione rivoluzionaria. La contraddizione fra valore d'uso e valore di scambio della merce, si esprime come incapacità per il capitale di espandersi e questo suo limite diventa necessariamente un limite per l'intera società. In questo senso per Marx “La causa ultima di tutte le crisi effettive è pur sempre la povertà e la limitazione di consumo delle masse in contrasto con la tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive ad un grado che pone come unico suo limite la capacità di consumo assoluto della società” Il Capitale III libro. Sovrapproduzione o sottoconsumo (in fin dei conti sono la stessa cosa) sono necessariamente connessi con la forma fisica della produzione e del consumo, tuttavia, nella società capitalista il carattere materiale della produzione e del consumo non assolve al ruolo di poter spiegare la prosperità o la crisi. Per quanto possa apparire illogico, il capitale accumula allo scopo di accumulare. Nel capitalismo la produzione materiale, e così pure il consumo, restano affidati agli individui, il carattere sociale del loro lavoro e del loro consumo non viene regolato direttamente dalla società, bensì indirettamente dal mercato. Il capitale non produce cose, ma valori di scambio, pur non essendo in grado però, sulla base della costituzione del valore, di adattare la sua produzione e il suo consumo ai bisogni reali, se vuole che la popolazione non vada in rovina. Se il mercato non riesce più a soddisfare questi bisogni, allora la produzione per il mercato, la produzione di valore, viene soppressa dalla rivoluzione per far posto ad una forma di produzione la cui regolamentazione sociale non avvenga in maniera mediata sul mercato, ma abbia un carattere direttamente sociale, così da poter essere guidata secondo i bisogni degli uomini. Questo passaggio rimane all’interno del binomio nuova umanità o vecchia civiltà direttamente dipendente dalla contraddizione fra le classi: “Tutti i progressi delle civiltà, ossia del capitale, o in altri termini ogni accrescimento delle forze produttive sociali o, se si vuole, delle forze produttive del lavoro stesso –quali risultano dalla scienza, delle invenzioni, dalla divisione e combinazione, dal miglioramento dei mezzi di comunicazione, dalla creazione del mercato mondiale, dalle macchine, ecc..- non arricchiscono l’operaio, ma il capitale; non fanno dunque che ingigantire a loro volta la potenza che domina il lavoro; accrescono soltanto la forza produttiva del capitale”, K.Marx, Lineamneti fondamentali della critica dell’economia politica.


Dal punto di vista del valore d’uso, la contraddizione tra produzione e consumo nella società capitalista è una vera follia, ma per la produzione capitalista ciò non ha alcun importanza. Nell’ottica del valore, invece, questa contraddizione è la dinamica del progresso capitalistico. Ma proprio per questo motivo l’accumulazione di tale contraddizione deve, in definitiva, arrivare ad un punto tale da condurre alla sua soppressione, dal momento che i rapporti reali di vita e di produzione risulteranno più forti dei rapporti sociali oggettivati. La base ultima di tutte le crisi reali insomma rimane quindi pur sempre la limitazione del consumo delle masse rispetto all’impulso a sviluppare talmente le forze produttive da rendere illimitata la capacità di consumo.

Le contraddizioni del capitalismo nascono dalla contraddizione tra valore d’uso e valore di scambio, contraddizione che trasforma l’accumulazione del capitale in accumulazione del depauperamento. Se il capitale si sviluppa dal lato del valore, distrugge, nello stesso tempo e in pari misura, la sua propria base, riducendo costantemente la parte dei produttori che beneficiano dei propri prodotti. Non è possibile eliminare in modo assoluto dalla faccia della terra la parte esclusa, sia perché l’istinto naturale di autoconservazione dell’umanità è più forte di una relazione sociale, sia  perché il capitale può essere tale solo finché può sfruttare i lavoratori, ed è difficile poter sfruttare lavoratori morti….


Non è tuttavia il sottoconsumo, non importa se relativo o assoluto, a provocare l’aumento dell’esercito industriale di riserva e in specifico la massa dei disoccupati. I fattori che provocano la crisi e la de-integrazione della calsse sono piuttosoto il sottoconsumo insufficiente o la massa di profitto insufficiente, l’impossibilità di intensificare lo sfruttamento nella misura necessaria e la perdita di prospettive per un’ulteriore accumulazione redditizia.


