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minimamoralia

Un casino immenso

di Valerio Mattioli e Raffaele Alberto Ventura

Questo pezzo è uscito sul numero di agosto di Linus. Ringraziamo gli autori e la testata

mappalinus 640x420Alla fine era nell’aria: al di fuori dei canali che una volta avremmo detto tradizionali, e a fianco delle testate che per decenni sono servite come riferimento per il “dibattito politico-culturale” – qualunque significato decidiate di dare alla famigerata formula – si è sviluppata negli ultimi anni una… come vogliamo chiamarla? New wave dell’opinionismo da terza pagina? Giovane scena intellettual-letteraria? Nuova generazione del giornalismo più o meno critico, più o meno militante?

Se non sapete di cosa stiamo parlando fidatevi di noi, che a parlare di robe simili rischiamo un conflitto d’interessi grande così poiché a questo mondo in qualche modo partecipiamo (seppur ai livelli più infimi). Diciamo allora che negli ultimi cinque, dieci anni è venuta a comporsi una costellazione di testate e firme che, se non ha interamente monopolizzato il dibattito di cui sopra, quantomeno ne sta fornendo una versione laterale e col passare del tempo forse persino influente.

L’armamentario è quello di sempre: editoriali di commento, saggi critici, approfondimenti di varia natura, articoli alle volte brillanti alle volte meno, “pezzi definitivi” e via di questo passo. Ma è innanzitutto cambiato il profilo generazionale degli attori in campo, nonché i mezzi attraverso i quali il fantomatico dibattito procede e si diffonde: di fatto, stiamo parlando di una galassia che si è perlopiù formata su e con la Rete, e che sempre in Rete trova i suoi sbocchi naturali – comprese le polemiche, i flame, e le ripicche a mezzo social.

 

VICE

Prendiamo un esempio al tempo stesso anomalo eppur emblematico qual è VICE. In questo caso stiamo parlando di una vera e propria multinazionale con sedi sparse in tutto il mondo, che da qualche tempo a questa parte non fa mistero delle sue ambizioni: da magazine giovanilista dedicato a “arte, cultura e nuove tendenze”, si è trasformato in un piccolo gigante dell’informazione 2.0, con tanto di programmi TV, reportage su ISIS e Ucraina e interviste a Barack Obama; il che non è male, per una testata considerata fino all’altroieri la quintessenza dell’hipsterismo e dei “giovani creativi e gentrificatori”. In ogni caso: se frequentate i canali del web, i social network e qualsivoglia tipo di chiacchiericcio online, è difficile che non vi siate imbattuti in qualche articolo targato VICE. L’edizione italiana della piattaforma nordamericana riflette com’è ovvio un po’ tutte le caratteristiche della casa-madre, che sommariamente sarebbero: un linguaggio “giovane” condito di ironia e sano spirito dissacratorio; reportage in chiave gonzo e improbabili titoli tipo “Cosa sognano i computer quando guardano i porno”; ma anche articoli approfonditi su temi di cultura, tecnologia e infine politica, specie da quando VICE ha una sua apposita sezione news.

In questo senso, la figura più rappresentativa di VICE Italia è senza dubbio Leonardo Bianchi, il cui lavoro come news editor per la testata con sede a Milano ne ha fortemente connotato indirizzi politici e “sfera d’appartenenza”. Per capirci: per uno come Christian Raimo (vedi oltre), Leonardo Bianchi è nientemeno che il “miglior giornalista di movimento in Italia”.

 

Le voci del Movimento

Pretendere che VICE sia un foglio militante sarebbe comunque troppo. Certo, gli ambienti “di movimento” in Italia non stanno vivendo un momento particolarmente felice – anche nel campo dell’intervento culturale vero e proprio, visto che di questo stiamo parlando. D’accordo, c’è ancora il giro Wu Ming e relativo blog Giap (tuttora seguitissimo), c’è Alfabeta2 con dentro gente come Andrea Cortellessa e Andrea Inglese, e in tempi più recenti il portale DINAMOpress si è guadagnato un certo seguito con articoli che spaziano dal bollettino antagonista a scritti sui rave e omaggi a Claudio Caligari (firmati Valerio Mastrandrea). Ah, e poi c’è pur sempre Zerocalcare. Ma l’impressione, per dirla col giornalista Giuliano Santoro, è che “dopo aver dato i natali a esperienze come Indymedia e gli HackLab, le realtà di italiane fatichino ad adeguarsi ai tempi e ai modi dell’era social”. In più, DINAMOpress è anche una realtà molto “romana” – un dettaglio che, come vedrete, continua a esercitare un certo peso nelle polemiche che periodicamente scuotono il milieu culturale di casa nostra.

