Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Pensare la crisi, coltivare l’insurrezione

Uno sguardo ecomarxista sulla catastrofe

di Gabriele Ciabatti

person cleaning nature earth day.jpgIl concetto di progresso va fondato nell’idea della catastrofe.Che «tutto continui così» è la catastrofe. Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è dato.

— Walter Benjamin, Zentralpark

I. La narrazione egemone che struttura il discorso pubblico attorno alla crisi climatica produce l’immagine mistificatoria di una catastrofe ambientale indeterminata, futura, circoscritta all’ambito del possibile. Al contrario, la catastrofe è già in atto: essa è una realtà che si aggrava in modo vertiginoso, legandosi pericolosamente allo sviluppo delle contraddizioni del capitalismo globale. In questo senso, ci sono immagini capaci di far emergere con immediatezza i nodi sistemici nei quali ci muoviamo, smantellando il velo dell’ideologia: i cieli delle metropoli mediorientali avvolti da nubi nere e piogge acide, a seguito dei criminali bombardamenti condotti dalle potenze occidentali contro le infrastrutture petrolifere, ci costringono a cogliere il nesso mortifero tra accelerazione della guerra imperialista e accelerazione del disastro ambientale. Sulla base di ciò dobbiamo chiederci: da dove ripartire? Di quali strumenti d'analisi ci dobbiamo fornire per orientarci nel mezzo della catastrofe? Che fare e, primariamente, cosa non fare?

 

II. È risaputo che negli ultimi anni la lotta ecologista abbia acquisito una sempre maggiore risonanza mediatica e politica, fino a raggiungere un picco di sovraesposizione a partire dagli scioperi scolastici di Greta Thunberg. Nonostante il merito storico di aver catalizzato una mobilitazione globale attorno al clima, il movimento mancava di un paradigma critico-analitico adeguato alla dissezione strutturale del capitalismo, che fosse capace di riconoscere la crisi climatica come un carattere intrinseco alle dinamiche del modo di produzione vigente, irriducibile a un contingente errore di percorso.

In mancanza di ciò, gran parte del movimento ecologista ha articolato le proprie istanze attorno ad astrazioni morali, che facevano della catastrofe ambientale il prodotto della malvagità o dell'ignoranza di un soggetto astorico, omogeneo e indifferenziato (l’umanità) o, nel migliore dei casi (anche se il problema permane tale e quale), di una cattiva gestione da parte dei leader mondiali; in tal modo, il capitale e le sue leggi di movimento oggettive sono uscite di scena, sostituite dal generico impatto umano sull’ambiente (in questo senso, ha ragione Moore a sostituire il concetto di Capitalocene a quello di Antropocene) o da un potere politico concepito in maniera monolitica e verticale, dotato di un’ideale autonomia rispetto alle necessità del mercato e della finanza (determinazioni concrete che svuotano di contenuto la pratica politica, rendendo anacronistica ogni concezione leviatanica della sfera pubblica). Come ci ha insegnato Amadeo Bordiga, “un errore dottrinale è sempre alla base di un errore di tattica politica”¹: la cornice teorica debole e scarna che ha inquadrato le lotte ecologiste degli ultimi anni si è tradotta in rivendicazioni politiche altrettanto limitate, tra cui la richiesta di ridurre i consumi individuali e vaghi appelli nei confronti dei leader mondiali di ascoltare la scienza; ci sono state, insomma, tutte le condizioni per trasformare in nuove frontiere del profitto globale e specchietti per le allodole i temi caldi portati a galla dal movimento per l’ambiente, attraverso il dispiegamento di tecniche politiche e simboliche di cattura nei confronti di tali istanze sociali. Ciò si è materializzato nel Green New Deal, negli OSS (Obiettivi di sviluppo sostenibile), negli incentivi all’utilizzo di risorse energetiche “pulite” e in tutte le altre politiche di transizione ecologica dall’alto, a livello nazionale o sovranazionale, attraverso le quali il capitalismo ha tentato di ripulirsi il volto tingendolo di verde, riproducendo e moltiplicando allo stesso tempo la sussunzione delle risorse naturali globali sotto nuovi cicli di accumulazione (basti pensare all’estrazione selvaggia di litio, nichel e cobalto nel Sud globale).