Il plusvalore prodotto è insufficiente a corrispondere ai bisogni di un'ulteriore accumulazione sulla base della produzione di profitto, e che non viene reinvestito. Poichè è stato prodotto troppo poco capitale, non può più lavorare come capitale, per cui noi parliamo di sovra accumulazione di capitale. Finché era possibile ingrandire nel modo adeguato la massa del plusvalore affinché bastasse per un’ulteriore accumulazione, non si faceva altro che passare da una crisi all’altra, interrotte da periodi di prosperità. Finché era possibile nei momenti pericolosi della crisi incrementare l’appropriazione del plusvalore mediante l’inasprimento dello sfruttamento e il processo di espansione, si poteva superare la crisi, ma solo per ritrovarsela riproposta poi ad un grado più alto di sviluppo. Nel punto in cui le tendenze che contrastano il crollo vengono eliminate oppure hanno perso la loro efficacia nei confronti dei bisogni dell’accumulazione, risulta convalidata la legge del crollo. In questo senso l’astrazione di Marx del capitalismo “puro” e la legge del valore si rivelano leggi interne alla realtà concreta capitalistica, leggi che ne determinano in ultima istanza lo sviluppo necessario.


E’ per questo che riteniamo che il contrasto di classe inerente ai rapporti di produzione determina il tipo di lotta di classe e non viceversa. Se da una parte le organizzazioni formali possono accelerare lo sviluppo generale per abbreviare le doglie del parto della società nuova, viceversa possono anche rallentarne lo sviluppo e costruire un ostacolo sulla sua strada. Non riteniamo che la differenza fra le varie organizzazioni possa essere ricondotta ai principi espressi, incluso il principio stesso di volere rappresentare la vera organizzazione classista, contrapposta alle false. Spesso si assiste anche ad una radicalità degli enunciati e di azioni circoscritte che dovrebbero conferire lo statuto di vera organizzazione rivoluzionaria. L'assunto sottostante è sempre lo stesso, una separazione fra pratica rivoluzionaria e movimento di classe, assunto che arriva a definire indispensabile il ruolo delle organizzazioni quando queste si ritengono le depositarie della coscienza di classe.

L’affermazione secondo cui senza coscienza di classe cristallizzata in ideologia sarebbe impossibile una rivoluzione (la litania che spesso si sente: ci sono le condizioni oggettive ma mancano quelle soggettive, il partito, la coscienza, ecc…) circoscrive l'azione rivoluzionaria al contesto concepito dall'organizzazione, che a prescindere da un effettivo svolgersi di un processo rivoluzionario, ha già definito in cosa questo consista. Lo storicismo di queste elaborazioni finisce proprio dove dovrebbe cominciare nel definire il processo rivoluzionario. In un periodo rivoluzionario, necessariamente, coscienza e essere appaiono nella loro unità indistinta all'interno della classe, e dell'intera società, di cui quelle organizzazioni rappresentano ambiti più o meno estesi. L'estendersi delle contraddizioni del capitale e il loro superamento non sono unicamente legati alle scelte coscienti di raggruppamenti più o meno estesi, ma al rapporto reciproco fra condizioni oggettive e il loro superamento più o meno cosciente in cui le organizzazioni di classe si trovano a coesistere.

Riteniamo che il ruolo di adattamento delle organizzazioni alle  specifiche condizioni storiche espresse dalla classe, in momenti in cui questa non necessitava di un cambiamento rivoluzionario, abbiano portato alla creazione di organizzazioni in grado di gestire l'integrazione del proletariato alle esigenze dell'accumulazione. Questo meccanismo adattivo porta le organizzazioni a sparire e a diventare irrilevanti. Nel caso in cui riescano ad adattarsi  diventano un limite per lo sviluppo del movimento di classe perché esprimono le istanze di integrazione con il capitale.


Le stesse forme organizzative, la stessa auto-organizzazione non è che un prodotto del meccanismo sopra descritto, e non è certamente la soluzione perfetta. Anche l'auto-organizzazione di proletari non garantisce gli interessi storici di classe, che si trova sempre dentro al meccanismo soggettivo-oggettivo, in un rapporto dialettico unitario ossia nel rapporto tra lotta di classe e accumulazione del capitale stesso.

In un processo storico concreto la conflittualità espressa dalla classe ha come substrato necessario lo sviluppo di nuovi rapporti sociali che non sono limitati all'ambito vertenziale del conflitto di classe, ma che si estendono a tutte le forme di conflitto e cooperazione poste in essere dalla classe e da raggruppamenti di proletari più o meno estesi.