 

minimum fax

A Roma da oltre vent’anni opera minimum fax, l’editore che più di tutti è riuscito a costruirsi l’invidiabile reputazione di laboratorio, snodo e simbolo della nuova letteratura italiana. Ora, a parlare di “scena romana”, il forestiero s’immagina subito consorterie, sfilate di alti prelati dell’intellighenzia e grandi abbuffate sorrentiniane, un magna-magna radical chic avvolto nelle riconoscibilissime grafiche di Riccardo Falcinelli. Quel che è certo è che minimum (per gli amici), e il vicino blog www.minimaetmoralia.it, è riuscita da esprimere un pugno d’intellettuali particolarmente visibili nel dibattito culturale contemporaneo, quasi tutti collocati a sinistra. Uno è Nicola Lagioia, anche giornalista di Repubblica, fresco vincitore premio Strega (da lui dedicato “alla Grecia”). E poi c’è il già citato Christian Raimo, che commenta l’attualità su internazionale.it in puro spirito engagé (e da posizioni apertamente antirenziane).

 

Internazionale.it

Il nuovo sito di Internazionale ha in effetti trasformato la testata-vetrina del miglior giornalismo (appunto) internazionale in un vero e proprio peso massimo del web politico-culturale. Attorno a Raimo, su internazionale.it si è anche formata una schiera di “nuove penne” che va dallo scrittore Giorgio Fontana alla star del web Quit the Doner passando per Matteo Bordone, quintessenza dell’opinionista post-moderno imbevuto di cultura pop e fiero portabandiera di una certa “milanesità” da opporre a una non meglio precisata “romanità”.

 

Rivista Studio

Già, perché la rivalità Milano-Roma, nel 2015, incredibilmente resta una faglia sulla quale si giocano ancora molte scaramucce ideologiche. Se i romani sono i soliti gufi sinistrorsi a cui piace borbottare contro #BuonaScuola e #JobsAct, la “scena milanese” ha sommariamente posizioni più Renzi-friendly. La testata-simbolo in questo senso è senza dubbio Rivista Studio, un po’ la versione giornalistico-letteraria di Eataly. Fondata dallo stesso Federico Sarica che in tempi lontani fu primissimo direttore di VICE Italia e ancora più lontani un membro di Lyricalz, duo hip hop torinese. Studio è elegante, moderno e di orientamento lib; mostra un’attenzione particolare verso l’attualità culturale americana e propone articoli “lunghi” e “intelligenti” su serie TV, comici d’Oltreoceano, tecnologia, letteratura e dintorni, con firme che vanno dall’Arbasino di Rione Monti Michele Masneri all’ex direttore di Linkiesta e attuale “storyteller all’Eni” Marco Alfieri, entrambi anche al Foglio.

Le firme di Studio rivendicano una propensione all’ottimismo tipica del renzismo più dinamico e “smart”, quello cioè che vorrebbe lasciarsi alle spalle i proverbiali piagnistei da sezione sfigata. In un recente articolo sintomaticamente intitolato Addio, Popolo, lo scrittore Cristiano de Majo ha più o meno stilato un manifesto del nuovo intellettuale post-engagé, per il quale (citiamo il lancio su Facebook) “la vera rivoluzione sarebbe non avere opinioni” — con reazioni che vi lasciamo immaginare. L’articolo ha avuto il merito di portare a galla una frattura che covava da tempo e che a questo punto pare non più ricomponibile. Salvo apericena in zona Pigneto, si intende. O meglio zona Isola? E via con una nuova polemica.