 

III. Di fronte al movimento ecologista degli ultimi anni, dunque, si spalanca un vuoto di carattere teorico e politico; il rischio peggiore è che le lotte ecologiste si risolvano in una somma di resistenze locali — pur necessarie — frammentate, difensive, costantemente esposte al rischio di neutralizzazione o al riassorbimento da parte degli apparati statali. Al netto di ciò, "Non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi”²: come hanno fatto emergere molteplici studi filologici a partire dagli anni ‘90 del Novecento, la critica marxiana dell’economia politica reca in sé una profonda e strutturale dimensione ecologista, capace di fornire un armamentario concettuale solido e complessivo alle lotte per il clima. Nonostante possa sembrare un esercizio dogmatico e démodé, rileggere Marx e disperdere nei terreni di lotta i suoi semi si pone come una necessità di ordine pragmatico: da un lato, per rinvigorire il movimento ecologista rendendolo consapevole del proprio compito storico; dall’altro per riconoscere, con Rosa Luxemburg, che solo nello sviluppo ulteriore del marxismo e nel suo confronto con l’attualità possiamo riscoprire come Marx, nella sua creazione scientifica, ci abbia già anticipato sul piano della prassi³. Attraverso il confronto con le scoperte e le elaborazioni degli autori eco-marxisti John Bellamy Foster, Paul Burkett e Kohei Saito possiamo ricostruire la critica ecologica di Marx, rimasta sepolta per decenni.

 

IV. Anzitutto, è bene chiarire fin da subito che in Marx non vi è alcuna traccia di una concezione baconiana della natura, intesa come oggetto inerte da dominare e sottomettere al volere umano; tale paradigma, tipico della scienza borghese e del razionalismo moderno (Bacone, Cartesio), affonda le proprie radici in un dualismo antropocentrico che Marx rigetta radicalmente sin dalle sue prime elaborazioni teoriche.

Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, egli afferma che “la natura, presa astrattamente, per se stessa, fissata nella separazione dall’uomo, è niente per l’uomo”, evidenziando come gli esseri umani non trascendano la natura, non si pongano come un impero in un impero⁴, bensì siano costitutivamente intrecciati a essa attraverso un rapporto di unità originaria: l’uomo, in quanto ente naturale, non è esaurito dai confini del proprio corpo organico, composto di arti, organi e sistema nervoso; egli, infatti, non potrebbe sopravvivere né manifestarsi senza il mondo esterno, l’ambiente — l’aria, l’acqua, le piante, la terra — col quale interagisce e che costituisce, in virtù della sua necessità, il suo corpo inorganico. Affermare che la vita dell’uomo è congiunta alla natura, allora, non ha altro significato se non che la natura è congiunta a sé stessa, in quanto l’uomo non è che un pezzo di natura divenuto cosciente. Tale rapporto originario è mediato dal lavoro, inteso come attività libera e consapevole di trasformazione della materia; lavorando, l'uomo può riflettere su una determinata situazione e realizzare attivamente le proprie idee soggettive nel mondo oggettivo, modificando liberamente quest’ultimo e realizzando, in questo modo, la propria essenza universale in quanto ente generico (Gattungswesen). Secondo il giovane Marx — profondamente influenzato da Feuerbach — mentre l’animale resta confinato in una situazione particolare e determinata che lo costringe a produrre, organizzarsi e consumare solo in un certo modo (sebbene oggi, grazie all’etologia moderna, sappiamo che non è del tutto vero), l’essenza dell’uomo consiste nella capacità di relazionarsi con la natura attraverso il lavoro in maniera pienamente consapevole, modificandone le forme attuali in base ai propri bisogni, inventando tecnologie e creando un ambiente del tutto nuovo; inoltre, l'atto lavorativo umano è “libero”, in quanto non necessariamente subordinato al soddisfacimento di bisogni fisici nel nome della mera sussistenza (per esempio, nella creazione di oggetti artistici, “secondo le leggi della bellezza”).

 

V. Tuttavia, questa unità costitutiva, in cui il lavoro funge da mediazione armonica, non è data una volta per tutte in quanto essenza metafisica, bensì viene modificata in corrispondenza della forma assunta dall'organizzazione del lavoro in un dato periodo storico. Difatti, Marx afferma che la condizione logico-storica necessaria all'affermarsi del capitalismo è la dissoluzione del rapporto originario tra l'uomo e la natura, nella forma della separazione forzata dei produttori dalle loro condizioni oggettive di esistenza (la terra).