Questa dinamica appare anche in una piccola lotta quando si sviluppano nuovi rapporti sociali, che sono la ri-scoperta della vita da parte dell’uomo. In questo senso va letta l'importanza che poniamo sull’esperienza proletaria delle lotte. Dentro ad un processo di de-integrazione del capitale stesso sparisce la dicotomia fra conflitto e mutualismo, forme che si scambiano reciprocamente, perché assumono un connotato diverso. Partecipare ad una lotta di lavoratori su un posto di lavoro, in una manifestazione che rompe la compatibilità Politica, o occupare edifici, espropriare e distribuire in modo gratuito sono aspetti della medesima dinamica. Se pensiamo al declino delle istituzioni pubbliche sociali, allo scollamento tra settori di lavoratori ed enti statali deputati alla gestione della riproduzione di forza lavoro, come alla sanità o alla scuola ecc.. questa dinamica potrebbe creare una reazione che supererebbe la mera difesa del mito dello “stato sociale”. Gruppi di lavoratori potrebbero iniziare a porre la gestione diretta di questi aspetti riappropriandosi direttamente delle proprie conoscenze. Una simile dinamica può avvenire anche su un piano ben più generale se visto in potenza. Non si tratta di riunire proprietà e lavoro, ma di ritrovare un’attività umana, che ha un senso molto più profondo del termine produzione, che non ha limiti nella sua dinamica collettiva. Potrebbe  essere la sperimentazione di possibilità diverse da quelle definite dal capitale per il soddisfacimento dei propri bisogni, che a loro volta metterebbero in dubbio vecchie necessità introducendone di nuove. La possibilità di trovare una coincidenza tra rapporto sociale e rapporto di produzione. Sia il conflitto che il mutualismo sono elementi che servono al Capitale ma in determinati contesti sono elementi di rottura. Questi fenomeni devono  essere  interpretati nella loro specificità storica attuale, dove queste attività assumono un connotato di rottura nel loro essere vissute, producendo a loro volta nuove connessioni tra loro.

Man mano che si sviluppano connessioni tra questi momenti di rottura è inevitabile che si incrini l’apparente legge naturale della produzione capitalista, la legge del valore. Ogni connessione tra questi momenti, tra differenti settori di classe che attuano queste rotture provoca non pochi turbamenti a chi crede eterna la legge del Capitale.

E’ indubbio che la radicalità di simili azioni e dinamiche accresce nel momento in cui vengono  messi in discussione il modo di produzione capitalista e lo Stato, che, non bisogna dimenticare, mantiene il monopolio della violenza. Ma l’ideologia dominante, il pensiero dominante, e la forza da sole non bastano, non possono produrre nulla. L’intera società si basa sul lavoro produttivo e riproduttivo. Oggi attraverso l’estensione quantitativa del sistema di produzione capitalistico i proletari hanno una forza potenziale immensa. Perché se da un punto di vista sociale vi è una de-integrazione da un punto di vista produttivo vi è una massificazione del capitale a livello totale che ingloba tutto e tutti. Per certi versi il moderno capitale totale, impersonale e parassitario rende sempre più stridente questo scarto tra la forza sociale del proletariato e la società stessa. In questo senso l’ideologia, la forza, lo stesso Stato sono elementi che pur apparendo mastodontici sono anch’essi travolti dai meccanismi stessi dell’accumulazione capitalista e dalla relativa lotta di classe.


Dal nostro punto di vista questa dinamica rende inefficace sia corse in avanti, nuovi Principi di Macchiavelli, come fughe all’indietro, il neo-primitivismo o il localismo comunitario  poichè non vi può essere nulla al di fuori del Capitale se non dentro un piano di rottura. Si può cogliere la carica critica verso l’economia politica e la politica stessa partecipando a questa dinamica de-integrativa del capitale, al salto quantitativo che diventa qualitativo, quando nuovi rapporti sociali si manifestano. All’interno della de-integrazione, nuovi rapporti sociali possono sovvertire i rapporti di produzione poiché incompatibili con l'accumulazione, spingere ad abbandonare una pratica di compatibilità integrativa del movimento di classe (e delle organizzazioni che continuano necessariamente a esprimerlo) e riuscire ad imporsi come il nuovo fulcro per il cambiamento della società. Questo processo non è la conseguenza di una maggiore consapevolezza del movimento di classe, quest'ultimo segue la capacità della classe di farsi carico di cambiamenti storici rilevanti a seguito della crisi dei rapporti capitalistici che attraversano la società.

In fondo, il ruolo, se esiste, dei pro-rivoluzionari è quello di individuare delle tendenze: la storicità del sistema capitalista e delle sue leggi e il disvelamento dell’affermazione di una nuova umanità che nega il capitale.

In questo senso un lavoro di connessione e inchiesta tra compagni e compagne di diversi paesi vale molto più di mille appelli alla rivoluzione o alla costituzione di nuove organizzazioni. Il nostro lavoro collettivo, nei suoi limiti inevitabili, è già anticipazione e la sua efficacia non si dimostrerà nel numero di copie vendute, ma nell’effettivo manifestarsi di nuovi rapporti sociali che generalizzandosi e connettendosi, intaccando gli stessi, rapporti di produzione distruggeranno la logica stessa del capitale.

Estate 2012, Italia
Redazione di CONNESSIONI per la lotta di classe
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