 

IL triangolo milanese

Studio fa idealmente parte di un triangolo tutto meneghino i cui due vertici restanti sono Il Post di Luca Sofri e IL, magazine del Sole 24 Ore dalla grafica curatissima (opera di Francesco Franchi). Diretto dall’ex del Foglio Christian Rocca, irruente neo-conservatore, IL è tuttavia anch’esso farcito di firme “di sinistra”. Tutte assieme, queste tre testate fanno della scena milanese una specie di (mini)superpotenza capace di indirizzare in maniera sostanziale toni e temi del dibattito politico-culturale, sufficiente cioè a contrastare i minacciosi salotti romani… da cui non poche delle loro firme provengono.

Perché l’impressione è che un certo mondo culturale italiano si presenti come un grande magma di centrosinistra-centrodestra, all’insegna di un clima di difficile convivenza che caratterizza il dopo-Berlusconi: lo stesso Guido Vitiello che castiga gli “intellò antirenziani” sul Foglio magari lo trovavi anche su Internazionale, Christian Raimo ha per molto tempo tenuto un blog su Il Post, e nello stesso numero di IL che ospita un saggio vagamente islamofobo qualche pagina dopo può spuntare un entusiasta articolo sull’indie rock più antagonista; senza dire delle figure-ponte come, per dirne due, lo scrittore Francesco Pacifico (ex caporedattore di Nuovi Argomenti) o Timothy Small (altro ex di VICE).

Cioè, noi ci proviamo a fare una “mappa”, per definizione arbitraria e incompleta, ma la realtà è che è un casino immenso. D’altronde, nel contesto professionale del giornalismo italiano, precario e sottopagato, nessun giornalista può permettersi di fare il difficile, no? Forse stiamo semplicemente vivendo un’epocale trasformazione dell’industria culturale in piattaforma di erogazione di contenuti intercambiabili, il cui punto più estremo sono le centinaia di blog del Fatto o dell’Huffington Post.

Il grande precursore del giornalismo d’opinione contemporaneo, nonché padre nobile dello stesso triangolo Studio/IL/Il Post, è comunque Il Foglio di Giuliano Ferrara, ora diretto da Claudio Cerasa (già opinionista politico su Studio). Secondo l’opinione di uno dei più letti blogger italiani, Leonardo Tondelli, Il Foglio fu a suo tempo precursore dei blog quando ancora non c’erano i blog: su quelle pagine è nato anche quel genere di critica cinico-sarcastica praticata da autori come il già citato Vitiello, Andrea Minuz o Matteo Marchesini.

 

Ma perchè? I blog esistono ancora?

I blog sono praticamente morti, ma proviamo comunque a citarne qualcuno ancora rilevante, secondo il nostro modesto parere: oltre a Leonardo Tondelli di leonardo.blogspot.com (firma brevemente transitata all’Unità, prima della morte e controversa rinascita del quotidiano fondato da Gramsci) sicuramente va segnalato phastidio.net, ovvero Mario Seminerio, economista di scuola liberale che deve la sua più recente fama a posizioni anti-austerity, e infine Miguel Martinez ovvero kelebeklerblog.com, prevalentemente impegnato in una critica radicale della retorica “occidentalista” e molto letto sia a destra che a sinistra. Ma lo sviluppo del web 2.0 sembra avere definitivamente chiuso la stagione della “blogosfera” e aperto la strada a una nuova generazione di siti e blog collettivi: nomi come Nazione Indiana, Il primo amore, Le parole e le cose, Doppiozero, Il lavoro culturale, 404, sono oggi particolarmente seguiti, se non dal grande pubblico, perlomeno dagli “addetti ai lavori” (culturali). E poi naturalmente esiste il Grillo-network, che ospita una mole impressionante di conversazioni e ha espresso qualche personalità come Claudio Messora (ByoBlu), promosso “consulente per la comunicazione” del Movimento Cinque Stelle e poi rimosso.

 

E a destra?