Mentre nel feudalesimo il servo della gleba — pur anch’esso sfruttato — manteneva un legame diretto con la terra, la quale gli garantiva una relativa autonomia nel processo produttivo e la sicurezza dell'esistenza fisica, la mercificazione capitalistica della terra spezza definitivamente tale rapporto. Spossessato della propria base materiale, il lavoratore perde qualsiasi capacità indipendente di dare forma al mondo, trovandosi in balia del dominio impersonale e reificato del capitale; in questo modo, è costretto a vendere sul mercato la sola merce di cui dispone: la propria capacità lavorativa. Sulla base di tutto ciò emerge la genesi dell'alienazione nella società moderna: il lavoro, da libera oggettivazione dell’ente generico, si rovescia in un’attività estranea che nega l’essenza stessa del produttore, trasformando la natura da corpo inorganico a potere indipendente e ostile a esso; ciò determina nell’uomo una radicale perdita di libertà, la disumanizzazione e l’asservimento al prodotto del proprio stesso lavoro.

Nonostante l'impianto giovane-hegeliano caratterizzante il primo Marx lo porti a declinare filosoficamente l'alienazione umana come la perdita di un’essenza universale, i Manoscritti contengono già l'intuizione fondamentale della scissione tra il produttore e la base materiale della propria esistenza; tale separazione si pone come il presupposto necessario all'affermazione del modo di produzione capitalistico, ed è la coordinata concettuale sulla quale si innesta lo sviluppo della critica ecologica della maturità. Il superamento della cornice filosofica giovanile — definito da Louis Althusser una rottura epistemologica, per marcare il cambio radicale di problematica che intercorre tra le prime opere e quelle della maturità scientifica⁵ — avviene anche attraverso il confronto serrato e immersivo che Marx intraprende con le scienze naturali, a partire dagli anni ‘50 e ‘60 del XIX secolo. Dedicandosi allo studio della fisiologia e della biologia dell’epoca, in particolare le opere di Jacob Moleschott e Roland Daniels, egli mutua il concetto fondamentale di metabolismo (Stowechsel), traslandolo dall'ambito propriamente biologico e innestandolo sulla propria analisi storico-economico-sociale. In ambito fisiologico, il termine “metabolismo” descriveva il processo circolare e ciclico di assimilazione (assorbimento di nutrienti dall’esterno) ed escrezione (restituzione di scarti all’ambiente), ovvero, quel ricambio continuo di energia e materia con l'ambiente che rende possibile la sussistenza di ogni organismo biologico; tale concetto si estese presto al di là del semplice nutrimento dei corpi organici, venendo impiegato per descrivere l’interazione e lo scambio di risorse tra piante, animali ed esseri umani all’interno di un certo ambiente. Marx ampliò ulteriormente tale nozione, elevandola a categoria fondamentale per la comprensione dell’attività umana nel suo complesso; egli definì il processo lavorativo l'atto metabolico peculiare della specie umana, grazie al quale l'uomo regola il proprio ricambio organico con l'ambiente. In questa prospettiva, il processo produttivo diviene un'interazione bio-fisica tra i fattori elementari della produzione: l’attività cosciente dell'uomo (il lavoro), l’oggetto su cui essa agisce (la materia prima) e i mezzi attraverso cui opera (i mezzi di produzione). Si delinea così una dinamica trasversale a ogni epoca storica e ineliminabile, definibile metabolismo sociale: per sopravvivere, l’umanità deve prelevare materia dalla natura, trasformarla per produrre vari mezzi di produzione o di sussistenza e, infine, restituire i residui organici di scarto al ciclo metabolico naturale.

Nonostante il carattere trans-storico del metabolismo sociale, il quale lo accomuna al rapporto puramente biologico tra una determinata specie od organismo e il suo ambiente, in termini storico-umani la forma che esso assume è associata al cambiamento dei modi di produzione storici: questo poiché, cambiando il modo di produzione, cambia conseguentemente il carattere del lavoro sociale (perno del rapporto metabolico uomo-natura) e, parallelamente, la struttura assunta dal ciclo del ricambio organico.

Sulla base di ciò emerge il punto focale della critica materiale-ecologica marxiana, ovvero la teoria della frattura metabolica: negli appunti per la stesura del Capitale, Marx scrive che il capitalismo aveva reciso quel rapporto di scambio vitale con l’ambiente, «producendo una incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale [metabolismo] prescritto dalle leggi naturali della vita». Ciò vale a dire che, con l’avvento del dominio del capitale e della coazione all’accumulazione che lo caratterizza, l’equilibrio rigenerativo circolare del metabolismo subisce una distorsione profonda, che Marx identifica primariamente attraverso il confronto con l'opera del chimico agrario Justus Von Liebig. Studiando a fondo la settima edizione dell’opera Chimica organica applicata all’agricoltura e alla fisiologia (1862), Marx recepisce e viene colpito dalla critica di Liebig al nuovo sistema di agricoltura intensiva inglese, definito un sistema di“rapina”. La nuova agricoltura capitalistica industrializzata, allo scopo di assecondare la logica del profitto e la rapida crescita demografica delle metropoli, depredava il suolo dei suoi nutrienti essenziali, tra cui l’azoto, il fosforo e il potassio, inviati sotto forma di cibo e fibre a centri urbani lontani centinaia di chilometri, causando l’impoverimento e la scarsa fertilità della terra. La separazione forzata tra città e campagna, indotta dall’urbanizzazione forzata, spezza fisicamente il ciclo vitale poiché i prodotti dell’agricoltura, una volta consumati nelle città, non tornano all’ambiente sotto forma di concime, ma finiscono per appestare i fiumi e le fognature come rifiuti inquinanti.

 

VI. Liebig aveva rintracciato in questo meccanismo il preludio alla crisi della civiltà, ma la storia lo smentì: agli inizi del XX secolo infatti, con l’invenzione del processo Haber-Bosch e della sintesi industriale dell’ammoniaca, divenne possibile produrre fertilizzanti in grande quantità a prezzi stracciati. Chiaramente, ciò non bastò a risanare la frattura metabolica; per venire incontro alla domanda di fertilizzanti a livello globale, infatti, si rende necessario l’utilizzo di una quantità enorme di combustibile fossile. In altre parole, al posto degli elementi nutritivi del terreno, l’agricoltura moderna non fa che consumare un’altra risorsa naturale limitata.

Quando il capitale incontra degli ostacoli al processo di accumulazione che lo contraddistingue (sul quale torneremo), come i ritmi della rigenerazione delle risorse e i cicli naturali biologici, reagisce attraverso lo sviluppo tecnologico, l'intensificazione dello sfruttamento e l'accaparramento imperialistico di risorse naturali e sbocchi commerciali, forzando i limiti della biosfera e spostando l'implosione della contraddizione sempre "un po’ più in là".

Ad oggi, la rottura nel ciclo dei nutrienti del suolo costituisce solo una delle molteplici fratture nei cicli biogeochimici che si verificano su scala planetaria, basti pensare alla rottura del ciclo del carbonio (colpevole della produzione di gas serra, ovvero, la causa principale del riscaldamento globale) oppure a quella del ciclo dell’acqua (nella forma del sovrasfruttamento e della contaminazione delle falde acquifere); Marx ha avuto, dunque, la capacità di cogliere la tendenza storica eco-distruttiva del capitale, elaborando uno strumento concettuale (la categoria della frattura metabolica) di grande utilità per indagare il disequilibrio tra spese ed entrate nel metabolismo della Terra che viene instaurato dal modo di produzione capitalistico; «Ben scavato, vecchia talpa»⁶!

 

VII. Allo scopo di scongiurare qualsiasi interpretazione ingenuamente riformista della questione, è necessario trattare più nel dettaglio la struttura oggettiva del modo di produzione capitalistico — le sue leggi e dinamiche di sviluppo — in modo da comprendere la necessità della perturbazione ecologica causata dalla società del capitale.