C’è poi la destra, quella vera. In generale, lì vanno di moda gli anticonformisti, i cani sciolti, ma anche i ribelli di jungeriana memoria, gli intellettuali dissidenti, i presunti punk aristocratici e dulcis in fundo i fascio-hipster (come li ha chiamati Alessandro Lolli in un articolo sul magazine Prismo). Sempre convinti di essere scandalosi e controcorrente, proclamano di combattere il “pensiero unico” eppure hanno di fronte una sinistra frammentata come in quel vecchio sketch dei Monty Python sul Fronte Popolare di Giudea. “Questa è la sinistra italiana!” è il loro credo e anche il nome di un sito molto seguito dagli orfani del berlusconismo. Le loro sembrano spesso invettive contro un nemico immaginario, caratterizzato dai seguenti attributi mitologici: cene equo-solidali, film d’autore, teoria gender ecc. Scrivono talvolta sul Foglio (come Camillo Langone o Adriano Scianca di CasaPound) e sul Giornale, su Libero, su Panorama, pubblicano per Mondadori e sembrano concepire la scrittura più come sfogo catartico dei loro traumi che come strumento di analisi. Un nome tra tutti è quello dello scrittore Massimiliano Parente, già autore di un libro su La casta dei radical chic, e ormai specializzato nel genere (ahilui di vita breve) della provocazione giornalistica. Un altro, emergente ma con una faccia tosta sufficiente per ritagliarsi una nicchia, è il giovane Marco Cubeddu, oggi caporedattore di Nuovi Argomenti. Su Panorama proponeva (ironicamente beninteso) di “discriminare, multare e punire” i giovani alternativi, “pericolosi parassiti” della società.

 

E ancora più a destra?

Scivolando ancora più a destra, o dalle parti di quel “socialismo nazionale” ormai sdoganato, svetta la figura del filosofo Diego Fusaro. Corteggiato dagli editori e dalla televisione, onnipresente sui social network quasi quanto Andrea Diprè, Fusaro si tiene in equilibrio al crocevia tra No Euro e Nouvelle Droite all’italiana. I No Euro sono una galassia che va dai sostenitori di Grillo agli elettori di Salvini, il cui intellettuale forse più rappresentativo è l’economista Alberto Bagnai; più complessi i contorni della Nouvelle Droite, che potremmo definire come un’estrema destra che ha rispolverato le proprie radici anticapitaliste e che usa (anche) argomenti “di sinistra” per difendere le proprie posizioni su immigrazione e morale sessuale.

 

Cattolici convinti

Ci sono poi i cattolici alla Mario Adinolfi, giornalista e politico (del Partito Democratico!) improvvisamente virato a destra dopo essersi assicurato la poltrona in parlamento. All’area del suo giornale La croce, fondato e fallito in pochi mesi, fa riferimento una nuova generazione di cattolici da combattimento. Tra di loro Costanza Miriano, autrice del libro Sposati e sii sottomessa e animatrice di un blog molto seguito. Ancora più a destra sta la casa editrice Effedieffe con il suo sito (a pagamento) diretto da Maurizio Blondet, al quale contribuisce principalmente l’opinionista Roberto dal Bosco raccontando di complotti anticlericali e di presenze sataniche.

 

E molto al largo, qualche isola sperduta

Il resto sono isole sperdute nel mare del Rete, e non pretendiamo certo di essere esaustivi segnalandone qualcuna. Un vero cane sciolto dell’anticapitalismo “marxista revisionista” è l’economista ottantenne Gianfranco La Grassa, che malgrado la veneranda età si è riscoperto blogger e anima il sito Conflitti e strategie, la cui linea editoriale può essere riassunta nel dare addosso ai “decerebrati di sinistra”. Infine, in rappresentanza della destra più estrema, ci teniamo perlomeno a segnalare il blogger Svart Jugend: un esperimento di narrazione (ironica?) attorno all’estremismo politico, che può vantare diecimila fan entusiasti su Facebook al grido di “Vado alla Crai urlando viva il Quarto Reich”. E con questo (per fortuna) chiudiamo e andiamo a berci una birra sulla curva del male.

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Comments   

#1 Valerio 2015-09-08 20:40
A me sembra che l'estrema destra sia chi difende l'euro (strumento del capitalismo transnazionale) e l'immigrazione (che il Pentagono confessa essere arma per una guerra ventennale contro gli europei che hanno osato ottenere il welfare state.
Cioè voi.
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