Nella celebre Critica del Programma di Gotha (1875), uno scritto polemico marxiano indirizzato al Partito Socialdemocratico tedesco, Marx apre la sua trattazione affermando che «Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d'uso […] altrettanto quanto il lavoro, che esso stesso, è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana». In tal modo, Marx — criticando l’ideologia produttivista di matrice borghese, secondo la quale la ricchezza deriverebbe esclusivamente dal processo lavorativo — ribadisce la centralità del lavoro e della terra come elementi dell’interazione metabolica uomo-natura, affermandone il ruolo di co-fattori nella produzione di valori d’uso (cioè, oggetti capaci di soddisfare bisogni sociali). Tale formulazione, però, si muove ancora sul piano dell’astrazione trans-storica; per restituire concretezza al processo di produzione sociale, Marx analizza la modalità in cui il capitale modifica il ricambio organico naturale sottomettendolo alle proprie necessità. Anzitutto, sotto il capitalismo, l’obiettivo finale della produzione non è il soddisfacimento di bisogni sociali (cioè, la produzione di valori d’uso), bensì l’incremento costante del valore come pura quantità astratta e, conseguentemente, del profitto, in una logica di accumulazione infinita. Il ciclo di (auto)valorizzazione del capitale pone, come proprio fine immediato, la necessità di ottenere una quantità di denaro maggiore rispetto a quella investita inizialmente, attraverso l'estrazione di un sovrappiù di valore prodotto dal lavoratore salariato. Simultaneamente a ciò, la forma-merce diviene onnipervasiva: questo è reso necessario dal carattere anarchico del mercato, che è in grado di organizzare l’allocazione di lavoro e dei prodotti sociali solo post-festum, attraverso lo scambio di merci mediato dal denaro (in quanto forma fenomenica del valore di scambio).

Il lavoro e la natura, all’interno della società mercantile, non hanno altro ruolo che quello di veicoli della riproduzione allargata del capitale: sottomettendo entrambi alla propria logica espansiva, esso li sfrutta indiscriminatamente spogliandoli delle proprie specificità materiali, portando inevitabilmente alla progressiva distruzione ed erosione dell’ambiente e della vita umana. Essendo la forza-lavoro l'unica fonte della produzione di plusvalore, dunque del profitto, il capitale tende per necessità a intensificare ed estendere continuamente la giornata lavorativa, provocando effetti devastanti sulla vita del lavoratore.

 

VIII. Parallelamente, un destino analogo spetta all’ambiente, che viene incorporato nel processo di produzione come una forza naturale gratuita, costituendo una risorsa fondamentale per la massimizzazione del plusvalore. Poiché le leggi del mercato riconoscono come valore solo l'oggettivazione del lavoro umano, le forze naturali (l'aria, l'acqua, il vento...) non costano nulla al capitale, il quale se ne appropria — attraverso l'ausilio delle scienze e dello sviluppo tecnologico — allo scopo di abbattere i costi di produzione o aumentare la produttività del lavoro. Ciò presenta delle implicazioni distruttive: il comportamento strumentale nei confronti della natura diviene dominante, poiché lo sviluppo delle scienze e della tecnologia si intreccia irrimediabilmente agli interessi immediati del capitale; inoltre, emerge la tendenza del capitale a sfruttare brutalmente le forze della natura e a rincorrere le risorse naturali più economiche in una competizione globale.

 

IX. Nonostante ci sia chi ha accusato Marx di ingenuo prometeismo ottocentesco, sulla base di una sua presunta ammirazione acritica dello sviluppo delle forze produttive e del dominio tecnico sulla natura, egli non ha mai sostenuto che le crisi ambientali moderne potessero essere superate grazie allo sviluppo tecnologico. Anzi, la situazione non può che peggiorare, poiché lo sviluppo tecnologico e scientifico, nella sua forma capitalistica, mira esclusivamente a ottenere maggiori profitti, continuando a trascurare il metabolismo della natura. A tal proposito, Marx indica dei casi in cui le risorse naturali non possono più servire gratuitamente il processo di valorizzazione, a causa del loro esaurimento. Anche in questo caso, il capitale non demorde: a questo punto, cerca disperatamente di sussumere nuove risorse e metodi tecnologici su scala globale — a costo di dispiegare i brutali dispositivi della guerra imperialistica — per contrastare la caduta del saggio di profitto, oppure, per compensare, tenta di produrre una massa maggiore di merci. In questo modo, mina ancora più rapidamente le proprie fondamenta materiali, costringendo i capitalisti ad accumulare a un ritmo sempre più veloce per assicurarsi un aumento del profitto. Risulta chiaro che la bontà dei singoli capitalisti, nella società del profitto, non è sufficiente a fermare la distruzione della natura; infatti, i meccanismi della concorrenza li costringono a sfruttare in modo sempre più intensivo ed estensivo l’ambiente, senza calcolare il carico ulteriore cui sottopongono l’ecosistema.

«Après nous, le déluge» (Dopo di noi, il diluvio), è la bussola che orienta la razionalità capitalistica.

 

X. Ricapitolando, l’impulso del capitale a sfruttare le forze naturali è «smisurato» perché queste forze funzionano come elementi gratuiti della produzione, in grado di rendere più efficiente l’estrazione di plusvalore; tuttavia, queste risorse sono «limitate», hanno cicli di rigenerazione biologica e geologica temporalmente disallineati rispetto ai ritmi della valorizzazione del capitale. Emerge, così, la contraddizione insanabile tra capitale e natura, da cui scaturisce la perturbazione dell’ambiente e l’odierna crisi ecologica. Marx non si limita ad affermare astrattamente che l’uomo distrugga l’ambiente; piuttosto, il metodo materialista marxiano getta luce su come il movimento reificato del capitale riorganizzi il metabolismo trans-storico tra uomo e natura, creando una frattura nel ricambio organico che impoverisce radicalmente entrambi i poli di tale relazione.

 

XI. Ora, è bene specificare che l’approdo della critica ecologica marxiana non è un determinismo della catastrofe, e la crisi ambientale non è da intendere come un preludio a un salto meccanico della società verso un nuovo modo di produzione. Piuttosto, la crisi ecologica assume la forma di un'ambivalenza dialettica: da una parte, essa si dimostra coestensiva e funzionale allo sviluppo, poiché permette al capitale di interiorizzare i limiti ambientali trasformandoli in motori della valorizzazione, istituendo un nesso tra la logica della tutela ambientale e la logica del profitto (basti pensare al keynesismo verde del Green New Deal); dall'altra, la crisi costituisce una soglia che apre il tempo storico all'irruzione rivoluzionaria di un soggetto sociale antagonista, incarnato dal proletariato (inteso nella molteplicità delle sue forme attuali) e dal suo agire politico.

 

XII. Le lotte di quest’ultimo, fin dagli albori del movimento operaio, hanno sempre manifestato una connotazione ecologica, spesso legata alle condizioni insalubri che investivano sia l’ambiente lavorativo che gli spazi della vita quotidiana. Esemplare, a tal proposito, è l’esplosione dei disordini operai nell’industria britannica che portarono allo sciopero generale del 1842: le tattiche di lotta che caratterizzarono tale ciclo di lotte furono il sabotaggio delle macchine a vapore e l’interruzione, da parte dei minatori di carbone, del flusso di combustibile verso le fabbriche; in tal modo, la classe operaia impose la propria volontà al capitale, inceppando gli ingranaggi dell’economia fossile. Come suggerito dalle analisi di Andreas Malm, tale esperienza è irriducibile a una mera rivendicazione salariale: essa si configurò come un rifiuto politico immediato del deterioramento ambientale, prodotto dall'estrazione e dalla combustione del carbone. Gli operai non lottavano solo per il salario, ma anche contro la saturazione tossica dello spazio produttivo e riproduttivo, laddove il fumo e le scorie fossili aggredivano simultaneamente la fabbrica e i quartieri operai. In questo senso, si è trattato di un movimento “proto-ambientalista”.

 

XIII. Su questo stesso solco possiamo analizzare le lotte contro la nocività che hanno attraversato l’Italia tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta: furono proprio i conflitti dell’operaio-massa i primi a introdurre nel campo politico una critica radicale alla cosiddetta monetizzazione del rischio, ovvero, l’idea che aumenti salariali o altri benefit aziendali potessero compensare l’esposizione a sostanze nocive e inquinanti. Ancora una volta, fu la forza dei lavoratori organizzati (spesso in aperta rottura con la linea dettata dai sindacati istituzionali) a scardinare il meccanismo compensativo, ponendo la questione ecologica come ineludibile terreno di scontro. La diffusa politicizzazione delle questioni ambientali, sebbene venga di consueto datata a circa un decennio dopo, va fatta risalire proprio a questo ciclo di lotte. Quest’ultimo, inoltre, fu capace esprimere una carica dirompente anche attraverso lo stretto rapporto che costruì con conflitti più ampi, che in quel periodo sancirono la centralità senza precedenti dei soggetti della sfera della riproduzione sociale (cioè, i movimenti femministi, studenteschi e anticoloniali).XIV. La sussunzione reale della Terra - operata dal capitale attraverso la riconfigurazione materiale totale della biosfera, trasformata in un'infrastruttura logistica ed estrattiva - ha determinato un’estensione qualitativa ulteriore del conflitto sociale: lo scontro eccede i limiti della fabbrica sociale di matrice operaista, ridefinendosi entro i confini della fabbrica-pianeta.

In questa congiuntura storica, si produce globalmente una molteplicità frammentaria di lotte sociali, su linee ambientali, di genere e di razza. Sono esemplari le lotte di resistenza dei popoli indigeni contro la proliferazione di insediamenti estrattivi e oleodotti, che ne sfigurano territori e corpi: dai Sioux di Standing Rock contro i corridoi del capitale fossile alle comunità resistenti del cosiddetto “Triangolo del Litio” (Cile, Argentina e Bolivia), fino al movimento contro la miniera di Rio Tinto in Serbia — dove la transizione ecologica del Nord Globale svela il suo volto neocoloniale —, passando per le rivolte nelle zone sacrificabilidel Delta del Niger e della “Cancer Alley” della Louisiana. In Italia, si pensi all’instancabile resistenza dei No-TAV in Val di Susa, alla vertenza dell’Ex-GKN di Campi Bisenzio o alle lotte territoriali contro l’Ex-Ilva di Taranto.

 

XV. Al di là della cortina di fumo ideologico dispiegata dal comando capitalistico — che indebolisce, coopta e neutralizza i sommovimenti sociali — il terreno dell’antagonismo sociale appare fertile, purché scomposto.

La ristrutturazione verde del capitale agisce come un dispositivo di integrazione globale, capace di sussumere territori e soggettività entro la medesima catena di montaggio planetaria; in tal senso, le resistenze eterogenee del Nord e del Sud globale si pongono oggettivamente come pratiche di sabotaggio di uno stesso circuito di valorizzazione, nonostante l'attuale assenza di una strategia comune.

La sfida fondamentale posta ai movimenti, perciò, è quella di cogliere la possibilità storica di una ricomposizione politica di classe su scala globale, elaborando strategie di lotta che rendano possibile l’emersione di un ecoproletariato planetario, finalmente capace di assumere su di sé il proprio compito storico: produrre, attraverso l’assalto alla società del capitale e ai suoi apparati, una radicale de-mercificazione dell’esistenza e la subordinazione dei processi produttivi alle necessità materiali della vita umana e dei cicli biosferici. La rivoluzione, in tal senso, non può essere concepita come un’accelerazione del progresso, bensì, per dirla con Benjamin, come il freno di emergenza del treno della Storia.⁷


Note:
  1. Bordiga, Amadeo (1922). Il principio democratico. Rassegna Comunista.
  2. Deleuze, Gilles (2000). Pourparler. Roma, Quodlibet.
  3. Luxemburg, Rosa (1975). Scritti Scelti. Torino, Einaudi.
  4. Spinoza, Baruch (2007). Etica. Milano, Bompiani.
  5. Althusser, Louis (2008). Per Marx. Milano-Udine, Mimesis.
  6. Marx, Karl (2022). Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte. Roma, Editori Riuniti.
Benjamin, Walter (1997). Sul concetto di storia. Torino, Einaudi.

Bibliografia:
Marx, Karl (2004). Manoscritti economico-filosofici del 1844. Torino, Einaudi. Marx, Karl (2017). Il capitale. Torino, UTET.
Marx, Karl (1999). Critica del Programma di Gotha. Marxists Internet Archive. Rubin, Isaak Ilijc (1976). Saggi sulla teoria del valore di Marx. Milano, Feltrinelli. Saito, Kohei (2023). L’ecosocialismo di Karl Marx. Roma, Castelvecchi.
Saito, Kohei (2025). Il capitale nell’Antropocene. Torino, Einaudi.
Foster, John Bellamy (2019). Ecologia. Contenuto in Marx Revival. concetti essenziali e nuove letture. (a cura di) M. Musto. Roma, Donzelli.
Burkett, Paul (2017). An Eco-Revolutionary Tipping Point? Global Warming, the Two Climate Denials, and the Environmental Proletariat. Monthly Review, Vol. 69, No. 01.
Leonardi, Emanuele (2021). Autonomist marxism and world-ecology: for a political theory of the ecological crisis. Project PPPR.
Leonardi, Emanuele & Nick Dyer-Witheford (2021). Autonomist marxism and world-ecology: Nick Dyer-Witheford interviews Emanuele Leonardi. Project PPPR.
Pin It

Add comment

Submit